Recensione: YOUR NAME, un film di Makoto Shinkai. Un ‘anime’ da non perdere, degno di Miyazaki

125657440180Your Name, un film animato di Makoto Shinkai. Al cinema il 23.24-25 gennaio 2017. Distribuzione Nexo Digital.
250519Dopo La mia vita da zucchina e Le stgioni di Louise, continua l’onda felice degli animati belli, intelligenti, complessi, e non solo ragazzineschi, con questo anime giapponese campione di incasso in patria. Dove si racconta di un ragazzo e una ragazza che si scambiano in sogno identità e corpi, mentre intorno tutto minaccia di collassare a causa di una cometa. Vertiginoso viaggio attraverso i generi (il disaster movie, lo sci-fi, la rom-com) che solo nella seconda parte cede alla convenzione e al dolciastro. Ma Your Name, di abbagliante bellezza grafica, resta un film da vedere. Voto tra il 7 e l’8
439711Sono tempi propizi all’animazione non made in America. E all’animazione che cerca anche un pubblico non ragazzinesco. Prima la meraviglia di La mia vita di zucchina (incrociamo le dita per le nomination Oscar di domani 24 gennaio) e la lieta anche se non travolgente sorpresa di Le stagioni di Louise, adesso – purtroppo per tre giorni soli al cinema – questo anime venuto dal Giappone, Your Name, denso e stratificato come poche cose viste ultimamente, sofisticato e complesso, e felicemente ibrido nel suo essere insieme un film adulto e fanciullesco-teenageriale, con una capacità che sbalordisce di toccare faccende serie come il gender e l’incubo da catastrofe così radicato nel subconscio nipponico mantenendo la levità e anche le romanticherie di una storia d’amore ai limiti del fantastico e dell’impossibile. E quanti generi si incrociano in Your Name, il disaster movie, il fantascientico con viaggi nello spazio-tempo e nel solito multiverso, la romantic comedy, lo scolastico adolescenziale (e però qui molte carinerie tra compagni di classe e zero bullismi). Da vertigine. Film labirinto, e pieno di anfratti e di echi, da guardare e fruire nella sua immediatezza e superficie e al ‘primo livello’, ma anche da scandagliare in profondità in cerca di sensi e significati reconditi celati negli abissi della narrazione e messinscena. Clamorosamente amato dal pubblico giapponese, che ne ha fatto il secondo incasso di tutti i tempi, naturalmente dietro un Miyazaki (e prima di un altro Miyazaki), quasi un’investitura del suo autore appena quarantenne Makoto Shinkai a erede legittimo del signore e maestro dello Studio Ghibli.
Storia di un incontro (letteralmente) sognato, desiderato, che forse non avverrà mai (o forse sì: la scena-chiave resta aperta e ambigua e non risolutiva) tra una ragazzina di nome Mitsuha e un coetaneo di nome Taki. Due adolescenti che incarnano due mondi opposti all’interno dello stesso Giappone, le sue due anime. Lei abita in una zona rurale con la sorella e la nonna, custode di tradizioni che mi sono parse più scintoiste che buddiste, in un villaggio dove i richiami agli antenati e alla loro visione del mondo sono costanti (l’intrecciare fili a significare il ‘musibi’, la connessione cosmica di cose e persone; il saké in onore di una dea fatto fermentare in un modo assai speciale, e che è meglio non dire), lui vive nella caotica, rumorosa e iperveloce Tokyo. Succede che, per un arcano che forse nasconde la forza e la volontà del destino, di notte si scambino i sogni, sicché Mitsuha sogna di essere Taki e Taki Mitsuha, con buffi effetti al risveglio quando – perdurando ancora le suggestioni della notte – lei si stupisce del proprio corpo di ragazza pensando di essere, come nelle sue visioni oniriche, un ragazzo, e lui viceversa. Un’inversione di identità, e di corpi, che crea inquietudini e imbarazzi, e minuscoli incidenti nel loro quotidiano. Sembra che il regista ci voglia portare con grazia e delicatezza sullo scivoloso territorio del gender, delle identità sessuali cangianti e fungibili. Invece no, il film abbandona presto questa pista e vira su tutt’altro, mostrandoci una cometa in arrivo e un’apocalisse che riporta a galla tutti i fantasmi e le paure di un paese che ha avuto Hiroshima e Nagasaki, e poi Fukushima (e già quei traumi bellici avvano espresso, ed erano stati esorcizzati da, monster movie anni Cinquanta tipo Godzilla). Continua a leggere

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Recensione: DOPO L’AMORE, un film di Joachim Lafosse. Quanto costa una separazione

292086Dopo l’amore (L’économie du couple), un film di Joachim Lafosse. Con Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade e Margaux Soentgens.
575388Cronaca di una sanguinosa separazione, dove il campo di battaglia sono i soldi, gli interessi, la materialità dell’economia. E difatti il titolo originale, magnifico, è L’economia della coppia. Marie vorrebbe sbattere fuori di casa Boris, ma lui, senza lavoro, non sa dove andare, e per andarsene vuole la metà del valore dell’appartamento. Di impressionante realismo (quante storie così abbiamo visto?). Il film – lucido e asimentale – resta ad alti livelli per due terzi, poi si smorza nell’ultima parte. Grandi performance di Bérénice Bejo e del regista qui attore Cédric Kahn. Voto 7 e mezzo
021825Film importante, eppure tra i più trascurati dell’ultimo anno. Presentato a Cannes 2016 alla Quinzaine, è stato messo in ombra da altri titoli di più forte impatto mediatico, nonostante che il suo autore, il belga Joachim Lafosse, non fosse proprio uno sconosciuto. Di suo sempre a Cannes si era visto a Un certain regard – mi pare fosse il 2012 – Our Children (À perdre la raison), ricostruzione meticolosa di fatti e antefatti e contesti (alquanto sordidi) di un clamoroso caso di cronaca nerissima, l’ammazzamento da parte di una giovane donna dei cinque figli. Sguardo fermo ma non privo di compassione, quello di Lafosse, che anche qui va a perlustrare un microcosmo familiare devastato, anche se non produttore di tragedie come in Our Children. Un claustrofobico, soffocato kammerspiel su una coppia ormai schiantata, ma costretta a vivere ancora insieme tra livori, rancori, rimbrotti, rinfacci, risentimenti, e le due figlie gemelle a fare da spettatrici. Siamo a Bruxelles, in uno di quegli appartamenti molto cool e fighetti ricavati da una qualche struttura industriale o artigianale (ma li si chiamerà ancora loft?), in una zona si suppone gentrificata e piena di cosiddetti creativi. Fuori, un giardino che intravediamo appena, perché tutta l’attenzione del regista è concentrata sull’interno e chi ci vive, in una prova di virtuosismo cinematografico davvero notevole. Tutto, o quasi, succede in quei pochi metri quadri, con lunghi e articolati piani sequenza della macchina da presa a restituire azioni, e inazione e reazioni, in tempo reale, secondo un modello che si sta massicciamente affermando nel cinema d’autore. Messo a punto dal Kéchiche di La vie d’Adèle e replicato quest’anno in almeno due film di Cannes oltre a questo, Toni Erdmann di Maren Ade e Aquarius del brasiliano Kleber Mendonça Filho. Bisogna esere bravi per riuscirci, avere per le mani una sceneggiatura senza difetti, e attori in grado di reggere primi piani e tempi lunghi, e usare bene una camera-stalker che li scruti e non li perda mai di vista. Tutte condizioni rispettate in Dopo l’amore.
Marie e Boris stanno insieme da anni, hanno avuto due gemelle, ora sono al punto di rottura anzi ben oltre. Lei vuole che lui se ne vada, lui resiste perché non ha un altro posto dove andare, e non ha soldi (è un carpentiere di origine polacca rimasto senza lavoro, e non si capisce se per inerzia sua o per un mercato in crisi). Marie è dura, non concede niente all’uomo che ormai considera irrimediabilmente un ex, fuori dalla sua vita. Solo che Boris per andarsene pone le sue condizioni, vuole il 50 per cento del valore delì’appartamento, che è di proprietà di Marie, ma che lui ha personalmente ristrutturato mettendoci tempo, fatica e, non metaforicamente, sudore. Continua a leggere

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Recensione: PASSENGERS, un film di Morten Tyldum. Romantic comedy (e guerra dei sessi) nello spazio

Chris Pratt and Jennifer Lawrence star in Columbia Pictures' PASSENGERS.PASSENGERSPassengers, un film di Morten Tyldum. Sceneggiatura di John Spaihts. Con Jennifer Lawrence, Chris Patt, Laurence Fishburne, Michael Sheen.
PassengersL’idea non era male: ibridare il solito viaggio spaziale con il genere romantico (nella sottovariante ‘proletario fa cadere innamorata la sciura’). Perché signora mia non siamo soli nell’universo. Ma gli autori pasticciano parecchio e sprecano l’intuizione. E se Chris Pratt è bravo e simpatico, Jennifer Lawrence è al suo minimo storico. Voto 5+
575719In fondo, non così pessimo come lo hanno dipinto certi recensori antipatizzanti, qui come in America. Tra 2016 e 2017 si è visto ben di peggio al cinema, come Collateral Beauty – incredibile vincitore al box office italiano della campagna di Natale – o Assassin’s Creed. Goffo se mai, quasi a replicare le goffaggini del suo (peraltro amabile) protagonista proletario alle prese con la sciuretta disibernata e spocchiosa, che è poi la peggiore Jennifer Lawrence di sempre, truccata malamente e di un’odiosità parecchio superiore a quanto richiesto dal ruolo. E pure miscast (e lei sembra rendersene conto, per quello forse per tutto il film ha quell’aria da cosa-ci-fa-qui-una-signora-attrice-come-me). Film di quella fantascienza che mette al suo centro più gli umani che le battaglie stellari, i mostri e le giocattolerie, e che in questi ultimi anni ha prodotto cose ottime come Gravity e The Martian (più il primo del secondo, per la verità). L’idea di partenza non è mica così malvagia, anche se folle la sua parte (ma almeno è un azzardo, sant’Iddio, in tanto cinema messo su applicando le regolucce del marketing più asfittico, scolastico e miope). Idea che è quella di immettere nei modi e nelle convenzioni della fantascienza – astronavi, pianeti da abbandonare, pianeti da colonizzare, tenpeste cosmiche etc. – una romantic comedy. Ma sarebbe meglio dire un film-guerra dei sessi con rimbeccate e rimbrotti e bisticci incessanti lui-lei, che tanto si sa come va a finire, sempre a letto con reciproca soddisfazione, sempre lì si va a parare, che si sia su questo mondo o su un’altra galassia. Con dentro, anche, un qualcosa del sottogenere stallone proletario-incontra-sciura e la fa capitolare, e più lei fa la sostenuta inizialmente e più la resa sarà incondizionata. Insomma qualche buona intenzione in questo Passengers c’è. Si è avuto l’accortezza anche di prendere come protagonista l’unico attore del genere supereroistico che abbia mostrato finora un minimo di ironia, un qualche talento per il lato commedia e perfino buffonesco nelle varie avventure spaziali (ma anche terrene, vedi I magnifici sette) cui ha partecipato, ovvero il Chris Pratt dei Guardiani della galassia, con la sua naturale simpatia di ex ciccione diventato strafico con la forza della volontà e dei personal trainer. E qui perfetto quale ragazzone proletario dello spazio. Sinossi – cercherò di farla breve – di Passengers: in un futuro non poi così lontano la spaceship Avalon è in viaggio verso un pianeta diventato colonia della terra ormai flagellata da multipli problemi. Viaggio della durata prevista di 120 anni, tant’è che i passeggeri, oltre cinquemila, per non invecchiare nel frattempo son tutti ibernati, anzi crioconservati, nelle loro cuccette-sarcofago bianche che abbiamo già visto in decine di film prima di questo (ma un nuovo design no?). Causa collisione con un asteroide o altra megaspazzatura spaziale, uno dei viaggiatori – dell’ultima classe, mica di quella dei signori (l’Avalon in fatto di divisioni in classi funziona come il Titanic) – si ritrova disinbernato e sveglissimo. Peccato che manchino ancora novant’anni alla destinazione, e dunque son problemi, altroché, con la certezza di lasciare questa valle di lacrime prima dell’arrivo. Non bastasse, il nostro Jim Preston – un buonissimo ragazzo working class – comincia a sentirsi solo, molto solo, sull’orlo di una depressione galattica appena appena mitigata dalla presenza di un barman-androide di ineccepibile professionalità (una delle buone invenzioni del film: è Michael Sheen, meno serpentesco del solito). E sentendosi solo, finisce col cadere innamorato di una passeggera ancora crioconservata e dormiente. E che fa? La scongela, per averla come compagna di viaggio e di letto. E però condanando anche lei alla pena di vivere il resto dei suoi giorni su quell’astronave. Si sentono gli archetipi che ci hanno forgiato, Adamo solo nell’Eden e Eva creata dalla sua costola. E lui e lei allo stato aurorale, come su un’isola deserta, quando tutto sembra possibile. Continua a leggere

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Recensione: ARRIVAL, un film di Denis Villeneuve. Gli alieni siamo noi

ARRIVAL379750Arrival, un film di Denis Villenueve. Con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg. Basato sul racconto Storie della tua vita di Ted Chiang. Presentato in concorso a Venezia 73. Al cinema da giovedì 19 gennaio 2017.
459159Dal regista di La donna che canta e Sicario uno sci-fi con al centro il fattore umano, secondo la lezione di Odissea nello spazio e del Tarkovski di Solaris. Sbarcano gli alieni, si cerca di comunicare con loro, di capire se abbiano intenzioni ostili o no. Ma più che nei misteri cosmici questo è un viaggio nella nostra parte di cosmo, quella che abitiamo. Gli alieni siamo noi. Buonissimo film, solo con qualche oscurità di troppo. Formidabile (as usual) Amy Adams.
Voto 7+
ARRIVALDopo averlo visto lo scorso settembre a Venezia, Arrival mi è sembrato subito il migliore degli americani in concorso, sì, anche meglio del sovrastimato La La Land (il terzo era La luce tra gli oceani). Non così assoluto, non così memorabile com’era lecito aspettarsi dal regista di Incendies e Sicario, ma pur sempre ottimo nel suo destreggiarsi tra autorialità da una parte e mainstream e cinema ultrappopolare dall’altra. Il canadese ormai hollywoodizzato  Villeneuve, nonostante l’oscurità del plot, vero punto di fragilità dell’operazione, ce la fa a condurre in porto un fantascientico colossale come esige il mercato senza scadere nella giocattoleria, e invece attenendosi a quel filone nobile e glorioso della sci-fi umanistica che ormai sembrava eclissato dalle mostrerie varie con uso e abuso di CGI e quant’altro. Rispetto alle figurine piatte e bidimensionali, da graphic novel prontamente riporodotta su grande schermo con la stessa mancanza di profondità, dei vari reboot di Star Wars e Star Trek e dei pur rispettabili supereroistici Marvel, Arrival più che raccontare di alieni va a scavare nelle nostre alienazioni, nella gente che sta da questa parte del cosmo, mostrandone corpi e menti dove stanno incapsulati ricordi angosciosi. Quella fantascienza che abbiamo conosciuto e amato tra anni Sessanta e Settanta, da Kubrick fino al meraviglioso Tarkowski di Solaris cui questo Arrival qua e là somiglia, e di Stalker. Si va nel cosmo, o si comunica con creature dal cosmo venute, per esplorare il cosmo altrettanto misterioso che siamo noi, e quegli alieni a noi stessi che scopriamo essere. In Solaris Tarkowski ci faceva approdare su una stazione spaziale dispersa e dismessa per farci ripiombare nel passato e nelle memorie dei suoi personaggi, qui la linguista Louise (una Amy Adams al solito bravissima e dominatrice dello spazio schermico) cerca di parlare con le creature venute da chissà dove e per chissà quale motivo, per poi scoprire che quel loro viaggio sarà anche un viaggio dentro le fratture della sua vita. Naturalmente è spettacolo, e ottimo, dunque Villeneuve non ci aduggia con spieghe e pensosità e considerazioni psuedofilosofiche (che invece abbondavano in quei film anni Sessanta-Settanta), preferendo mostrare e svelare la complessità attraverso il farsi, lo srotolarsi di azione e narrazione. Azzeccando la pulsazione del film e la sua temperatura interna, temperatura senza sbalzi, come in un ecosistema cui siano garantite condizioni di perfetta stabilità. Arrival si snoda senza climax particolari, piuttosto secondo un flusso costante e avvolgente, e anche questo per un prodotto ad alta spettacolarità è cosa insolita, e svela la diversità del progetto. Continua a leggere

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Recensione: SILENCE di Martin Scorsese è un film enorme (e indispensabile). Correte

318153-1317528Silence, un film di Martin Sorsese. Tratto dall’omonimo romanzo di Shusaku Endo (edto in Italia da Corbaccio). Con Andrew Garfield, Adam Dreiver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Shinya Tsukamoto, Yosuke Kibozuka, Issei Ogata.
289447440404Come i cristiani giapponesi nei primi decenni del Seicento furono repressi, massacrati, cancellati. Sull’onda di un libro che negli anni ’60 riscoprì quel pezzo di storia oscurato, Martin Scorsese ci racconta di due gesuiti che, alla ricerca di un loro confratello, si ritrovano nel mezzo della persecuzione. Torture, esecuzioni, eroismi, tradimenti, martirio. Un racconto grandioso, epico, come oggi non si usa più. E dramma intimo con tormentosi dilemmi morali e anime divise. Un film controcorrente, che sfida il rozzo secolarismo del nostro occidente. Film smisurato in un cinema sempre più minuscolo. Voto 8 e mezzo
082186Film enorme. Per quello che racconta e come lo fa. Ma anche il film più sottostimato da parecchio tempo in qua, il più incompreso, il peggio sopportato da pubblico e addetti ai lavori tra molti eccheppalle e sbuffi di noia. Accolto tra America e Europa da troppe recensioni malmostose (a fronte di non molti entusiasti), appena velate da reverenti quanto ipocriti omaggi alla ‘sapienza e maestria registica di Scorsese’, un totem, uno di cui non si può dir male essendo tra gli autori massimi, anche se tanti stavolta avrebbero voluto erompere nel plebeo, sguaiato urlo fantozziano ‘ma è una boiata pazzesca!’ (mai piaciuto Fantozzi). C’è da capire il perché di un simile rifiuto, benché cautelosamente non dichiarato. Anzi celato dietro un virtuoso e ipocrita rispetto ‘per quella che è comunque l’opera di un grande’ (sta nel comunque tutto l’acido). È che questo volutamente inattuale, fortemente in controtendenza e controtempo, dunque coraggiosissimo Silence, è un sasso, anzi un macigno buttato nelle acque melmose e fetide dell’anticristianesimo becero e rozzo ormai di massa, egemone in tutto l’Occidente, con un Martin Scorsese che osa parlare di martirio e sacrificio in nome della fede in un tempo e in luogo – i nostri – dove la subcultura del narcisismo e della soddisfazione instantanea e l’idolatria dell’Io hanno fatto terra bruciata. E non poteva che farlo Scorsese in questa misura, con questa densità e intensità, con questa adesione e partecipazione alla materia, lui che non ha mai negato di essere (anche) figlio del mondo cattolico, e che di redenzione e peccato ha sempre trattato, magari dietro accurati travestimenti e mascherature, da Main Streets a The Wolf of Wall Street. Ma ci pensate? Un film, oggi, adesso, qui, sulla persecuzione dei cristiani nel Giappone del Seicento, e sulla resistenza davvero, e oltre ogni retorica, eroica di comunità clandestine, coperte, catacombali, e sul martirio di preti occidentali e fedeli locali. E anche su chi non ce l’ha fatta e ha tradito, abiurato, rinunciato. Sembra già di sentire il coro dei politicamente corretti, degli ex terzomondisti ora convertiti in multiculturalisti, dei laicisti e ateisti da strapazzo e chiacchiera da caffè: ‘Li han perseguitati e massacrati? Ben gli sta! Se la sono cercata! Preti portoghesi che convertono masse di contadini e pescatori ignoranti? Ma è colonialismo! Che poi chissà quali sporchi interessi ci saranno stati sotto!’.
Se questo è il comune sentire, e lo è, gli spazi di sopravvivenza di un film come Silence, benché produzione di larghi mezzi e con un venerato maestro dietro la macchina da presa, appaiono assai ridotti. Difatti i primi numeri al box office non sono esaltanti, per usare un garbato eufemismo. Dopo quattro settimane – distribuito prudentissimamente all’inizio in un pugno di cinema per vedere l’effetto che fa e adesso esteso a 747 sale – in America ha incassato poco più di tre milioni di dollari e si avvia a diventare “uno dei più bassi incassi di Scorsese negli Stati Uniti” (The Hollywood Reporter). In Italia nel primo weekend di programmazione si è piazzato solo all’ottavo posto, in una lista dominata dal più brutto film di questo giro tra 2016 e 2017, Collateral Beauty, e parecchio dietro ad Allied e perfino a The Founder. Si sentono i miasmi del flop, per un film costato sui 50 milioni di dollari, anche se il marchio Scorsese potrebbe ancora garantire su qualche mercato extra-americano una buona resa. Quanto alle reviews: sull’aggregatore Metacritic lo score è discreto, 79, ma andando a verificare in dettaglio si nota una polarizzazione netta tra entusiasti-favorevoli (tra cui Justin Chang e Stephanie Zacharek) e contrari (tra cui Mick LaSalle). Ma per capire l’umore prevalente bisogna guardare alla stagione dei premi adesso al suo acme. Zero Golden Globes, zero nomination ai Bafta, e a questo punto si può preconizzare che pure agli Oscar, le cui nomination sranno comunicate il 24 gennaio, non andrà benissimo, probabile che Silence riesca tutt’al più a candidarsi per qualche Oscar tecnico tipo costumi e scenografia, ma è difficile con l’aria che gli gira intorno che si infili nelle categorie che contano davvero (felice di ricredermi, comunque). Dove a dominare saranno quella robuccia innocua, ruffianissima e pure tediosa di La La Land, e poi Moonlight, Fences e Manchester by the Sea, tutti titoli non propriamente urticanti come invece quest’ultimo (e assai militante e poco compiacente) Scorsese. E vien da piangere alla sola idea, ma così va il mondo, così va il cinema, inutile imprecare e deprecare. Meglio darsi da fare e andarlo a vedere, Silence, staccare il biglietto, mettere mano al portafogli, evitargli il destino di samizdat che sembra attenderlo, e intanto predisporsi con gaudio alle sue due ore e quaranta di cinema possente come poche volte negli ultimi tempi. Scorsese se lo portava dentro, il progetto, da quasi trent’anni, da quando in seguito alle polemiche su L’ultima tentazione di Cristo si vide regalare dall’arcivescovo americano Paul Moore Silence, libro del giapponese (di religione cattolica) Shūsaku Endō sulla missione dei Gesuiti nel Giappone del Seicento e sulla represssione del periodo Edo delle molte comunità cristiane – trecentomila convertiti – sorte da che Francesco Saverio aveva messo piede, e portato la croce, nel paese. Romanzo, ma con fedeltà rigorosa al quadro storico e ai fatti, uscito nel 1966 e diventato allora un caso, in patria e fuori, riportando alla luce un pezzo di storia silenziata. Continua a leggere

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10 film stasera in tv (mart. 24 genn. 2017, tv in chiaro)

La bella e la bestia

La bella e la bestia

Papà diventa nonno

Papà diventa nonno

Colette

Colette

Cliccare il link per la recensione di questo blog. lcune schede sono state scritte in occasione di una precedente messa in onda. Con l’asterisco i film fortemente consigliati.

I cowboys con John Wayne, Iris, ore 21,00.
Uno dei film del John Wayne crepuscolare anni Settanta, della stagione del Grinta per intenderci. Naturalmente anche questo I cowboys, diretto nel 1972 da Mark Ryddell, è un western, con un Wayne per l’ennesima volta a incarnare una figura patriarcal-paterna  protetttiva, rocciosa. E malinconica. Qui è un ranchero solitario, cui son stati uccisi tempo prima i due figli. Dovendo accompagnare altrove la sua mandria assolderà, non trovando uomini disponibili, undici ragazzini ancora in età scolare. Dovranno vedersela con l’immancabile villain, e sarà un percorso di formazione collettivo. Con Bruce Dern.
Skyfall, Rai 4, ore 21,05.
Maximum Risk di Ringo Lam. Mediaset Italia 2, ore 21,10.
Papà diventa nonno di Vincente Minnelli, Tv2000, ore 21,10.
La bella e la bestia con Léa Seydoux, Canale 5, ore 21,11.
Uomini di Dio di Xavier Beauvois, Rai 5, ore 21,15.
Colette, Rete 4, ore 21,15. Prima tv
Ci avviciniamo al Giorno della memoria (27 gennaio) e incominciano ad apparire nei palinsesti i titoli legati alla Shoah. Stasera in prima tv un film ceco mai arrivato nelle  nostre sale che, sulle base di un libro parzialmente autobiografico di un sopravisuto ad Auschwitz, racconta di due giovani innamoratii che, finiti nel lager, continua a comunicare pur nella separazione fisica e progetta una fuga insieme.
Quattro matrimoni e un funerale, Rai Movie, ore 21,20.
Fargo dei fratelli Coen, Rai Movie, ore 23,20.
Il pistolero di Don Siegel, Iris, ore 23,38.

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Il film imperdibile stasera in tv: UOMINI DI DIO (mart. 24 genn. 2017, tv in chiaro)

Uomini di Dio di Xavier Beauvois, Rai 5, ore 21,15. Martedì 24 gennaio 2017.
19452508Film importante, e, sia detto senza retorica ed esagerazione alcuna, di bruciante attualità. Diretto dal francese Xavier Beauvois e gran successo soprattutto in patria, Uomini e dei (questo il bellissimo titolo originale, al solito tradito e banalizzato da quello italiano) ricostruisce con stile spoglio e modi realisti, ma non poveri, l’eccidio dei sette monaci trappisti nel 1996 in Algeria da parte di un commando di islamisti del gruppo GIA. Mentre il paese era attrversato dalla guerra civile che in dodici anni avrebbe causato 120mila morti. Uno dei primi episodi rivelatori di quella che di lì a poco qualcuno, non tutti, avrebbe chiamato scontro di civiltà tra Occidente e mondo islamico. Uomini di Dio è più importante che convincente, vista la cautela con cui accenna alle responsabilità e all’identità degli assassini. Ma resta da vedere e rivedere. Coincidenza: giusto ieri sera, all’anteprima stampa qui a Milano di un film piuttosto mediocre, Io prima di te (storia, diciamo così, di amore e eutanasia), mi ha sorpreso vedere il protagonista tetraplegico educare alla cultura la sua volonterosa ma ignorante infermiera mostrandole proprio il dvd di Uomini di Dio.
Ripubblico la recensione scritta nel 2010, poco prima dell’uscita in sala del film.Vita e martirio dei sette monaci trappisti uccisi nel 1996 nell’Atlante algerino. Film di enorme successo popolare in Francia, di scarsissimo successo da noi, forse perché i fatti non appartengono alla nostra storia. O perché siamo troppo distratti per interessarci a un film così austero e anomalo. Bello, commovente, qua e là magnifico. Solo che, per non cadere nel pregiudizio anti-Islam, finisce con l’essere fin troppo reticente e cauto nell’attribuire le responsabilità e nel ricostruire gli eventi.
19441904Uomini di Dio
(Des hommes et des dieux)
. Regia di Xavier Beauvois
.
Con Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Sabrina Ouazani, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin, Xavier Maly, Jean-Marie Frin. Francia, 2010.
19441915Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette monaci trappisti del monastero di Tibéhirine, nell’Atlante algerino, vengono rapiti. Il 21 maggio il Gruppo Islamico Armato (GIA) rivendica la loro esecuzione. Il 30 maggio le loro teste mozzate vengono ritrovate davanti al convento. I corpi non saranno mai rintracciati.
Imperversava in quegli anni in Algeria la guerra civile tra forze governative e gruppi islamisti di vario tipo, ma accomunati dal fanatismo religioso e dall’odio verso il governo considerato illegittimo. Guerra durata oltre un decennio e non ancora del tutto spenta che ha causato 150 mila vittime, una tragedia alle porte di casa nostra ma che l’Europa ha volentieri rimosso e dimenticato.
Nemmeno Uomini di Dio di Xavier Beauvois, che pure ricostruisce la vicenda dei monaci di Tibéhirine, dice molto della guerra civile: la quale come un rumore di fonde percorre tutto il film, senza però che mai si accenni esplicitamente alle sue cause, all’identità delle parti in conflitto e alle loro motivazioni. Un prudente silenzio che è la cifra di tutto il film. A partire dal titolo originale – bello e ambiguo – Des hommes et des dieux, appiattito chissà perché nella versione italiana nel banale Uomini di Dio (eppure la distribuzione è Lucky Red, di solito sensibile alle sfumature linguistiche e non solo). Dunque, Uomini e dei. Quel plurale della parola Dio è stato subito inteso dalle tante anime belle inneggianti al dialogo tra le civiltà come una dichiarazione d’intenti ecumenica da parte di Beauvois, come volontà di non esaltare alcun monoteismo sull’altro, come affermazione della pari dignità tra Cristianesimo e Islam. Dimenticano, quegli ingenui esaltatori molto politically correct ma assolutamente ignari di ogni cultura religiosa, che la sola parola dieux per l’Islam non ha senso alcuno, visto che per esso esiste un unico Dio, e che questo Dio è lo stesso dei cristiani (Gesù è citato nel Corano come uno dei suoi profeti). Stando al quotidiano cattolico francese La Croix, Beauvois il titolo in realtà l’avrebbe mutuato da un salmo che recita, testualmente: “L’ho detto: Voi siete degli dei, dei figli dell’Altissimo, tutti voi! Pertanto, voi morrete come uomini”, alludendo all’eterno e al caduco, al sovrannaturale e al terreno che si mischiano inestricabilmente nella drammatica vicenda dei monaci di Tibéhirine. Continua a leggere

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11 film da vedere stasera in tv (lun. 23 genn. 2017, tv in chiaro)

Il sesto senso

Il sesto senso

Quantum of Solace

Quantum of Solace

Cliccare il link per la recensione di questo blog. lcune schede sono state scritte in occasione di una precedente messa in onda. Con l’asterisco i film fortemente consigliati.

*Il sesto senso di M. Night Shyamalan, Iris, ore 21,00.
*Conspiracy – Soluzione finale di Frank Pierson, Cielo, ore 21,15.
Lo Hobbit – La desolazione di Smaugh, Tv8, ore 21,15.
Il secondo capitolo, e anche il più debole, della trilogia dello Hobbit, prequel della ben più solida e memorabile Trilogia dell’anello. Dirige sempre Peter Jackson, ma le storie dello hobbit Bilbo son troppo stirate e dilatate su tre film per essere davvero avvincenti, e anche l’effetto déjà-vu non aiuta. C’è poco della forza cinematografuca del Signore degli anelli, anche se si resta pur sempre a un livello dignitoso. Qui lo hobbit Bilbo (un bravissimo Martin Freeman) si aggrega alla compagnia dei nani decisi, sotto indicazione di Gandalf, a riappriopriarsi della montagna di Erebor ora dominata dal drago Smaug (che si rotola nell’oro come Paperon de’ Paperoni). Tutto prevedibile, ma abbastanza vedibile. Nell’originale la voce di Smaug è di Benedict Cumberbatch.
*Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone, Rai Movie, ore 21,20.
Lady Henderson presenta di Stephen Frears, la7d, ore 21,10.
Magic in the Moonlight di Woody Allen, Canale 5, ore 0,20.
*Il prezzo del potere di Tonino Valerii, Rai Movie, ore 0,20.
*Enrico V di Kenneth Branagh, Ttv2000, ore 22,05.
Quantum of Solace, Rai 4, ore 22,45.
Dona Flor e i suoi due mariti, di Bruno Barreto, la7d, ore 23,20.
Il film che, insieme alla telenovela Dancin’ Days, forgiò, negli anni Settranta e Ottanta, il piccolo ma resistente mito cinematografico-televisivo di Sonia Braga (appena rivista al cinema, più che mai carismatica, in Aquarius). Diretto da Bruno Barreto, e clamoroso incasso in patria e in tutto il mondo, Dona Flor resta uno dei massimi successi di sempre del cinema brasiliano. Tratto da un romanzo di uno scrittore allora assai venerato come Jorge Amado, racconta di una signora medioborghese di Salvador de Bahia – la città più wild e africana del Brasile, e la più impregnata di racconti fantastici -, con marito sciupafemmine e traditore, Marito che però e nonostante tutto Dona Flor adorato perché capace di scatenrare in lei la pars erotica. Quando lui muore, la signora si risposa con un farmacista assai rispettabile ma di totale insignifcanza e incapacità carnale. Per fortuna sua interverrà l’ex marito sottoforma di fantasma a darle quello che il noioso consorte numero 2 non le sa dare, in un perfetto ménage à trois subtrop9icale. La liberazione sessuale degli anni Settanta incontra il realismo magico latinoamericano, in una bizzarra miscela temo oggi assai datata.
Assassini nati – Natural Born Killers di Oliver Stone, Paramount Channel, ore 23,25.

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Film stasera in tv: ENRICO V con Kenneth Branagh (lun. 23 genn. 2017, tv in chiaro)

Enrico V di e con Kenneth Branagh, Tv2000, ore 22,05. Lunedì 23 gennaio 2017.
1910615419106147Esordio cinematografico come regista di Kenneth Branagh con uno dei suoi film shakespeariani, forse il suo più celebre e meglio riuscito. Quando gira questo Enrico V, alla fine degli anni Ottanta, Branagh ha soli 28 anni e riesce a portarci dentro tutta l’energia e l’intemperanza dell’età. Siamo lontani dall’accademia laurence-oliveriana, anche se quello di Olivier – mica per niente autore e interprete di un celeberrimo cine-Enrco V – resta lo spettro con cui, consapevolmnente o meno, Branagh continua a misurare se stesso. Qui, come in tutti i suoi film del resto, tutto è più povero, approssimativo, imperfetto, precario, improvvisato, però pulsante e vitalistico. A me il suo cinema, almeno quello dei primi tempi così ruspante e anche tirato via fino a sfiorare a volte la naïvité, piace parecchio. Quanto al dramma shakespeariano,la storia è (abbastanza) nota. Enruco V è il buon re d’Inghilterra che da quando ha preso il potere ha dimenticato i vizi della gioventù e s’è trasformato in sovrano amatissimo. Lo convincono a dichiare giuerra a Carlo VI di Francia e a rivendicare i suoi diritti su quel trono. Così farà, così sarà. E nonostante l’inferiorità numerica delle forze militari inglesi Enrico V sconfiggerà il rivale. Finirà con un matrimonio. Tra gli altri interpreti Emma Thompson, allora moglie di Branagh, Judi Dench e Derek Jacobi.

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