Berlinale 2017. Recensione: ANA, MON AMOUR di Călin Peter Netzer. Dalla Romania, cronaca di un amore malato

201711626_1 copiaAna, Mon Amour, un film di Călin Peter Netzer. Con Mircea Postelnicu, Diana Cavallioti, Carmen Tănase, Vasile Muraru, Tania Popa. Competizione.
201711626_3Cronaca di un amore malato. Ana è farmacodipendente, soffre di attacchi panico. Toma si mette con lei perché non può non amarla, o forse colpito dalla sindrome dell’io ti salverò. Il film del rimeno Netzer, già vincitore di un Orso d’oro a Berlino con Il caso Kerenes, segue i suoi due protagonisti, tra su e giù, passione e inganni, frantumando con un montaggio cubista ogni linearità narrativa e cronologica. Bello e importante. Uno dei migliori del concorso, anche se gli han dato solo un premio tecnico per l’editing. Voto 8
201711626_2Ultimo film del concorso, e purtroppo riesco a scriverne solo adesso a premi già assegnati. Gli han dato quello per il miglior montaggio; niente da dire, è l’editing uno degli strumenti di costruzione di Ana, Mon Amour,  ma un premio tecnico è troppo poco per questo film rumeno che è stato tra i migliori della Berlinale. Confermando clamorosamente il talento del suo autore Călin Peter Netzer, 42 anni, vincitore a sorpresa tre anni fa delì’Orso d’oro con Il caso Kerenes. Allora ebbe troppo, stavolta troppo poco. Perché Ana, Mon Amour è molto meglio del suo precedente, un film che gronda rabbia, compassione, energia giovane, desiderio vero, raccontando di un amore malato e impossibile, portatore fin dal suo inizio di un virus letale che man mano diventerà sempre più devastante. Altro che neoromanticherie da film per signora, come quelle che abilmente ha confezionato travestendole di freudismi e junghismi ldikó Enyedi, la regista ungherese vincitrice di Berlinale 67 con On The body and Soul. Che difatti ha strappato l’applauso della platea, soprattutto femminile: è sempre bello quando un lui e una lei finiscono a letto dopo un avvicinamento complicato, mentre disturba vedere nel film di Netzer (molto meno applaudito) come si dilaniano dicendosi di volersi bene e di sostenersi l’un l’altra una pazza manipolatrice e un bravo ragazzo “dal cuore troppo grande”, come dice sua madre (a Milano si diceva “un po’ ciula”) usato e riusato come stampella e fidanzato-marito d’appoggio. Non son cose da baci perugina, però son cose che si vedono nella vita di tutti i giorni e che, certo, si capisce, al cinema magari si preferisce scansare.
Se la parte finale diventa un po’ troppo schematica e psicologistica (anche qui, a Bucarest, si va molto dallo psicanalista, ci si crede ancora, evidentemente il retaggio culturale della grande Vienna e del suo Freud in tutta l’area è ancora forte), se il rinfaccio tra Ana e Toma segue schemi fin troppo prevedibili, per la gran parte Ana, Mon Anour è magnifico. Con dentro un senso di vita vera, lancinante, che in certi momenti mi ha ricordato La vita di Adèle di Kéchiche. Conoscersi poco più che ragazzi, mettersi insieme, sposarsi, fare un figlio, stancarsi, dilaniarsi. La via crucis di molti matrimoni d’Occidente viene ripercorsa puntualmente qui, ma a linearità narrativa e temporale spezzate, frantumate, scomposta e ricomposta in un montaggio cubista, tutto un su e giù, un avanti e indietro velcissimo nel tempo che ricorda quel meraviglioso film di qualche anno fa, (500) giorni insieme, con Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel. A orientarci, a fornirci la datazione – come il carbonio attivo – in questo vorticare di età e tempi diversi sono i capelli di di lui, Toma, prima foltissimi e rigogliosi e lunghi, poi accorciati con accenno di stempiatura, quindi ancora più corti con tendenza alla calvizie. Mentre Ana passa dall’arruffagine da gatta teenager alla pososità da signora con capello schiarito e un buon taglio. Tutto già visto? Mica tanto, se non nei grandissimi (Bergman etc.). Netzer affronta il lato oscuro di una coppia giovane, bella e superficialmente felice. Ana è una ragazza di provincia, famiglia disatrata, vive con la madre e il patrigno con cui ha dormito fino a 12 anni, forse abusata da lui forse no. Toma è un ragazzo brillante di famiglia più su, come dicevan le zie, padre e madre insegnanti. Ana è dipendente da psicofarmaci, ha crisi di panico, improvvise catatonie e depressioni. Eppure a Toma questo non importa. Non la vogliono i genitori di lei, quella storia (la visita di Toma a casa dei quasi-suoceri è agghiacciante, pura desolazione da cinema rumeno), non la vogliono nemmeno i genitori di lui. Due famiglie serpentesche, con il professore che ancora rinfaccia alla moglie professoressa quella vecchia storia con un tedesco: “Ho sposato una puttana moldava, ecco chi mi rittrovo in casa, una puttrana”. Per loro che quel figlio promettente e di sfolgorante bellezza vada a prendersi una psicolabile, forse una psicopatica, non lo capiscono. Ma non c’è, si sa, come l’opposizione delle famiglie a indurre gli amanti ostacolati a tenere duro, a compattarsi. E comincia la storia, con Ana che sta sempre peggio, attraversa periodi da larva, non c e la fa a lavorare, lui la mantiene col suo lavoro di giornalista non agiato, le tenta tutto per farla stare meglio, dal sacerdote versato in anime malate allo psichiatra allo psicanalista. Terapie sempre pagate da lui. Arriva un figlio (e lo chiamano Tudor: ma perché?).
Netzer non perdona niente ai suoi personaggi, né ad Ana né a Toma, ne porta a galla debolezze, le fragilità, le menzogne, ma anche il sincero volersi bene quando c’è. Un film di dialoghi concitati, di parole scagliate addosso comr proiettili, e film di carne, di corpi. Con la sua mdp Netzer sta letteralmente addosso ai due, li bracca e li scruta nei momenti dell’amore e del sesso, e in quelli del malessere. E una delle scene che non si dimenticano, e danno la misura della forza di questo film, è lui che soccorre e ripulisce Ana dopo che, in una crisi abissale, se l’è fatta addosso, e non si può non pensare a una scena di poco prima in cui quel corpo era oggetto di attrazione e irradiava erotismo. Continua a leggere

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Berlinale 2017. Recensione: HAO JI LE (Have a Nice Day), di Liu Jian. Dalla Cina un noir animato

201718718_2Hao Ji Le (Have a Nice Day), un film d’animazione di Liu Jian. Competizione.
201718718_4Dalla Cina una crime story in forma d’animazione. Un noir lurido e cattivo che ruota, classicamente, intorno a un malloppo cui tutti danno la caccia. Il tutto affondato in una Cina della ipermodernità consumistica già degradata, già a pezzi. Quasi una rivelazione (pesa sul risultato finale un plot troppo intricato). Voto tra il 6 e il 7
201718718_3Un film cinese d’animazione in concorso, e già questo è una notizia. L’altra, quella vera, è che si tratta di un bel film, tra gli otto-nove migliori di questa Berlinale 67 (parlo della competizione). Un noiraccio lurido e sordido con malloppo che passa di mano in mano, in una catena che sembra non finire mai, in un gioco del caso anche fin troppo spinto: le coincidenze sono troppe, e questo è uno dei limiti di Have a nice day, tale il titolo internazionale. Finale classicissimo, come se ne sono visti decine e decine nei classici del crime hollywoodiani e del polar francese. Solo che stavolta siamo in Cina, oggi, una Cina per niente felix, fatta di periferie urbane degradate e omologate, di templi del consumo e del divertimento appena nati e già da rottamare, tutta una collezione di oggetti, feticci e maniere mutuata dall’Occidente e riapplicata se possibile con ancora più ottusità, motorbiker punk, ragazzacce impiercingate e tatuate, boss feroci, sgherri ancora più feroci, e la voglia di fare soldi, tanti, maledetti e subito. Un quadro foschissimo, che l’ironia impressa dal regista non ce la fa ad attenuare, dove tutti pensano a massimizzare il proprio profitto personale, a ogni costo. La morale se mai c’è stata, è svanita, resta solo l’avidità.
Un poveraccio ruba una paccata di soldi a un boss della mala locale perché la fidanzaa s’è fatta una plastica da un cane di chirurgo plastico che le ha rovinato la faccia. E adesso l’unico modo di riemediare è andare in Corea, dove i chrirurghi san fare il loro mestiere, solo che l’operazione costa molto, moltissimo. Ed ecco la rapina. Sarà l’inizio di un ballo assatanato di tutti contro tutti, con l’ultima scena a sorpresa ma non troppo, se si conosce il genere. Segno grafico sporchissimo, facce ingaglioffite, donne se possibile anche più sguaiate e spietate degli uomini, e albergucci schifosi, amici torturati, ammazzamenti seriali. A meravigliare nel tratto grafico sono, più che la messa a punto degli umani, la definizione dei paesaggi, di una ipermodernità importata già arrugginita e decadente, con un’attenzione quasi feticistica ai neon colorati, alle pulsazioni intermittenti delle varie luci segnaletiche. Irresistibile la sequenza dei due disgraziati che sognano di andarsene nel parco-vacanze di Shangri-Là. Il film perde quota man mano che si avvicina al finale. Le coincidenze sono ben oltre il limite consentito a una sana sceneggiatura, il susseguirsi dei fatti è così veloce, i colpi di scena anche, che non ci si districa più. Ma, con tutte queste debolezze, un film-rivelazione, anche se non ho sentito un gran calore nella platea stampa a fine proiezione.

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Berlinale 2017. Ma il film ungherese si merita davvero l’Orso? Commenti e indignazioni sul palmarès

"Pokot" di Agnieszka Holland: premio Bauer

“Pokot” di Agnieszka Holland: premio Bauer

"Félicité" di Alain Gomis: gran premio della giuria

“Félicité” di Alain Gomis: gran premio della giuria

Non sto a ripetere il listone dei premi di questa Berlinale (al mio precedente post li trovate tutti, dall’Orso d’oro in giù, se no andate dritti alla fonte, al sito ufficiale della Berlinale dove potete anche vedere in faccia i vincitori e farvi un’idea: la fisiognomica ha la sua importanza). Vado dunque a commentare, e un po’ a indignarmi, perché nel palmarès ci son premi sacrosanti e altri che gridano vendetta. Come sempre. Come tutti i palmarès di tutti i festival.
Vincono le donne, vince l’animalismo, perde Aki Kaurismaki. Il quale è entrato in conclave da papa e ne è uscito cardinale, as usual: Santa Madre Chiesa ha sempre tanto da insegnare, se solo la si ascoltasse. Arrivato a Berlino come superfavorito, accolto con un’ovazione alla proiezione stampa dai suoi devoti, il gran finlandese è stato in testa a tutti i pronostici fino all’ultimo secondo, ma è stato scavalcato nel rush finale da una (semi)sconosciuta signora ungherese come capita a certi campioni al giro d’Italia, e si è dovuto accontentare del premio alla regia. Una sconfitta, inutile girarci intorno. E però The Other Side of Hope non è quella gran cosa, brillantissimo ma pigro, con il suo schema narrativo ricalcato pari pari sul precedente Le Havre. I kaurismakiani duri e puri, gli Aki-addicted si disperano, si strappano le vesti, si ubriacano per dimenticare, ma stavolta se la prendano più che con la giuria con il loro idolo. Invece quante signore nel palmarès. La regista ungherese Ildikó Enyedi, di cui io fino a questo festival non avevo mai sentito parlare (e però mi dicono che qui sia stata più volte ospite), si è portata a casa l’Orso d’oro, e non è uno scandalo, anche se altri meritavano di salire sul gradino più alto al posto suo (il giapponese Sabu, il rumeno Netzer, la portoghese Villaverde). Il suo film è piaciuto subito ed è diventato con il passaparola uno di quelli da vedere assolutamente. Io per la verità non l’ho molto amato, un po’ troppo compito diligente di psicanalisi, anche se l’idea di far incontrare in sogno i due protagonisti quale cervo e cerbiatta ha una sua efficacia, altroché. Ma resta, nonostante i suoi esibiti surrealismi e altri (datati) avanguardismi, nel suo intimo un film sentimentalista, ed è stato quello a non avermi convinto.
Ho detestato Pokot di Agnieska Holland, greve e triviale, a mio parere il peggio del concorso, e invece eccolo insignito del Bauer, il riconoscimento assegnato al ‘cinema che apre nuove prospettive’. Ma perché mai darlo a una signora già molto nota che il cinema progressivo non l’ha mai praticato, figuriamoci adesso. Continua a leggere

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Berlinale 2017. Recensione del film vincitore, l’ungherese ON BODY AND SOUL

Testről és lélekről (On Body and Soul), un film di Ildikó Enyedi. Con Alexandra Borbély, Géza Morcsányi, Réka Tenki, Zoltán Schneider, Ervin Nagy. Ungheria. Competizione. Recensione scritta il 10 febbraio, dopo la proiezione stampa del film.
201712288_1Dall’Ungheria un bizzarro film che mescola psicanalisi, surrealismo, animalismo. Per raccontare di come un lui assai disilluso e segnato dalla vita e una lei nevrotica estrema, cadano innamorati. Un po’ troppo arty, qua e là pericoloamente tendente al kitsch, ma film diverso e non omologato. Alla proiezione stampa è piaciuto a molti, e moltissimo alle signore. Voto 6 e mezzo

La regista sul set

La regista sul set

Mi sa che ce lo ritroveremo presto film di culto da festival fighetto, di quelli che vengono messi in programma per alzare il tasso di severità di una rassegna e aureolarla di nobiltà. Certo non è un film qualunque, questo di una signora ungherese che, starà bene dirlo?, ha 62 anni e finora non è che si sia fatta molto conoscere fuori dal giro dei festival (se mi sbaglio correggetemi, grazie). C’è del buono e del pessimo, nel suo On Body and Soul (il titolo originale ungherese è bellissimo, ma impronunciabile). Con derive pericolosamente arty, psicanalismi selvaggi fuori tempo massimo, metafore azzardate, connessioni tra l’umano e l’animale che vorrebbero suggerire profondità ma son solo spicce. Un repertorio piuttosto greve che però – bisogna dire – mantiene nel trattamento di Ildikó Enyedi una sua leggerezza, una sua grazia. Perché alla fin fine tante escursioni nell’onirico e nel surreale e nell’inconscio individual-collettivo vanno a parare su una soria d’amore. Che difatti molto è piaciuta alle signore e anche ai signori della platea stampa (applausi calorosi alla fine). Siamo in un mattatoio, forse a Budapest (il mattatoio si porta molto ultimamente nel cinema altoautoriale quale metafora trasparentissima della crudeltà universale). Il manager, un signore sui 50 magnificamente segnato dalla vita e dalle pene d’amore dunque seducentissimo agli occhi del popolo femminile (non direi di quello gay, che vuole la trionfale perfezione fisica mica la ruga addolorata), si ritrova faccia a faccia con la giovane donna appena assunta per il controllo qualità. Ossessiva, rigorosa fino all’autopunizione, afflitta dalla sindrome del noli me tangere, terrorizzata da ogni contatto intimo. Una nevrotica di purissima marca freudiana (del resto siamo nella Mitteleuropa che fu un tempo tutta impero austroungarico). Lui ne è attratto, ma come stabilire un contatto con una che in mensa mangia da sola e se lo offri un caffè scappa? Ci penseranno i sogni. Nel senso che i due scopriranno di sognare lo stesso sogno, un cervo e una cerbiatta che scorrazzano in un paesaggio innevato. Continua a leggere

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Berlinale 2017. Orso d’oro all’ungherese ‘On Body and Soul’: ecco il palmarès e le recensioni dei film vincitori

La regista ungherese con l'Orso d'oro vinto con 'On Body and Soul'

La regista ungherese Ildikó Enyedi con l’Orso d’oro vinto con ‘On Body and Soul’

'On Body and Soul', il film vincitore

‘On Body and Soul’, il film vincitore

Ecco il palmarès della Berlinale 67. Assegnato dalla giuria composta da Paul Verhoeven (presidente), Dora Bouchoucha Fourati, Olafur Eliasson, Maggie Gyllenhaal, Julia Jentsch, Diego Luna e Wang Quan’an.
Cliccare il link per leggere la recensione di questo blog (manca quella di Ana, Mon Amour)

Orso d’oro al miglior film
Testről és lélekről (On Body and soul) di Ildikó Enyedi

Orso d’argento Gran premio della giuria
Félicité di Alain Gomis

Orso d’argento – Premio Alfred Bauer per il film che apre nuove prospettive
Pokot (Spoor) di Agnieszka Holland

Orso d’argento per il miglior regista
Aki Kaurismaki per Toivon tuolla puolen (The Other Side of Hope)

Orso d’argento alla migliore attrice
Kim Minhee per Bamui haebyun-eoseo honja (On the Beach at Night Alone) di Hong Sangsoo

Orso d’argento al miglior attore
Georg Friedrich per Helle Nächte (Bright Nights) di Thomas Arslan

Orso d’argento per la migliore sceneggiatura
Sebastian Lelio e Gonzalo Maza per Una Mujer Fantastica

Orso d’argento per un rilevante contributo artistico
Diana Bunescu per il montaggio di Ana, Mon Amour di Călin Peter Netzer

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