Il grande Gatsby (The Great Gatsby), in 3D: un film di Baz Luhrmann, dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Con Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher. Presentato a Cannes fuori concorso. Nei cinema italiani da domani, giovedì 16 maggio.
Discreta accoglianza della stampa qui a Cannes al molto atteso film di Baz Luhrmann, già trionfatore al box office americano. I folli e ruggenti anni Venti sono restituiti dal regista con tutta l’opulenza e la grandeur ultra-pop di cui è capace. Tutto è palcoscenico, recita, melodramma, delle sottigliezze di Scott Fitzgerald non resta molto. Ma lo show c’è, eccome. Buon film, però non siamo all’altezza di Moulin Rouge! E del 3D francamente si poteva fare a meno. Voto tra il 6 e il 7
Sbarca finalmente a Cannes in prima europea, dopo essere uscito la scorsa settimana in migliaia di sale americane, il molto discusso, molto travagliato – anni di preparazione e lavorazione e post produzione – Il grande Gatsby del signor Moulin Rouge, vale a dire l’ustraliano massimalista e un filo pasticcione e molto attratto dal pastiche Baz Luhrmann. Figuriamoci, doveva uscire lo scorso autunno, poi a Natale, invece si è arrivati a oggi, alimentando sospetti e illazioni e chiacchiere: il film non convince chi ci ha messo i soldi, hanno costretto il regista a rigirare scene su scene ecc. E anche se poi i rumors son stati smentiti, la difidenza era rimasta. Invece, visto stamattina qui a Cannes in proiezione stampa, TGG non è mica una ciofèca, anzi. In America i crictici l’hanno abbastanza maltrattato e recensito a sopracciglio aggrottato, tant’è che la la pagella su Metacritic è stata 55, e Anthony Lane dello scicchissimo New Yorker (che ha assegnato 40 su 100) nella sua review ha sfiorato i toni dell’indignazione per la lesa maestà letteraria-fitgeraldiana. Poi però il pubblico americano ha premiato facendo entrare nelle casse nel primo weekend di probrammazione più di 50 milioni di dollari, qualcosa che nemmeno i più ottimisti si aspettavano. Stiamo a vedere come si assesterà il box office le prossime settimane, tenendo conto che l’indice Cinemascore assegnato dal pubblico, quello che suggerisce se il passaparola sarà positivo o negativo, è B, diciamo non benissimo ma neanche male. Devo dire che dal difficile pubblico dei gornalisti di Cannes mi aspettavo il gelo assoluto, invece stamattina alla fine delle due ore e venti di proiezione con la solita rottura degli occhiali 3D c’è stato pure qualche timido applauso, subito bilanciato da qualche debole fischio. L’umore che s’è colto all’uscita va dal blando fastidio alla blanda soddisfazione, con molti a sostenere che Luhrmann ha tradito se non il romanzo certo il suo spirito, la sua anima, il suo mood, il suo clima interno. Abbastanza vero, però Baz fa il suo Gatsby, alla maniera sua, che è quella che conosciamo molto bene: esagitata, chiassosa, ipercolorata, ultrapop, una fiera, un baraccone delle meraviglie in cui spesso il kitsch si intrufola e non se ne va più via. Il pretesto glielo dà la storia, che tratta di vite e destini negli anni Venti che mica per niente furono detti folli, o ruggenti, decade in ci si cercava di recuperare ogni voglia di vivere pericolosamente e i vizi e i peccati dopo l’astinenza imposta dal massacro della grande guerra: complice, anche, l’esplosione sulla scena del paese del jazz e della vitalistica, tellurica cultura afro-americana. Ci avrebbe pensato la crisi del ’29 a far crollare parecchie illusione, ma intanto il godimento era diventato pratica di massa, dalle classi agiate in giù. Per l’incontinente Luhrmann un invito e una tentazione irresistibile a creare uno di quei suoi mondi paralleli, volutamente posticci, dove i personaggi si fanno figure di un melodramma e la realtà diventa scena, scenografia, immenso palcoscenico. Continua a leggere→