Recensione: PERSONAL SHOPPER, un film di Olivier Assayas. Il riscatto in sala dopo i fischi di Cannes

5729c0623e67c444f3bbe634b731b8d7590128Personal Shopper, un film di Olivier Assayas. Con Kristen Stewart, Lars Eidinger, Anders Danielsen Lie, Nora Von Wäldstatten.
743998ebea5596099bb851f1977044dcUn boato di fischi ha accolto a Cannes 2016 questo elegante e inquietante Assayas. Che ha il torto agli occhi di molti critici di giocare con il genere supernatural raccontandoci di una ragazza-medium che cerca di mettersi in contatto con il gemello morto. Un film sospeso, fatto di ectoplasmi, fantasmi, visioni e ossessioni. Sinistro ed elegantissimo, e lontano dalla volgarità degli effettacci speciali. Sottile e fragile come un cristallo. Un film cui voler bene. Voto 7 e mezzo
abee79fc9964a0f1b196ee86d6dcedc3Francamente stupisce leggere oggi recensioni entusiaste di Personal Shopper in Italia, Francia, Stati Uniti. Tutti pentiti? Perché quando l’anno scorso il film di Olivier Assayas venne presentato in concorso a Cannes furono boati di fischi, schiamazzi e buuh alla proiezione stampa. E non fummo in molti a scriverne bene. Adesso che è arrivato nei nostri cinema, ripropongo quella mia recensione.

Ecco, ci voleva Olivier Assayas per scatenare la prima vera mattanza di questo Cannes 69. I fischi a fine press screening del suo Personal Shopper son stati i più violenti e intimidatori del festival (so far). Quelli come me cui era piaciuto – pochi, per la verità – son stati subito zittiti e dileggiati a colpi di “fa schifo, è imbarazzante, Assayas s’è bevuto il cervello”, e via mazzolando. Poi con qualche tweet, qualche post, qualche instant review soprattutto francese, gli estimatori si son fatti sotto e han preso coraggio, fino a contrastare gli haters. E oggi ho visto che i favorevoli aumentavano. È che il regista di Sils Maria – film che, sarà meglio ricordarlo, quando lo diedere qui a Cannes due edizioni fa fu svillaneggiato e sottovalutato, salvo essere salutato mesi dopo come un capolavoro – osa l’inosabile, soprattutto a un festival di prima fascia, lanciandosi in un film di genere, con le stimmate del b-movie dichiarato, un supernatural con una ragazza-medium che vede e parla con i morti, o almeno ci prova. Perché il film è perlopiù il tentativo affannoso di stabilire un ponte con chi sta dall’altra parte senza mai riuscirci davvero. Maureen – una fantastica Kristen Stewart, definitivamente la meglio oggi su piazza – se ne sta a Parigi a fare la personal shopper di una stronza, una celebrity celebre per essere celebre, una cretina arrogante sempre in giro tra una sfilata e un charity, e che affida a lei, a Maureen, il compito di cercarle e procurarle vestiti, scarpe, gioielli, truccherie varie. Il che è un ottimo pretesto per mostrarci abitucci – e tanti – di assurda e sfolgorante bellezza. Se Maureen accetta quella gogna è perché vuol stare a Parigi dove spera di comunicare con il gemello Lewis morto da poco a causa di una malformazione cardiaca. Rimanendo nella stessa città, frequentando gli ambienti del defunto e le persone della sua cerchia, è sicura prima o poi di farcela, di parlargli. Ma le presenze si affacciano dall’al di là per poi subito ritirarsi, lasciandola frustrata a angosciata. Ci sarà anche un delitto, e Maureen sarà la prima sospettata. Il plot è di cartavelina, fragile fino al niente. Personal Shopper promette continuamente svolte e colpi e contraccolpi di scena che poi non mantiene. Ma in questa sospensione continua, in questo fluttuare nel nulla, senza punti di ancoraggio e appigli, come gli ectoplasmi che ogni tanto appaiono per subito scomparire, sta anche il fascino ipnotico di questo inafferrabile film. Che è film di fantasie, ossessioni, deliri, visioni, spettri, fantasmi, forze oscure che sembrano sabotare quella cosa che chiamiamo realtà. A fare la differenza rispetto a un b-movie è che Assayas se ne sbatte delle regole del gioco, accende attese cui poi non dà risposte, biforca sentieri per non andare e non portarci da nessuna parte. Un film-limbo, dove tutto può essere come lo vediamo o non esserlo. Film che è qui e altrove. Continua a leggere

Pubblicato in al cinema, cinema, Container, film, recensioni | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Recensione: L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA, un film di Aki Kaurismäki. Bello, ma non somiglia un po’ troppo a ‘Miracolo a Le Havre’?

201719257_1L’altro volto della speranza (titolo internazionale: ‘The Other Side of Hope’; titolo originale: ‘Toivon tuolla puolen’), un film di Aki Kaurismäki. Con Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Janne Hyytiäinen, Ilkka Koivula, Nuppu Koivu.
201719257_3Un clandestino siriano a Helsinki trova aiuto e protezione in un maturo signore neoseparato. Ricorda qualcosa questo nuovo Kaurismäki? Sì, il suo precedente Miracolo a Le Havre (ragazzino africano aiutato da maturo homeless). Il regista finlandese copia se stesso, anche se lo fa con grazia e arguzia, divertendoci moltissimo con i suoi soliti caratteri stralunati e deragliati. E però, altra debolezza del film, la storia di Khaled è così esemplare e dimostrativa da somigliare a un reportage sull’immigrazione. Vincitore alla Berlinale 2017 del premio per la migliore regia. Voto 7 meno
201719257_4Ripropongo la recensione scritta alla scorsa Berlinale:
Che applauso, alla fine del press screening. Il favorito della vigilia Aki Kaurismäki (chi non lo ama?) si è confermato tale alla visione del suo L’altro volto della speranza. È lui il candidato da battere per l’Orso d’oro (updating: vincerà solo il premio per la migliore regia), anche se il suo non è il film migliore del concorso. Volete che la Berlinale si lasci scappare l’occasione ghiottissima di consacrare un autore che da trent’anni persegue con rigore, coerenza e senza la minima malmostosità la sua idea di cinema? Con Le Havre a Cannes si era avvicinato alla Palma, ma poi l’avevano data (bisogna dire giustamente) al Terrence Malick di The Tree of Life. Ma c’è un’altra ragione, squisitamente extracinematografica, che gioca stavolta a favore di Kaurismäki: il suo film su un immigrato siriano clandestino a Helsinki arriva al momento giusto, tocca un tema qui in Germania molto sentito, e la tentazione di premiarlo come atto di resistenza antitrumpista credo sia forte, anzi irresistibile. Insomma, le premesse ci sono, e però, diciamolo, Aki Kaurismäki ha fatto di meglio. Perché va benissimno battere e ribattere sul tasto degli immigrati dalle aree disagiate del pianeta, ma era proprio il caso di replicare Le Havre? Là c’era un bambinetto africano che trovava protezione e aiuto in un homeless di modi assai dandistici, qui un siriano che vien salvato dall’espulsione dalla Finalndia da un bravo signore medio-borghese. Se sovrapponiamo i due film, vedremo come le funzioni narrative sian quasi le stesse. E le figure anche. Una debolezza strutturale che Kaurismaki, pur con tutta la sua capacità di fare cinema e di riempirlo di arguzia, grazia, piccoli anarchismi incantevoli, personaggi mattocchi e stralunati, non ce la a mascherare.
Khaled è scappato da Aleppo con la sorella, ha passato la frontiera con la Turchia, ha raggiunto la Grecia, poi su su per la rotta balcanica fino alla Polonia, e da lì a Helsinki nascosto nella stiva di una nave. È solo, in uno scontro alla frontiera ungherese ha perso i contatti con la sorella, non ne sa più niente, è disperato. Finisce in un centro di accoglienza tenporaneo, freddo e anonimo ma non malvagio, in attesa di avere il visto come rifugiato. Continua a leggere

Pubblicato in al cinema, cinema, Container, film, recensioni | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Recensione: LE COSE CHE VERRANNO, un film di Mia Hansen-Løve con la solita grande Huppert. Tradita però mai lagnosa: un filosofa non piange mai

201609145_4Le cose che verranno (L’avenir) di Mia Hansen-Løve. Con Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob. Al cinema da giovedì 20 aprile 2017.
201609145_1201609145_3La molto talentuosa parigina Mia Hansen-Løve finalmente realizza un film maturo e convincente, un film a modo suo perfetto. Ritratto di una signora nei suoi cinquanta mollata dal marito. Se vi aspettate la solita lagna, vi sbagliate. Qui il dolore è consumato a ciglio asciutto, stoicamente, con dignità. Mica per niente la signora (una strepitosa Isabelle Huppert) di mestiere insegna filosofia. Film pieno di figure laterali una meglio dell’altra. Voto 8 e mezzo
201609145_2La francese Mia Hansen-Løve non mi aveva convinto con i suoi precedenti Un amour de jeunesse e Eden. Stavolta invece centra un film praticamente perfetto, un mirabile ritratto del milieu parigino che lei conosce benissimo e dove immagino sia anche diventata grande, quello dell’intellettualità borghese. Dei bobos di ottimi gusti, e di ancora meglio letture, naturellement di sinistra (impensabile il contrario), gente di eleganza sobria e contenuta fino all’invisibilità, comunque lontana da ogni volgare eccesso di soldo esibito, da ogni smania da rozzi parvenu. Gente se vogliamo non proprio di massima simpatia (nel film di Eugène Green Le fils de Joseph, presentato alla Berlinale 2016 come questo Le cose che verranno, il giovane protagonista proletario ironizza sui bobos e su quanto siano odiosi), ma presenza ineludibile e perfino indispensabie dell’antropologia franco-parigina. Mia Hansen-Løve stavolta abbandona i suoi giovani, sempre belli e massimamente chic anche quando sono perduti e tossici e in cachemerini logori e bisunti come in Eden, per concentrarsi su una donna nei suoi cinquanta e qualcosa di nome Nathalie, interpretata da una clamorosa Isabelle Huppert. Nathalie che viene, come sovente capita, mollata dall’ignavo marito per una sconosciuta si suppone più giovane. Filosofo lui, filosofa Nathalie, insegnante all’università assai amata dagli allievi cui schiude le menti e orizzonti. In pochi minuti di film si citano Adorno e i suoi Minima Moralia, Martin Buber (pronunciato Bubé alla francese!), Foucault e adesso non ricordo più chi, comunque tutta gente di conclamata eccellenza intellettuale. I due figli, che di philo non vogliono sapere, stan però dalla sua parte, costringendo il padre a confessare la colpa e andarsene di casa. Ma una filosofa non piange mai, e se piange, lo fa con gran autocontrollo e lontano da occhi indiscreti. Ci vuole classe, anche nel dolore. Nathalie soffre, ma essendo di modi coltivati non si abbandona al piagnisteo. Non si fa, ecco. Conosciamo persone e personaggi intorno a lei, a partire da un suo ex allievo bello di quella bellezza magra-maschile molto aristocratica ereditata da Rohmer e Bresson – ‘il miglior che abbia mai avuto’  dice Nathalie – che sta scrivendo un libro, sta in una specie di comune anarchica con altri intellos-bobos da qualche parte sulle montagne. Conosciamo la madre di Nathalie, ex mannequin, ora terrorizzata dalla vecchiaia, dalla solitudine, dalla morte, ed è Edith Scob, l’attrice del mitologico Occhi senza volto di Georges Franju ripescata da Léo Carax per Holy Motors. Continua a leggere

Pubblicato in al cinema, cinema, Container, film, recensioni | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film stasera in tv: IL CIELO PUÒ ATTENDERE di Ernst Lubitsch (mart. 18 aprile 2017, tv in chiaro)

Il cielo può attendere di Ernst Lubitsch, Rete Capri, ore 22,30. Martedì 18 aprile 2017.
Schermata 2017-04-18 alle 21.34.35Facile confonderlo con Il paradiso può attendere, interpretato e pure diretto da Warren Beatty nei tardi anni Settanta. Ma questo Heaven Can Wait viene parecchio prima, nel 1943, racconta tutt’altra storia e soprattutto porta la firma dal peso massimo della commedia cinematografica di sempre, Herr Ernst Lubitsch. Un regista da guardare, riguardare, per divertirsi ancora, per capire (e magari copiare) come si governano i meccanismi complessi della commedia perfetta. Quando vien realizzato Il cielo può attendere è tempo di guerra. Ma L. continua a girare nel suo felice escapismo, preferendo divertire e divertirsi, anche se qui il tema della morte è centrale (e siano gli indagatori dell’inconscio a decifrarne il perché, e perché proprio in quel tempo, in quell’anno). Continua a leggere

Pubblicato in cinema, Container, film, film in tv | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Film stasera in tv: DIETRO I CANDELABRI di Steven Soderbergh (mart. 18 aprile 2017, tv in chiaro)

Dietro i candelabri, un film di Steven Soderbergh. Rai Movie, ore 22,50. Martedì 18 aprile  2017.
Recensione scritta dopo la proiezione a Cannes 2014.
048101Dietro i candelabri
, regia di Steven Soderbergh. Con Michael Douglas, Matt Damon, Rob Lowe, Dan Aykroyd, Debbie Reynolds.
048522
Liberace chi? Tra anni Cinquanta e Settanta con il suo pianoforte e i suoi spettacoli rutilanti stregò una certa America. Un pop-idol che da solo prefigurò ogni successiva baracconaggine della società dello spettacolo. Omosessuale quando un omosessuale doveva nascondere e depistare (vedi Rock Hudson). Il film ricostruisce gli ultimi dieci anni della sua vita e la storia che ebbe con un ragazzo povero ma bello e molto, molto più giovane di lui. Grandissimi Michael Dougas e Matt Damon. Regia non appariscente, quasi silenziosa, ma perfetta di Soderbergh. Voto 7+048523
Steven Soderbergh ha dichiarato alla Berlinale che si ritira dal cinema, basta, non farà altri film, lui che a 50 anni e qualcosa ha prodotto moltissimo, al ritmo di un paio di titoli all’anno, attraversando modi e generi con sbalorditiva disinvoltura e ferreo mestiere. Dobbiamo considerare questo Behind the Candelabra, pensato e realizzata per il canale tv Hbo (lo trasmetteranno tra pochi giorni, il 26 maggio), davvero come il suo ultimo film? Non ci credo mica tanto. Soderbergh dimostra oltretutto di essere in ottima forma, perché mollare proprio adesso? Questo biopic su un personaggio mica tanto facile da raccontare, il pianista-divo e soprattutto showman Liberace (pronuncia Liberaci), è notevole davvero, con un lavoro in fase di sceneggiatura e dialoghi ammirevole, soprattutto tenendo conto della difficoltà fino all’incandescenza della materia trattata. Di famiglia italo-cattolica, Liberace spadroneggiò tra anni Cinquanta e primi Settanta nei teatri e perfino negli stadi d’America con i suoi rutilanti concerti al pianoforte incuranti di ogni rigore musicologico, ma di travolgente impatto. Continua a leggere

Pubblicato in cinema, Container, film, film in tv | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Recensione: MAL DI PIETRE, un film di Nicole Garcia. Una romantica donna provenzale (è Marion Cotillard)

31899d233c50b5de28de22c79caa3a2b04542f49ebc40733688b700bd698d9f61Mal di pietre, un film di Nicole Garcia. Tratto dal romanzo di Milena Agus Mal di pietre (ed. Nottetempo). Con Marion Cotillard, Louis Garrel, Àlex Brendemühl.
b51fc840866fe797501dd57f87f3bce7Anni ’40. Storia di una romantica donna provenzale in cerca dell’amore assoluta. Sposerà senza amarlo un brav’uomo che la ama, finché in un clinica avrà l’incontro fatale. Diretto da Nicole Garcia, interpretato dalla superstar Marion Cotillard, Mal di pietre è stato accolto con qualche fischio l’anno scorso a Cannes. Cinema convenzionale, ma non senza dignità. E il personaggio della femmina folle Gabrielle non è poi così banale. Voto 5 e mezzo
e5955d112404ae80cf599bd26814d7bc(Ripropomgo la recensione che ho scritto a Cannes l’anno scorso, Con una sola variazione: ho portato il voto da 5 a 5 mezzo).
Il film che il critico di Cannes ama odiare. Già scorrendo la lista del concorso si capiva subito come Mal di pietre fosse l’anello debole, l’elemento più basso della catena alimentare, la vittima designata, il film destinato in press screening all’affondamento per mezzo di fischi e buuh. Per più motivi. Perché la regia è di Nicole Garcia, attrice mai accettata davvero dai critici come autrice. Perché la protagonista è Marion Cotillard, attrice di troppo successo, perfino in America, e dunque il perfetto idolo da infrangere secondo le pulsioni mimetico-distruttive di massa così bene messe in luce da René Girard. Perché è una storia d’amore delle più classiche, neanche riscattata dal fiammeggiare delle passioni almodovariane o fassbinderiane, e l’amore ai festival chic non si porta. Ultima ragione del flop annunciato, Mal di pietre è tratto da un romanzo italiano di Milena Agus di una quindicina di anni fa, perciò agli occhi dei nostri critici aspiranti cosmopoliti cosa provinciale e assai cheap.
Anch’io sono andato alla proiezione stampa, ahimè alle 8 e mezzo di mattina alla Lumière, soprattutto per doverismo (ai festival mi do come vincolo di vedere tutti i film del concorso), aspettandomi il peggio. Invece Mal di pietra mi è sembrato un prodotto onesto, di una medietà che al cospetto di un Bruno Dumont o di Park Chan-wook certo stinge, e però guardabile, ecco. Non infame. Degno di una qualche attenzione. Che poi, scusate, se si è esaltato oltre ogni logica e ogni buon senso il tedesco Toni Erdmann, perché fare gli schifiltosi e tirarsela di fronte al film di Nicole Garcia? Mal di pietre è una storia d’amore, anzi il sogno di una storia d’amore, come non se ne raccontano più al cinema, tutt’al più in qualche bassa serialità televisiva italiana. E però questa ragazza della campagna provenzale di nome Gabrielle che per tutta la vita si ostina a cercare l’amore, l’assolutezza dell’amore, rifiutando il compromesso, mi ha ricordato le femmine folli dei mélo hollywwodiani anni Quaranta e Cinquanta, ostinatamente autodistruttive, e magari per uomini che non ne meritano il sacrificio. Continua a leggere

Pubblicato in Container | Lascia un commento