Lux Film Days: WESTERN di Valeska Grisebach, a Milano lunedì 11 dicembre. La mia recensione

354421.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxWestern, un film di Valeska Grisebach. Secondo appuntamento dei Lux Film Days, Milano, cinema Beltrade, lunedì 11 dicembre 2017, ore 21,00.

Il Lux, il premio assegnato ogni anno dal parlamento europeo a un film prodotto nei paesi della UE, è ormai realtà consolidata e rispettata nel panorama del cinema continentale. Uno status guadagnato anno dopo anno con scelte credibili. Al cinema Beltrade di Milano continuano le proiezioni dei tre film finalisti del Lux Prize 2017 organizzate da Claudio Casazza. Si è cominciato il 30 novembre con BPM, 12o battiti al minuto di Robin Campillo, domani, lunedì 11 dicembre, tocca al tedesco Western di Valeska Grisebad, il 18 dicembre sarà la volta dello svedese Sami Blood di Amada Kernell. Che poi è il vincitore del Lux 2017. Aggiunta da non perdere: la proiezione lunedì 8 gennaio di A Ciambra del nostro Jonas Carpignano, selezionato per il Lux anche se non entrato in finale (è anche il nostro nominato nella corsa all’Oscar come migliore film in lingua straniera).
Dei quattro Lux 2017 programmati al Beltrade, Western è l’unico che finora non abbia trovato una distribuzione in Italia, e dunque la proiezione di lunedì 11 è occasione da non perdere. Lanciato lo scorso maggio a Cannes a Un certain regard, il film di Veleska Gisebach – prodotto tra gli latri dalla Maren Ade di Toni Erdmann – va a indagare le differenze culturali e socioeconomiche che ancora attraversano, in profondità e anche in superficie, i paesi dell’Unione, e lo fa raccontando di un gruppo di operai tedeschi impegnati nel costruzione della diga in una zona estrema della Bulgaria, vicina al confine meridionale. Introduzione allo screening di Claudio Casazza e del critico Nicola Fancinella, collaboratore di Osservatorio Balcani Caucaso.

Ripubblico la recensione di Western che ho scritto dopo la presentazione a Cannes.
bb1238bfebfed6fbe759f70d5d659237388966.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxWestern, un film di Valeska Grisebach. Con Meinhard Neumann, Reinhardt Wetrek, Syuleiman Alilov Lefitov. Un Certain Regard.
358015.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxUn gruppo di tedeschi dislocato in un remoto angolo di Bulgaria per la costruzione di una diga. Sarà incontro e scontro con la comunità locale, con le sue tradizioni e le sue nuove corruzioni. Una giovane regista mette a nudo, con un approccio documentaristico e quasi etologico, la retorica dell’Europa dei molti popoli, rivelando le fratture e le diversità che ancora separano. Voto 7 e mezzo
e9cdff9ff7d36288eaf8283d658698eaIo di questo film ci coproduzione bulgaro-tedesca mi sono innamorato. Un coup de coeur come dicono quegli smancerosi di francesi, solo che in Western il colpo è se mai alle viscere per come il film è tosto, duro e lucido. Per come va a guardare in un angolo estremo dell’Europa, anche intesa ome Unione Europea, smontando ogni favola bella e politicamente virtuosa della convivenza tra i popoli e indagando le faglie che neanche tanto sotterranemaente la attraversano e la sezionano separando una cultura dall’altra, un’appartenza dall’altra, una visione del mondo dall’altra. Western sarebbe un grandissimo film se non fosse per il finale monco, sospeso più che aperto, pavido e rinunciatario. Ma non si può aver tutto da una regista che, se ben ricordo, si presenta per la prima volta a Cannes. L’idea sua è di seguire, nei modi dimessi del documentario o cinema del reale come usa dire adesso, un gruppo di lavoro tedesco incaricato di costruire un’infrastruttura (anche se non ho capito quale) in una landa estrema della Bulgaria al confine con la Grecia. Tutto è testimoniato e raccontato come in un film didascalico-pedagogico di Rossellini o come in uno di quei documentari anni Cinquanta che nell’Italia in veloce trasformazione andavano a cogliere l’irruzione della modernità tecnologica in ambienti preindustriali (diciamo Olmi e altri). Dunque grande attenzione a scavi, lavoro di ruspa, messa in opera di tubazioni, costruzione degli allogggiamenti, e attenzione quasi etnologica alle relazioni (di reciproca diffidenza) tra gli operai tedeschi, dunque del paese euopeo egemone, e la piccola comunità locale. Son scontri, anzi è guerra di frizione su cose minime ma altamente simboliche e sensibili. Basta un maldestro e anche arrogante tentativo di corteggiamento di una ragazza per scatenare lo scontro. Quando poi l’acqua del villaggio viene deviata sul cantiere, la rabbia e il risentimento da parte dei locali verso gli intrusi arriva al punto di esplosione. Continua a leggere

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Film recensione: ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS di Kenneth Branagh. Balorda versione del classicissimo di Agatha Christie

287724.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxAssassinio sull’Orient Express, un film di Kenneth Branagh. Con Kenneth Branagh, Judi Dench, Johny Depp, Michelle Pfeiffer, Penelope Cruz, Olivia Colman, Willem Dafoe, Derek Jacobi, Sergei Polunin, Josh Gad.
177229.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxUn inutile e anche imbarazzante prologo a Gerusalemme. Linea narrativa confusa e personaggi ridotti a un’inconsistenza da ectoplasmi (vogliamo parlare della missionaria di Penelope Cruz o della granduchessa di Judi Dench?). La nuova versione del classico di Agatha Christie delude e fa rimpiangere il mitologico film del 1974 di Sidney Lumet. Si salvano il Branagh attore (meno il regista) e Michelle Pfeiffer. Voto 4 e mezzo
287099.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxMediocre. Mai all’altezza del romanzo di Agatha Christie da cui discende e nemmeno della meravigliosa cineversione che ne diede Sidney Lumet nei primi anni Settanta. Là – intendo romanzo e film – tutto funzionava e continua a funzionare come un congegno ad alta precisione e di sublime fattura artigianale, qui l’opulenza dei mezzi a disposizione e l’inutile sfoggio di effettacci speciali (quella orrenda slavina in CGI!) finiscono solo con l’appesantire e ingolfare una narrazione già confusa di suo (non sia lode allo sceneggiatore Michael Green). Vien voglia di rivedere, e fa niente se è la sesta o settima volta, Lumet, dove non c’è un fotogramma sprecato, non una battuta più del necessario, tutto asciutto e geometricamente costruito, e uno spazio narrativo suddiviso tra i vari personaggi come in un precisissimo manuale Cencelli del bravo sceneggiatore: a ognuno, anche ai caratteri minori e laterali (e son tanti), il suo assolo, il suo acuto, il suo numero sotto i riflettori. Tant’è che la Ingrid Bergman missionaria balbuziente si portò a casa con il suo cameo da due minuti l’Oscar come best supporting actress. Paragonare quella Bergman in quell’Assassinio sull’Orient Express anno 1974 con Penelope Cruz cui tocca lo stesso personaggio nella nuova versione, vuol dire misurare l’abissale differenza di qualità tra i due film. Una Cruz cui spettano quattro anonime battute e poi più niente, zero, che tanto valeva non scritturarla. Lo stesso destino tocca a altri quattro o cinque caratteri, alterando il delicato equilibrio drammaturgico dell’originale. Oltretutto Kenneth Branagh regista, e non è solo colpa sua, è costretto dallo spirito del tempo, dei nostri tempi, a immettere dosi improprie di action e spettacolarità per non annoiare il pubblico d’oggidì con la macchina puramente verbale di A. Christie. Di fronte a operazione tanto stolida vien da chiedere: ma chi ve l’ha fatto fare? E però sono io a avere torto marcio, visto che i numeri hanno premiato chi ha avuto la balorda idea di riesumare e, purtroppo, qua e là risistemare. Buoni, anche se non travolgenti, gli incassi in Nord America, ottimi nel resto del mondo, e più che ottimi in Italia, dove Assassinio sull’Orient Express è in testa al box office da quando è uscito con oltre 4 milioni già accumulati (e lo sfruttamento continua). Arrendiamoci: operazione andata a buon fine in dollari e soprattutto in euro e valute asiatiche, sicché è probabile che il follow-up Assassinio sul Nilo surrettiziamente annunciato da Poirot/Branagh nella scena finale sarà presto messo in produzione.
Assassinio sull’Orient Express: storia nota, e finale pure (tranquilli: niente spoiler, quei quattro che ancora non lo conoscono non si preoccupino). Metà degli anni Trenta. Sul Simplon (sta per Sempione) Orient Express in partenza da Istanbul, stazione di Sirkeci sulla sponda europea, salgono – insieme all’ispettore belga, ma da tutti creduto francese con grande suo scorno, Hercule Poirot – passeggeri di plurime nazionalità e quasi tutti ad alta gradazione sociale, un campione di umanità che va da una granduchessa russa scacciata dalla Rivoluzione a un’umile e devota missionaria, da un misterioso quanto losco uomo d’affari americano al suo (apparentemente) fedele segretario-tuttofare. Sarà lui, il losco businessman John Ratchett, a essere trovato cadavere nella sua cabina, sconciato da una serie di pugnalate inferte con la stessa lama ma inconguamente diverse per profondità, direzione, forza impressa (e comunque l’ostensione del corpo martoriato, macellato e insanguinato, in omaggio ai gusti horror-granguignoleschi delle platee attuali, non è proprio in linea con lo stile Agatha Christie).
Il sagace Poirot non ci impiega molto a scoprire come dietro l’equivoco trafficante di tappeti e altre cose d’Oriente si nascondesse il gangster John Cassett, responsabile di uno dei più efferati casi di cronaca nera d’America, il rapimento e l’uccisione di Daisy, figlia bambina di un famoso aviatore. Facile dedurne come a ispirare Agatha Christie fosse stato il rapimento di qualche anno prima di Baby Lindbergh. Il resto è però pura invenzione della madama britannica del giallo, e resta ancora oggi un prodigio romanzesco. Continua a leggere

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Film recensione: SUBURBICON. Rovinosa caduta di George Clooney regista

Suburbicon di George Clooney. Con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Oscar Isaac.
SUBURBICONClooney rispolvera (da regista) una sceneggiatura rimasta per molto tempo chiusa nei cassetti dei fratelli Coen, ci costruisce sopra su un film lussuoso chiamando due star come Matt Damon e Julianne Moore. Peccato non abbia il tocco per la black comedy e il grottesco (mica tutti sono i Coen o John Waters). Soprattutto sbaglia aggiungendo all’asse narrativo portante un sottotrama di black rigettati e segregati completamente superflua. Disastro. Voto 4
SUBURBICONNon basta prendere una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, rispolverarla con i loro aiuto, e chiamare un paio di star per cavarne un buon film. Questo Suburbicon dimostra l’ovvio, vale a dire che solo i Coen possono fare i Coen, chiunque si cimenti in tentativi di imitazione e clonazione è destinato al fallimento. Anche se si chiama George Clooney, che i due fratelli li conosce bene avendoli frequentati per lavoro e fors’anche per amicizia. Un disastro, questo Suburbicon, brutta figura del caro George all’ultima mostra di Venezia dove il film è stato imprudentemente mandato in concorso (uno special screening lo avrebbe esposto meno). Solita rivisitazione demolitrice dell’America dei suburbia anni Cinquanta, quei recinti residenziali per classi agiate simbolo e riflesso di un paese al massimo della sua potenza e insieme delle sue contraddizioni, lacerazioni e oscurità, in primis la questione razziale. Quante volte l’abbiamo visto questo scoperchiamento dell’ipocrisia delle belle famiglie butirrose e sorridenti con la Cadillac in garage e le signore e signorine con gli abiti a vita stretta e a palloncino? Facile satireggiare e perculare quell’America bionda che si rispecchiava in Doris Day e che peraltro al cinema e non solo al cinema sapeva farsi autocritica spietatissima già allora (dico solo Scandalo al sole e I peccatori di Peyton Place). Ma per riuscirci oggi senza annoiare bisogna essere almeno i suddetti Coen o John Waters, e Clooney visibilmente non lo è, non ne ha lo sguardo lucido e feroce.
Suburbicon è la città residenziale perfetta. Fino a quando si insedia lì, nell’isola della felicità e del benessere wasp, una famiglia black, i Meyers. E comincia il rigetto, ora razzisticamente ed esplicitamente dichiarato, ora occultato sotto un’untuosa condiscendenza. Non sembrano invece così ostili ai nuovi vicini i Lodge, padre, madre su sedia a rotelle dopo un incidente, figlioletto sveglio alquanto, e la zia bella e zitella, la sorella di mamma uguale uguale a lei (e difatti è Julianne Moore a interpretare l’una e l’altra). Sarà proprio la zia a invitare il nipotino a fare amicizia con il figlio coetaneo dei Meyers e a superare la barriera razziale. Invito accolto, con gran soddisfazione reciproca. E quando due orrendi ceffi arrivano una notte a casa Lodge per una rapina io ho pensato, come tutti credo in platea, che fosse una punizione per quel gesto d’amicizia verso gli indesiderati new neighbors. Macché, non c’entra niente. L’attacco ai Meyers da parte degli abitanti bianchi e razzisti di Suburbicon si prende una bella fetta di film arrivando al vero e proprio pogrom, ma è assolutamente cosa superflua ai fini del racconto, messa lì giusto per conferire al film una patina di engagement di cui francamente non si sentiva il bisogno (George, lo sappiamo che sei un liberal, un uomo intelligente impegnato meritevolmente su molti fornti umanitari, non era necessario che ce lo ricordassi anche in questa maniera). Continua a leggere

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Recensione: L’INSULTO, un film di Ziad Doueiri. Indispensabile per capire il Libano (e tutto il Medio Oriente)

37486-The_Insult__1_L’insulto (The Insult) di Ziad Doueiri. Con Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salame, Diamand Abou Abboud.
003004Beirut, oggi. Toni è un cristiano maronita, Yasser un rifugiato palestinese. Litigano per una banale faccenda di ballatoio, una cosa che da noi finirebbe tutt’al più a Forum dalla signora Palombelli. Ma che lì si ingrossa diventando un caso nazionale, facendo riaffiorare i fantasmi della guerra civile e le tensioni tra le varie componenti etno-religiose. Cristiani contro musulmani, e palestinesi contro tutti. Il film, usando la forma del courtroom movie, si fa specchio di un paese dagli odi incrociati e mai domati. Buon successo lo scorso settembre alla mostra di Venezia. Film importante, ineludibile. Voto 7 e mezzo
37482-The_Insult__3_001Un film libanese importante, ma davvero. Libanese, e però con determinante contributo di produttori francesi, tra cui Julie Gayet (ricordate l’affaire Hollande?). Dopo la buonissima accoglienza a Venezia e la Coppa Volpi di miglior attore a uno dei suoi due protagonisti, il palestinese Kamel El Basha, arriva in sala meritoriamente distribuito da Lucky Red. E va assolutamente visto per capire meglio quel complicato mosaico di etnie, culture, appartenenze religiose che è il Libano senza cadere nei soliti cliché. O nell’ignoranza da social network di chi discetta e sproloquia di geopolitiche mediorientali dopo un paio di titoli intravisti nei tiggì.
L’insulto è il classico caso in cui la forma cinema non si presenta particolarmente sofisticata: qui di innovazioni linguistiche e narrative non si vede traccia, ed è probabilmente il motivo per cui a Venezia non è piaciuto alla critica più oltranzista e cinefila. Ma stavolta, signori, sono i contenuti a dominare schiacciando tutto il resto, e cosa mai volete che sia se confezione e modello narrativo sono dei più convenzionali (e però nient’affatto disprezzabili, pure con gloriosi precedenti: The Insult è un perfetto courtrooom movie, genere illustrissimo, tant’è che il regista Ziad Doueri ha dichiarato in conferenza stampa al Lido la sua ammirazione per Il verdetto di Sidney Lumet). Stavolta mi schiero dalla parte dei biechi contenutisti. La materia trattata è talmente esplosiva da far passare il resto in secondo piano. E fa niente se c’è qualche furbata che a un festival suona maleducata, un attentato al bon ton autoriale (vedi il colpo di scena che ci fa scoprire come l’avvocatessa della difesa sia la figlia dell’avvocato della controparte). Il film ha struttura robusta, un andamento serrato e avvincente. Dosa benissimo le sue rivelazioni alternando pause e climax. Ed e probabile che diventi un successo arthouse internazionale se solo trova il vento giusto. Tutto parte con una lite da ballatoio e da strada di quelle che in Italia finiscono in tv a Forum dalla signora Palombelli, ma che lì a Beirut – non bloccata e disinnescata per tempo – si ingrossa fino a questione nazionale, lacerando l’intero paese, facendo riaffiorare gli spettri della guerra civile, e non solo. Riattivando divisioni etno-religiose mai sanate. Un crescendo dal micro al macro in forma di film, dal battito d’ali della farfalla alla catastrofe.
In un quartiere cristiano-maronita di Beirut, oggi. Dal balcone di Toni cade acqua (lui sta banalmente innaffiando i fiori) addosso al sottostante capomastro Yasser, impegnato in lavori giù in strada con la sua squadra. Lo scarico non è collegato alla grondaia, Toni ha torto marcio, non ce n’è. Solo che al giustamente incacchiato Yasser (che scopriremo poi essere palestinese) scappa uno ‘stronzo’, ed è la lite. Toni esige le scuse, Yasser si rifiuta di abbassarsi a tanto (la guerra tra opposti machismi, tra orgogli da maschi alfa è uno dei sottotemi del film) e la faccenda comincia a complicarsi. Continua a leggere

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Rcensione: HAPPY END, un film di Michael Haneke. ‘La caduta degli dei’ secondo il maestro del cinema crudele

3e789c86f5a816a6c7037630eed80dfa2d876c0a055addef8ee824020097b3d4Happy End, un film di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Toby Jones, Fantine Harduin, Laura Verlinden. 
e34bc3062418e37a89cfa55b58994beaMassacrato da critici maggori e minnori già a Cannes. Ma perché? Che sia il solito, oscuro impulso mimetico (vedi alla voce René Girard) che spinge a distruggere gli idoli? Non sarà il miglior Haneke, ma resta un suo film, ovvero di un maestro. Punto. Un ritratto di famiglia altoborghese del Nord della Francia di pubbliche virtù e vizi segreti. Con strane analogie con La caduta degli dei di Visconti, anche se là la temperatura era incandescente e qui glaciale. À la Haneke. Con la sua attrice feticcio Isabelle Huppert. E un aggancio precisissimo al precedente Amour, del quale si configura come un quasi-sequel. Voto 8
f645bd1dd630a4da96d5f37068769eceEntratoda grande favorito allo scorso Cannes e uscitone senza niente. Invece della pronosticata terza la palma, per l’austriaco e un po’ francese Michael Haneke cono arrivare le recensione negativi o malmosose. Commenti magari educati nei modi, ma nella sostanza demolitivi. È invecchiato, si ripete, ha trasformato il suo cinema in una macchina autoreplicante senza più guizzi. E però dei veri autori come lui non esistono opere minori, opere mediocri e insignificanti, se mai imperfette o inconcluse, categorie in cui si potrebbe far rientrare questo Happy End (titolo sardonicamente assai hanekiano, viste le devastazioni morali e non solo cui il film ci fa assistere). Ad aver deluso molta stampa è stata forse una costruzione narrativa meno compatta del solito, cubista, che procede per annessione di frammenti apparentemente irrelati che solo più in là si connettono in un insieme riconoscibile. E anche, ampio ricorso ai nuovi linguaggi internettiane e social-mediatici, messaggi, video e chat di cui vediamo immagini e testi ma di cui ignoriamo gli autori. Come nei video girati con smatphone collocati sui titoli di testa, che solo più tardi scopriremo essere fondamentali. Un ricorso ai linguaggi, alle retoriche new-tecnologiche che può infastidire, anche se – bisogna riconoscerlo –  son  linguaggi assai funzionali alla pratica dell’allusione, dell’ellisse, della sottrazione cosìalla Haneke. Il quale stavolta si avventura in un ritratto di famiglia infernale e in via di degenerazione, dove i molti peccati e fallimenti sono accuratamente nascosti sotto la solita patina di ipocrisia bourgeoise. Siamo nella Francia del Nord, vicino al Pas de Calais, zona dove si sono concntrati negli ultimi anni decine di migliaia di immigranti ammassati in campi non organizzati in attesa di varcare con ogni mezzo la Manica. Zone peraltro che son state le sole in tutta la Francia a far prevalere nel ballottaggio presidenziale Marine Le Pen su Macron.
Annunciato ante Cannes come un film (anche) politico sulla rigida divisione classista tra opulenta borghesia e la miseria degli arrivati da Africa, Medio e Lontano Oriente, Happy End non è niente di tutto questo. Il racconto si snoda tutto interno alla famiglia, un microcosmo rigidamente chiuso e impermeabile, i migranti appaiono in un paio di scene e sono solo un elemento di contrasto onde far risaltare le contraddizioni e nefandezze in seno alla classe borghese. Niente di più. Meno che comparse. Reagenti drammaturgici, ecco. A me Happy End ha fortemente ricordato La caduta degli dei di Luchino Visconti, stessa deboscia, stesso cannibalismo tra i componenti e le diverse generazioni del clan parentale, stessa lotta mai dichiarata ma feroce per il potere interno, stessa inesorabile decadenza economica, stessa cooptazione di un elemento estraneo (e distruttore) che si rivelerà decisivo. C’è perfino una pulsione incestuosa appena accennata ma inequivocabile tra la madre – Isabelle Huppert, chi se no? – e il figlio deviante, alcolista, tossico, imbelle e chissà cos’altro ancora. E la memoria corre subito a Ingrid Thulin e Helmut Berger. Certo, siamo in campo stilisticamente opposto a quello viscontiano. Se là il turgore del melodramma era la cifra dominante, qui si va per sottrazione, depotenziamento, prosciugamento. La vocazione hanekiana è glaciale, quella viscontiana incandescente.
Si comincia a tavola, con il patriarca Georges Laurent (un Jean-Louis Trintignant di luciferino cinismo), la figlia Anne (Isabelle Huppert), il fratello Thomas (Mathieu Kassovitz), il figlio degenere di Anne, Pierre (Franz Rogowki), la seconda moglie di Thomas, Anaïs (Laura Verlinden. I servi sono una coppia magrebina assai efficiente e di impeccabili modi antichi. Apprendiamo che il potere sociale e economico della famiglia si basa sulla loro azienda di costruzione di, chiamiamole così, grandi opere e infrastrutture vaie. Ma il crollo in un cantiere – dove il responsabile della sicurezza è l’inetto rampollo Pierre – innesca conseguenze finanziarie e legali che rischiano di mettere in ginocchio l’attività, mentre discretamente si tratta con una banca britannica. Ma sono i caratteri individuali a segnare il film: arriva ad abitare nella villa la figlia di primo letto di Thomas, una tredicenne bella e inquietante, dopo il suicidio della madre (ma le cose si riveleranno più complicate e perverse). L’inserimento nella grande famiglia non sarà facile, e non sarà facile per lei trovare la giusta distanza o vicinanza verso la seconda moglie del padre e il loro bambino poco più che neonato. Pierre, il figlio di Anne destinato a ereditare l’azienda ma riluttante, è il ribelle, il provocatore, ricordando certi figli degeneri e anarcoidi, e perfino psicopatici, del cinema italiano anni Sessanta, per dire il Lou Castel di I pugni in tasca e di Grazie zia. Alcuni video di smartphone ci mostrano all’inizio una donna non identificabile e piccoli atti di crudeltà. Di chi sono? Una chat, di cui anche qui Haneke ci mostra i testi ma non chi li sta scrivendo, ci dice di una storia clandestina e sessualmente estrema. Haneke si autocita abbondantemente, soprattutto da Il nastro bianco e da Amour, con Jean-Louis Trintignant che quasi replica il proprio personaggio, stabilendo un inquietante collegamento tra questo film e il precedente. Solo che quanto là poteva sembrare gesto d’amore, amour, qui è solo consapevolezza dell’irrimediabilità del male e satanica volontà di controllo (su di sé, sugli altri, sul proprio e loro destino). Poco ci viene detto, tutto avviene, come dice il mio amico Marco A., fuori campo, tutt’al più ne vediamo le conseguenze. E il profumo marcio dei fiori del male a impregnare tutto. Consueta messinscena translucida di Haneke che con la macchina da presa disincarna i corpi, li rende angelici e insieme demoniaci. Manca l’idea narrativa folgorante di altri film del grande viennese, l’affresco di famiglia risulta meno incisivo, e stavolta il sospetto che Haneke sia entrato nella stagione del selfie autocitazionista e del manierismo è forte. Poi però guardi e ascolti l’agghiacciante dialogo tra il nonno Trintignant e la nipote tredicenne e ogni dubbio, ogni tua riserva viene spazzata via.

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