Recensione: VICTORIA, un film di Sebastian Schipper. Tutto in un notte a Berlino, tutto in un solo piano sequenza

201505757_1-700x347150305_My_Name_Is_Victoria_0113272Victoria, un film di Sebastian Schipper. Con Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski, Burak Yigit. Al cinema da giovedì 23 marzo distribuito da Movies Inspired.201505757_5La notte brava a Berlino di quattro balordi e una ragazza conosciuta in discoteca. Con una svolta noir e un finale assai teso. 140 minuti girati tutti in tempo reale, in un unico piano sequenza. Una performance registica di alto virtuosismo. Victoria ha fatto molta strada da quando è stato prsentato nel febbraio 2015 alla Berlinale(dove vinse un premio), fino a diventare un film-manifesto del novissimo eurocinema. Peccato solo che ai prodigi tecnici non corrisponda una tenuta narrativa così solida. E dunque, capolavoro sfiorato ma mancato. Voto 7+201505757_3Ripropongo, con qualche adattamente visti i due anni assati da allora, la recensione scritta dopo la proiezione del film al Festival di Berlino 2015.
Il primo film tedesco del concorso e, ebbene sì, una discreta sorpresa. Molto, molto applaudito dai jeunes critiques e dai ragazzi del web, che di sicuro hanno apprezzato non solo il clima giovanottesco (quattro ragazzi più una ragazza nella notte matta di Berlino), ma il virtuosismo tecnico e autoriale. Perché il regista Sebastian Schipper, presumo giovane pure lui, ha girato le sue due ore e venti minuti in tempo reale, in un solo piano sequenza, tipo il Sokurov di Arca russa. Venghino signori! Guardino! Niente stacchi, non c’è trucco e non c’è inganno! (E invece alle furbate ricorse Alfred Hitchcock nel suo simulato unico piano sequenza di Cocktail per un massacro/Nodo alla gola, in realtà con raccordi invisibili come i rammendi di certe suorine di una volta). Qui, ovviamente, non siamo all’Ermitage di Sokurov e nel cinema dei maestri, ma in quello dei trentenni e allora camera a mano mobile e prensile addosso e intorno ai personaggi, e ritmo frenetico e sbalordente. Tutto assai apprezzabile, e anche da applausi veri, perché di una gran prova si tratta. Di un acrobatico giro della morte del tournage. I problemi nascono da quello che ci viene raccontato, un noir per caso che si fa di momento in momento sotto i nostri occhi, e purtroppo con dentro qulche incongruenza e forzatura. Che vien da dire, come spesso davanti a tanto cinema nuovo tecnicamente impeccabile ma carente nella costruzione narrativa: ma benedetti ragazzi, uno sceneggiatore che rilegga e magari riscriva proprio no?
Berlino, interno notte. In uno di quei dance-club cantinari dove si spara musica techno, si fanno cosacce, si ingurgitano ettolitri di vodka e tutti gli ultimi modelli di design drugs. Victoria, spagnola, in Germania da mesi tre, barista in una cafeteria a 4 euro l’ora (ma allora c’aveva ragione la signora con cui ho parlato qualche giorno fa a sconsigliare i ragazzi italiani a emigrare qui nella capitale di Germania, “statevene a casa che è meglio”), sola, carina e ubriaca e impasticcata, si imbatte uscendo in quattro ceffi che in tutta evidenza stanno scassinando una macchina. Anche simpatici, ma ragazzacci, balordi. Qualunque persona di buonsenso, specie di sesso femminile, se ne scapperebbe subito a casa, lei Victoria no, si ferma, cincischia, insomma si fa incastrare in una lunga conversazione con i quattro, soprattutto con quel che sembra il capo in testa. Ecco, la prima inverosimiglianza. Vi par possibile che una media ragazza di buonsenso, per quanto in preda all’ecstasy, si lasci incastrare alle tre o quattro di notte da quattro tipi del genere? Parlandone con un gruppo di jeunes critiques italiani la loro risposta mi ha lasciato basito: possibilissimo, trattandosi di una spagnola. Vabbè, avranno ragione loro che avran fatto l’Erasmus a Barcellona e le spagnole (e catalane) le conosceranno bene. Continua a leggere

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Recensione: I AM NOT YOUR NEGRO, un documentario di Raoul Peck. Ritrovare James Baldwin e le infinite sfumature della questione black

201710594_1I Am Not Your Negro, un film-documentario di Raoul Peck. Voce di Samuel L. Jackson. Distribuzione Feltrinelli Real Cinema/Wanted Cinema. In sala da giovedì 23 marzo 2017.
201710594_3Dopo la Berlinale (e dopo la nomination all’Oscar) arriva nei nostri cinema il documentario di Raoul Peck su James Badwin, intellettuale nero e omosessuale che scandagliò con sguardo profetico la questione di tuttte le questioni d’America, quella della sua minoranza black. Il regista haitiano accompagna un testo di Baldwin con immagini d’archivio, film di Hollywood, pezzi di televisione. Ne esce un film insieme militante e fantasmagorico. Voto 7

Raoul Peck

Raoul Peck

Il regista haitiano di cosmopolite frequentazioni e cosmopolita formazione Raoul Peck ha portato lo scorso febbraio alla Berlinale ben due film, e per entrambi gli applausi son stati fragorosi. Prima, tra gli speciali, s’è visto ll giovane Karl Marx, quindi, nella sezione Panorama, il suo già molto celebrato documentario I Am Not Your Negro, fresco di nomination all’Oscar (poi andato a O.J.: Made in America). Figura eclettica, Peck, il quale, oltre che occuparsi di cinema, è stato anche per due anni (1995-97) ministro della cultura del suo paese con il ritorno alla democrazia del dopo-Duvalier.
Non credo che I Am Not Your Negro (un titolo che è anche un grido di guerra contro un lessico razzista) sia quel sensazionale lavoro cui la critica americana ha assegnato pressoché all’unanimità la massima valutazione (lo score su Metacritic è 97, quasi en plein, e gli ha dato 100 pure il Wall Street Journal). Certo è un film che ripropone con efficacia e forza, grazie a un progetto e a un concept originali oltre che a un gran lavoro di archivio, la questione di tutte le questioni americane, quella dei neri. Negroes, Niggers venivano spregiativamente chiamati gli americani discendenti degli schiavi, oggi non si può e non si deve più, la N-word è diventata impronunciabile (e però lo strano è che a recuperarla siano i molti film black di questa stagione: in Moonligh nel ghetto di Miami ci si dà del nigger, lo stesso in certi pasaggi di Il diritto di contare, e non si capisce se si tratti di autoironia o di un segno di disprezzo e autodisprezzo).
Peck la questione la affronta andando a ritrovare un’enorme figura della blackitudine americana, un pezzo importante della cultura e letteratura dei neri, della loro storia, della loro coscienza, uno scrittore e polemista che dagli anni Ciinquanta fino ai primi Ottanta ha dominato la scena intellettuale quasi da star, e nei decenni successivi è stato pressoché rimosso. James Baldwin era autore di romanzi, ma anche drammaturgo, anche voce della comunità nera. Con una storia travagliata addosso, una famiglia complicata e, a rendergli la vita anche più difficile, l’omosessualità. Omosessuale e nero, e il suo La stanza di Giovanni è considerato ancora uno dei libri fondativi della lgbt culture (come si vede, certe cose vennero trattate molto, molto prima di Moonlight). La sua vita la passò perlopiù all’estero, in Francia e per qualche tempo in Germania, esule volontario in un’Europa vagheggiata quale terrà di libertà, esistenziale e intellettuale (certo Parigi era meno prude ai tempi degli Stati Uniti). Continua a leggere

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Recensione: ELLE, il grande ritorno di Paul Verhoeven. Con una Isabelle Huppert stratosferica

8abeae73cded62ea5ffc9a48e0805d66735fdbe935aec8baf3dfe45c868200a7Elle, un film di Paul Verhoeven. Con Isabelle Huppert, Anne Consigny, Charles Berling, Laurent Lafitte, Christian Berkel, Virginie Efira. Al cinema da giovedì 23 marzo 2017.

Verhoven e Huppert sul set

Verhoven e Huppert sul set

Si può costruire una commedia cinica e beffarda intorno a una donna ripetutamente stuprata da un aggressore bardato come Diabolik? Se ti chiami Paul Verhoeven e hai girato Basic Instinct e RoboCop, sì, puoi farlo. Il grande olandese ritorna al cinema, e lo fa nei migliore dei modi. Due ore in cui ci si diverte parecchio, nonostante, o forse proprio grazie a, il teatro della crudeltà approntato dal regista con la complicità di una strepitosa Isabelle Huppert. Che per Elle ha giustamente vinto Efa, César e Golden Globe, e preso una nomination all’Oscar. Quanto al film, è semplicemente uno dei vertici della stagione. Correte. Voto 8+
e582277a095daf428f3bf82b905b482eRipropongo, con qualche aggiornamento visto il tempo passato (quasi un anno), la recensione che ho scritto dopo la proiezione di Elle a Cannes 2016. Ultimo film a essere prsentato in concorso, non ha avuto allora l’attenzione che si meritava, e nemmeno un premio. Ma Elle e Isabelle Huppert si sono poi rifatti incassando riconoscimenti dappertutto. La recensione:
Massimo rispetto per Paul Verhoeven, classe 1938, che torna, a dieci anni dal suo bellissimo Black Book, con il primo film della sua carriera girato in francese, ed è un gran risultato. Il film di un maestro che non si può discutere. Non c’è mai un cedimento in Elle, c’è invece una voglia inesasuta di fare cinema e di farlo bene, al più alto grado possibile. Che lezione, signori. Di autori così oggi non se ne fan più. Intendo: così cinici, così lucidamente consapevoli del male e di quella povera cosa chiamata uomo (e donna). Così disincantati, così dandysticamente freddi e distaccati. Ma ve lo imaginate un millennial alle prese con una storia come questa, con un personaggio al limite del demoniaco (e che non è un horror, ma è vita) come la Michèle interpretata da Isabelle Huppert?
Una storia nera e perversa piena di ambiguità e ombre, con un che di buñueliano, di piccoli sordidi segreti borghesi nascosti sotto il tappeto e di pulsioni così potenti da scardinare ogni freno morale e ogni controllo razionale. C’è la violenza, c’è il sangue, c’è il mostruoso, c’è quel senso tutto fiammingo del sordido che sono elementi squisitamente à la Verhoeven, mescolati e reimpastati in chiave di thriller-noir, ma soprattutto, e inaspettatamente, di black comedy. Con una protagonista ripetutamente stuprata da un uomo mascherato che penetra in casa sua e la aggredisce, eppure tutto il racconto è mantenuto sul tono della commedia cinica, e a pochi altri autori una simile acrobatica impresa oggi sarebbe possibile. Tratto da un noir di Philippe Djian, sul quale però immagino lo sceneggiatore David Birke sia intervenuto parecchio, specie nello svoltare in commedia il racconto. Dunque: Michèle LeBlanc è un’imprenditrice stronzissima, la boss di una factory di ragazzi e ragazzini che per lei creano videogames di successo. Videogames che lei vuole duri, tosti, sanguinolenti, sporcaccioneschi, perversi. Sex & violence. Come quello che tra molte discussioni stanno mettendo a punto, con un mostro tentacolare che violenta una ragazza. Dura e temprata, Michèle. Separata dal marito che la tradiva, amante del marito della sua migliore amica nonché sua collaboratrice in azienda. Quel che vuole se lo prende, Michèle. La nemesi è suo figlio, un ragazzone buono, e buono a nulla, che s’è messo con una stronzetta da cui sta per avere un figlio. Continua a leggere

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Stasera in tv due film con Emma Stone e Ryan Goslin prima di La La Land: ‘Crazy, Stupid, Love’ e ‘Gangster Squad’ (ven. 25 marzo 2017, tv in chiaro)

Crazy, Stupid, Love con Ryan Gosling e Emma Stone, Italia 1, ore 21,15. Venerdì 24 marzo 2017.
CSchermata 2017-03-24 alle 18.13.24La commedia che tra 2011 e 2012 ha lanciato definitivamente Ryan Gosling e Emma Stone, enorme successo in America (140 milioni al box office), da noi al solito sottostimata. Asslutamente da recuperare in tv. Un uomo mollato dalla moglie esce dalla depressione e dalla solitudine imparando a conquistare le donne da un femminiere irresistibile, che è naturalmente Ryan Gosling (mentre l’abbandonato è Steve Carell). Scoprirà anche di avere una figlia di cui non sapeva l’esistenza (Emma Stone), la quale diventerà la girlfriend indovinate di chi. Regia del duo Glenn Ficarra-John Requa. Una delle rom-com più fortunate degli ultimi anni.

Gangster Squad, con Ryan Gosling e Emma Stone, Italia 1, ore 23,30. Venerdì 24 marzo 2017.
GSembra un laccato, raffinato gangster movie sulla scia non solo dei classici anni Trenta, ma anche di L.A. Confidential, Bugsy e Gli intoccabili di De Palma. Invece è un tostissimo, sanguinolento, barbaro B-movie dove nessuna violenza (ci) viene risparmiata. Los Angeles, 1949, il boss mafioso Mickey Cohen è ormai il padrone dell città. Per fermarlo si mette insieme una squadra di uomini duri, poliziotti che agiranno nell’ombra. Un film di genere e che tale resta, anche se si presenta con i segni e le ambizioni del film autoriale, a partire dal cast altisonante (ma Sean Penn è di un istrionismo insostenibile). Voto 6 meno

Il testosteronico, il dandy e il cattivo. Il cattivo è il boss mafioso Mickey Cohen, ebreo in contrasto con i potenti clan “mangiaspaghetti” della costa Est, che ha dato la scalata ai vertici criminali di Los Angeles e ormai è il padrone indiscusso della città. Più che cattivo, uno psicotico, un sadico, un bruto avviluppato in una hybris che lo fa sentire onnipotente (“non pregare Dio, perché Dio ce l’hai qui davanti a te” dice a un tizio da lui terrorizzato). La sua carta di presentazione è la prima scena del film. Siamo lassù tra le colline prospicienti la città degli angeli dove è stata edificata la scritta Hollywood, e lì Mickey ordina che un nemico della mafia italiana venga spezzato in due dalle macchine cui è incatenato e lanciate a tutta velocità in direzioni opposte. I due pezzi sanguinolenti verranno prontamente dati in pasto ai coyote. Quanto al testosteronico e al dandy, sono i due poliziotti-leader tra quelli che gli danno la caccia, il primo, il taurino John O’Mara (Josh Brolin), ha più palle che cervello ed è una macchina da guerra cieca lanciata contro l’avversario di turno da abbattere a pugni, calci, pistolettate e mitragliate, il secondo è elegante, belloccio, frequenta i migliori club e ristoranti, ha per nome Jerry Wooters e lo interpreta un Ryan Gosling stranamente qui al minimo del suo fascino: spallucce cascanti, faccetta da pupo invecchiato, azzimato come un damerino o un tanguero. Una delusione per chi dopo Driver aveva pensato d’aver trovato in lui la nuova superstar di questi anni Dieci. Un film tutto maschile, Gangster Squad, dove il femminile è incarnato solo dalla pupa del gangster (Emma Stone) e dalla moglie di O’Mara (Mireille Enos). Tratto da un libro che ricostruisce la guerra realmente ingaggiata in quella Los Angeles contro la piovra criminale comandata da Mickey Cohen, si prende parecchie libertà romanzesche, credo, sicchè ci appare, più che una ricostruzione simil-documentaria, una sgargiante, truce e pure trucida messinscena della violenza, degli scontri armati, degli assalti, della morte. Di adesione ai fatti storici poco rimane, si esalta invece il lato potenzialmente visionario della vicenda e della faccenda, la produzione a catena quasi elisabettiana di cadaveri attraverso massacri.
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Film stasera in tv: L’AMORE NASCOSTO con Isabelle Huppert (ven. 24 marzo 2017, tv in chiaro)

L’amore nascosto con Isabelle Huppert, Rai Movie, ore 23,05. Venerdì 24 marzo 2017.
19130464Dite che Meryl Streep è la più grande attric del mondo? Spiacente, dissento: è Isabelle Huppert e basta andarla a vedere al cinema adesso in Elle per levarsi ogni dubbio. Che poi ancora rimpiango che alla Berlinale 2016 la presidentessa di giuria Meryl Stree non le abbia consegnato il premio di migliore attrice per L’avenir di Mia Hansen-Løve: sarebbe stato il sensazionale incontro tra due gigantesse, e invece il premio è andato all’attrice danese Trine Dyrholm di La comune di Vinterberg. Peccato.
Lungo preambolo per dire che la Huppert merita di essere vista sempre, comunque, a prescindere. Dunque anche in questo non famoso e forse qualunque film del 2008 firmato dall’italiano Alessandro Capone. Di quei micidiali, cannibalici duelli e corpo a corpo madre-figlia di cui Ingmar Begman ci ha dato sublimi esempi. Una cinquantenne (Huppert) dopo tre tentati suicidi viene rinchiusa dalla figlia (Mélanie Laurent) in una clinica psichiatrica. Sm,bra una compassionevole scelta da parte della pià giovane delle due donne, è invece una feroce resa dei conti. Ad arbitrarelo scontro la psicoterapeuta Greta Scacchi). Con Olivier Gourmet. Non sarò un capolavoro, ma c’è lei, e tanto basti.

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Il film imperdibile stasera in tv: UNA VITA DIFFICILE di Dino Risi (ven. 24 marzo 2017, tv in chiaro)

Una vita difficile di Dino Risi, Italia 53 (canale 53 dt), ore 22,30. Venerdì 24 marzo 2017.
Vitadifficile-1961-Risi-0136Che anni, quegli anni Sessanta per Dino Risi. Che dirige un capolavoro via l’altro (e qui capolavoro non è la solita iperbole, sta per capolavoro vero). Dunque: 1961 questo Una vita difficile; 1962 Il sorpasso; 1963 I mostri; 1964 Il gaucho. Una sequenza che lascia tramortiti a vderla oggi. Una vita difficile, scritto da un fuori-rango, da un non allineato come Rodolo Sonego, e interpretato da un Alberto Sordiuna per una volta in un ruolo di idealista, di un uomo tutto d’un pezzo dalla schiena ritta e non di infido italianuzzo come suo solito, è di quei film che raccntano molto del nostro cinema dei primi Sessanta. Quando fu uncubato e varato il centrosinistra e si moltiplicarono film variamente riferiti alla stagione dell aResistenza. Idealizzata e raccontata come compatto movimento di popolo quale in realtà non era mai stata, come ben sappiamo dopo certe riscritture e revision storiografiche. Una vita difficlle, e altri tioli di quel periodo (Tutti a casa, Le 4 giornate di Napoli, Un giorno da leoni ecc.) rivela anche la presenza e l’influenza forte della sinistra sul cinema, la sua capacità di calare nell’industria dei film la categoria dell’egemonia gramsciana. Solo che quei film non erano meramente propagandistici, avevano dentro sorie meravigliose, personaggi irresistibili, grazie a autori e registi di immenso talento e mestiere. Continua a leggere

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Film stasera in tv: LE CATTEDRALI DELLA CULTURA (l’episodio di Wim Wenders) – ven. 24 marzo 2017, tv in chiaro

Le cattedrali della cultura, Ep. 1 di Wim Wenders, Rai 5, ore 22,42. Venerdì 24 marzo 2017.
Un documentario composto da 6 apisodi, ognuno diretto da un regista diverso, che va a espolorare architetture d’autore che ospitano eventi culturali (ma non solo). Stasera va in onda l’episodio d’apertura diretto da Wim Wenders, in successive serate ci saranno le altre parti.

Cattedrali della cultura 3D, da un’idea di Wim Wenders. Regia di Wim Wenders, Michael Glawogger, Michael Madsen, Robert Redford, Margreth Olin, Karim Aïnouz.

Filarmonica di Berlino

Filarmonica di Berlino

Biblioteca Nazionale di Mosca

Biblioteca Nazionale Russa di San Pietroburgo

Tirare fuori l’anima degli edifici, farli parlare. È l’idea che ha spinto Wim Wenders a organizzare questo documentario di 165 minuti diviso in sei tranche, ognuna dedicata a un luogo attraversato, utilizzato o abitato da una comunità umana. E però tutti, al di là della diversa destinazione d’uso, con il tratto comune di una forte impronta architettonica. Per ogni episodio un regista, e il ricorso al 3D, tecnologia con cui Wim Wenders ha avuto un incontro felice per il suo Pina e per il successivo (presentato alla Berlinale 2015) Everything Will Be Fine. Ecco su grande schermo la Filarmonica di Berlino, con le sue linee orgogliosamente moderne, e a mostrarcela è naturalmente lo stesso Wenders. L’imponente Biblioteca Nazionale Russa di San Pietroburgo la racconta invece l’austriaco Michael Glawogger, e credo sia stato il suo ultimo lavoro prima della scomparsa in Africa sul set di un nuovo film per un attacco di malaria scambiata per tifo. Robert Redford entra in un centro di ricerca d’eccellenza come il californiano Salk Institute. A Marghreth Olin l’incarico di farci conoscere meglio l’architettura futura del Palazzo dell’Opera di Oslo. Poeva mancare il Centre Pompidou? Lo esplora il regista brasiliano (ma spesso operante in Germania) Karim Aïnouz, cui peraltro si deve un mio persoanale film-cult, Praia do Futuro. Chiude la visita a un carcere, quello norvegese di Halden, assai aperto e teso al recupero dei detenuti. Dirige Michael Madsen, ed è di sicuro l’episodio più sorprendente.

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Un raro film di Almodóvar stasera in tv: MATADOR (ven. 24 marzo 2017, tv in chiaro)

Matador di Pedro Almodovar, Cielo, ore 21,15. Venerdì 24 marzo 2017.tumblr_ls16g2wehg1qdf3xzo3_1280

movie-matador-pedro-almodovar-1986-www.lylybye.blogspot.com_46Uno dei grandi film del primo Almodóvar, quello selvaggio, esplosivo eppure rigoroso degli anni Ottanta, non ancora monumentalizzato e istituzionalizzato quale faccia, bandiera, simbolo ufficiale della Nuova (ora invecchiata) Spagna movidesca e post-franchista. L’Almodovar migliore e quello che amo di più. Matador, del 1986, è forse il suo film più bello di sempre insieme al capolavorissimo La legge del desiderio, quello in cui l’Eros fuori controllo – elemento così centrale per il regista – sbatte contro il suo antagonista, e opposto speculare, Thanatos. Già mettere al centro della narrazione un torero è non solo un richiamo a una tradizione nazionale, a un tratto dell’antropologia spagnola, ma l’evocare una cerimonia del sangue e della morte attraverso il suo sacerdote-celebrante. Diego è un matador ritiratosi dopo una ferita nell’arena con il vizio segreto e perverso degli snuff movies. Arriva da lui per apprendere la tauromachia Angel, un ragazzo oppresso da una madre tirannica dell’Opus Dei (ah, l’anticlericalismo iberico e buñueliano!) che attraverso quelle lezioni vorrebbe rinsaldare la sua precaria identità virile. Soffre di impotenza, e sarà questo a salvare una ragazza quando lui tenterà di stuprarla. Arrestato, Angel si autoaccusa di una serie di delitti di cui in realtà è innocente. Tutto si salderà in un nodo drammatico dai risvolti gialli e assai hitchcockiani (mica per niente Angel soffre di vertigini, come il Jimmy Stewart di La donna che visse due volte). Continua a leggere

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