I film di Venezia e Locarno a Milano: i 10+1 da non perdere

‘The Other Side Of The Wind’ di Orson Welles

‘Shadow (Ying’ di Zhang Yimou

‘Still Recording’ di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub

‘Sunset’ di Laszlo Nemes

Titolo non del tutto esatto, *I film di Venezia a Locarno a Milano*. Perché, alla sempre meritoria e ormai classicissima rassegna Le vie del cinema (19-27 settembre; qui il programma), oltre ai film di Venezia nelle sue varie sezioni comprese le indipendenti Giornate degli autori e Settimana della critica, oltre a quelli di Locarno, c’è pure una manciata di altro proveniente dal Bergamo Film Meeting, dal Pesaro Film Festival e dal Festival Mix di Milano. 40 in tutto, con ovvia prevalenza dei veneziani. Assente il Leone ROMA di Cuaron, immagino perché Netflix che ne detiene i diritti non lo ha sdoganato per le sale. Lo stesso vale per altri film netflixizzati del Lido, The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen, il mediocre 22 July di Paul Greeengrass, Sulla mia pelle di Alessio Cremonini. Invece è presente, per chissà quale alchimia distributiva, un altro prodotto della piattaforma digitale, l’inedito wellesiano ora finalmente recuperato dai vari detentori di diritti e montato, The Other Side of The Wind (a mio parere una mezza delusione, e che Orson Welles, ovunque sia, mi perdoni). Molti film di questa edizione delle Vie del cinema li ho visti a Locarno e Venezia, qualcuno no. Di quelli visti stilo la lista dei dieci secondo me imperdibili. Quanto al +1, trovate titolo e spiegazione in fondo all’elenco. Avvertenza: non si tratta di una classifica. Per leggere la recensione cliccare sul titolo.

1) Sunset (Napszállta – Tramonto) di Lszlo Nemes
Il capolavoro di Venezia 75. Il regista-rivelazione di Il figlio di Saul stavolta riapplica il suo cinema claustrofobico e ossessivo – macchina fissa sul/sulla protagonista mandando fuori fuoco quello che lo/la circonda – a una storia fosca e misteriosa nella Budapest del 1913, solo un anno prima dello sparo di Sarajevo. Stupefacente esperienza cinematografica di pura immersività. Il mio personale Leone. Non perdetevelo, e non arrendetevi alla stanchezza: Sunset richiede concentrazione e forza di volontà.
2) Ozen (The River -Il fiume) di Emir Baigazin.
Di un regista kazako di poco più di 30 anni che già si era fatto valere con i due film precedenti alla Berlinale. Cinque fratelli ragazzini costretti dal padre a vivere in una scalcinata fattoria nel semideserto kazako. Uno studio etnologico e quasi etologico in forma di cinema, con Baigazin a osservare con la macchina da presa il suo microcosmo maschile di apparente disciplina e ordine e sotterranee pulsioni distruttive. Gran film di altissimo rigore stilistico, giustamente premiato a Orizzonti per la migliore regia.
3) Doubles Vies (Non-Fiction) di Olivier Assayas.
Olivier Assayas stavolta si e ci diverte con un film di scintillante intelligenza, di dialoghi e confronti verbali che non ci si stanca di ascoltare per come son meravigliosamente scritti (o improvvisati, se improvvisati). Siamo nel girone più intellettuale dei bobo parigini: editori, attrici, portaborse di politici, scrittori, che incessantemente si confrontano, discutono, litigano su dove stiano andando l’editoria e il libro e la lettura nell’era digitale. Mentre nel backstage si trama, si rivaleggia, si tradisce e si viene traditi.
4) Killing (Zan) di Sjiny Tsukamoto.
L’autore di Tetsuo ricorre stavolta al genere del samurai-movie per riproporci i suoi feticci e le sue ossessioni di sempre, la lama, gli squarci, la mutilazione, il sangue. Storia di un giovane ronin, un samurai rimasto senza padrone, valoroso nella spada ma riluttante a uccidere. Imparerà a farlo, in un’iniziazione dolorosa. Folgorante, di meravigliose compattezza e economia espressiva.
5) Process di Sergei Loznitsa.
Lo dico da anni, l’ucraino Loznitsa è tra i maggiori autori in circolazione, l’erede del grande cinema est europeo, e autore eminentemente morale, cosa che oggi non si usa più e che gli aliena le simpatie di certa spocchiosa critica francese. Infaticabile. Quest’anno si è visto a Berlino un suo docu, Il giorno della vittoria, poi a Cannes il suo enorme Donbass. E a Venezia lo si è ritrovato, fuori concorso, con questo altro documentario che ricostruisce con materiali d’archivio – degli archivi sovietici – uno dei primi processi-farsa staliniani, anno 1930, passato alla storia come quello del Partito industriale. Un pugno di ingegneri responsabili di settori vitali dell’industria e delle infrastrutture messi sotto processo per aver congiurato contro lo stato (in combutta con il primo ministroi francese Poincaré e gli émigré parigini!). Le autoaccuse chiaramente pilotate, gli umilianti mea culpa. Mentre non ci sono contraddittori all’accusa e testi a discarico – figuriamoci -, e nemmeno un’arringa della difesa (e se ci fu, non ne è rimasta documentazione visiva). Abominevole. Anche, una resa dei conti di Sralin con quello che era rimasto della borghesia prerivoluzionaria nella Russia post-1917 che di tecnici ed esperti aveva pur bisogno. Un film che è una lezione su cosa siano stati, per i corpi e le menti e le anime, il totalitarismo comunista e la sua pratica scientifica di distruzione dell’individuo.
6) The Other Side Of The Wind di Orson Welles.
Il film che doveva segnare, e in parte segnò, il ritorno di Orson Welles a Hollywood. Iniziato nel 1976, continuato fino al 1976 poi abbandonato, con mille rulli di girato disseminati tra vari custodi, proprietari o sedicenti tali, detentori di diritti. Un film-giungla. La Grande Opera Incompiuta, rimasta una leggenda per decenni. Ora finalmente son stati recuperati i pezzi dispersi e rimontati, si suppone secondo quanto lasciato scritto da Welles. Il suo Otto e mezzo, il suo film sul cinema e il fare cinema. Tutto in una notte o quasi, a un party selvaggio con la troupe e tutti coloro che sono ruotati intorno al set di uno strano e spinto horror erotico anche un filo argentiano. Con un John Huston chiarissimo alter ego dello stesso Welles. Stupefacente il montaggio frenetico, imbalordente e survoltato, che ci consegna un film frammentato e decostruito come un Altman estremo di quegli anni. Come se Welles avesse voluto autodistruggersi, adeguarsi al clima della New Hollywood e a certi sperimentalismi allora dominanti, e distruggere il suo precedente cinema di forme così assolute e smaglianti e stabili. Per me, uno shock. Solo: quanto c’è di Orson Welles in questo film? Il montaggio, che è il vero dato sconvolgente di questo film, è davvero come l’avrebbe voluto lui? Io, francamente, resto alquanto perplesso. Tenendo conto delle mie (come di altri) enormi aspettative, una parziale delusione. E però lo si deve vedere, ci mancherebbe.
7) Shadow (Ying) di Zhang Yimou.
Dopo due film davvero minori e inutili, non mi aspettavo niente da questo nuovo Zhang Yimou. E invece Shadow è un film-gioiello. Tutto raccolto, salvo qualche scena di battaglia con effetti digitali stupefacenti, negli interni di un palazzo della Cina antichissima e pre-unitaria, ancora divisa in vari regni e potentati. Quando i re, i principi, i notabili, i dignitari ricorrevano a un sosia, un’Ombra, per proteggersi dagli agguati nemici e dai complotti di corte. Ecco un regnante, la sorella, il suo migliore generale caduto in disgrazia dopo una battagia perduta, la di lui moglie, l’Ombra del generale. Trame e controtrame, inganni e controinganni, doppi e tripli giochi d’amore e morte. Un meraviglioso e ambiguo film da camera intriso di ambizione, crudeltà, sangue. Con un finale elisabettiano che non si dimentica. Anche, una riflessione sottile e non ideologica sul femminile.
8) Still Recording (Lissa Ammetsajjel) di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub.
Vincitore (per voto del pubblico) della Settimana della critica. Un docu sulla Siria della guerra civile realizzato da due giovani filmmaker montando solo una parte dell’enorme quantità di materiale girato tra il 2011 e il 2015 a Douma, la zona Est di Ghouta, area vicina a Damasco di massima ribellione e resistenza al regime del macellaio Assad. Scene di guerra impressionanti e live, alternate a momenti di resistenza umana e di bellezza nonostante l’orrore, nonostante tutto. Con immagini soprattutto della sacca di Douma – le macerie, i bombardamenti dei Mig russi, la fame per via dell’assedio -, ma anche qualche frammento della Damasco di Assad con la sua meglio-peggio gioventù, i figli della nomenclatura che se la spassano mentre di là si muore. Indispensabile, con a mio avviso qualche reticenza di troppo sulle derive islamiste tra i resistenti ad Assad. Finale che non si dimentica. Se ne dovrà riparlare, intanto non perdetevelo.
9) A Land Imagined di Yeo Siew Hua.
Inaspettato Pardo d’oro a Locarno 2018. Un film made in Singapore firmato da un regista trentenne che ci mostra della città stato il lato oscuro e inquieante, quello dei lavoratori stranieri trattati come schiavi e privati di ogni diritto. Denuncia civile fatta però nei modi del noir alla Chandler, con perfino derive nel surreale e nel fantastico alla David Lynch. Troppa roba, e non sempre l’amalgama riesce. Ma film audace che si merita la visione. Come dice un mio amico di fb, per occhi curiosi.
10) Yara di Abbas Fahdel.
Uno dei film del concorso di Locarno 2018 che più ho amato. Austero, sobrio. La sedicenne Yara vive in una valle nel nord del Libano con l’anziana nonna. I genitori non ci sono più, altri abitanti della valle, un’enclave cristiana in un mondo a prevalenza islamica, se ne sono andati da tempo in terre meno complicate e inospitali. Arriva un giovane uomo, Yara se ne innamora. Si troverà di fronte a una scelta. Ecco, non il solito cinema.

il film in più da non perdere:
The Nightingale di Jennifer Kent.
Dico che è da vedere assolutamente nonostante l’abbia detestato e messo all’ultimo posto della mia personale classifica del concorso. Solo che The Nightingale, al di là dei suoi meriti e soprattutto demeriti, è diventato il caso mediatico di Venezia 75, e per quello va visto. Un caso per l’essere stato l’unico film di una donna in corsa per il Leone, per aver spaccato pubblico e stampa con il suo insostenibile e malsano tasso di effaretezza, per l’insulto ormai famoso e disgraziatissimo a fine proiezione stampa di un giovane critico all’indirizzo della regista (poi punito con ritiro dell’acredito). Incidente di cui ha parlato tutto il mondo e che ha rinfocolato le accuse di sessismo alla Mostra. Ma anche, un caso per i due premi che ingiustamente gli sono stati assegnate, come non dichiarato ma solidissimo risarcimento per quanto era avvenuto: il Mastroianni all’attore che interpreta l’aborigeno e il premio special della giuria. Uno scandalo. Il film è a Milano, vedetevelo e fatevi la vostra opinione.

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Il film imperdibile stasera in tv: *Requiem for a Dream* di Darren Aronofsky (lun. 24 sett. 2018, tv in chiaro)

Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, Cine Sony (55 dt), ore 23,30. Lunedì 24 settembre 2018.
Un film dell’ormai lontano anno 2000 firmato da un quasi sconosciuto Darren Aronofsky che ancora non aveva vinto il Leone d’oro a Venezia con The Wrestler e messo a segno con Black Swan un successo planetario. Da noi Requiem non lo conosce praticamente nessuno, ma negli Usa ha lasciato un segno forte, tanto che il trailer originale di Black Swan aveva per claim “dal regista di Requiem for a Dream e The Wrestler“. Storie derelitte di dipendenza e droga: una casalinga lobotomizzata dalla tv, il figlio tossico e la ragazza di lui altrettanto tossica che per trovare i soldi dovrà prostituirsi. Vite interrotte, raccontate da Aronofsky con una mdp impazzita e convulsa, in immagini tossiche come i suoi personaggi. Requiem cerca di rappresentare il delirio mimandolo. Insostenibile forse, ma notevole. Prova di un grande ed estremo talento (mica per niente il suo ultimo, audacissimo mother! è stato universalmente respinto dalla critica bon ton). Con Jennifer Connelly, Ellen Burstyn e Jared Leto.

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Film stasera in tv: BABADOOK di Jennifer Kent (lun. 24 stt. 2018, tv in chiaro)

Babadook, Rai 4, ore 22,40. Lunedì 24 settembre 2018.
Ma sarà ancora il caso di considerare questo Babadook come uno degli horror più rimarchevoli degli anni Dieci dopo quanto ci ha appena mostrato la sua regista Jennifer Kent a Venezia? Intendo The Nightingale, ignobile filmaccio che ha spaccato stampa e pubblico ed è diventato pure un caso internazionale dopo l’insulto scagliato all’indirizzo della Kent da un giovane criico-filmamker, Con il risultato non solo dello sdegno collettivo ma anche, purtroppo, di due premi ingiustamente e follemente assegnati poi dalla giuria al film. Tanto per mettere le mani avanti e non essere accusati di sessismo di queso tempi infausti di intoleranza metooista. Sicché stasera guardare o riguardare Babadook con occhi smagati dopo quanto è successo a Venezia, a individuare i segni di quella degenerazione stilistica e soprattutto etica poi esplosa in The Nigntingale. Intanto per sommi capi e zero spoiler la storia di Babadook: il babbo è morto portando in ospedale la mamma a partorire. Chiaro che il figlioletto nato in quella notte di tragedia qualche turba ce l’abbia. Definirlo bambino difficile è garbato eufemismo. Dove va combina disastri. Non lo vogliono più a scuola, i parenti gli chiudon la porta in faccia, la povera mamma non ce la fa più a reggerlo. Storia non così lontana da Mommy di Xavier Dolan. Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera in tv: ROMANZO CRIMINALE di Michele Placido (ven. 21 sett. 2018, tv in chiaro)

Romanzo criminale (il film), Iris, ore 21,00. Venerdì 21 settembre 2018.
Forse il miglior film italiano della scorsa decade. Un noir sporco, nervoso, cupissimo, che racconta con il disincanto e l’asciutto linguaggio contemporaneo la Roma criminale anni Settanta, Banda della Magliana e dintorni. Il poliziottesco ritrovato. Un perfetto B-movie come il nostro cinema non riusciva più a produrre e girato senza il minimo sbandamento da un Michele Placido in stato di grazia. Con i nostri attori di nuova e seminuova generazione, da Kim Rossi Stuart al sorprendente Claudio Santamaria a Favino e Scamarcio, che qui danno il meglio. Il prototipo che il cinema italiano, la serialità italiana, aspettava. E che con Gomorra di Garrone ha difatti fondato l’audiovisivo che oggi riusciamo a esportare nel mondo, in ideale e anche assai pratica continuità con quello che fu il fenomeno La piovra. Vedere e rivedere Romanzo criminale, per capirne come solo l’antropologia del piccolo o grande boss di periferia riesca a rappresentarci agli occhi degli altri. Banda dela Magliana come autobiografia della nazione? Cinema virile, testosteronico fino alla brutalità, senza il minimo sdilinquimento, come ormai raramente si fa dalle nostre parti dominate dalla carucceria. In Europa sono impazziti, soprattutto in Francia, dove Romanzo criminale è stato salutato giustamente come un film decisivo. Purtroppo Michele Placido non è riuscito a ripetersi agli stessi livelli con il successivo Vallanzasca, gli angeli del male, pur con una storia sulla carta molto simile.

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Recensione: A VOCE ALTA, un docufilm di Stéphane De Freitas e Ladj Ly. Un talent, però di arte oratoria

OFF_AVoixHaute_03_My Box Productions 2017A voce alta – La forza della parola (À Voix Haute) di Stéphane De Freitas e Ladj Ly. Con Leïla Alaouf, Eddy Moniot, Elhadj Touré, Souleïla Mahiddin, Bertrand Périer, Alexandra Henry, Loubaki Loussalat, Pierre Derycke. Distribuzione Wanted Cinema. Al cinema da giovedì 20 settembre (sul sito Wanted l’elenco delle sale).
Ma nelle università italiane ci sono le gare di eloquenza? Non mi pare. Sono un’istituzione invece in quelle di Francia, come ci mostra questo documentario. Il meccanismo è lo stesso di un qualsiasi talent, solo che qui non si canticchi o ballicchia ma ci si esibisce in performance di oratoria. E i migliori vanno avanti, fino allo scontro finale. Non male, peccato solo che A voce alta ecceda in melensaggini multiculturaliste. E però quant’è bello l’omaggio alla lingua francese da parte anche dei figli più arrabbiati di Francia, i ragazzi delle banlieue, delle cité. (Per strana coincidenza, esce l’11 ottobre un altro film sui tornei di eloquenza francesi, stavolta non docu: Quasi nemici). Voto 6
OFF_AVoixHaute_02_My Box Productions 2017Documentario furbissimo sulla tenzone di oratoria che ogni anno si tiene alla parigina università di Saint Denis. Torneo – con tanto di corso preparatorio, prove, test, turni eliminatori, semifinale e finalissima – dal bel nome latino Eloquentia aperto a 93 studenti (non è spiegato il perché debbano essere proprio 93, non uno di più non uno di meno, e se il film lo spiega mi è sfuggito). Via quindi con ragazze e ragazzi, spaccato esemplare, fin troppo, di quella Francia di oggi che continuiamo a chiamare pigramente, con un cliché lessicale, multietnica. In una sfida che celebra in primis il trionfo della lingua francese, la sua capacità egemonica, il suo inossidabile fascino e richiamo su moltitudini pluricontinentali, difatti a maneggiarla e padroneggiarla, a usarla come arma per la vittoria in Eloquentia, sono giovani donne col velo, arabo-musulmane senza velo, ragazze e ragazzi di famiglia africana, ragazzi venuti dall’Est Europa. E i francesi da parecchie generazioni? Ci sono anche loro, come no, ma non saranno tra i finalisti, non sono quasi mai tra i protagonisti veri del film, quelli che la cinepresa segue e accarezza. Pochissimi in partenza, zero alla sfida ultima. Non so se sia una scelta dei due registi, questa di focalizzarsi sui nuovi francesi (si potrà dire? sarà abbastanza corretto? verrò bacchettato?), o se rispecchi semplicemente la composizione dei concorrenti.
A voce alta mi ha ricordato Le Concours, un documentario, bellissimo, molto meglio di questo, di un tre anni fa di Claire Simon sugli esami assai severi di ammissione alla Fémis, celebre scuola di cinema di Parigi. Struttura narrativa e progressione drammaturgica sono molto simili. In A voce alta assistiamo alle lezioni di oratoria degli esperti, tra cui un poeta m’è parso hip-hop, peraltro assai bravo e in grado di cavare (da se stesso) poesia vera. E naturalmente veniamo a conoscere da vicino una decina suppergiù di concorrenti, le loro aspirazioni, le ragioni che li hanno spinti a iscriversi a corso e torneo di eloquenza, più le loro storie private e familiari (molta banlieue, molta seconda e terza generazione di immigrati). Si segue volentieri il film, i ragazzi son tutti carini e simpatici, pure ruffiani, e qualcuno con dei veri talenti. Il meccanismo di selezione progressiva e di duelli a eliminazione diretta in fondo è quello di un qualsiasi talent alla X Factor, solo con altre abilità alla prova. Naturalmente si parteggia per l’uno o per l’altro, esattamente come a un talent. Ritmo elevato, non ci si annoia mai, e alcune esibizioni oratorie sono assai godibili. E però a impiombare irrimediabilmente il film è la sua carineria ideologica, la sua affettazione virtuosa, la sua melensaggine politicamente corretta. Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera in tv: PICCOLA POSTA (giov. 20 sett. 2018, tv in chiaro)

Piccola posta, un film di Steno, Rete Capri (66 dt), ore 22,30. Giovedì 20 settembre 2018.
0zqjad7Uno dei mitici film degli anni Cinquanta con la coppia Alberto Sordi e Franca Valeri, la miglior partner che il gran romano (così accentratore da mettere in ombra chiunque) abbia mai avuto, e la sola in grado di tenergli testa e perfino a surclassarlo. Vedere per convincersene questo Piccola posta del 1955. Dove Franca Valeri è Lady Eva, sedicente aristocratica polacca che da un rotocalco femminile dispensa consigli d’amore alle lettrici. In realtà non è né aristocratica né esperta in amore, si chiama Filumena Cangiullo e finisce invischiata, un po’ per interesse e molto per solitudine, con un losco figuro che ovviamente è Alberto Sordi, in uno dei suoi personaggi più turpi. Regia di Steno. Raro. Imperdibile, ma per davvero. Vedere Valeri ai suoi vertici è godimento senza fine.

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