Cannes 2019. La Palma e gli altri premi: è stata la strage dei grandi (e la vittoria dei nuovi)

Il coreano Bong Joon-Ho, Palma d’oro al suo Parasite (immagine dal sito ufficiale del festival di Cannes)

E così anche stavolta Pedro Almodóvar è stato fottuto. Scusate l’espressione rude, ma non saprei come dire meglio quanto è successo stasera in sede di premiazione di Cannes 72. Neanche quest’anno, che pure ha portato in concorso il suo film più convincente da parecchio tempo in qua, ha vinto la Palma d’oro. Premiato sì come migliore attore Antonio Banderas, che interpreta il suo alter ego in Dolor y Gloria, ma è troppo poco e non vale come risarcimento (ed è di Banderas il migliore speech di ringraziamento di tutta la soirée, il più nobile, asciutto e elegante, in cui dice senza smancerosità e con massima sincerità di dovere tutto a Pedro e di voler dividere il premio con lui. Ed è partito un applauso che non finiva più).
Ma la sconfitta di Almodóvar è solo il caso più vistoso della strage dei grandi, dei non pochi titani del cinema che stavano in concorso, cui abbiamo assistito stasera. Un’esecuzione di massa perpetrata da una giuria in cui pure c’era gente di rispetto e talento, da Iñarritu a Lanthimos alla nostra Alice Rohrwacher. Dunque, compiliamo la triste lista delle vittime: niente, oltre che a Pedro, a Quentin Tarantino, Terrence Malick, Abdellatif Kéchiche, Ken Loach, Xavier Dolan, che ha solo trent’anni ma va incluso tra i consacrati (niente palma, però due premi incassati negli anni scorsi a Cannes Compétition e uno a Un certain regard). Gli unici mamasantissima a essersi salvati dal massacro son stati chissà perché, non potendo vantare almeno stavolta meriti particolari rispetto agli esclusi, i fratelli Dardenne, cui è andato il premio per la regia, per un film coraggioso ma con finale pessimo che rovina il buono visto fino a quel momento, su un ragazzino intossicato dal fanatismo islamico, Le jeune Ahmed (violentemente attaccato da molta stampa vecchia e giovane per presunta quanto a mio parere inesistente ‘islamofobia’).
Ma siamo sicuri, signori giurati, che Les Misérables (premio della giuria ex aequo con Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, registi del brasiliano Bacurau), astutissimo e giovanottesco prodotto francese sulle cité e le banlieue che incasserà molto e avrà certo carriera internazionale, sia meglio per dire di Terrence Malick? Il quale ha portato qui il suo film più importante da The Tree of Life e che con una sola sequenza del suo The Hidden Life si mangia tutto il palmarès di stasera. O che il pur bello e interessante Atlantique della francese di origini senegalesi Mati Diop, da collocare tra le buone sorprese del concorso, meriti il Grand Prix che gli è stato assegnato, ovvero il secondo premio nel ranking cannense dopo la Palma d’oro? Era proprio il caso di spazzare via Kéchiche o Dolan per assegnare irragionevolmente alla bellissima, oltre che talentuosa, Mati Diop un riconoscimento tanto importante e pesante?
Il messaggio è arrivato chiaro e forte. Gli illustri maestri che molto hanno dato e molto hanno vinto si ritirino, si pensionino, si chiudano nelle case-riposo, nelle Case Verdi dei cineasti. E la prossima volta tutt’al più si presentino fuori concorso. Invece, promana dalle decisioni dei giurati un volgarissimo e tonante largo ai giovani, un si proceda con la rottamazione dei soliti noti. E, ovviamente, viva la diversity!, che sennò i giornalisti americani poi scrivono cosacce del festivàl. Sicché spazio nel palmarès, oltre che ai giovani, alle donne (tre delle quattro autrici in concorso sono state in vario modo premiate), alle cinematografie emergenti extraueropee come Brasile (Bacurau) e Sud Corea (la Palma d’oro Parasite di Bong Joon-Ho). Che par di sentirli, i giurati, discutere e dirsi che no, basta con le facce di sempre, è ora di valorizzare il nuovo sant’Iddio, di pensare al cinema di domani mica a quello di ieri! Intendiamoci, nessuno dei premi assegnati è scandaloso, nessuno è assurdo, tutti gli autori che son saliti stasera sul palco del Grande Theâtre Lumière hanno portato nella Compétition cose decorose o buone assai, eppure scorrendo il palmarès l’impressione è di una certa angustia, di una diffusa medietà e mediocrità: zero capolavori e pochi i nomi in grado di farci credere-sperare davvero nel futuro del cinema.
Con 21 titoli in concorso, tanti, e quasi nessuno davvero brutto (a parte Jarmusch), ammetto che fosse complicato per Iñarritu e compagni combinare il palmarès. Si doveva scegliere e si è scelto drasticamente e non sempre felicemente, anzi più no che sì. Per dare spazio a più autori e opere si è inventata una menzione speciale (andata a Elia Suleiman per It Must Be Heaven: ovazioni e applausi perfino in corso di proiezione ieri al Lumière; qualcuno pronosticava addirittura la Palma, ma a me, che non ho gradito granché il film, sta bene così, una menzione e via) e si è assegnato un ex aequo per la migliore regia (vedi sopra). Mi è parsa scocciata e delusa Céline Sciamma, data per favoritissima alla vigilia insieme a Almodóvar e Bong Joon-Ho, e invece semiliquidata con un premio minore, quello per la sceneggiatura, a lei e al al suo – a parer mio –  sopravvalutatissimo Portrait de la jeune fille en feu. Sono lieto invece – e però quanti fischi in Salle Debussy dove si trasmetteva su grande schermo la cérimonie de clôture – per il premio per la migliore interpretazione femminile andato nello sconcerto dei più alla Emily Beecham del sofisticato distopico Little Joe di Jessica Hausner, passato nell’indifferenza se non nell’ostilità generale e invece assai sottile e allarmante nel ritrarre glacialmente certe derive del post-umano. Resta da ri-dire della Palma, il coreano Parasite, non proprio inattesa. Successo travolgente, come scrivevano un tempo i critici pigri, ‘di critica e di pubblico’ a tutte le proiezioni. Conferma dell’enorme talento del suo regista, Parasite è forte di una sfolgorante messa in scena e di una sceneggiatura di ingegneristica precisione: almeno fino a due terzi di narrazione, quando tutto precipita nel caos. Certo c’è dentro tutta la vitalità selvaggia e l’energia smodata, anche maleducata, del cinema coreano, non da oggi tra i maggiori al mondo, capace di generare autorialità e film di genere in pari misura. O opere che si situano all’esatto punto di mezzo tra i due estremi com’è il Parassita vincitore. Che ho apprezzato, come no, ma che non colloco tra i miei film del cuore di questo festival. Avrà un enorme successo dappertutto, e però io, sorry, non sono riuscito ad amarlo trovandolo qua e là a essere franchi parecchio indigesto e rozzo. Dimenticavo: niente al Traditore di Marco Bellocchio, com’era prevedibile, solo Favino avrebbe potuto ragionevolmente insediarsi nel palmarès alla voce ‘migliore attore’, ma non ce l’ha fatta. Rammarico personale: che sia rimasto fuori da questo palmarès dei nuovi e seminuovi il cinese Il lago delle oche selvatiche. Quanto agli speech di ringraziamento: hanno annoiato e imbarazzato per prolissità e inconcludenza Ladj LY (Les Misérables) con la sua corte chiamata maleducatamente sul palco e Mati Diop (Atlantique), tant’è che il cerimoniere Edouard Baer ha dovuto interrompere uno e l’altra a forza. Ragazzi, non si parla e straparla sul palco di Cannes come se si fosse nel tinello di casa. Occorre senso della misura e del tempo: anche questo vuol dire essere autori veri. Ecco la lista degli insigniti.

PALMA D’ORO
Parasite (Gisaengcgung) di Bong Joon-Ho

Grand Prix
Atlantique di Mati Diop

Premio per la regia
Le Jeune Ahmed di Jean-Pierre & Luc Dardenne

Premio della giuria ex-aequo
Les Misérables di Ladj LY
Bacurau di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles

Premio per l’interpretazione femminile
Emily Beecham per Little Joe di Jessica Hausner

Premio per l’interpretazione maschile
Antonio Banderas per Dolor y Gloria di Pedro Almodovar

Premio per la sceneggiatura
Céline Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu

Menzione speciale
Elia Suleiman per It Must Be Heaven

Caméra d’or (il premio opera prima)
Nuestras Madres di César Diaz, presentato alla Semaine de la Critique

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Cannes 2019. Recensione: PARASITE (Parassita), un film di Bong Joon-Ho. Lotta di classe in forma di black comedy coreana

Parasite (Gisaengchung) di Bong Joon-Ho. Con Song Kang-Ho, Sun Kyun Lee, Yeo Jeong Cho, Woo Shik Choi. Compétition.
Sud Corea. Una famiglia di proletari degli slums si insedia con truffe e inganni nella villona di un riccastro. Come parassiti divoreranno dall’interno quell’involucro di ricchezza, ma dovranno fare i conti con un altro parassita. Lotta di classe in forma di black comedy: fragorosamente riuscita, travolgente per almeno due terzi. Poi il plot si aggroviglia e dirama in troppi finali. Humor un filo rude per i palatifini europei. Piaciuto moltissimo a pubblico e stampa. Inevitabile favorito. Voto 7+
Applausi fragorosi e urla (scasciate) di giubilo da parte soprattutto della critica internazional-giovinastra alla proiezione stampa di qualche sera fa, perché i pulpamenti di Parasite e il suo rude humor coreano sono perfettamente nello spirito dei nostri tempi cinematografici. Tempi che esigono visceralità, eccesso, vitalismo istintual-pulsionale, turgore narrativo, una dose di volgarità. Una famiglia derelitta ma astuta degli slums di Seul riesce a insediarsi con frodi e inganni nella villa firmata da un’archistar e abitata da un riccastro della new economy dotato di moglie bella e instabile, due figli, servitù, ogni possibile agio e comfort, oltre che di molto denaro e considerazione sociale. I quattro divoreranno dall’interno come parassiti quella polpa di ricchezza. Ma dovranno fare i conti con un altro parassita. Lotta di classe in un interno, metafora evidentissima di diseguaglianze e scontri sociali coreani anzi globali, che ha fatto impazzire veteromarxisti, neomarxisti e marxisti eterni, e virato  in chiave di commedia sgargiante e fracassona, una black comedy un filo grossier per i nostri palati fini europei. Però indubbiamente condotta con sapienza costruttivo-registica, robusta indignazione, travolgente senso dello spettacolo dal venerato Bong Joon-Ho di Snowpiercer (pure quello metaforissima della lotta di classe). Si finisce in un caos entropico alla Hollywood Party, ma senza la grazia di Blake Edward (e di Peter Sellers). Il film, fino a un certo punto coerentissimo e implacabile nella sua progressione narrativa, anche perfetto produttore di risate, si arena e ingorga però a tre quarti, anche qualcosa meno. C’è un parassita di troppo nella villa e pure nella sceneggiatura. E Bong Joon-Ho fatica a decidere chi siano i buoni e i cattivi e da che parte stare. Per non parlare dei troppi finali incoerenti e indecisi a tutto. Ma potrebbe vincere perché asiatico, perché quando è al suo meglio trattasi di opera superiore, e non sarebbe certo uno scandalo. Mi scusino però gli entusiasti dell’opera di Bong, io a Parasite non sono riuscito a voler bene, pur apprezzandone le qualità evidenti . Sorry, la commedia coreana non fa per me.

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Cannes 2019. Recensione: PORTRAIT DE LA JEUNE FILLE EN FEU, un film di Céline Sciamma. Storia di Marianne e Heloïse

Portrait de la jeune fille en feu (Ritratto della fanciulla in fiamme), un film di Céline Sciamma. Con Adèle Haenel, Noémie Merlant, Valeria Golino, Luàna Barjami. Compétition.
Nel Settecento, in un castello in Bretagna. In questo ambiente protoromantico e un filo gotico arriva la pittrice Marianne per ritrarre la misteriosa Heloïse. Si capisce subito che tra di loro sarà passione. Peccato che per via del ritmo blandissimo e soporifero, il primo prevedibile bacio arrivi dopo un’ora e venti minuti. Céline Sciamma dopo il tosto e adrenalinico Bande de femmes realizza un apparentemente languido romance, in realtà un film glaciale e programmatico. Piaciuto quasi a tutti (però non a me). Tra i favorito alla palma. Voto 5 e mezzo
Applausi lunghissimi, enorme consenso. Commenti entusiasti da parte di ogni rango e settore della stampa, dai massimi cartacei statunitensi alla jeune critique italiana del web. Francamente non capisco, e dissento da un pensiero unico e mai soverchiante come stavolta. Naturalmente  siparla di palma d’oro per questo astutissimo – a Céline Sciamma vanno riconosciuti talento e mestiere di metteur en scène e sceneggiatrice -, ma nel suo intimo inerte e glacialmente programmato e dimostrativo Portrait d’une jeune fille en fleur. E l’allusione del titolo a Proust nulla c’entra, trattasi di puro calembour. A colpire immediatamente è la distanza dai precedenti Sciamma-movie, Tomboy e Bande de filles, duri, adrenalinici, di ragazze e ragazzine assai toste. Anhe qui si raconta di donnne, di giovani donne,  ma nella cornice di un period drama dei più classici e dalle forme volutamente antiquate, un romance di passioni in sboccio e poi soffocate nel settecento francese, per fortuna stavolta senza ciprie, nei e parrucche. Passioni solo femminili, omoerotiche, da donna a donna. Con dentro parecchio anche del successivo Ottocento romantico per via di quelle signore e signorine che si affacciano sui dirupi a contemplare le onde infrangersi e le rocce avvolte dalla schiuma e le nuvole che corrono in cielo. Brume come nei romanzi delle sorelle Brönte e negli inifiniti film derivati da quella temperie romantica, come La donna del tenente francese. Sciamma è colta, conosce precedenti e antecedenti e riferimenti, applica la lezione appresa benissimo (la scena dello sbarco con tavolozza e altri materiali di pittura è un’evidente citazione di quella con pianoforte di Lezioni di piano di Jane Campion). Sicché coloro che tanto apprezzano la bella inquadratura e ahinoi ‘la bella fotografia’, restano estasiati di fronte a tanto fulgore figurativo.
Siamo a occhio nella seconda metà del Settecento, in un castello-palazzo vicino al mare, nella Bretagna più verde e selvatica. Una pittrice di nome Marianne – vive del suo lavoro, quindi donna emancipata e personaggio emblematicissimo con messaggio incorporato – chiamata da una signora acciocché ritragga la figlia Heloïse, ritratto che sarà inviato a Milano all’aristicrativo cui la ragazza è promessa. Sì va per le lunghissime tra tempi dilatati e atmosfere sospese (dov’è finita la Sciamma ipercinetica di Bande de femmes?), veniamo intanto a sapere che la sorella della promessa sposa è morta precipitando misteriosamente dalla scogliera. E dunque si precipita anche in sinistre atmosfere gotiche. Pare che la ragazza cui si farà il ritratto, non ancora apparsa e dunque enigmaticissima figura, sia afflitta da malinconie e altri caligini dell’anima. E basta così per non spoilerare. Diciamo che la pittrice e la ragazza da ritrarre, figlia della signora del castello, cadranno vicendevolmente in amore. Solo che il primo prevedibile bacio arriva dopo un’ora e venti e poco succede fino alle due ore, per tanto si allunga Ritratto di fanciulla in fiamme. Molti ovviamente in deliquio di fronte a tanta affinatezza e delicatezza di tocco, e a tanto dispiegato impegno lgbtqi, con elogi soprattutto sulla stampa anglofona il female gaze, lo sguardo femminile di Céline Sciamma. A me è sembrato artefatto e, benché abilmente dissimulato, l’usuale film a tesi sulla condizione-oppressione delle donne e sull’amore tra donne. Con un sovraccarico di cliché ideologici che ci portiamo dietro da decenni. Continua a leggere

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Cannes 2019. Migliore attore e migliore attrice: i favoriti

Roschdy Zem (a destra) in ‘Roubaix, une lumière’

Virginie Efira in ‘Sibyl’

Riconoscimenti tutt’altro che secondari, quelli che vanno in un festival al migliore attore e alla migliore attrice. Con predilezione da parte delle giurie a premiare interpreti sconosciuti venuti da lontano. Come la protagonista qualche edizione fa qui a Cannes del filippino Ma’ Rosa (preferita alla Huppert di Elle! e l’attrice kirghisa dell’anno scorso. Quindi si tratta di pronostico alquanto complicato e azzardato. Capaci, i giurati, di sorprenderci premiando il ragazzino di Le jeune Ahmed dei fratelli Dardenne o l’Elia Suleiman che interpreta se stesso ne lproprio film, con una maschera impassibile alla Buster Keaton. È il premio sul quale chi dà i premi adora scatnerasi. Tre i possibili anche lo sconosciuto e sicuramente straodinario attore di Sorry We Missed You di Ken Loach o il padre di Parasite. Ma a lume di buonsenso e logica io direi:

Migliore attore

1) Antonio Banderas, Dolor y Gloria
Sempre ovviamente che Almodovar non porti a casa la Palma d’oro o altre premio di primo livello. Nel qual caso lo slot verrebbe occupato da altri nomi.

2) Roschdy Zem, Roubaix, une lumière
Ho adorato il film di Arnaud Desplechi, così intimamente bressoniano nonostante il suo mostrarsi come un lavoro di genere tra il noir, il crime e il procedural. Con uno dei personaggi tormentato dal silenzio di Dio come in Bergman. Roschdy Zem quale commissario di polizia alle prese con un sordido delitto dostojevskiano ci consegna l’interpretazione assoluta di questo Cannes.

3) Brad Pitt, Once Upon a Time… in Hollywood
Bravo anche Leo DiCaprio, ma lui di più. Certo, potrebbero premiare les deux e sarebbe un’orgia di flash dei fotografi. Che Pitt fosse un attore vero lo si era capito da un pezzo, stavolta sarebbe la consacrazione.

4) Pierfrancesco Favino, Il traditore
Il film di Bellocchio è assai piaciuto, lui quale Tommaso Buscetta pure. Potrebbe davvero agguantare il premio.

Migliore attrice

1) Virginie Efira, Sibyl
Sono anni che la belga Efira inanella eccellenti interpretazioni nel cinema francofono. Stavolta fa suo di prepotenza il bel film di Justine Tret, l’ultimo in ordine di apparizione del concorso, nel ruolo di una donna in apparenza vincente – bel lavoro, bella famiglia – e invece interrotta, sofferente, afflitta da alcolismo. Film imperfetto ma parecchio interessante, oscillante tra commedia e dramma esistenziale, audace, stracolmo di invenzioni.

2) Léa Seydoux e/o Sara Forestier, Roubaix, une lumière
L’una o l’altra, o entrambe. Sono loro la luce del male del bellissimo film di Desplechin.

3) Noémie Merlant, Portrait d’une jeune fille en feu
La pittrice del film di Céline Sciamma apporta un senso di verità a un racconto fin troppo programmatico e dimostrativo.

4) Isabelle Huppert, Frankie
Non il suo migliore film, non la sua interpretazione più eclatante, ma Huppert è Huppert, una leggenda.

Aggiungo un’ipotesi folle: il premio a tutte le ragazze di Mektoub My Love: Intermezzo di Abdellatif Kéchiche. Non succederà, ma è bello pensarci.

 

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Cannes 2019. I favoriti alla Palma d’oro

‘Parasite’ di Bong Joon Ho

Ore 19,15: cerimonia di chiusura con consegna premi. Officia Edouard Baer. L’opinone dominante, rafforzata alle stellette assegnate da un panel di critici internazionali su Screen Daily (valutazioni che non guardo mai in corso di festival) , indica tre titoli su tutti. Che ça va sans dire non coincidono perfettamente con le mie preferenze che ho appena espresso nella mia classifica finale.
Allora i pronostici.

1) Parasite (Gisaengchung)
di Bong Joon Ho.
Applausi fragorosi e urla (scasciate) di entusiasmo da parte soprattutto della critica internazional-giovinastra alla proiezione stampa di qualche sera fa, perché i pulpamenti di Parasite e il suo rude humor coreano sono perfettamente nello spirito dei nostri tempi cinematografici. Tempi che esigono visceralità, eccesso, vitalismo istintual-pulsionale, turgore narrativo, una dose di volgarità. Una famiglia derelitta ma astuta degli slums di Seul riesce a insediarsi con frodi e inganni nella villa firmata da un’archistar e abitata da un riccastro della new economy dotato di moglie bella e instabile, due figli, servitù, ogni possibile agio e comfort, oltre che di molto denaro e considerazione sociale. I quattro divoreranno dall’interno come parassiti quella polpa di ricchezza. Ma dovranno fare i conti con un altro parassita. Lotta di classe in un interno, metafora evidentissima di diseguaglianze e scontri sociali coreani anzi globali, che ha fatto impazzire veteromarxisti, neomarxisti e marxisti eterni, e virata in chiave di commedia sgargiante e fracassona, una black comedy un filo grossier per i nostri palati fini europei. Però indubbiamente condotta con sapienza costruttivo-registica, robusta indignazione, travolgente senso dello spettacolo dal venerato Bong Joon Ho di Snowpiercer (pure quello metaforissima della lotta di classe). Si finisce in un caos entropico alla Hollywood Party, ma senza la grazia di Blake Edward (e di Peter Sellers). Il film, fino a un certo punto coerentissimo e implacabile nella sua progressione narrativa, anche perfetto produttore di risate, si arena e ingorga però a tre quarti, anche qualcosa meno. C’è un parassita di troppo nella villa e pure nella sceneggiatura. E Bong Joon Ho fatica a decidere chi siano i buoni e i cattivi e da che parte stare. Per non parlare dei troppi finali incoerenti e indecisi a tutto. Ma potrebbe vincere perché asiatico, perché quando è al suo meglio trattasi di opera superiore, e non sarebbe certo uno scandalo. Mi scusino però gli entusiasti dell’opera di Bong, io a Parasite non sono riuscito a voler bene, pur apprezzandone le qualità evidenti . Sorry, la commedia coreana non fa per me.

2) Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar
Pedro de la Mancha se la merita più di tutti gli altri, questa Palma. Perché, piaccia o meno, è un maestro, perché, nonostante sia un regular del concorso di Cannes, non gliel’hanno mai data e sarebbe ora di riparare. Oltretutto trattasi di film bellissimo, il migliore Almodóvar da molti anni in qua. Autofiction, con immagino molte consonanze con la sua vita e qualche scostamento, senza troppo autoindulgenze e con un protagonista-alter ego regista impantanato nell’inazione che ricorda, rivive, fa i suoi conti esistenziali. Con almeno due momenti di alta commozione pur in assenza di vili ricatti verso lo spettatore. Immagino che il ‘premiamo o no Almodóvar?’ sia stato il dilemma con cui si sono dovuti confrontare tutti i giorni tutti giurati. Stasera ne sapremo l’esito.

3) Portrait de la jeune fille en feu (Ritratto della fanciulla nel fuoco) di Céline Sciamma
Tediosissimo, dimostrativo anche se non lo dà a vedere, eppure – e francamente non capisco – considerato da critici istituzionali come da certa giovane guerrilla critique un capolavoro. Due ore di languori e occhiate furtive e intermittenze del cuore (e della carne) tra due giovani donne in un castello bretone: una pittrice – siamo nella seconda metà del Settecento direi – e la ragazza, promessa sposa a un aristocratico milanese, che deve ritrarre. Si capisce subito che tra le due donne sarà passione, benché soffocata dalla società patriarcale (il libertinismo di quel secolo valeva solo per gli uomini, e per gli uomini eterosessuali, evidentemente). Peccato si debba aspettare un’ora e venti perché arrivi il primo e scontatisssimo bacio. Strano che Céline Sciamma, dopo l’adrenalinico, maleducato ma devo ammettere seminale Bande de femmes (film ispiratore e copiatissimo), abbia scelto stavolta la temperie proto-romantica di una storia d’amore in costume, dilatando tempi del racconto e abbassando i ritmi al livello di guardia della noia. Certo, impeccabilmente girato, con gran gusto e cultura figurativa, con infiniti riferimenti a tanta letteratura e cinema, dalle sorelle Brönte a La donna del tenente francese a Lezioni di piano di Jane Campion, con tutte quelle scogliere e onde che si infrangono. Echi di romanzo gotico. Stucchevole l’evidente intenzione di trasformarlo in un inno proto-femminista, benché senza agitar di bandiere e di impegno. A rendere retorico e anche ideologico il film sono tutti i rimandi alla ‘cultura sommersa femminile’, alla ‘solidarietà-comunità tra donne quale forma di resistenza al fallocenrismo patriarcale’ che sono dei topoi, anche cliché, di certa cultura femminista a partire dagli anni Settanta. Vogliamo parlare della sequenza delle donne, solo donne, intorno al fuoco, ad alludere agli incontri di quelle che venivano demonizzate come streghe? E la scena dell’aborto con ‘il sapere sommerso trasmesso da donna a donna del corpo femminile’? Aiuto. Ci sono, e credo si tratti di record assoluto negativo, solo due maschi nel film, un barcaiolo all’inizio, un portatore di pacchi alla fine. Servi. Neanche fuchi. Magari gli danno la Palma d’oro e saranno contenti i tanti che hanno parlato di ‘sguardo femminile’.

4) Once Upon a Time… in Hollywood di Quentin Tarantino
Lo aggiungo adesso. Nella prima versione di questo post mi ero dimenticato di lui, Quentin. Non per caso, visto che C’era una volta… a Hollywood mi ha in pari misura entusiasmato e deluso. Del resto, ha diviso anche Cannes, con bilancia a pendere dalla parte dei favorevoli. Volete che Trantino, arrivato qui al festival esibendo un’arietta non così amabile da lider maximo del cinema contemporaneo, se ne parta senza premi? Un mammasantissima come lui?

Potrebbero vincere
Le giurie sono imperscrutabili. Ricordo, solo per stare ai recenti Cannes, che nessuno (se qualcuno dice di averlo predetto mente sapendo di mentire: non credetegli) aveva pronosticato che la Palma d’oro 2016 sarebbe andata al Ken Loach di Io, Daniel Blake. Guardando poi agli altri festivalm nessuno in fatto di sorprese supera la Berlinale, capace nel 2018 di premiare il peggiore film del concorso, Touch Me Not. Allora, come escludere che stasera la giuria presieduta da Iñarritu ci sorprenda? Io spero in una Palma Dolan o Kéchiche. O Malick. Ma potrebbero essere premiai, tra tanti titani che si scontrano, titoli e autori sulla carta più fragili. Penso al cinese Diao Yinan e al suo bellissimo Il lago delle oche selvatiche. Penso anche, soprattutto, a It Must Be Heaven del palestinese Elia Suleiman – la sua città è Nazareth, in Israele – che ieri ha fatto sfracelli in Salle Lumière con la sua comicità slapstick e deadpan, per poi virare con decisione nella parte ultima verso il politico (pur mantenendosi in forma di commedia imnpassibile) parlando di Palestina, patria sognata e mai realizzato, e di esilio e diaspora palestinesi. Cosa che, ça va sans dire, ha fatto venir giù la sala dagli applausi. A me non è piaciuto granché, con la sua comicità fissa e sunnambolica che vorrebbe essere à la Roy Andersson o Ulrich Seidl ma non ci riesce. E nonostante ci siano dentro Tati, Buster Keaton, il René Clair surrealista di Entr’Acte. Ma volete mettere la tentazione di premiarlo e issare sul Palais la bandiera della Palestina-che–non-c’è per colpa del detestato – da parte di quasi tutti i cannensi – Israele?

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