Locarno Festival 2018. Tutti i premi di questa edizione. I vincitori, le vincitrici, i vinti

Yeo Siew Hua, regista del film vincitore A LAND IMAGINED. © Locarno Festival

Andra Guti, migliore attrice per il film rumeno ALICE T. © Locarno Festival

Alle ore 15 di oggi, 11 agosto, le giurie hanno comunicato in conferenza stampa le loro scelte. Stasera in piazza, dalle 21 circa, cerimonia di premiazione. Del Pardo d’oro al film di Singapore A Land Imagined ho già detto nel precedente post. Adesso segnalo tutti i premi ufficiali delle varie sezioni (a parte i corti: per quelli rimando alla pagina del festival). Cliccando i link troverete la mia recensione.

CONCORSO INTERNAZIONALE

Pardo d’oro
A LAND IMAGINED di Yeo Siew Hua

Premio speciale della giuria
M di Yolande Zauberman

Pardo per la migliore regia
TARDE PARA MORIR JOVEN di Dominga Sotomayor

Premio per la migliore interpretazione femminile
Andrea Gutj per ALICE T. di Radu Muntean

Premio per la migliore interpretazione maschile
Ki Joobong per GANGBYUN HOTEL di Hong Sangsoo

Menzione speciale
RAY & LIZ di Richard Billingham

Il grande sconfitto, inutile nasconderselo, è l’argentino La Flor, capolavoro annunciato ma non confermatosi alla visione, e giustamente ignorato dalla giuria. Che Hong Sangsoo, che ha portato in concorso con Gangbyun Hotel un capolavoro, non avrebbe vinto il Pardo era abbastanza scontato, avendone già incamerato uno nel 2015. Al solito lo si risarcisce, come si fa in questi casi, con un premio minore, stavolta al suo attore Ki Joobong: che è magnifico, ovviamente. Quanto alla giovane attrice rumena premiata, ho detestato lei, il suo personaggio e il film, e non aggiungo altro. C’era di meglio nel panorama delle premiabili, ad esempio le protagoniste del turco Sibel e dell’americano Diane (ma si sa, i film indipendenti Usa qui non finiscono quasi mai nel palmarès, si preferisce la qualità europea, qualunque cosa significhi). È una sorpresa ma non uno scandalo che il Pardo sia andato a A Land Imagined. Il ragazzo di Singapore ha talento e un gran coraggio nel raccontarci una storia di lavoratori stranieri digraziatissimi negli schiavistici cantieri di Singapore miscelando neo-neorealismo di denuncia, noir e escursioni nel fantastico-surreale alla Lynch nell’era del virtuale. Il premio della giuria a M va a un docufim che, indagando sui casi di pedofilia all’interno di una comunità ortodossa d’Israele, ce la fa a evitare il sensazionalismo e il voyeurismo che spesso si accompagnano alla trattazione di un tema tanto esplosivo. Premio non demeritato. Condivisibile pure la menzione al britannico Ray & Liz, cinema forse troppo tradizionale, pur nel suo stile punk, per i giurati di Locarno. Premio alla regia molto, molto discutibile: vero, è proprio la regia della cilena Dominga Sotomayor il lato più convincente tra tanti che lo sono meno di Tarde para morir joven, racconto di formazione (con echi autobiografici) in una comune di homeless e artisti hippizzanti nel Cile del 1990. Evocazione perfetta, ma film drammaturgicamente fragile fino all’evanescenza. Immagino che il presidente Jia Zhangke, che nei suoi film molto ha raccontato le condizioni del lavoro in Cina, abbia apprezzato A Land Imagined del giovane regista di Singapore (città-stato a maggioranza e cultura cinese) che di lavoro e lavoratori tratta. Tra gli sconfitti bisogna mettere Menocchio di Alberto Fasulo, unico italiano in gara, e francamente non si può accusare la giuria di iniquità.

CONCORSO CINEASTI DEL PRESENTE

Pardo d’oro
CHAOS di Sarah Fattahi
Il suo precedente Coma, girato in un appartamento di Damasco, nella Damasco in guerra, fu una folgorante scoperta a Torino. Adesso, in esilio, Sarah Fattahi racconta di vite femminili expat variamente travolte dalla guerra civile siriana, ma si perde in vezzi altoautorialistici e vari manierismi. Lontana da Damasco, non ce la fa replicare la densità e il senso di necessità del suo primo film. Francamente troppo premiare Chaos con il Pardo d’oro di Cineasti del presente, la sezione seconda nel ranking del festival.

Premio per il miglior regista emergente
DEAD HORSE NEBULA di Tarik Aktaş
Da qualche parte della Turchia asiatica (a me è sembrato l’interno della costa egea, ma potrei sbagliarmi). Un bambino trova nei campi un cavallo morto e giù putrescente. Il film seguirà il ragazzino da giovane adulto nei suoi incontri con altri animali, incontri che oscuramente si connetteranno a quel suo trauma infantile. Narrazione azzerata, concatenazioni inconsce in un cinema al limite estremo del cinema che sfiora, anche pericolosamente, la videoart. Di quelle opere sospese tra l’alta autorialità e la bufala clamorosa. Ma Dead Horse Nebula, al di là della sua pretenziosità e oscurità, nei momenti migliori ce la fa a restituirci il ritratto di un giovane maschio indebolito e guidato, anzi travolto, dai suoi fantasmi.

Premio speciale della giuria
CLOSING TIME di Nicole Vögele
Ottimo docu girato da una svizzera a Taiwan registrando impassibilmente e senza commenti, come usa adesso nel cinema del reale, cucine e tavole di ristoranti, officine, sale da gioco, esterni urbani di inimmaginabile desolazione, nonostante il benessere ormai diffuso. E quando scoppia la tempesta e Taiwan viene sommersa dal diluvio sembra di stare in Tsai Ming-Liang. Un premio abbastanza condivisibile.

Menzioni speciali
FAUSTO di Andrea Bussmann
Da qualche parte della costa messicana (a me era sembrato Nord Marocco, per via di interventi in arabo, ma il pressbook parla di Oaxaca). Storie di fantasmi, di case stregate, mitologie, leggende di mare e di terra. Un documentario fantastico, che esplora stavolta non il reale ma quello che sta celato e alimenta i sogni  e gli incubi. Si meritava anche più di una menzione. Di una regista canadese. Immagino sia molto piaciuto al giurato Ben Rivers, autore di un cinema non lontano da questo.

Rose, personaggio di L’EPOQUE di Matthieu Bareyre
Terribile documentario francese sul popolo della notte di Parigi, ingessato in gabbie ideologiche e cliché di ogni tipo. La menzione, stravagante ma non troppo, è per Rose, ragazza francese di radici africane che nel film è presenza ricorrente e quasi la testimone, il simbolo, con le sue invettive contro il potere e i poteri, il razzismo, la xenofobia, e con il suo corpo dipinto, scritto, riempito di graffiti e segni come in una performance. Rose, come ho scritto nella mia recensione, dice cose che non condivido, ma è difficile non volerle bene, e resta il meglio di questo brutto film.

Palmarès assai sbilanciato. Vero che quest’anno in Cineasti del presente di capolavori non se ne son visti, e però qualcosa di meglio di Chaos c’era. Per esempio il bellissimo israeliano Hatzila (The Dive). il francese Sophia Antipolis di Virgil Vernier, il brasiliano Temporada. Che spero si possano rifare altrove.

OPERA PRIMA

Premio per la migliore opera prima
ALLES IS GUT di Eva Trobisch
Da Cineasti del presente. Una sventurata giovane donna di Monaco (di Baviera) resta incinta dopo lo stupro da parte di un ex compagno di scuola. Tenuto su un registro freddo, di pura osservazione, depotenziando ogni possibile climax. Con un che di dardenniano dentro, anche se Alles is Gut (Va tutto bene, classica antifrasi) non racconta di gente ai margini. Non male, da rivedere. Ma tra le opere prime forse c’era qualcosa di più incisivo da premiare. Commentando il palmarès nella sua globalità il direttore artistico uscente Carlo Chatrian ha dichiarato: “Le giurie hanno premiato 12 donne – fra cui due registe svizzere – su 25 riconoscimenti”. E allora io, che detesto ogni metooismo e correttismo, mi chiedo se davvero sia un giusto bilanciamento o se, come nel caso del premio Opera prima, abbia molto contato, oltre che la qualità del film, il genere di chi stava dietro la macchina da presa.

Swatch Art Peace Hotel Award
RUGSTUS MISKAS (Acid Forest) di Rugile Barzdziukaite
Non l’ho visto

Menzione speciale
TIRSS, RIHLAT ALSOO’OUD ILA ALMAR’I (Erased, Ascbet of the Invisible) di Ghassan Halwani
Non l’ho visto

PIAZZA GRANDE

Prix du Public UBS
BLACKKKLANSMAN di Spike Lee

Variety Piazza Grande Award
LE VENT TOURNE di Bettina Oberli
Non l’ho visto

Per i Pardi di domani (cortometraggi) rimando al pdf ufficiale del festival con i premi
Palmarès_ITA

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Locarno festival 2018. Il Pardo d’oro al film di Singapore A LAND IMAGINED. Commento e recensione

Non era tra i grandi favoriti, ma tra i possibili vincitori sì. A Land Imagined, di un giovanissimo regista di Singapore, Yeo Siew Hua, si porta via il Pardo d’oro di questo Locarno edizione 71. Assegnatogli da una giuria di nomi assai di peso: presidente il maggiore regista cinese oggi, Jia Zhangke, giurati lo scrittore Emmanuel Carrère (quando gli daranno il Nobel?), la filmmaker austriaca Tizza Covi, l’attrice italiana Isabella Ragonese e Sean Baker, il regista americano di Un sogno chiamato Florida. Giuria che anche i festival maggiori invidierebbero. E però da gente di tale livello ci si aspettava un palmarès migliore: ne parlo in un altro post. Intanto dico che questo Pardo non è uno scandalo e va a premiare un talento giovane che molto osa, mescolando magari incongruamente neo-neorealismo e derive lynchiane e però provandoci. Ripubblico la recensione del suo film.

A Land Imagined, un film di Yeo Siew Hua. Con Peter Yu, Liu Xiaoyi, Luna Kwok, Jack Tan, Ishtiaque Zico.
A Singapore, in un cantiere dove lavorano in condizioni subumane lavoratori-schiavi venuti da Cina e Bangla-desh. Uno di loro scompare, poi un altro, e un detective indaga. Mentre il film si trasforma da denuncia assai realista e neorealista in un sudoku onirico alla Lynch. Non sempre i due livelli vanno bene insieme, anzi quasi mai. Ma A Land Imagined resta un tentativo interessante e generoso. Voto 7 meno
Quasi una rivelazione. Quasi, perché questo assai interessante film arrivato da Singapore tenta di percorrere la strada interessante benché rischiosa di miscelare due registri, due livelli assai diversi e pressoché incompatibili tra loro, il duro realismo di denuncia di condizioni oppresse e disagiate e le derive surreali e sub-reali alla David Lynh. Autore-guru che sta influenzando parecchio, e non è cosa poi così scontata, il cinema giovane e giovanissimo di lingua cinese, non solo questo A Land Imagined (a Singapore sono dominanti etnia, cultura e lingua cinesi), ma anche, soprattutto, i due film di Bi Gan, autore-prodigio lanciato proprio a Locarno qualche anno fa con Kaili Blues, e il notevole benché irrisolto Suburban Birds proiettato qui qualche giorno fa a Cineasti del presente. È come se l’operosa Cina, così ancorata al fare, alla concretezza delle cose, alla dimensione materiale, nascondesse nel fondo di sé, negli anfratti del proprio inconcscio, un altrove sfuggente e pauroso abitato da fantasmi, del quale certo cinema cerca di rendere conto. Yeo Siew Hua è ragazzo coraggioso, e anche se il suo A Land Imagined, ambiguo e doppio già nel titolo, non è all’altezza delle sue intenzioni e ambizioni, è interessante per come esplora un altro, possibile cinema.
Siamo in uno di quegli enormi cantieri di Sngapore che buttano sabbia in mare per allargare la parte abitabile della città-stato. A lavorarci sono tutti stranieri, vengono perlopiù dalla Cina continentale o dal Bangla-desh e sono trattati come schiavi. Passaporto sequestrato dall’orrido padrone affinché non possano andarsene, ritmi di lavoro massacranti, condizioni di vita subumane. Il giovane cinese Wang è uno di loro, dopo un incidente non ce la fa più a dormire, ha incubi continui, e frequentando di notte la vicina sala giochi i suoi incubi vengono alimentati, moltiplicati dagli scenari dei videogames e da misteriosi interlocutori virtuali. Esiste una dimensiona parallela? Un mondo oltre gli schermi dei computer? Intanto l’amico bengalese, che ha cercato di fomentare una rivolta contro il padrone schiavista, scompare. Lo troverà Wang, morto, mentre anche lui sarà costretto alla fuga. Ma non tutto è come sembra. Una ragazza della sala giochi di cui Wang è innamorato è forse una creatura extraterrena che fa da ponte con il mondo altro, nascosto. E precipitiamo in pieno Lynch, e anche parecchio, per via di compresenze di vivi e morti, in certo Apichatpong Weerasethakul, mentre ogni coerenza narrativa esplode e A Imagined Land si trasforma in un film di sogni e visioni, di realtà dematerializzate. Di un altrove. C’è anche, a rendere ancora più complicato il plot, un’ulteriore traccia narrativa, quella di un detective della polizia che indaga sulla scomparsa di Wang e del suo amico bengalese. Ma anche lui sarà risucchiaro nel labirinto, e noi spettatori pure. Inutile cercare di rintracciare il senso di questo film-sudoku, meglio lasciarsi andare alle sue suggestioni e alla concatenazione subconscia delle immagini. Resta, al di là delle incursioni nell’onirico e nel fantastico, il duro realismo di A Imagined Land con la sua decrizione minuziosa, e la denuncia, delle condizioni di vita e di lavoro degli stranieri a Singapore. Che non è quel paradiso realizzato descritto da tanta stampa fin troppo complice e amica.

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Locarno Festival 2018. Recensione: LA FLOR di Mariano Llinás. Eccolo, il film-mammuth di 14 ore. Capolavoro? No

La Flor, un film di Mariano Llinás. Con Elisa Carricajo, Pilar Gamboa, Valeria Correa, Laura Paredes. Concorso internazionale. Durata 808 minuti.
Entrato al festival come evento massimo, questo film-monstre argentino di quindici ore e sei episodi ne esce abbastanza ridimensionato. Discontinuo, con parti di noia insostenibile e altre assai inventive. Voto tra il 6 e il 7
Eccolo, il film-mammuth di quasi 14 ore entrato al festival e nel concorso come evento annunciato e uscitone, a visione avvenuta, alquanto ridimensionato. No, non una delusione, ma neanche quel capolavoro assoluto che la sua lunga durata, qualcosa di sempre intimidente e sempre brandito dagli autori come arma contundente e ricattatoria verso pubblici e critici e giurie, sembrava garantire. Tra poco sarà annunciato il Pardo, e spero vivamente che non lo diano a La Flor. Un premio alle quattro eroiche attrici sì, quello dateglielo, ma non di più, je vous en prie. Devo subito dire che delle quasi quindici ore ne ho viste poco meno di dodici: tutta la prima tranche (206 minuti), metà della seconda (342 minuti), tutta la terza (320 minuti). Abbastanza, mi pare, per poterne scrivere e dare una valutazione. Che non è di entusiasmo. Se qualcuno si aspettava un altro film fuori misura destinato a sedurre i cinefili come in passato Heimat o Il decalogo di Kieslowski, sappia che non è così. Di molto buono c’è che La Flor non si atteggia mai a monumento del cinema, non sale pomposamente in cattedra, non proclama in ogni fotogramma la sua distanza dal cinema medio, ma si presenta, pur in una forma assai sofisticata, pur nel suo essere metacinema, cinema di secondo e terzo e quarto grado, come cinema e basta da fruire, per niente malmostoso, percorso da un’energia, una vitalità e un’esuberanza quasi selvagge. Almeno nelle sue parti migliori (perché c’è ne sono altre in cui La Flor vaga in cerca di se stesso). Tant’è che il pubblico che l’ha visto tutto o quasi ha assai gradito e applaudito (certo, anche molte fughe in corso di proiezione). Mariano Llinas, un omone e istrione che mi pare avviato a replicare in possanza fisica Orson Welles, è uno che sa come arrivare allo spettatore e uscire dalle accademie del cinema smorfioso, e di questo bisogna rendergli atto. Ancora qualche informazione necessaria: la prima parte, ovvero gli episodi I e II, erano già stati presentati lo scorso gennaio al festival di Rotterdam, incubatore e finanziatore del progetto con il suo Hubert Bals Fund. La Flor in versione integrale è stato poi proiettato al festival di Buenos Aires, dove ha vinto il premio più importante. Quindi, se non vado errato (Max Borg mi corregga eventualmente) questa di Locarno è la prima europea dell’opera. Che, monumentale e fuori scala e titanica com’è, ha richiesto al suo autore e ai suoi attori qualcosa come dieci anni di vita e di lavoro, in cui immagino che la ricerca dei finanziatori sia stata spossante. Si è scritto e riscritto pigramente che i sei episodi di cui si compone La Flor, tutti autonomi, si ispirano ognuno a un genere cinematografico. Dopo averlo visto, questa vulgata va un attimo rivista e aggiustata: più che rifare alcuni generi, Llinas, ingordo e incontenibile, rifà il cinema del passato, mescolandoli liberamente i generi, un’infinità di generi, ma qualche volta astenendosene, o rifacendoli non così sfacciatamente. Il primo episodio è una specie di horror con classica maledizione della mummia; il secondo, di gran lunga il migliore, è un melodramma su una coppia canterina e i suoi amori e disamori, con a latere una specie di thriller anni Sessanta; il terzo, mastodontico, quasi sei ore e non si capisce perché, è una spy stoy labirintica, a incastri complicatissimi e per la maggior parte noiosa e inerte; il quarto episodio è cinema sul cinema, sul set infinito di un film in cui avrà parte una storia di stregoneria; il quinto è un rifacimento omaggio, in bianco e nero e in gran parte muto, di Un partie de campagne di Jean Renoir; il sesto è il racconto breve, tratto da una cronaca dei primi del Novecento, della fuga di una ragazza meticcia con la madre da una tribù del deserto, girato con filtri a rendere fantasmatiche, ectoplasmatiche e irriconoscibili le quattro figure femminili in campo. Ci sarebbe anche un settimo episodio, benché non dichiarato, e sono i 40 minuti di titoli di coda che scorrono su un lunghissimo piano sequenza capovolto girato sul set e sul fuori set. Continua a leggere

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Locarno Festival 2018. Recensione: GANGBYUN HOTEL (L’hotel in riva al fiume), un film di Hong Sangsoo. Il migliore del concorso, non c’è gara. Dategli il Pardo, please

Gangbyun Hotel (Hotel by the River), un film di Hong Sangsoo. Con Kim Joobong, Kim Minhee, Song Seonmi, Kwon Haehyo, Yu Junsang. Concorso internazionale.
In un hotel in riva al fiume un uomo convoca i due figli. Mentre una donna belle e dolente cerca di superare il trauma di un amore finito. In Gangbyun Hotel il coreano Hong Sangsoo realizza forse il suo film assoluto, un film che rielabora e sublima il senso della perdita in un pacato stoicismo. Da Pardo. Solo che Hong Sangsoo l’ha già vinto nel 2015, e stiamo a vedere se gliene daranno un altro. Voto 9
Raro trovare il sublime in un film. In Gangbuyn Hotel c’è, lo percepiamo nettamente, diffuso in ogni inqadratura. Un film nel quale il coreano Hong Sangsoo arriva alla sistemazione teorico-pratica e alla definizione del suo cinema, dove ogni precedente sperimentazione formale, ogni ricerca linguistica e drammaturgica si distende e scioglie in una costrizuzione fluida e senza più dissonanze. In una narrazione semplicemente perfetta, lieve e trasparente, come sempre in lui, ma pervasa stavolta da una superiore consapevolezza e pacatezza, come di chi sia arrivato a una visione distaccata e sapienziale delle cose e del cinema. Non so se lo zen faccia parte della cultura coreana, ma se sì, si potrebbe considerare tale questo Hong Sangsoo di Gangbyun Hotel. E se ferite, lacerazioni, sofferenze ci sono, e ci sono perché questo è il film in cui Hong Sangsoo mette di più a nudo se stesso attraverso i suoi personaggi, tutto è riscattato e ricomposto attraverso quella macchina terapeutica e quel balsamo che è il cinema. Film girato, come ci comunica lo stesso regista nei titoli di testa, in due giorni, il primo (se ricordo bene, perché non prendo mai appunti, non sono così diligente) a fine gennaio 2018, il secondo il 14 febbraio, solo due giorni prima della proiezione alla Berlinale del suo Grass. Ulteriore conferma di come Hong sia lavoratore instancabile e velocissimo, un uomo-fabbrica di cinema, di un cinema sempre assai personale, da camera, di conversazione, di pochi caratteri che interagiscono tra di loro e mossi più dal caso che dalla necessità.
Stavolta al centro c’è un uomo, Youngwhan, ormai avviato ai suoi anni ultimi, di mestiere poeta, sempre che il far poesia possa essere un mestiere. Sta soggiornando in un hotel di medio decoro e vagamente vintage in riva a un fiume, invitato dal padrone dell’albergo che è un suo lettore e estimatore. Tra i pochi clienti anche una donna di dolente e meravigliosa bellezza, e difatti la interpreta Kim Minhee, senza se e senza ma la più bella donna del mondo. Compagna e musa di Hong da qualche anno, presenza fissa nei suoi film. Anche se chi è bene informato (Marco R., mi riferisco a te) mi dice che i due si sono lasciati qualche mese fa e che questo malinconico ma non piagnone e stoico Gangbyun Hotel sia l’elaborazione di quella perdita, di quel vuoto. Eppure chi li ha visti l’altro giorno alla conferenza stampa – io purtroppo non ci sono andato – assicura che si sono presentati insieme mano nella mano. Riconciliazione o solo comune e solidale sostegno al film? In ogni caso Gangbyun Hotel resta una storia sulle storie che finiscono, sulla solitudine qualche volte scelta qualche volta no, sulla disgregazione indotta dal tempo della rete degli affetti e degli amori. Ed è sulle donne, sulle necessità del femminile, e sulle relazioni tortuose con tra donne e uomini. Youngwhan il poeta convoca all’hotel sul fiume i due figli, non particolarmente entusiasti di incontrarlo. Intanto Sanghee (il character interpretato da Kim Minhee) cerca di superare in quel posto lontano dalla città la depressione per la fine di una storia: la raggiunge un’amica, che, conoscendone la condizione, non vuole lasciarla sola. Continua a leggere

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Locarno Festival 2018: WINTERMÄRCHEN di Jan Bonny. E alla fine arriva il film-scandalo (come in ogni festival)

Wintermärchen (Racconto d’inverno), un film di Jan Bonny. Con Ricarda Seifried, Thomas Schubert, Jean-Louis Bubert. Concorso internazionale. 
Tommi, Bekka e Maik sono un cellula impazzita di destra estrema che s’è data la missione di ripulire la Germania dai non tedeschi. Passano da un massacro all’altro, in una violenza feroce e stolida che ricorda i Natural Born Killers di Oliver Stone. E anche in privato hanno stretto un’alleanza indissolubile, in un triangolo che include ogni forma di amore, comprese scatenatissime cose omosessuali tra Tommi e Maik. Film brutale e malato di sensazionalismo. Greve fino alla pornografia (della violenza, del sesso). Ma è il film di cui a Locarno adesso si parla. Voto 4
L’abisso. L’abisso di questo Locarno. Il Male in forma di cinema. A far parlare e sparlare la gente del festival in questo momento è, più che il fim argentino di quindici ore La Flor (evento annunciato e non così mantenuto), il tedesco Wintermärchen, cui tocca di diritto il pardo dello shock, dello scandalo. Orrore in platea, indignazione, e non solo tra le signore perbene e timorate (categoria che resiste a ogni mutazione socioantropologica). Uno di quei film eticamente infami progettati per colpire alle viscere lo spettatore, e che per riuscirci non si fermano davanti a niente, anzi se la godono a massacrare ogni sopravvissuto tabù, a varcare ogni soglia di decenza, a annullare ogni distanza di rispetto, a farsi pornografia pura. Ovviamente trincerandosi dietro la maschera dell’engagement e della denuncia delle storture del mondo. Gridando la propria indignazione e però facendo spettacolo di quanto si mette sotto accusa. Pensate: una giovane coppia criminale in una qualche parte della Germania oggi, la Gemania più anonima e lugubre. Che da coppia diventa ben presto trio, anzi triangolo quando si aggiungerò un loro amico, e che si direbbe una cellula, ma cellula impazzita e deviatissima di destra estrema neonazi che ha per obiettivo ammazzare gli immigrati, quelli che ai loro occhi e nella loro testa demente non sono tedeschi veri e puri. Se Tommi e Bekka – sciaguratissimi che ricordano nella loro ottusa, animalesca ferocia e assenza di ogni freno etico i Natural Born Killers di Oliver Stone – facciano parte o meno di una qualche organizzazione o siano autonomi e autocefali lo si scoprirà solo molto più avanti. Intanto li vediamo girare in macchina in cerca di un bersaglio dalla pelle scura, lei al volante lui con la pistola. Anche se è lei dei due la mente perversa, la dark lady, la signora Macbeth soggiogatrice, mentre Tommi è solo un ragazzo di zero cervello che Bekka tiene alla catena come un cane attraverso il sesso (e più lui implora di dargliela più lei si rifiuta e lo maltratta, ovvio). Ma sarà l’irruzione nella loro vita dell’amico e complice Maik – mezzo francese dunque più portato al piacere, sadismo compreso – a farli passare davvero all’azione. E sarà massacro di tre turchi in un supermercato di notte. Non siamo che all’inizio di una catena di efferatezze da parte dei tre ebbri di idee tossiche e ormai calati nel ruolo di ripulitori della Germania. Ho detto prima Natural Born Killers, perché nel duo che poi si fa trio c’è la stessa assenza di pensiero degli assassini seriali Woody Harrelson e Juliette Lewis, la stessa naturale e irriflessa ferocia, con il sovrappiù della peggio ideologia politica possibile a fare da detonatore. A sgomentare non è solo il tocco greve del regista Jan Bonny, il suo approccio equivoco al male, il suo sguardo compiaciuto, ma è come trasforma la stessa vita privata dei suoi personaggi in uno scatenamento orgiastico degli istinti. Continua a leggere

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