Recensione: NON È UN PAESE PER GIOVANI, un film di Giovanni Veronesi. Che non è quello che il titolo lascia credere

724Non è un paese per giovani, un film di Giocvanni Veronesi. Con Filippo Scicchitano, Sara Serraiocco, Giovanni Anzaldo, Sergio Rubini, Nino Frassica.
15Lanciato, fin dal titolo, come un film sull’Italia che non vuole bene ai suoi giovani e li costringe a scappare all’estero, è in realtà tutt’altra cosa. Parte come la storia di due ragazzi romani – più una ragazza già emigrata per conto suo – che vanno a Cuba per aprire una spiaggia con wifi (?). A Cuba? Da dove tutti vorrebbero scappare? E loro ci vanno a cercare lavoro? Ma in che film? Difatti il film poi diventa altro: tre giovani italiani che si cercano e si perdono e si insabbiano in un altrove esotico. Storia anche interessante, solo che non è quella che il titolo lascia credere. Però, che bravi i tre protagonisti: Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo e Sara Serraiocco, definitivamente la mia giovane attrice italiana preferita. Voto 5+
1Allora: si parte con la solita geremiade del ‘non siamo un paese per giovani’, signora mia i cervelli freschi scappano tutti all’estero (ma se fanno i pizzaioli e i camerieri, come la gran parte dei giovani italiani a Berlino e Londra, si potrà ancora parlare di fuga di cervelli o la locuzione è riservata solo ai fighetti variamente digitalizzati, tecnologizzati e startuppizzati?), qui non si sono chance per le new generations ecc. Intendiamoci, c’è molto di vero, e però anche una montagna di retorica a pesar su quel fondo di verità e renderlo quasi indistinguibile dal trombonismo e dal luocomunismo da cui purtroppo la faccenda, pur seria, è ormai sommersa. Col rischio di legittimare sempre di più quella cultura del lamento (del piagnisteo, per dirla con l’immortale libro di Robert Hughes dalle nostre parti così poco letto purtroppo) che è un tratto non da oggi, e non da questo problema, dell’antropologia nazionale. E col rischio di delegittimare invece la cultura del fare, del darsi da fare e del rimboccarsi le maniche (‘tanto non serve a niente!’).
In questo film di Giovanni Veronesi si comincia in modo ultraricattatorio con cartoline in forma di videomessaggio Whatsapp o Skype da varie parti del mondo di italiani e italiane scappati per cercare almeno una piccola fortuna, e son anche belle facce simpatiche che ci parlano e sorridono da Europa, Americhe, Australia-Nuova Zelanda ma, come dire?, a sentire il lamento generale sembra che qui fossero tutti stipati nei peggio lager e lì invece sistemati in oasi felicissime. Ma quando mai? E non si capisce se sian vere, ‘ste cartoline, o falsi molto verosimili, ma tanto ai fini del discorso nostro mica cambia niente (e comunque il finale con videocartolina di uno dei protagonisti lascia intendere che sian tutti dei fake: attendiamo eventuali smentite).
Il guaio però è che Non è un paese per giovani parte fin dal titolo, che più che un titolo è un manifesto, uno slogan, uno striscione, una dichiarazione d’intenti di un qualche comitato o movimento, come un film sulla questione generazionale, facendo di tutto per farci credere che di questa tratterà. E invece macché: andando avanti si scopre che il pianto sulla fuga di cervelli, sulla mancanza di opportunità ecc. ecc. è solo un innesco e un puro pretesto per farci vedere tutt’altro, tre ragazzi italiani – due maschi e una femmina – che finiscono a Cuba e lì – in quell’altrove esotico – hanno storie, avventure, disavventure, per poi variamente insabbiarsi (nel senso di insabbiarsi in una realtà altra e diventarne ostaggio e prigionieri senza più avere la forza di rompere il guscio). Ma scusate, vi pare credibile anzi sensato che Sandro (Filippo Scicchitano) e Luciano (Giovanni Anzaldo) per lasciarsi alle spalle l’Italia, che – uffa! – non è un paese per giovani, vadano a Cuba? Dico, a Cuba, dove, embargo o non embargo, castrismo allo zenit o castrismo allo stato comatoso, i giovani vogliono tagliare la corda e raggiungere al più presto Miami? Invece no, i nostri due vanno nel posto da dove tutti vorrebbero scappare, e con quale balordo progetto in testa poi? Aprire una spiaggia con wifi aggratis, cosa che lì pare rarissima dunque ricercatissima perché lo stato non rilascia le concessioni. O non c’ha le tecnologie. Solo che loro, tramite entrature con la nomenklatura locale, sperano di avere il via libera con i permessi. In più sulla spiaggia, oltre a mettere a disposizione mare, sole e wifi, naturalmente venderebbero pizza e maccheroni, se no che italiani formato export sarebbero?
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Recensione: VICTORIA, un film di Sebastian Schipper. Tutto in un notte a Berlino, tutto in un solo piano sequenza

201505757_1-700x347150305_My_Name_Is_Victoria_0113272Victoria, un film di Sebastian Schipper. Con Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski, Burak Yigit. Al cinema da giovedì 23 marzo distribuito da Movies Inspired.201505757_5La notte brava a Berlino di quattro balordi e una ragazza conosciuta in discoteca. Con una svolta noir e un finale assai teso. 140 minuti girati tutti in tempo reale, in un unico piano sequenza. Una performance registica di alto virtuosismo. Victoria ha fatto molta strada da quando è stato prsentato nel febbraio 2015 alla Berlinale(dove vinse un premio), fino a diventare un film-manifesto del novissimo eurocinema. Peccato solo che ai prodigi tecnici non corrisponda una tenuta narrativa così solida. E dunque, capolavoro sfiorato ma mancato. Voto 7+201505757_3Ripropongo, con qualche adattamente visti i due anni assati da allora, la recensione scritta dopo la proiezione del film al Festival di Berlino 2015.
Il primo film tedesco del concorso e, ebbene sì, una discreta sorpresa. Molto, molto applaudito dai jeunes critiques e dai ragazzi del web, che di sicuro hanno apprezzato non solo il clima giovanottesco (quattro ragazzi più una ragazza nella notte matta di Berlino), ma il virtuosismo tecnico e autoriale. Perché il regista Sebastian Schipper, presumo giovane pure lui, ha girato le sue due ore e venti minuti in tempo reale, in un solo piano sequenza, tipo il Sokurov di Arca russa. Venghino signori! Guardino! Niente stacchi, non c’è trucco e non c’è inganno! (E invece alle furbate ricorse Alfred Hitchcock nel suo simulato unico piano sequenza di Cocktail per un massacro/Nodo alla gola, in realtà con raccordi invisibili come i rammendi di certe suorine di una volta). Qui, ovviamente, non siamo all’Ermitage di Sokurov e nel cinema dei maestri, ma in quello dei trentenni e allora camera a mano mobile e prensile addosso e intorno ai personaggi, e ritmo frenetico e sbalordente. Tutto assai apprezzabile, e anche da applausi veri, perché di una gran prova si tratta. Di un acrobatico giro della morte del tournage. I problemi nascono da quello che ci viene raccontato, un noir per caso che si fa di momento in momento sotto i nostri occhi, e purtroppo con dentro qulche incongruenza e forzatura. Che vien da dire, come spesso davanti a tanto cinema nuovo tecnicamente impeccabile ma carente nella costruzione narrativa: ma benedetti ragazzi, uno sceneggiatore che rilegga e magari riscriva proprio no?
Berlino, interno notte. In uno di quei dance-club cantinari dove si spara musica techno, si fanno cosacce, si ingurgitano ettolitri di vodka e tutti gli ultimi modelli di design drugs. Victoria, spagnola, in Germania da mesi tre, barista in una cafeteria a 4 euro l’ora (ma allora c’aveva ragione la signora con cui ho parlato qualche giorno fa a sconsigliare i ragazzi italiani a emigrare qui nella capitale di Germania, “statevene a casa che è meglio”), sola, carina e ubriaca e impasticcata, si imbatte uscendo in quattro ceffi che in tutta evidenza stanno scassinando una macchina. Anche simpatici, ma ragazzacci, balordi. Qualunque persona di buonsenso, specie di sesso femminile, se ne scapperebbe subito a casa, lei Victoria no, si ferma, cincischia, insomma si fa incastrare in una lunga conversazione con i quattro, soprattutto con quel che sembra il capo in testa. Ecco, la prima inverosimiglianza. Vi par possibile che una media ragazza di buonsenso, per quanto in preda all’ecstasy, si lasci incastrare alle tre o quattro di notte da quattro tipi del genere? Parlandone con un gruppo di jeunes critiques italiani la loro risposta mi ha lasciato basito: possibilissimo, trattandosi di una spagnola. Vabbè, avranno ragione loro che avran fatto l’Erasmus a Barcellona e le spagnole (e catalane) le conosceranno bene. Continua a leggere

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Recensione: I AM NOT YOUR NEGRO, un documentario di Raoul Peck. Ritrovare James Baldwin e le infinite sfumature della questione black

201710594_1I Am Not Your Negro, un film-documentario di Raoul Peck. Voce di Samuel L. Jackson. Distribuzione Feltrinelli Real Cinema/Wanted Cinema. In sala da giovedì 23 marzo 2017.
201710594_3Dopo la Berlinale (e dopo la nomination all’Oscar) arriva nei nostri cinema il documentario di Raoul Peck su James Badwin, intellettuale nero e omosessuale che scandagliò con sguardo profetico la questione di tuttte le questioni d’America, quella della sua minoranza black. Il regista haitiano accompagna un testo di Baldwin con immagini d’archivio, film di Hollywood, pezzi di televisione. Ne esce un film insieme militante e fantasmagorico. Voto 7

Raoul Peck

Raoul Peck

Il regista haitiano di cosmopolite frequentazioni e cosmopolita formazione Raoul Peck ha portato lo scorso febbraio alla Berlinale ben due film, e per entrambi gli applausi son stati fragorosi. Prima, tra gli speciali, s’è visto ll giovane Karl Marx, quindi, nella sezione Panorama, il suo già molto celebrato documentario I Am Not Your Negro, fresco di nomination all’Oscar (poi andato a O.J.: Made in America). Figura eclettica, Peck, il quale, oltre che occuparsi di cinema, è stato anche per due anni (1995-97) ministro della cultura del suo paese con il ritorno alla democrazia del dopo-Duvalier.
Non credo che I Am Not Your Negro (un titolo che è anche un grido di guerra contro un lessico razzista) sia quel sensazionale lavoro cui la critica americana ha assegnato pressoché all’unanimità la massima valutazione (lo score su Metacritic è 97, quasi en plein, e gli ha dato 100 pure il Wall Street Journal). Certo è un film che ripropone con efficacia e forza, grazie a un progetto e a un concept originali oltre che a un gran lavoro di archivio, la questione di tutte le questioni americane, quella dei neri. Negroes, Niggers venivano spregiativamente chiamati gli americani discendenti degli schiavi, oggi non si può e non si deve più, la N-word è diventata impronunciabile (e però lo strano è che a recuperarla siano i molti film black di questa stagione: in Moonligh nel ghetto di Miami ci si dà del nigger, lo stesso in certi pasaggi di Il diritto di contare, e non si capisce se si tratti di autoironia o di un segno di disprezzo e autodisprezzo).
Peck la questione la affronta andando a ritrovare un’enorme figura della blackitudine americana, un pezzo importante della cultura e letteratura dei neri, della loro storia, della loro coscienza, uno scrittore e polemista che dagli anni Ciinquanta fino ai primi Ottanta ha dominato la scena intellettuale quasi da star, e nei decenni successivi è stato pressoché rimosso. James Baldwin era autore di romanzi, ma anche drammaturgo, anche voce della comunità nera. Con una storia travagliata addosso, una famiglia complicata e, a rendergli la vita anche più difficile, l’omosessualità. Omosessuale e nero, e il suo La stanza di Giovanni è considerato ancora uno dei libri fondativi della lgbt culture (come si vede, certe cose vennero trattate molto, molto prima di Moonlight). La sua vita la passò perlopiù all’estero, in Francia e per qualche tempo in Germania, esule volontario in un’Europa vagheggiata quale terrà di libertà, esistenziale e intellettuale (certo Parigi era meno prude ai tempi degli Stati Uniti). Continua a leggere

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Recensione: ELLE, il grande ritorno di Paul Verhoeven. Con una Isabelle Huppert stratosferica

8abeae73cded62ea5ffc9a48e0805d66735fdbe935aec8baf3dfe45c868200a7Elle, un film di Paul Verhoeven. Con Isabelle Huppert, Anne Consigny, Charles Berling, Laurent Lafitte, Christian Berkel, Virginie Efira. Al cinema da giovedì 23 marzo 2017.

Verhoven e Huppert sul set

Verhoven e Huppert sul set

Si può costruire una commedia cinica e beffarda intorno a una donna ripetutamente stuprata da un aggressore bardato come Diabolik? Se ti chiami Paul Verhoeven e hai girato Basic Instinct e RoboCop, sì, puoi farlo. Il grande olandese ritorna al cinema, e lo fa nei migliore dei modi. Due ore in cui ci si diverte parecchio, nonostante, o forse proprio grazie a, il teatro della crudeltà approntato dal regista con la complicità di una strepitosa Isabelle Huppert. Che per Elle ha giustamente vinto Efa, César e Golden Globe, e preso una nomination all’Oscar. Quanto al film, è semplicemente uno dei vertici della stagione. Correte. Voto 8+
e582277a095daf428f3bf82b905b482eRipropongo, con qualche aggiornamento visto il tempo passato (quasi un anno), la recensione che ho scritto dopo la proiezione di Elle a Cannes 2016. Ultimo film a essere prsentato in concorso, non ha avuto allora l’attenzione che si meritava, e nemmeno un premio. Ma Elle e Isabelle Huppert si sono poi rifatti incassando riconoscimenti dappertutto. La recensione:
Massimo rispetto per Paul Verhoeven, classe 1938, che torna, a dieci anni dal suo bellissimo Black Book, con il primo film della sua carriera girato in francese, ed è un gran risultato. Il film di un maestro che non si può discutere. Non c’è mai un cedimento in Elle, c’è invece una voglia inesasuta di fare cinema e di farlo bene, al più alto grado possibile. Che lezione, signori. Di autori così oggi non se ne fan più. Intendo: così cinici, così lucidamente consapevoli del male e di quella povera cosa chiamata uomo (e donna). Così disincantati, così dandysticamente freddi e distaccati. Ma ve lo imaginate un millennial alle prese con una storia come questa, con un personaggio al limite del demoniaco (e che non è un horror, ma è vita) come la Michèle interpretata da Isabelle Huppert?
Una storia nera e perversa piena di ambiguità e ombre, con un che di buñueliano, di piccoli sordidi segreti borghesi nascosti sotto il tappeto e di pulsioni così potenti da scardinare ogni freno morale e ogni controllo razionale. C’è la violenza, c’è il sangue, c’è il mostruoso, c’è quel senso tutto fiammingo del sordido che sono elementi squisitamente à la Verhoeven, mescolati e reimpastati in chiave di thriller-noir, ma soprattutto, e inaspettatamente, di black comedy. Con una protagonista ripetutamente stuprata da un uomo mascherato che penetra in casa sua e la aggredisce, eppure tutto il racconto è mantenuto sul tono della commedia cinica, e a pochi altri autori una simile acrobatica impresa oggi sarebbe possibile. Tratto da un noir di Philippe Djian, sul quale però immagino lo sceneggiatore David Birke sia intervenuto parecchio, specie nello svoltare in commedia il racconto. Dunque: Michèle LeBlanc è un’imprenditrice stronzissima, la boss di una factory di ragazzi e ragazzini che per lei creano videogames di successo. Videogames che lei vuole duri, tosti, sanguinolenti, sporcaccioneschi, perversi. Sex & violence. Come quello che tra molte discussioni stanno mettendo a punto, con un mostro tentacolare che violenta una ragazza. Dura e temprata, Michèle. Separata dal marito che la tradiva, amante del marito della sua migliore amica nonché sua collaboratrice in azienda. Quel che vuole se lo prende, Michèle. La nemesi è suo figlio, un ragazzone buono, e buono a nulla, che s’è messo con una stronzetta da cui sta per avere un figlio. Continua a leggere

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15 film stasera in tv (lun. 27 marzo 2017, tv in chiaro)

Bernard & Doris

Bernard & Doris

Cristiada

Cristiada

Girandola

Girandola

Cliccare il link per la recensione di questo blog. Alcune schede sono state scritte in occasione di una precedente messa in onda. Con l’asterisco i film fortemente consigliati.

*Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, Iris, ore 21,00.
Girandola, Rete Capri, ore 21,00.
*Cristiada, Tv 2000, ore 21,05.
Così è la vita, Italia 1, ore 21,10.
Un Aldo, Giovanni & Giacomo-movie del 1998 che alora incassò quasi 23 miliardi. Altri tempi, e non solo perché c’era ancora la lira.
A Civil Action di Steven Zillian, Paramount Channel, ore 21,10.
Uno dei primi film – si era nel 1998 – ad affrontare il tema che poi diventerà assai sensibile delle azioni legali collettive intentate contro grandi corporation. A Civil Action ricostruisce un caso di inquinamento da sostanze tossiche industriali in un piccolo centro del Massachusetts con morte per leucemia di alcuni abitanti, anche bambini. Un avvocato di un piccolo studio va alla guerra contro i potenti responsabili, e naturalmente ce la farà. Con John Travolta e Robert Duvall.
Il grande match, Canale 5, ore 21,11.
Non era male l’idea di riportare sul ring, e di mettere uno contro l’altro, due attori che sul ring avevano dato il meglio dì sé, Sylvester Stallone nella saga infinita di Rocky e Robert De Niro in Toro scatenato. Ma questo Il grande match del 2013 non va molto oltre quell’idea. Billy detto The Kid (De Niro) e Henry ‘Razor’ (Stallone) sono entrambi della rugginosa ed ex industriale Pittsburgh, entrambi hanno un passato illustre di boxeur. Si sono incontrati due volte, una vittoria a testa. Ci doveva essere lo spareggio, ma Razor si ritirò alla vigilia per motivi mai chiariti del tutto. Adesso il figlio del loro ex manager vuole organizzare finalmente quell’incontro che non ci fu mai per stabilire una vlta per tutte chi sia il più forte. E via allora con la liturgia degli allenamenti dei vecchi pugili che devono rimettersi in forma. Già visto, senza che regista (Peter Segal) e sceneggiatori riescano a rivitalizzare. Certo che De Niro sembra un fusceello a ftonte della mole fisica di Stallone. E la differenza non è solo di stazza fisica, i due incarnano due tipi di cinema molto diversi, perfino due diverse antropologie, ed è per questo che il loro incontroe (nel film, sul ring) non funziona granché.
*Bernard & Doris – Complici amici, Cielo, ore 21,15.
… e poi lo chiamarono il Magnifico, Rai Movie, ore 21,20.
Commedia western diretta nel 1972 dall’E.B. Clucher (Enzo Barboni) di Trinità. Solo che stavolta c’è solo Terence Hill, e la mancanza di Bud Spencer si sente e pesa sul risultato finale.
Affari sporchi di Mike Figgis, Paramount Channel, ore 23,00.
Defiance, Iris, ore 23,27.
Hansel & Gretel, cacciatori di streghe, Rai 4, ore 23,31.
Preparati la bara!, Rai Movie, ore 23,30.
Un sotto-Django del 1968 il cui protagonista si chiama sì come quello del mitologico film di Sergio Corbucci, ma che con lui non ha niente da spartire. E a interretarlo non c’è Franco Nero, ma Terence Hill non ancorea diventato Trinità. Regia di Ferdinando Baldi. Il titolo trucidissimo svela l’appartenza al filone pià sanguinolento e macabro dell’italian western.
Spider-Man 2, Tv8, ore 23,05.
Love & Secrets, Rai Movie, ore 1,08.
Provocazione di Piero Vuivarelli, Cielo, ore 1,10.

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Film stasera in tv: FULL METAL JACKET di Stanley Kubrick (lun. 27 marzo 2017, tv in chiaro)

Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, Iris, ore 21,00. Lunedì 27 marzo 2017.maxresdefault

Schermata-2013-01-13-a-11.28.31Indispensabile, ci mancherebbe, trattandosi di Kubrick, e però uno dei suoi film più sfuocati, non così seminale e fondativo come altri suoi che erano riusciti a riscrivere generi e cineparadigmi (Odissea nello spazio, Shining, Barry Lyndon, Arancia meccanica). È che questo suo film sul Vietnam e le ossessioni militariste arriva nel 1987, troppo tardi, fuori tempo massimo, quando il Vietnam è ormai lontano e si è già opacizzato nella memoria collettiva. Soprattutto arriva dopo Apocalypse Now e Il cacciatore, che sulla guerra in Vietnam avevano già saturato lo spazio cinematografico, e molto bene. Ma resta un film cui si deve il massimo rispetto, come no: Kubrick è sempre Kubrick, autore di un cinema titanico che ha pochi eguali. E questa sua educazione-formazione alla violenza militare si è comunque fissata come un modello di riferimento (vedi, per dire, l’American Sniper di Clint Eastwood).

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19 film stasera in tv (dom. 26 marzo 2017, tv in chiaro)

Rendition - Detenzione illegale

Rendition – Detenzione illegale

Millennium - Uomini che odiano le donne

Millennium – Uomini che odiano le donne

Cliccare il link per la recensione di questo blog. Alcune schede sono state scritte in occasione di una precedente messa in onda. Con l’asterisco i film fortemente consigliati.

Philomena di Stephen Frears, Iris, ore 21,00.
* Susanna! di Howard Hawks, Rete Capri, ore 21,00.
Patch Adams, la5, ore 21,10.
Uno dei più grandi successi di Robin Williams. Che in questo film del 1998 interpreta la vera storia di Hunter Adams, più note ocme Patch Adamas, colui che si inventà la risoterapia, ovvero guarire divertendo, travestendosi da clown e intrattenendo i pazienti nelle corsie d’osdpedale. Mah. Concentrazion zuccherina superiore alla media e ai livelli di guardia.
*C’era una volta a New York di James Gray, Paramount Channel, ore 21,10
*Rendition – Detenzione illegale, Rai Storia, ore 21,10.
*La chiave di Tinto Brass, Cielo, ore 21,15 e ore 1,00.
Mai dire mai, Rai Movie, ore 21,20.
The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo di Paul Greengrass, Rete 4, ore 21,30.
*Una vita difficile di Dino Risi, Rete Capri, ore 22,30.
Emotivi anonimi, la7d, ore 22,45.
Millennium – Uomini che odiano le donne di David Fincher, Rai 4, ore 22,58.
*The Truth about Charlie di Jonathan Demme, Iris, ore 23,00.
Uno di quei film insensati che a me suscitano un’immediata simpatia e solidarietà. Infatti è lo strano e assolutamente folle tentativo di un regista pur scafato e navigato come Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti, Philadelphia) di rifare nell’anno 2003 Sciarada. Come dire, il vertice della commedia sofisticata anni Cinquanta/Sessanta. Chiaro che il tentativo fallisce, come poteva essere altrimenti? Anche perché al posto di Audrey Hepburn e Cary Grant ci sono stavolta Thandie Newton e (ma si può?) Mark Wahlberg. Però Demme, come tutti i visionari e gli eccentrici che si cimentano nelle imprese impossibili, merita rispetto e l’onore delle armi. E il film è così fuori da ogni regola da valere una visione.
The Way Back di Peter Weir, Rai 5, ore 23,01.
*IsTintoBrass, Cielo, ore 23,10.
*Michou D’Auber, Rai Movie, ore 23,35.
Cime tempestose con Juliette Binoche, Paramount Channel, ore 23,40.
Match Point di Woody Allen, Rete 4, ore 0,02.
Un delitto di classe, la7d, ore 0,15.
Tv movie del 1991, per niente trascurabile visto che èla trasposizione di un romanzo del 1962 di John Le Carré, dunque della stagione prima e più alta dello scrittore. Con al centro il suo personaggio-feticcio, il lavorator dei servizi segreti George Smiley, stavolta coinvolto da una collega e amica nel tentativo di far luce sulla misteriosa uccisione di una donna. Con Denholm Elliott e soprattutto con Glenda Jackson.
*Dogville di Lars Von Trier, Iris, ore 1,00.

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Il film imperdibile stasera in tv: ISTINTOBRASS (dom. 26 marzo 2017, tv in chiaro)

IsTintoBrass, Cielo, ore 23,10. Domenica 26 marzo 2017.
Brass2_PH_Gianfranco_Salis+2-734814Gran documentario, presentato a Venezia 2013 sezione Classics, su una carriera e una vita speciali e sempre fuori rango, sempre oltre la corrente di mezzo, quelle di Tinto Brass. Chissà perché entrato nella cultura pop(olare) quale pornografo feticista del lato B e invece regista tra i più complessi e stratificati che il nostro cinema ci abbia dato a partire dagi anni Sessanta. Certo, un unicum, un inclassificabile, perché Brass ha fatto di ogni nel cinema, gli avanguardismi nouvellevaguistici in versione italica (e veneto-lagunare) e film di eros insieme funereo e trionfante di enorme impatto sulle platee, come La chiave e Miranda. Difficile afferrarlo. Ci prova questo film di Massimiliano Zanin, che va a indagare anche i quasi sconosciuti esordi di un Brass cinefilo e cinemaniaco nella Parigi tra Cinquanta e Sessanta intossicata di passioni schermiche che ruotava intorno alla Cinémathèque e aveva in Godard e Truffaut i suoi alfieri e guerrieri. E poi, i primi film anarco-ribellistici, come Chi lavora è perduto, e la collaboirazione ovviamente tempestosa con Dino De Laurentiis (i film Il disco volante e La mia signora, con una meravigliosa Silvana Mangano e Alberto Sordi). E la stagion optical-pop londinese (Nerosubianco, Col cuore in gola), e il clamoroso Caligola, il suo film maledettissimom diventato un cult universale per le favoleggiate orge (vere? presunte?) sul set. E Salon Kitty, e poi la stagione della Chiave. Parlano molti di coloro che hanno lavorato con lui, da Franco Nero a Vanessa Redgrave, Adriana Asti, Helen Mirren (era in Caligola), Serena Grandi, lo scenografo di James Biond e di Kubrick Ken Adam. Parlano i critici (Marco Giusti, Manlio Gomarasca) e i signori dei festival (Olivie Père, Marco Müller). Ma c’è anche il figlio Bonifacio tra i testimoni, e val la pena ascoltarlo perché del Brass privato poco si è sempre detto e saputo.

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Un film da vedere stasera in tv: MICHOU D’AUBER (dom. 26 marzo 2017, tv in chiaro)

Michou D’Auber, Rai Movie, ore 23,35. Domenica 26 marzo 2017.
1887857418878572Sì che va vista, questa commedia (e anche un bel po’ family drama) francese del 2007 che credo non sia mai arrivata nelle mostre sale. Va vista, perché tratta con leggerezza e nello stesso tempo con sguardo lucido e penetrante, e senza buonismi d’accatto, il tema ultrasensibile dell’incontro-scontro tra culture – in questo caso, come in molti altri casi, Europa e Islam -, dell’integrazione possibile o impossibile o difficile. Tutto raccontato attraverso la storia di un bambino. Siamo nella Francia profondissima del Berry, regione di campagna al centro dell’Exagone, e siamo nel 1960, con la lacerante gurra d’Algeria in corso. Succede che un bambino algerino di nome Messaoud dopo essere rimasto orfano venga affidato a una famiglia locale. Gisèle, la madre sotitutiva, la madre affidataria, la made non biologica, se lo porta amorevolmente nella sua casa, nella sua vita. Ma deve fare i conti con il marito Georges, orco burbero anche se di buon cuore, nazionalista spinto, reduce della guerra d’Indocina, non certo ben disposto verso algerini, bambini o adulti che siano. E allorea Gisèle camuffa Messaoud – che ha nove anni – lo ribattezza Michel poi detto Michou, gli ossigena i capelli e lo fa biondissimo per depistare consorte e il paese tutto sulle sue origini. Insomma, gli ricostruisce un’identità e un’apparenza francesi. Ma per Messaoud/Michou non sarà facile vivere quel suo Io diviso, e nascondere chi è veramente. E la vita nel villaggio – dove sciovinismo e razzismo imperano – lo metterà di fronte a una prova dopo l’altra. Continua a leggere

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