Berlinale 2018. Verdetto disastroso: ecco tutti i premi, a partire dall’immeritato Orso a Touch Me Not

La regista Adina Pintilie abbracciata dal presidente di giuria Tom Tykwer.

Nella mia classifica l’avevo messo al diciannovesimo posto su 19 film. Ultimo. Voto: 1. Il più basso che io abbia mai assegnato nei miei anni di frequentatore di festiva. Invece la giuria presieduta dal tedesco Tom Tykwer (Lola corre, ma è gloria lontana ormai) l’ha sciaguratamente premiato con l’Orso d’oro, e non ci sono parole per commentare. Mi riferisco al film Touch Me Not della rumena però operante a Berlino Adina Pintilie, cui oltre all’Orso d’oro è andato pure il premio come opera prima (e in giuria c’era il nostro Jonas Carpignano). Rimando alla recensione. Ma, a fare di questo palmarès il peggiore degli ultimi festival, c’è anche il riconoscimento secondo in ordine di importanza, l’Orso d’argento Gran Premio della Giuria, assegnato a Twarz (Mug) della polacca Malgorzata Szumowska, un’habituée di Berlino. Da quando ci vengo – anno 2012 – ho visto quattro suoi film, uno buono – InThe Name of... – e tre pessimi, compreso questo Mug, confuso e sovreccitato, e al solito polemico verso la Chiesa cattolica, cosa che bendispone sempre i giurati dei festival. E difatti.
L’Orso d’argento come migliore regista va a Wes Anderson per il suo meravigliosissimo Isle of Dogs, e ditemi voi se uno come lui deve arrivare dietro, e di parecchio, a Adina Pintilie, una miracolata del cui film tra un paio d’anni ma anche meno non si ricorderà più nessuno.
Orso d’argento – Premio Alfred Bauer per un film che apre nuove prospettive a Las Herederas (Le ereditiere) del paraguayano Marcelo Martinessi, bel film da una cinematografia allo stato nascente. Solo che l’esplorazione del nuovo non è proprio il suo merito più evidente. Sarebbe stato più coerente darlo all’opera più audace, vertiginosa per complessità e sapienza compositiva, del concorso, il tedesco Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota di Philip Gröning, un capolavoro rimasto incredibilmente senza uno straccio di riconoscimento, e si vergogni la giuria al completo (tenetevi le Pintilie e le Malgorzate, quelle vi meritate). O lo si poteva dare al norvegese Utoya, innovativo e inventivo nel ricostruire la strage di Andres Breivik secondo i codici dell’horror.
I premi agli attori: Orso d’argento per la migliore interpretazione maschile al giovanissimo Anthony Bajon di La prière di Cédric Kahn, film che ho molto amato (e lui è di bravura e naturalezza commoventi, quindi bene così). Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile a Ana Brun per Las Herederas, e anche qui scelta inappuntabile. Orso d’argento per un rimarchevole contributo artistico a Elena Okopnaya per il costum and production design del russo Dovlatov di Alexey German Jr., un film talmente bello che un premio così suona più come una beffa che come un riconoscimento. E anche di questo la giuria si vergogni.
Lasciati fuori dal palmarès il bellissimo Transit di Christian Petzold e un altro tedesco, una delle rivelazioni del concorso, In The Aisles di Thomas Sturbe. L’Orso per la migliore sceneggiatura va, non immeritatamente, ai messicani Manuel Alcalá e Alonso Ruizpalacios (che del film è anche il regista) per Museo. Ci sta: Museo è una commedia furba, brillantissima e mai banale, destinata a un grande successo di pubblico.
Se i premi diciamo così minori del palmarès sono abbastanza condivisibili, a suonare scandalosi sono i primi due, i più importanti, quelli che segnano un festival, un’annata. Che siano andati a due donne autrici di due brutti film fa pensare che il vento del #metoo abbia spirato forte anche da queste parti, finendo con l’influenzate anche solo inconsciamente le decisioni. E Las Herederas, che di premi ne ha portati a casa ben due, è sì di un autore maschio, ma racconta solo di donne, in particolare di un’anziana coppia lesbica. Se aggiungiamo che la vera star dell’Orso d’oro Touch Me Not è un disabile affetto da atrofia spinale muscolare ma soddisfatto della sua vita sessuale e orgoglioso “del mio pene che funziona regolarmente ed è anche di buone dimensioni”, si fa presto a capire come il palmarès sia il trionfo, l’ennesimo, del cinema delle buone cause e dei diritti. Anzi adesso, a qualche ora dalla consegna dei premi, è tutto chiaro: Touch Me Not fa schifo, ma bisogna riconoscere che il disabile affetto da atrofia – si chiama Christian Bayerlein – è assolutamente irresistibile. Lui è il vincitore. Non la regista, non il film.
Gli altri premi li trovate alla pagina della Berlinale.

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Berlinale 2018. Recensione di TOUCH ME NOT di Adina Pintilie, il (brutto) film vincitore dell’Orso d’oro

Touch Me Not di Adina Pintilie. Con Laura Benson, Tómas Lemarquis, Christian Bayerlein, Grit Uhlemann, Hanna Hofmann. Competition.
Vincitore dell’Orso d’oro come migliore film. Vincitore del premio Opera prima.
Tutti esterrefatti. Un film orrendo, il peggiore della competizione, ha vinto l’Orso d’oro. La camera da presa, con regista osservante e giudicante, entra nelle camere da letto. Per che cosa? Ovvio, per dirci cosa sia la sessualità, l’intimità oggi. Ed ecco una signora col marchettaro bulgaro e, sempre lei, con un attempato transessuale. E una terapia di gruppo di disabili “sull’esplorazione del proprio corpo e di quello altrui”. Si finisce tutti in un club-bordello dove impera il bondage. Tutto sommerso da un fiume di parole, da un’insostenibile proliferazione discorsiva sul sesso come liberazione di sé e porta del paradiso. Voto 1

La regista Adina Pintilie

Confesso, la notizia della vittoria di questo film mi ha prostrato. Uno choc, e mica solo per me. No, non ci sono parole per dirlo, l’orrore di questo film di una regista rumena direi tra i trenta e i quarant’anni operante a Berlino. Tra doku e ficionalizzazione, con bilancia pendente verso il primo e con lei dea ex machina osservante e giudicante dalla macchina da presa. Una specie di inchiesta sul sesso come se ne facevano negli anni Sessanta stigmatizzando – allora – i tabù italici e inneggiando ai liberi costumi della Svezia. Anche, una specie di gallery alla voce Bizarre di un qualche pornohub, però con la pretesa di “fare un discorso sul sesso” e “esplorare l’intimità”. La regista Adina Pintilie prende una signora cinquantenne di modi peraltro assai eleganti, cui va la nostra comprensione per quello che le tocca fare, esortandola – immagino – a dar corpo alle sue fantasie per registrarne le reazioni e ovviamente le “emozioni” (la parola più oscena del nostro lessico attuale). Sicché vediamo la sciura portarsi in casa un marchettaro bulgaro, e a lei, ansiosa di conoscere cosa significhino le parole in quella lingua strana che si è tatuato, il marchettaro risponde: cose personali. Poi, dopo essersi masturbato, contemplato a distanza da lei e mai toccato, se ne va intascando i soldi. Ed è in tutto il film quello che fa la figura migliore, secco, brusco, professionale, asentimentale, aemozionale, mica gli altri che più che praticarlo il sesso lo sommergono con fiumi di parole inascoltabili. Poi chissà perché la signora, di cui continuiamo a non capire i gusti se non il disgusto certo per il contatto fisico, ospita sul divano un attempato transessuale contattato online, non proprio di sublime bellezza e amante di Brahms. Ma in Touch Me Not si parla – è la parte virtuosamente corretta, quella che deve avere sedotto le giurie – di diritto al sesso dei diversamente abili, con tanto di riprese lunghissime di terapie di gruppo di diversamente abili invitati a “esplorare con le dita e a occhi chiusi il proprio corpo e quello dell’altro: ecco, adesso, le punta delle vostre dita sono i vostri occhi”. Signori, una scopata è una scopata è una scopata. La vogliamo finire con tutto questo erotismo refrigerato, medicalizzato, terapeutizzato all’odore di cloroformio e sala operatoria? Dove c’è tutto tranne il desiderio? Dove tutti, anche da nudi e mentre fanno cosacce, vogliono dare un’immagine migliorata di sé, tubando di scoperta del proprio corpo e nuove soglie raggiunte della conoscenza attraverso le pratiche erotiche. Non c’è mai un momento di verità, tutto è falso, e più i corpi si denudano più si mascherano. Finiscono quasi tutti in un club-bordello di scambisti, e non spacciatemi questo squallore per chissà quale allargamento della coscienza. E poteva mancare il bondage? Ovvio che no, con gente inguardabile nei loro costumini di latex borchiati e le maschere da Batman e i loro ridicoli aggeggi. E mai, mai un attimo di tregua, un bla bla incessante di banalità e idées reçues sul sesso come liberazione ed espressione di sé, come diritto inalienabile, come porta del paradiso, come strumento di elevazione e conoscenza. Il sesso diventato la nuova religione del secolarizzato Occidente (qualcuno mi pare abbia scritto di recente un libro che sostiene questa tesi, ma non ricordo chi, sorry). Si vorrebbe audace e liberazionista, questo film brutto e antipatico, mentre ricorda i mondo movie e la sexploitation, solo con più supponenza. Oltretutto di un guardonismo ripugnante. Ma chi l’ha messo in concorso? E gli han dato l’Orso. Una catastrofe per la Berlinale e per il cinema.

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Berlinale 2018. Recensione: ‘Mein Bruder Heißst Robert und ist ein Idiot’ (Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota), di Philip Gröning. Il vero film-evento del concorso

Mein Bruder Heißst Robert und ist ein Idiot(Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota) di Philip Gröning. Con Josef Mattes, Julia Zange, Urs Jucker, Stefan Konarske, Zita Aretz. Competition. Voto 9
Ha spaccato come un colpo di scure questa Berlinale. Entusiasti da una parte, detrattori (la maggioranza) dall’altra. Due gemelli diciottenni, Robert e Elena,vagano in un paesaggio di boschi, colline, campi, acque. Solo segno umano, una stazione di benzina, Discutono di Sant’Agostino e Heidegger, lei sta preparando il suo esame di filosofia. E mentre si interrogano sull’essere e il tempo, sulla consistenza o inconsistenza del reale, sotterraneamente un’altra trama si costruisce. E il Male si mette al lavoro. Disturbante, di una potenza visiva inaudita. Un film profondamente tdesco. Voto 9

Mein Bruder heisst Robert und ist ein Idiot

Amato (da pochi), odiato (da tutti gli altri). Fischi e buuh si son sprecati al press screening. Dire di divisivo di questo film è poco. Mio fratello dsi chiama Robert ed è un idiota ha spacccato con un colpo d’ascia questa Berlinale, facendone fuoruscire uomori e malumori, le rabbie, la voglia dei cinefili di trovare un film discutibile ma finalmente da amare, da difendere. Eccolo qua. Difficile che incameri l’Orso d’oro, la giuria dpovrebbe avere un coraggio inaudito, e di solito il coraggio non è qualità delle giurie da festival cui si addice di più la diplomazia e la ricerca paziente del’accordo. Favorito è dunque il peraltro bellissimo Dovlatov di Alexey German Jr. Ma Gröning resterà, continuerà a far discutere e rinfocolare animi e dibattiti e passioni, al di là della serata dei premi. Profondissimamente tedesco, espressione dell’anima tedesca nel suo immergersi estatico nella natura coltivando nello stesso tempo la passione per il pensiero e la speculazione filosofica. La materialità della terra, degli alberi, delle acque e le onde immateriali del pensiero. Ma qui la natura è anche il luogo dove il male si mette all’opera come dire in maschera, occultato, e dunque più insidioso. Con unosviluppo drammaturgico che sarebbe facile dire alla Heineke, se non fosse che qui di derivativo e imitativo non c’è niente. Se non le vertiginose citazoni di molta cultura tedesca, dal romanticismo, in poesia e pittura, fino a Thomas Mann (il tema dell’incesto). Un film che ti stordisce di bellezza e insieme eticamente equivoco (quell’estetizzazione del sangue e della violenza). E però come si fa a non dire di sì a un’opera smisurato di tre ore eppure teutonicamente regolatissima in cui i due gemelli vagano in un paradiso-inferno naturale interrogandosi su Heideggere e Sant’Agostino. Elena di lì a pochi giorni deve dare un esame di filosofia, Robert, che sarebbe l’idiota del titolo ma idiota non è, la aiuta, la sollecita, in un ripasso assai poco scolastico che diventa viaggio della mente e delle coscienze, e nel proprio fondo malato. Sullo sfondo una stazione di benzina con emporio annesso dove ora Elena ora Robert vanno a comprare qualcosa, mostrando una familiarità inspiegata,e misteriosa e sinistra con i due benzinai che si aletrnano nei turni. E che sembra una pittura di Edward Hoper come volata in un dipinto di Caspar David Friedrich. Continua a leggere

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Berlinale 2018. Recensione: ‘Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot’ di Gus Van Sant. Un santino new age

Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot (Non temere, a piedi non andrà lontano) di Gus Van Sant. Con Joaquin Phoenix, Jonah Hill,Rooney Mara, Jack Black, Mark Webber. Competition.

Abiezione alcolica e redenzione del disegn atore satirico John Callahan. Meravigliosamente girato da Gus Van Sant, con un formidabile, e non si esagere, Joaquin Phoenix. Con dialoghi witty che tengono a distanza di sicurezza la retorica e la melassa. Fino all’ultima mezz’ora, quando Don’t Worry… si schianta e sprofonda nella predica new age. Rehab per rehab, meglio quello cattolico di La Prière. Voto 5+

Gus Van Sant torna a essere il regista che sa essere, ovvero uno che ha inventato parecchio del cinema del terzo millennio, un faro per molti film-maker venuti dopo di lui. Mi chiedo solo perché il suo magistero l’abbia adesso messo al servizio di una storia edificante fino all’agiografia. Biopic di John Callahan, cartoonista satirico (si potrà dire? io i suoi i suoi sketch li trovo alquanto grossolani e non così divertenti), prima ancora alcolista compulsivo. E d è stato l’alcol la causa di un incidente d’auto che lo ha lasciato in vita con gravissime disabilità. Gus Van Sant si focalizza sulla sua riabilitazine anzi redenzione attraverso gli alcolisti anonimi. Con il rito delle riunioni che sappiamo. Intendiamoci, Gus Van Sant e gli altri sono tutti troppo bravi e troppo gente di mondo (dello spettacolo) per farsi intrappolare dalla retorica, loro una storia così scivolosamente larmoyant la neutralizzano e la distanzaino con l’ironia e con dialoghi strepitosi e witty, e poi c’è un formidabile Joaquin Phoenix che fa l’impossibile (ma anche un irriconoscibile Jonah Hill quale guru-sponsor del gruppo di AA, Rooney Mara, Jack Black). E poi c’è quella California tra Settanta e Ottanta dove si conduce ogni possibile eprimentazione esistenziale in una sorta di bohème diffusa e capillare. Per un po’ ho sospeso il mio giudizio, lasciandomi ammaliare da un Gus Van Sant che gira con una fluidità e una leggerezza da campione della mdp, e che si autocita ironicaente con quegli skaters che soccorrono Callahan. O riprendendo il suo protagonista di spalle mentre impazza per marciapiedi e strade sulla sua sedia a rotelle, secondo quel cinema della nuca che lui ha inventato (vedi Elephant) e oggi applicato da molto cinema giovane festivaliero. Eppure, nonostante l’apparato professionale e intellettuale messo in campo, questo film suona falso e fastidioso. Quando negli ultimi quaranta minuto il redento fa il giro del perdono, chidedendo scusa anche a chi gli ha fatto del male, allora cascano le braccia e capisci che non c’è rimedio, il film è quella roba lì. Basta, non se ne può più di questi pastoni californiani in cui si miscelano auomotivazione, un Lao Tzu mai letto davvero, sapienzialismi pescati ogni dove e mal digeriti. Allora- per stare nel campo del rehab – molto meglio il cristianesimo con l’ora et labora come terapia di recupero che ci ha mostrato in questa Berlinale Cédric Kahn nel suo La prière. La regia di GVS è magnifica, ma non si può applicare tanta sapienza, tanto talento alla confezione di un santino new age e controcultural-californiano.

 

 

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Berlinale 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso

Mein Bruder heisst Robert und ist ein Idiot

Sabato al Palast, a partire dale 19, assegnazione dell’Orso d’oro e degli altri premi. Il favorito resta il russo Dovlatov di Alexey German Jr., un perfetto e pure bellissimo prodotto da festival. Se invece ce la facesse finalmente Wes Anderson superando i pregiudizi anti-animazione radicati tra le giurie? O qualche film che non ti aspetti come il paraguayano Las Heredas o il bellissimo ma non così apprezzato dalla stampa Transit di Christian Petzold? O ancora il ruffianissimo film di Gus Van Sant, il più amato dal pubblico (io l’ho detestato)? Intanto metto al primo posto della mia personale classifica quello che ha diviso la Berlinale, Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota del tedesco Philip Gröning. Grandi fischi al press screening e qualche applauso. Le sue chance di vincere sono pouttosto scarse – come si sono spaccati pubblico e stampa, altrettanto sarà successo in giuria -, anche se io lo spero.  Al gruppo dei favoriti si è aggiunto a sorpresa l’ultimo film del concorso, proiettato quando ormai i giochi sembravano fatti. Il tedesco In den Gängen è davvero una rivelazione, un bel film sul lavoro e su molte altre cose. Difficile che arrivi all’Orso d’oro, ma un premio se lo potrebbe portare via.

Cliccare per leggere la recensione di questo blog. Per i film di cui non c’è ancora la recensione, ho scritto una breve scheda.

1) Mein Bruder Heißst Robert und ist ein Idiot (Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota) di Philip Gröning Voto 9
Amato (da pochi), odiato (da tutti gli altri). Divisivo come pochi altri film negli anni recenti. Disturbante come e più di Haneke. Anche eticamente equivoco (quell’estizzazione del sangue e della violenza). E però come si fa a non dire di sì a un film smisurato eppure teutonicamente regolatissimo di tre ore in cui due gemelli, un ragazzo e una ragazza, di diciotto anni vagano molto germanicamente in una natura incontaminata ragionando di filosofia e interrogandosi su Heideggere e Sant’Agostino? Interrogandosi soprattutto sul tempo, sul presente “che non esiste” e su cosa sia il reale. Ma dopo un’ora di contemplazione e di immersione – come dice Sulvia Nugara non malickiana nella natura – avvertiamo che c’è un’altra trama sotterranea e oscura che sta prendendo corpo. E che il Male è al lavoro. Mai si erano visti due personaggi adolescenti così odiosi e repulsivi, eppure il risultato è immenso. Philip Gröning aveva portato qualche anno fa a Venezia La moglie del poliziotto, che già conteneva un’enormitò di cinema ma intrappolata in una forma fin troppo lambiccata. Con questo va molto oltre. Vertiginose citazioni, dal romanticismo tedesco tutto a Thomas Mann. Capolavoro vero, il gran colpo di gong della Berlinale 68.
2) Isle of Dogs di Wes Anderson Voto 8 e mezzo
3) Dovlatov di Alexey German Jr. Voto 8+
4) Transit di Christian Petzold Voto 7 e mezzo
5) In den Gängen (In the Aisles) di Thomas Stuber Voto 7 e mezzo
Aisles, Gängen. Noi come possiamo tradurli, chiamarli? Corridoi? Cunicoli? Però non rende la maestosità di quei canyon che si aprono tra le pareti di merci negli enormi shopping center. Navate, ccco, potremmo chiamarli navate. Questo film ci mostra come i mall oggi siano le nuove, imponenti cattedrali, perché anche dalla trivialità e dal consumo può nascere la maestà, la grandiosità. Siamo nella Germania già DDR. Il film si focalizza su tre persone che lavorano nello shopping center: il neo arrivato Christian, il veterano Bruno e la misteriosa Marion. Un film sul lavoro e sulla sua bellezza.
6) La prière di Cédric Kahn Voto 7
8) Utøya 22.juli di Erik Poppe Voto 7

7) Las Herederas (Le ereditiere) di Marcelo Martinessi Voto tra il 6 e il 7
9) Pig (Khook) di Mani Haghighi Voto 6 e mezzo
10) Museo di Alonso Ruizpalacios Voto 6 e mezzo
Dal Messico una commedia di genere non collocabile, benissimo girata, gonfia di buone idee. Il luciferino Juan (il divo Gael Garcia Brnal) convince l’amico di sempre, e suo succube preferito, Wilson a organizzare con lui un colpo al museo antropologico di Città del Messo, scrigno di tesori Maya. Il colpo riesce, ma i guai cominceranno subito dopo. Il punto debole di questo film complesso e a tratti geniale che potrebbe anche diventare un successo internazionale, sta nel protagonista. Uno stronzo, un narciso con cui fa fatica, molta fatica, a solidarizzare. Non si capisce perché decoda di fare quel colpo di cui tutto il pease parlerà. Per esibizionismo testosteronico-giovanile? Per odio alle istituzioni? Solo per fare soldi? IL lato interessante di Museo è il legame ambivalente tra il Messico ìmoderno e il suo passato. Il mondo e il tempo Maya come inconscio di una nazione, rimosso e sepolto e dunque eternamente ritornante.
11) Season of the Devil (Ang Panahon ng Halimaw) di Lav Diaz Voto 6+
12) The Real Estate di Axel Petersén e Måns Månsson Voto 6
13) Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot (Non temere, a piedi non andrà lontano) di Gus Van Sant Voto 5+
14) 3 Days in Quiberon (Tre giorni a Quiberon) di Emily Atef Voto 5+
15) Figlia mia di Laura Bispuri Voto 5 meno
16) Twarz (Mug) di Małgorzata Szumowska Voto 4 e mezzo
Il quarto film che vedo da quando vengo alla Berlinale della polacca Małgorzata Szumowska. E continuo a non capire come possano finire tutti in concorso. Uno era bellissimo (In the Name of...), gli altri tre, qesto compreso, pessimi. In un villaggio polacco si sta costruendo un’immensa statua del Cristo benedicente sul modello di quella di Rio, “ma più grande”. C’è un incidente al cantiere, un operaio cade in un vascone e resta sfigurato. Gli trapianteranno la faccia e lui diventerà una cekebrità, ma la sua vita ovvio non sarà più la stessa. Szumowska come sempre riempie il film di sottotrame e digressioni, di personaggi sovreccitati e litigiosi. Solo che i vari pezzi non si incastrano mai, né si capisce dova vada a aparare il film.
17) Eva di Benoȋt Jacquot Voto 4 e mezzo
18) Damsel di David e Nathan Zellner Voto 4
19) Touch Me Not di Adina Pintilie Voto 1
No, non ci sono parole per dirlo, l’orrore di questo film di una regista rumena operante m’è parso di capire a Berlino. Tra doku e ficionalizzazione, con bilancia pendente verso il primo e con lei dea ex machina osservante e giudicante dalla macchina da presa. Una specie di inchiesta sul sesso come se ne facevano negli anni Sessanta stigmatizzando i tabù italici e inneggiando ai liberi costumi della Svezia, e in realtà per mostrare qualche tetta in più. O una specie di gallery alla voce Bizarre di un qualche pornohub, perrò con la pretesa di “fare un discorso sul sesso”. Ecco che la regista Adina Pintilie prende una signora cinquantenne di modi peraltro assai eleganti esortandola – immagino – a dar corpo alle sue fantasie per registrarne le reazioni e ovviamente le “emozioni” (la parola più oscena del nostro lessico attuale). Sicché vediamo la sciura portarsi in casa un marchettaro bulgaro, e lei, ansiosa di conoscere cosa significhino le parole in quella lingua strana che si è tatuato, lui risponde: cose personali. Poi, dopo essersi masturbato contempato da lei, se ne va intascandosi i soldi. Ed è in tutto il film quello che ci fa la figura migliore, secco, brusco, professionale, asentimentale, aemozionale, mica gli altri più che praticarlo il sesso lo coprono e spiegano con fiumi di parole inascoltabili. Poi chissà perché la signora, di cui continuiamo a noincapire i gusti, ospita sul divano un attempato transessuale contattato online, non proprio di sublime bellezza e amante di Brahms. Ma in Touch Me Not si parla, ed è la parte virtuosamente corretta, quella che deve avere sedotto le giurie, di diritto al sesso dei diversamente abili, e vediamo terapie di gruppo di diversamente abili invitati a “esplorare con le dita e a occhi chiusi il proprio corpo e quello dell’altro: ecco, adesso, le punta delle vostre dita sono i vostri occhi”. Signori, una scopata è una scopa è una scopata. La vogliamo finire con tutto questo erotismo refrigerato, medicalizzato e terapeutizzato? Dove c’è tutto tranne il desiderio? In questo film tutti, anche da nudi e mentre fanno cosacce, danno un’immagine migliorata di sé, tubando di scoperta del proprio corpo e nuove soglie raggiunte della conoscenza attraverso le pratiche erotiche. Non c’è mai un momento di verità, tutto è falso, e più i corpi si mettono a nudo e più si mascherano. Si finisce tutti in un club di scambisti-bordello. E poteva mancare il bondage? Ovvio che no, con gente inguardabile nei loro costumini di latex borchiati e le maschere da Batman e i loro ridicoli aggeggi. E mai, mai un attimo di tregua, un bla bla di banalità e idées reçues incessante sul sesso come liberazione ed espressione di sé, come diritto inalienabile, come porta del paradiso, come strumento di elevazione e conoscenza. Il sesso insomma come nuova religione (qualcuno mi pare abbia scritto di recente un libro che sostiene questa tesi, ma non ricordo chi, sorry). Si vorrebbe sublime e audace e liberazionista, questo film brutto e antipatico, mentre ricorda i mondo movie e la sexploitation, solo con più supponenza. Ma chi l’ha messo in concorso? E gli han dato l’Orso. Una catastrofe per la Berlinale.

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