Al cinema. Ultime recensioni: Il grande Gatsby, Post Tenebras Lux, A Lady in Paris, No, Confessions, Miele, 20 anni di meno, Mi rifaccio vivo, Sta per piovere, A Lady in Paris, Effetti collaterali, Viaggio sola, Muffa, Il cecchino, Iron Man 3, Le streghe di Salem…

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Film in sala dal 16 maggio
Il grande Gatsby
A Lady in Paris
Post Tenebras Lux

Film in sala dal 9 maggio
No – I giorni dell’arcobaleno
Confessions
Sta per piovere
20 anni di meno
L’uomo con i pugni di ferro
Mi rifaccio vivo

Film in sala dal 1° maggio
Miele
Effetti collaterali
Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe
Muffa (Küf)
Il cecchino
Il commissario Torrente

Film usciti nei weekend precedenti
Iron Man 3
Viaggio sola
Le streghe di Salem
Qualcuno da amare
Kiki – Consegne a domicilio
Superstar
Attacco al potere – Olympus Has Fallen
Nella casa
Il ministro
Passione sinistra
RazzaBastarda
Treno di notte per Lisbona

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Cannes, stamattina: standing ovation per Jodorowski e il suo nuovo, meraviglioso ‘La danza de la realidad’

Schermata jpeg 2013-05-18 a 15.07.08Dopo le due ore al Palais del film di Desplechin, stamattina subito via di corsa direzione Quinzaine dove alle 11,30 si dava il nuovo, misterioso e girato in gran segreto film di Alexander Jodorowski, ultraottantenne ancora in gran forma di testa e di membra. UNo che ha fatto la storia del cinema tra Sessanta e Settanta, anche se oggi il lettore medio globale lo conoisce più per i suoi libri esoterici dedicati ai tarocchi e altro.
Tre quarti d’ora in fila sotto una pioggia battente, fredda e cattiva, la peggior fila di questo Cannes e di quello dell’anno scorso, e i signori della Quinzaine che non si decidevano ad aprire le porte (peggio quasi che al Palais). Nonostante impermeabili e ombrelli e scarpe invernali, eravamo tutti fradici quando finalmente ci siamo potuti sedere sulle poltroncine rosse. Però il film – titolo La danza de la realidad – meritava e ci ha ripagato. Rimando a un ulteriore post per la recensione. Intanto dico solo che La danza ha convinto perfino me che non ho mai amato e talvolta detestato il regista di La montagna sacra, El Topo e Santa Sangre, capofila e padre di molti pessimi cineasti con voglie e derive surreal-ispaniche ma spesso privi di talento. Lui il talento ce l’ha, l’ha sempre avuto, come no, anche se magari scarsamente tenuto a freno e un po’ debordante. Stavolta ha girato assai fellinianamente (Fellini è cinematograficamente sempre stato un suo parente stretto) il suo personale Amarcord, raccontando – imagino con parecchie libertà – la sua infanzia in una cittadina del Cile con il padre autoritario, ateo e comunista e la madre invece sempre in contatto con una dimensione parallela. Non dico di più, se non che il film, oltre che rutilante e pieno di invenzioni visive e immaginifico come si aspetta da Jodorowski, è anche assai divertente, commovente, tenero. Una grandissima riuscita che io, francamente, non mi aspettavo. La danza de la realidad potrebbe diventare per questo Cannes quello che fu l’anno scorso Holy Motors. Solo che Jodorowski è più trasparente, meno cerebrale e anche meno artefatto di Carax, suo degno allievo. Alla fine un applauso che è stato un’esplosione, e quando lui è arivato sul palco tutti doverosamente in piede. Una bella ragazza è perfino salita a baciarlo piangendo, ringraziandolo per quanto le aveva regalato il film.

La danza de la realidad

La danza de la realidad

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Festival di Cannes 2013. Recensione: THE BLING RING. Sofia Coppola e le sue ragazzine ladre e fashioniste

_DSC1496.NEFThe Bling Ring, regia di Sofia Coppola. Con Emma Watson, Claire Julien, Taissa Farmiga, Katie Chang, Israel Broussard e Paris Hilton nella parte di se stessa. Presentato a Un Certain Regard._DSC0754.NEF
Quattro ragazzine e un loro coetaneo si specializzano in furti nelle ville dei ricchi e famosi, e delle famose per essere famose come Paris Hilton e Lindsay Lohan. È caccia grossa a vestiti, borse, scarpe, gioielli firmati. È il gusto di sfregiare l’intimità dei propri idoli. Un film che si ispira a quanto accadde davvero qualche anno fa a Los Angeles. Sofia Coppola racconta ancora di ragazzine che faticano a rescere e l’ossessione della celebrità, ma in un film più estroverso e facile. Che è anche un crudele resoconto antropologico su certi mondi, certe sottoculture e tribù. Voto 7_DSC6213.NEF
Dopo il malmostoso e molto criticato Somewhere, Sofia Coppola torna con il suo film più mainstream, anche più estroverso e consumabile, quello che potrebbe anche conquistare un largo pubblico globale (femminile specialmente: non si vede quanto maschi possano essere interessati a questa storia molto fashionable e molto da fashion victim). Torna a un Certain Regard e non in Compétition, quasi declassata e punita dopo che parecchi anni fa il suo molto atteso Marie Antonette qui in concorso fu accolto con niente applausi e molti buuh. Forse, anche, sottilmente e magari inconsciamente punita (anche i festival hanno un inconscio) per la contestata vittoria veneziana del Leone d’oro nel 2010 con Somewhere, assegnatale da un Tarantino presidente di giuria che la conosceva molto bene, essendo stato il suo fidanzato. Quest’anno devo dire he il downgrading, spesso per imperscrutabili motivi, si porta molo a Cannes. Anche un’altra autrice maggiore come Claire Denis è finita a Un certain regard, ma i casi più chiacchierati quando si sta in fila o ai tavoli di qualche cafè son quelli di giornalisti il cui badge è stato declassato: da rosa a blu, o da blu a giallo (dovete sapere che qui vige un sistema assai castale, o da società di corte: a ogni giornalista vien dato un accredito con un colore, che stabilisce il rango e anche la priorità di entrata alle proiezione. In alto stanno quelli con il badge bianco – l’aristcorazia ianca, come la chiamo io -, seguono i rosa pastillé, poi i rosa e basta, quindi i blu, gli arancioni e, in fondo, gli ultimi, i gialli, chiamati anche ‘queli della stella gialla’ per alludere alla infelice condizione di vittima designate. Gran parte dei giornalisti italiani qui, diciamo il 70 per cento, è nela fascia blu). Ecco, a moltissimi è capitato, al ritiro del badge, di trovarsi con un colore peggiore dellanno scorso, ed è stata una bella botta. Dunque, torniamo alla semi-bocciata Coppola, collocata a Un certain regard, anche se The Bling Ring ha avuto l’onore e la pompa che, essendo francese, è pompa davvero, dell’inaugurazione. Continua a leggere

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Festival di Cannes 2013: recensione. JEUNE & JOLIE di François Ozon: prostituirsi a 17 anni senza un perché

048128Jeune & Jolie (Giovane e carina), un film di François Ozon. Con Marine Vatch, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Charlotte Rampling, Johan Leysen. Nel concorso principale.048129
Isabelle ha 17 anni, è bellissima e ha tutto: soldi, affetti, amici. Eppure decide di prostituirsi attraverso un sito online. Non lo fa neanche per comprarsi cose griffate, lo fa e basta. Il perché non lo sa lei, non lo sappiamo noi e il regista si guarda bene dal dircelo. Ozon disegna un ritratto crudele, ma senza indignazioni o facili moralismi. Senza darci stupide spighe sociologiche o psicologiche. Ci mostra e basta. Voto 7

Ozon sul set

Ozon sul set

Comincia come certi Rohmer dei tempi aurei, intendo Pauline à la plage o La collezionista. Francia. Estate. Una bella ragazza di diciassette anni sdraiata sulla spiaggia – l’attrice è Marine Vatch, meravigliosa, teniamola d’occhio, ne risentiremo parlare. Con lei un fratellino, assai sveglio e suo complice. Conosceremo poi la sua famiglia, madre e patrigno di media borghesia e medio benessere. Conosceremo il ragazzo biondo e teutonico con cui la nostra Isabelle passa le sere, e con cui una notte ci perderà la verginità. Non pare entusiasta dell’esperienza, nonostante lui si sia comportato al meglio, con tatto, da bravo ragazzo che probabilmente ha letto libri e articoli su come si trattano le donne al giorno d’oggi. Poi, al rientro a Parigi e con l’autunno, l’umore di Isabele si intorbida. Tendenza Bovary, nonostanza mancanza di marito e matrimonio. La vediamo masturbarsi, anzi la vede il fratello un po’ voyeur. Apprendiamo subito dopo che ha deciso di prostituirsi attraverso un sito online scegliendosi il nome di battaglia di Léa. Massì, una piccola, piccolissima Belle de jour dei nostri giorni. Il primo cliente è un vecchio signore per niente bavoso e per niente schifoso, di una sua bella eleganza, altri ne seguiranno, compreso un arrogante rampante che la fa sentire inadeguata come puttana (lui è Stefano Cassetti, italiano del cinema francese). Non sappiamo perché Isabelle lo faccia, non viene da una famiglia svantaggiata, non vuole comprarsi borse Prada o Chanel, niente scarpe Louboutin o Jimmy Choo. I soldi se li mette da parte, manco li spende. Grazie a Dio Ozon, da quel signore di modi norghesi che è e dunque molto elegante e alieno dalle ovvietà, ci risparmia oltre ai sociologismi cretini anche gli altrettanto cretini giustificazionismi psicologici tipo: la mamma è separata e sta con un altro uomo ecc. Semplicemente, Isabelle/Léa è quello che fa. Punto. Continua a leggere

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Dal Festival di Cannes. Recensione: HELI, un film messicano tostissimo che potrebbe anche portarsi a casa qualcosa

048123Heli, regia di Amat Esalante. Con Armando Espitia, Andrea Vergara, Linda Gonzalez, Juan Eduardo Palacios. Messico 2013.048122
IL primo dilm del concorso racconta di una normale famiglia messicana sconvolta e semidistrutta dal’impatto con il mondo messicano del narcotraffico. Un flm tosto, che non distoglie gli occhi nemmeno di fronte alle peggiori efferatezza. Con la scena più barbara che si sia vista da molto tempo in qua. Possente film per due terzi, poi si perde. Però potrebbe essere una delle sorprese in sede di Palmarès. Voto 7+048530
Quando ho visto tra i crediti il nome di Carlos Reygadas quale coproduttore, sì il punitivo autore di Post Tenebras Lux, ho temuto il peggio e un brivido lungo la schiena mi è corso. Invece qui siamo da tutt’altra parte, in tutt’altro cinema, anche se sempre di massimo rigore e scarse concessione al pubblico largo. E però un filo di decostruzionismo alla Reygadas c’è, la prima sequenza (quasi insostenibile per efferatezza, e altre peggio nel film seguiranno) la ritroveremo più avanti, ma filmata da un altro punto di visto. Per il resto il film del giovane Escalante è un esempio, amirevole, del più duro e tosto neo-neorealismo, quello che va a scoperchiare le peggio cose del globo. Qui siamo nel Messico Infelix terreno di scontro e di scorribande dei più feroci carteli del narcotraffico, gente non solo adusa a uccidere su scala industriale come ci mostrano le statistiche, ma anche a umiliare e torturare le sue vittime con una barbarie poche volte raggiunta prima nella storia. Macellai. Sadici. Heli è un giovane uomo perbene che vive in un villaggio con la giovane moglie, il figlio apena nato, la sorella Estela di dodici anni e il padre, operaio come lui in una fabbrica di auto (forse giapponese, forse coreana). Vita di dignitosa povertà, cinque in due stanze, finché Heli ha la sventura di avere a che fare con un banda feroce. Tutta colpa dello sciagurato fidanzato diciassettenne della sorella, recluta in una squadra di polizia (o paramilitare) più corrotta dei criminali che deve perseguire. Il ragazzo ha la pessima idea di rubare qualche chilo di cocaina ai suoi capi, che a loro volta li avevano stornati da un carico sequestrato, e di nascondere il malloppo da Heli. Arrivano i poliziotti o paramalitari a riprendere il maltolto e incomincia il casino. Il padre viene ucciso, la sorela Estela rapita, Heli portato via e torturato insieme a Berto, il ragazzo che li ha inguaiati tutti. Continua a leggere

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Dal Festival di Cannes. Recensione: IL GRANDE GATSBY è uno sgargiante meodramma, più Verdi-Zeffirelli che Fitzgerald

048270Il grande Gatsby (The Great Gatsby), in 3D: un film di Baz Luhrmann, dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Con Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher. Presentato a Cannes fuori concorso. Nei cinema italiani da domani, giovedì 16 maggio.048271
Discreta accoglianza della stampa qui a Cannes al molto atteso film di Baz Luhrmann, già trionfatore al box office americano. I folli e ruggenti anni Venti sono restituiti dal regista con tutta l’opulenza e la grandeur ultra-pop di cui è capace. Tutto è palcoscenico, recita, melodramma, delle sottigliezze di Scott Fitzgerald non resta molto. Ma lo show c’è, eccome. Buon film, però non siamo all’altezza di Moulin Rouge! E del 3D francamente si poteva fare a meno. Voto tra il 6 e il 7048269
Sbarca finalmente a Cannes in prima europea, dopo essere uscito la scorsa settimana in migliaia di sale americane, il molto discusso, molto travagliato – anni di preparazione e lavorazione e post produzione – Il grande Gatsby del signor Moulin Rouge, vale a dire l’ustraliano massimalista e un filo pasticcione e molto attratto dal pastiche Baz Luhrmann. Figuriamoci, doveva uscire lo scorso autunno, poi a Natale, invece si è arrivati a oggi, alimentando sospetti e illazioni e chiacchiere: il film non convince chi ci ha messo i soldi, hanno costretto il regista a rigirare scene su scene ecc. E anche se poi i rumors son stati smentiti, la difidenza era rimasta. Invece, visto stamattina qui a Cannes in proiezione stampa, TGG non è mica una ciofèca, anzi. In America i crictici l’hanno abbastanza maltrattato e  recensito a sopracciglio aggrottato, tant’è che la la pagella su Metacritic è stata 55, e Anthony Lane dello scicchissimo New Yorker (che ha assegnato 40 su 100) nella sua review ha sfiorato i toni dell’indignazione per la lesa maestà letteraria-fitgeraldiana. Poi però il pubblico americano ha premiato facendo entrare nelle casse nel primo weekend di probrammazione più di 50 milioni di dollari, qualcosa che nemmeno i più ottimisti si aspettavano. Stiamo a vedere come si assesterà il box office le prossime settimane, tenendo conto che l’indice Cinemascore assegnato dal pubblico, quello che suggerisce se il passaparola sarà positivo o negativo, è B, diciamo non benissimo ma neanche male. Devo dire che dal difficile pubblico dei gornalisti di Cannes mi aspettavo il gelo assoluto, invece stamattina alla fine delle due ore e venti di proiezione con la solita rottura degli occhiali 3D c’è stato pure qualche timido applauso, subito bilanciato da qualche debole fischio. L’umore che s’è colto all’uscita va dal blando fastidio alla blanda soddisfazione, con molti a sostenere che Luhrmann ha tradito se non il romanzo certo il suo spirito, la sua anima, il suo mood, il suo clima interno. Abbastanza vero, però Baz  fa il suo Gatsby, alla maniera sua, che è quella che conosciamo molto bene: esagitata, chiassosa, ipercolorata, ultrapop, una fiera, un baraccone delle meraviglie in cui spesso il kitsch si intrufola e non se ne va più via. Il pretesto glielo dà la storia, che tratta di vite e destini negli anni Venti che mica per niente furono detti folli, o ruggenti, decade in ci si cercava di recuperare ogni voglia di vivere pericolosamente e i vizi e i peccati dopo l’astinenza imposta dal massacro della grande guerra: complice, anche, l’esplosione sulla scena del paese del jazz e della vitalistica, tellurica cultura afro-americana. Ci avrebbe pensato la crisi del ’29 a far crollare parecchie illusione, ma intanto il godimento era diventato pratica di massa, dalle classi agiate in giù. Per l’incontinente Luhrmann un invito e una tentazione irresistibile a creare uno di quei suoi mondi paralleli, volutamente posticci, dove i personaggi si fanno figure di un melodramma e la realtà diventa scena, scenografia, immenso palcoscenico. Continua a leggere

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