11 film stasera in tv (giovedì 17 ottobre 2019, tv in chiaro)

Samba

Il palazzo del Viceré

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Quarto potere di Orson Welles, Rete Capri (canale 122 dt), ore 21:00.
Samba di Toledano & Nakache, Rai Movie, ore 21:10.
Il film girato dai moneymaker francesi Eric Toledano e Olivier Nakache dopo il campionissimo d’incassi Quasi amici. E ancora con l’irresistible Omar Sy quale protagonista. Fun un buon successo in francia (non da noi però), senza riuscire ovviamente a bissare l’esito clamoroso del film precedente. ‘Tematica’ sociale svolta in chiave di rom-com, con la storia di un clandestino senegalese e di una donna in carriera pentita e logorata dallo stress. Sarà incontro e amore complicatissimo, ma amore. Con Omar Sy c’è la divina Charlotte Gainsbourg, ma la chemistry latita pericolosamente.
Jurassic Park di Steven Spielberg, canale 20, ore 21:11.
Uno dei film di maggiore incasso della storia di Hollywood, un colpo do genio di Steven Spielberg che intuisce tutto il potere fascinatorio e di incantamento sull’immaginario (ebbene sì, collettivo) della lontana era dei dinosauri. Inutile raccontare la storia, che è tra le più conosciute almondo. Film giocattolo nel senso migliore, rifondazione del cinema popolare attraverso il primato degli effetti speciali su ogni altro elemento, plot e attori compresi.
Cielo di piombo Ispettore Callaghan, Iris, ore 21:13.
Terzo Callaghan, con un Clint Eastwood sempre incazzatissimo e pronto a farsi giustizia laddove la giustizia istituzionale non arriva )o non vuole arrivare): ricorrendo com’è suo costume alle maniere forti, anzi fortissime. Stavolta se la deve vedere con una banda di reduci dal Vietnam passati al crimine. Lo affianca una giovane collega – siamo agli albori della presenza femminile in polizia – che inizialmente Callagham tratterà, da rude macho qual è, malissimo. Poi le cose cambieranno.
Il palazzo del Vicerè, Rai 3, ore 21:20.
Creed – Nato per combattere di Ryan Coogler, Tv8, ore 21.25.
Una 44 Magnum per l’Ispettore Callaghan, Iris, ore 23:17.
Il secondo film della serie Dirty Harry (da noi chissà perché Ispettore Callaghan) che trasformò Clint Eastwood da star degli spaghetti western in nome da A-list hollywoodiana. Allora, primi anni Settanta, si bollò Eastwood di criptofascismo per i modi spicci e al limite della legalità del suo Harry. Che però, piacesse o meno, sapeva intercettare e interpretare il sentimento popolare di quei tempi come pochi.
Glastonbury – The Movie, Rai 5, or 23:29.
Glastonbury: un’istituzione della musica britannioca, il festival all’aperto che-non-si-deve-perdere. Quello del fango e delle Kate Moss con gli stivaloni di gomma. Questo film è del lontanissimo 1996, ma arricchito nel 2013 di 45 minuti mai visti prima.
Così è la vita di Blake Edwards, Rai Movie, ore 0:50.
Prestazione straordinaria di Sergio Rubini, Rete 4, ore 0:53.
Margherita Buy è la managerr, Sergio Rubini l’assistente. Stavolta è l’uomo a subire molestie e ricatti sessuali. Spacciato come il corrispettivo italiano di Rivelazioni con Demi  Moore, che allora, metà anni Novanta, trattò lo stesso tema ma con ben altra forza spettacolare, anche perché alla base c’era un bestseller di Michael Crichton.
Due marines e un generale di Luigi Scattini, Iris, ore 1:40.
Quell’incredibile film diretto da Luigi Scattini nel 1966 che mise insieme sul set Franchi e Ingrassia e Buster Keaton. Pazzesco. Cultissimo.

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Un film da non perdere stasera in tv: COSÌ È LA VITA di Blake Edwards (giovedì 17 ottobre 2019, tv in chiaro)

Così è la vita di Blake Edwards, Rai Movie, ore 0:50. Giovedì 17 ottobre 2019.
Dedicato a coloro che al Locarno Festival di quest’anno si apsttavano la retrospettiva Blake Edwards e invece – dopo un dietrofront annunciato non molto prima dell’inizio dei giochi – si sono ritrovati con una pur apprezzabile, ma inesorablmene generica e approssimativa rassegna, data la vastità del tema, sul cinema black. Dedicato a chi a Venezia lo scorso settembre ha accolto con genuino entusiasmo il Leone alla carriera a Julie Andrews. Ecco, stasera, anche se purtroppo molto tardi, Rai Movie manda in onda uno dei film meno celebri ma comunque imperdibilidel soldalizio  -che fu di lavoro e fu anche privato – tra il regista aemricano e Julie Andrews, da lui defintivamente riscattata e liberata dalla prigionia marypoppinsiana. Del 1986, Così è la vita è quasi un home movie, un film di famiglia, un diario in cui gli elementi autobiografici sono appena velati e trasfigurati in fiction, in un tentativo assai poco tradizionalmente hollywoodiano di sfumare, fino a cancellarli, i confini tra cinema del reale e cinema della rappresentazione e della narrazione. L’architetto di Malibu Harvey Fairchild arriva ai sessant’anni, ed è tempo per lui di bilanci. Molti i rimpianti per avere ceduto a parecchi compromessi professionali e non aver saputo coltivare una giusta vicinanza con i ifgli che adesso gli sembrano sfuggirgli come estranei. E incombe la paura della malattia, della fine. Il registro è quello della commedia malinconica, bittersweet, registro in cui BE eccelleva. Accanto a Jack Lemmon, a sottolineare il (parziale) coincidere tra vita e rappresentazione, ecco Julie Andrews, moglie di Edwards. Non bastasse: nel cast compaiono anche la figlia del regista, Jennifer, e Chris Lemmon, figlio di Jack. Assolutamente da recuperare.

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Recensione: PANAMA PAPERS, un film di Steven Soderbergh. Riciclare e ripulire (soldi)

Panama Papers (The Laundromat), un film di Steven Soderbergh, sceneggiatura di Scott Z. Burns. Con Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas, Jeffrey Wright, Melissa Rauch, David Schwimmer. Sharon Stone. Dal 18 ottobre 2019 su Netflix e al cinema.
Soderbergh mette in cinema con la sua solita sveltezza e applicando una tecnica mista (fictionalizzazione, docudrama, didascalismo animato) l’affaire Panama Papers. Ove si svelò di società fantasma, loschi affari finanziari, riciclaggio di soldi molto, molto sporchi. Una dark comedy ebbene sì di impronta brechtiana (ma senza pesantezze) assai divertente e abrasiva, degna di Billy Wilder. Gravata però da un peccato in cui Wilder non sarebbe mai incorso: l’indignazione moralista. Voto 7
Ripubblico, con qualche necessario aggiornamente, la recensione sccritta alla Mostra di Venezia 2019, dove il film era in concorso.
L’affaire Panama Papers  – fascicoli riservati su società offshore resi pubblici nel 2015 dalla tedesca Süddeutsche Zeitung – diventano cinema in questo The Laundromat, La lavanderia. Da noi ribattezzato più didascalicamente Panama Papers. Mente dell’operazione Steven Soderbergh, che realizza qui per Netflix (terzo titolo a portarne il marchio a Venezia 2019 dopo Marriage Story e The King, e anche stavolta quand’è comparso il logo sono stati applausi scroscianti: ma perché?) uno dei suoi lavori svelti e di perfetta costruzione, anche la sua cosa migliore da parecchio tempo in qua. Film asciutto, girato col massimo di economia espressiva (non una battuta, non un’inquadratura di troppo: nel cinema soderberghiano non si spreca), mirato come una fucilata all’obiettivo. Che è smascherare e denunciare, senza annoiarci anzi divertendoci parecchio, il capitalismo finanziario dei paradisi fiscali, il sistema delle scatole vuote (in The Laundromat li si chiama gusci vuoti) e delle società fantasma, il riciclaggio dei soldi luridissimi da ogni parte del mondo e dai peggio business, droga, human trafficking, armi.
Lo studio legale panamense Mossack Fonseca è tra i più qualificati nella losca attività di copertura e tra i più affidabili, finché un insider rende pubblici i loro segreti e le liste dei clienti, e si scopriranno nomi altisonanti della politica di molti paesi. Soderbergh riesce nella difficile benché non nuova impresa di drammatizzare-spettacolarizzare e rendere narrazione avvincente una materia tanto complessa e respingente, e ce la fa applicando una tecnica mista di fictionalizzazione del reale, docudrama, cinema didattico con ricorso quando occorre all’animazione. Operazione che presenta parecchie affinità con quanto già tentato, anche più radicalmente, da Adam McKay in La grande scommessa  e Vice – L’uomo nell’ombra. Ma il nome, il nume, di riferimento mi pare essere Bertolt Brecht, di cui si decreta tropo spesso l’inattualità e irrappresentabilità, ma che continua a ispirare film e non solo. Ovvero, come fare spettacolo del capitalismo, delle sue leggi e dei suoi vizi e impartire una lezione al pubblico, magari con qualche pesantezza didascalica e intenzionalità didattica di troppo. Modello qui brillantemente applicato (con più leggerezza) da Soderbergh. Si comincia con due signori che, abbattuta per l’aèèunto brechtianamente la quarta parete, si rivolgono allo spettatore spiegando cosa sia l’economnia finanziaria: interverranno lungo tutto il film quando ci sarà bisogno di lumi sulle complesse faccende delle società riciclatrici. Scopriremo che si tratta dei due titolari dello studio legale panamense, il signor Mossack (figlio di tedeschi arrivati in America Latina dopo la WWII: per nascondere qualche colpa?) e il signor Fonseca, ex attivista e seguace di un sacerdote praticante la teologia della liberazione assassinato da uno dei feroci regimi centroamericani (li interpretano rispettivamente un Gary Oldman con accento teutonico e Antonio Banderas). Intanto, dopo il naufragio di un ferry a New York emergono strani intrecci tra la società assicurativa e società offshore, spingendo una signora (Meryl Streep: grandiosa al solito) che nell’incidente ha perso il marito a indagare. Ma è solo uno dei fili narrativi che Soderbergh ci offre per arrivare al cuore della questione. Continua a leggere

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Recensione: IL MOSTRO DI ST. PAULI di Fatih Akin. Un film autenticamente maledetto

Ilmostro di St.Paili (titolo originale: Der Goldene Handschuh: Il guanto d’oro), un film di Fatih Akin. Con Jonas Dassler, Margarethe Tiesel, Katja Studt, Martina Eitner-Acheampong, Hark Bohm.
L’attesa era grande per questo film di Fatih Akin (La sposa turca, Oltre la notte), nessuno però si aspettava una rappresentazione tanto estrema del Male. Ricostruendo gli omicidi di un serial killer nella Amburgo primi Settanta, Akin allestisce un greve spettacolo del sangue, del massacro, dell’abiezione che ha pochi precedenti al cinema. Ma con un talento di metteur en scène indiscutibile. Puro neo-espressionismo (e se Caligari e Mabuse prefiguravano Hitler, il mostro seriale del Guanto d’oro chi e cosa anticipa?). Un film già maudit che ha spaccato la Berlinale. Voto tra il 6 e il 7

Uscito in Italia in qualche sala lo scorso 29 agosto e presto finito nel cono d’ombra dei film-fantasma. Ripropongo quanto ho scritto dopo la proiezione in concorso alla Berlinale 2019.
Sangue a spruzzi, a fiotti, a fiumi e ogni altro possibile fluido corporale essudato da maturi corpi femminili fatti a pezzi da un assassino seriale. A un paio di giorni dalle proiezioni per stampa e pubblico incombe ancora sulla Berlinale la cappa di miasmi e orrori emanata dal Guanto d’oro, il nuovo e a modo suo clamoroso film dell’amburghese di radici turche Fatih Akin, vincitore di un Orso d’oro nel lontano 2004 con quel gran melodramma che era La sposa turca. Impossibile che replichi stavolta l’impresa: nessuno oserà in giuria sostenere il film più divisivo e sconvolgente del concorso (e non solo), tutt’al più gli si darà un riconoscimento laterale che non faccia troppo discutere. Son tante le ragioni per cui Il guanto d’oro ha suscitato un quasi unanime rigetto, tanta indignazione, tanto ribrezzo. Akin si inoltra irriflessivamenta, senza mediazioni e filtri, nella terra perigliosa della rappresentazione del male come pochi al cinema prima di lui. Non chiedendosi dove stia il confine invalicabile, anzi teppisticamente devastando ogni linea di separazione tra il mostrabile e il non mostrabile. E mentre ti scorrono davanti agli occhi quegli ammazzamenti e squartamenti inevitabilmente confronti questo film a The House that Jack Built di Lars Von Trier, tante sono le affinità. Tutti e due mettono in scena iper-realisticamente un serial killer e le sue imprese, tutti e due raccontano l’indicibile e mettono in scena il non rappresentabile, tutti e due hanno spaccato le pletee festivaliere, Akin adesso a Berlino, Von Trier l’anno scorso a Cannese. Assassini compulsivi al lavoro. Donne assassinate, teste fracassate, seghe che tagliano arti, pezzi di corpi accumulati. Ma Fatih Akin, partito come autore assai promettente nei primi anni Duemila e incappato poi in pessime imprese (l’orribile Soul Kitchen, per non parlare dei due inguardabili film precedenti a questo, The Cut e Oltre la notte), non è Von Trier. Se nel danese la cerebralità e l’apparato concettuale (in The House that Jack Built il delitto visto come una possibile arte) prevalgono sul materiale narrato, per quanto sordido, raffreddandolo e sublimandolo, in Akin, in questo Akin almeno, domina un naturalismo tendente al grottesco e alla deformazione derisoria, un’immersione perfino voluttuosa nelle zone basse del vivere, un situarsi allo stesso livello dell’orrido e del laido raccontato. L’attesa era enorme, il passaparola ne aveva fatto il film da non perdere, e difatti ressa alle proiezioni stampa, con molti accreditati rimasti fuori, tant’è che s’è dovuto prontamente rimediare con un extrascreening la sera. E sulla carta prometteva parecchio il talento indubbio benché tanto spesso dilapidato di Akin applicato al caso (vero, verissimo) di un serial killer di nome Fritz Honka che nei primi Settanta uccise molte donne mature pescate in un laido localaccio del leggendario distretto amburghese del malaffare di Sankt Pauli (prostitute, marinai, lenoni, ladri, alte gradazioni alcoliche). Credo però che pochi si aspettassero un film tanto estremo e radicale nel suo spettacolo del massacro. Una rappresentazione frontale del Male con pochi precedenti (penso a L’occhio che uccide di Michael Powell), un bagno nel sangue del quale ti sembra di sentire il tanfo, fino alla nausea. Honka, il protagonista, è, letteralmente, un mostro, un essere ripugnante dalla faccia deformata a incarnare ogni possibile cliché lombrosiano. Siamo negli anni Settanta, siamo nella parte nera di Amburgo e al tempo dello sfolgorante boom economico della Germania d’Occidente di cui Il guanto d’oro racconta il lato oscuro, redige il referto clinico. Con un scena iniziale che prefigura le altre che verranno e ne è la matrice: il corpo grosso e informe di una  cinquantenne assassnata, bocconi su un letto, la gonna alzata a mostrare l’enorme e sfatto deretano, e con lei l’immondo assassino. Siamo nell’altana-stamberga di lui, pareti tappezzate di donne nude da giornali porno, uno squallore barocco di bambole, bottiglie piene e soprattutto vuote, montagne di mozziconi. Repellente  e insieme rapinoso, perché Fatih Akin dimostra con questa iprnotica sequenza un enorme talento di metteur en scène come mai prima nella sua carriera. Continua a leggere

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Film stasera in tv: CREED – NATO PER COMBATTERE (giovedì 17 ottobre 2019, tv in chiaro)

Creed – Nato per combattere, Tv8, ore 21:25. Giovedì 17 ottobre 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.
12509871_1749379425273493_6995283325653648951_n12509732_1749515161926586_9178573939210790773_nCreed – Nato per combattere, un film di Ryan Coogler. Con Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Tessa Thompson, Phylicia Rashad.
12472679_1749605605250875_1522372548384381976_nBellissimo spin-off della saga Rocky, che brillantemente si inventa un figlio illegittimo di Apollo Creed (come in Carolina Invernizio!) per ri-raccontarci l’eterna storia dell’uomo che prende a pugni il mondo. Un film pieno di idee, insieme innovativo e rispettoso dell’originale, altro che la cautelosa, mediocre operazione di Star Wars, il risveglio della forza. Ryan Coogler dopo Fruitvale Station continua a indagare in forma di romanzo popolare il mondo degli afroamericani, e intanto Stallone mette a segno una grande interpretazione. Voto 7 e mezzo
12417933_1750707641807338_1114049303442717643_nNo che non è un mestierante qualsiasi, il Ryan Coogler che firma (suoi la regia e, parzialmente, soggetto e sceneggiatura) questo inatteso, inventivo, per niente scontato e assai ben riuscito Creed, spin-off e anche reboot di una saga che non occorre star lì troppo a spiegare avendo fatto la storia del cinema, quella di Rocky*. Solo 29 anni, il regista-ragazzo Coogler, e già carico di fama e targhe e statuette per via del suo precedente, e primo, film Prossima fermata Fruitvale Station, gran successo indie-americano dell’anno 2013, ottimi incassi in patria e un premio vinto addirittura a Cannes a Un certain regard (dove, ricordo, non furono molti gli italiani a essersi scomodati per andarlo a vedere). Raccontava una storia drammaticamente vera, quella di Oscar Grant, ventenne afroamericano ammazzato senza motivo da un poliziotto dai nervi fragili in una fermata del metrò di Oakland la notte del Capodanno 2009, roba calda e sempre di stringente attualità. Un robusto film di denuncia secondo i modi di un cinema classico, diretto, molto narrativo e coinvolgente, puro storytelling, cinema popolare nel senso più pieno e nobile. Devo dire che vedendo Fruitvale Station mai avrei pensato che di lì a un paio d’anni lo stesso regista avrebbe pensato e realizzato qualcosa come questo Creed, un ricominciamento davvero felice di Rocky che si muove con rispetto e devozione nei confronti del film-matrice, ma che ha anche saputo immettere in quel modello una dose forte di novità e invenzioni narrative. E imparassero dal neanche trentenne Coogler come si fa un reboot i signori responsabili dello smorto, cauteloso e pure noioso Star Wars – Il risveglio delle forza (si fa per dire imparassero, ché hanno avuto ragione loro con il loro mediocre lavoro, visto che gli incassi sono arrivati a un miliardo e 9oo milioni di dollari, e non è ancora finita). Pur passando a un film per le platee globalizzate come Creed, Coogler è riuscito a mantenersi fedele a se stesso e a non vendere l’anima alla macchina Hollywood, essendo molte ed evidenti le analogie e le continuità tra Fruitvale Station e questa sua opera seconda. Innanzitutto l’attore protagonista, Michael B. Jordan (nessuna parentela, solo omonimia). E il fatto che in entrambi i casi ci si muova nel solco del cinema black di autori black che racconta storie della minoranza black (Creed, con la nomination avuta da Stallone nella categoria migliore attore non protagonista, è il solo film dai connotati afroamericani presente nel listone dei candidati all’Oscar insieme, se ricordo bene, a Straight Outta Compton per la sceneggiatura originale, e non saprei dire se questo dia ragione o al contrario smentisca la campagna social supportata da Spike Lee e Jada Pinketts Smith contro l’Academy accusata di insensibilità verso il cinema dei neri d’America; topic #OscarsSoWhite). Resta meravigliosa l’idea di partenza che ha mosso Ryan Coogler e dato vita al film, quella di cavar fuori un figlio illegittimo e finora sconosciuto di Apollo Creed, il rivale storico ma non nemico anzi amico di Rocky Balboa, il quale vuole salire sul ting e massacrare di pugni il mondo come il defunto padre, spinto dalla rabbia o da una sfida edipica, chissà, e che per riuscirci va a pescare proprio Rocky, invecchiato e malandato, perché gli faccia da trainer. Un re-inizio della saga e però partendo dall’altra parte, dalla parte opposta, evitando la trappola di continuare banalmente l’epopea con un figlio di Rocky pescato chissà dove. Omaggio e insieme cavolgimento-tradimento del capostipite, un riraccontare la stessa storia e però da un punto di vista scentrato e laterale, in un’operazione coraggiosa e concettualmente assai sofisticata, anche se il modo con cui Creed si presenta a noi spettatori è quello della massima fluidità e limpidezza di racconto. Continua a leggere

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