Locarno 70. Recensione: NAZIDANIE. Lo scontro Zidane-Materazzi diventa mito e sacra rappresentazione in uno dei film più belli del festival

OC967545_P3001_236429OC967547_P3001_236431Nazidanie, un flm di Boris Yukhananov e Alexander Shein. Fuori concorso.
OC967542_P3001_236426Il film più eccentrico, e tra i più belli, del festival di Locarno. Che ricostruisce lo scontro Zidane-Materazzi (colpo di testa del francese all’italiano) durante la finale di Coppa del mondo 2006 non come un fatto di cronaca, ma come lotta tra Bene e Male, riemersione dell’archetipo dell’Eroe e dell’Antieroe. Lo sport riletto come mito, concatenazione simbolica, sacra rappresentazione. Qualcosa che non si era mai visto. Due ore e mezzo, eppure non ci si annoia un secondo (sempre che si ami il calcio). Voto 8 e mezzo
OC967544_P3001_236428A Locarno non mancano, non sono mai mancati perché la mission di questo festival sono la scoperta e il dissodameno di terre incognite, i film eccentrici, così fuori dalla medietà, così avviluppati nella loro ossessione esplorativa, da sfiorare il delirio. O talmente ardui da essere più apparentabili a un mindgame, all’enigma della sfinge, a una sfida lanciata allo spettatore. Anche quest’anno il festival-del-lago-Maggiore (è per non ripetere Locarno, e vogliate scusarmi: è che dire il festival del Ticino mi pare peggio) non smentisce la sua fama di vetrina dove vanno in esposizione le cose più radicali (unici suoi concorrenti europei possono essere tutt’al più il Rotterdam Festival o certe sezioni della Berlinale come Forum), da far urlare ai critici più conservatori e pigri allo scandalo e, fantozzianamente, alla boiata pazzesca: l’ho già scritto e mi ripeto, odio Fantozzi, odio il suo grido belluino e plebeo contro la corazzata Potemkin che ha sdoganato e autorizzato ogni demolizione becero-populista del bello, detesto i recensori che pretendono da Locarno cose più commestibili, più digeribili, più narrative, meno noiose, meno malmostose. Che volendo sparare contro il radical-scicchismo e certa compiaciuta cinefilia finiscono poi, ed è l’eterogenesi dei fini bellezza, col farsi complici e portavoce – solo con migliore padronanza della lingua italiana – del macheppallismo dilagante, della lagna della media sciampista del tipo ma che tristezza! ma che film noioso! ma non si capisce niente! ma basta con malati, morti, disastri, disagi sociali che io al cinema voglio divertirmi!
Lunga premessa per dire che anche stavolta un bel po’ di film a vario titolo estremi li abbiamo visti, disseminati nelle varie sezioni, specie Cineasti del Presente, Sign(s) of Life e Fuori concorso. Vogliamo parlare di Le fort des fous, Il forte dei folli, dell’algerina Narimane Mari, nato come videoinstallazione per Documenta 14 di Kassel? Due ore e venti su non si capisce cosa, forse sull’eredità coloniale, tra esagitati e sdatatissimi movimenti coreografici di un gruppo di attori-mimi-ballerini, tra emmadantismi e happening che neanche il Living Theater negli anni Sessanta, e naturalmente il solito impegno politico a irrorare il tutto. O il bulgaro 3/4, vincitore a Cineasti del Presente, misteriosa cronaca familiare dove la pratica dell’ellisse e del non detto è talmente radicale da renderci incomprensibile tutta la parte finale, e non solo quella. Non scherza nemmeno il Pardo d’oro Mrs. Fang di Wang Bing, crudo e spettrale come un referto mortuario, difatti è il resoconto via macchina da presa della lunga agonia di una settantenne cinese divorata dall’Alzheimer (anche questo dato prima a Documenta 14, dov’è in programmazione fino a metà settembre – questo nel caso passiate da quelle parti tedesche -, e poi dirottato su Locarno). E la lista può continuare con Cocote, film dominicano vincitore della sezione più edgy del festival, Sign(s) of Life, dove il ritorno al villaggio natio di un uomo probo e cristiano-evangelico diventa la forzata reimmersione in un mondo animista e selvaggio, che di cristiano ha solo i tratti esteriori. Discesa agli inferi istintuali raccontata però dal regista nei modi di un cinema etnografico massimamente chic e austero. Inquadrature perlopiù fisse, sguardo raggelante su quella materia incandescente, campi lunghi anzi lunghissimi, riprese notturne di buio quasi totale a rendere incomprensibili gli snodi cruciali. Il voodoo, la santeria visti da un ascetico Bresson tropicalista. E però, la vera extravaganza di Locarno 70, assai intellettuale e assai godibile nonostante la follia del suo concept e la durata di due ore e mezza, è questo Nazidanie, produzione russa che porta la doppia firma di Boris Yukhananov e Alexander Shein, nomi di rispetto (soprattutto il primo) della scena filmica e teatrale underground delle decadi post-sovietiche. Avvertenza: per amare questo film (di cui è stata presentata a Locarno fuori concorso un prima versione, e di cui gli autori promettono l’uscita in sala di una versione ulteriore nel 2018 quando la febbre dei nuovi Mondiali proprio in Russia sarà al massimo) bisogna almeno amare un po’ il calcio, se no meglio lasciar perdere. Ma se il calcio lo amate – come i due miliardi e mezzo di esseri umani che seguirono l’evento al centro di questo film, la finale della Coppa del mondo di Berlino il 9 luglio 2006 – non perdetevi Nazidanie quando vi capiterà a portata di mano e di occhi, magari su qualche piattaforma digitale. Lo spettacolo è assicurato. In una sala enorme a Locarno non eravamo tantissimi, ma pochi sono scappati, e alla fine applausi vigorosi e convinti di chi aveva resistito.
Nazidanie è titolo quasi cabalistico, nel suo significare in russo educazione, avvertimento, monito, sermone, lezione, ma anche nell’incastonare in sé, mimetizzandolo appena, il nome magico Zidane, magico perché di quel Zineddine Zidane che è stato uno dei grandissimi del calcio (e per molti, tra cui mi metto, il più grande), adesso allenatore del Real Madrid già santificato da doppia vittoria in Champions League.
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Locarno 70. Recensione: SURBILES di Giovanni Columbu. Il miglior film italiano del festival è un film sardo

973098Surbiles di Giovanni Columbu. Con Simonetta Columbu, Luigina Marcello, Pietrina Menneas, Giulia Puddu. Sezione Signs of Life.
973096Dopo Su Re visto al Torino FF nel 2013, Giovanni Columbu ci consegna un altro film straordinario, assestandosi definitivamente tra i nostri maggiori cinesti indipendenti. Tra documentario etnografico e horror, tra visioni del reale e fictionalizzazione, Surbiles (accento sulla u) esplora e racconta un’inquietante leggenda della Sardegna profonda. E speriamo che qualcuno lo distribuisca. Voto 8 e mezzo
973094È stato un cineasta assai di nicchia e rispettato ma lontano dal frastuono mediatico come Giovanni Columbu, sardo di Nuoro, classe 1949 (fate voi i conti), ad aver messo a segno uno dei migliori film in assoluto – tenendo conto di tutte le sezioni – di Locarno 70. E di gran lunga il miglior film italiano, almeno tra quelli che sono riuscito a vedere. I magnifici sessantenni che se ne son stati in disparte per una vita coltivando la propria visione intransigente di cinema sono uno dei motivi e delle sorprese di questa edizione di festival di Locarno. Oltre a Columbu, ecco il caso anche più clamoroso del francese F.J. Ossang, cineasta, poeta e musicista punk, che di anni ne ha 61, e finalmente dopo una carriera in apnea, in quasi clandestinità, premiato qui come migliore regista per il suo bellissimo 9 Doigts (abbracciato sul palco di Piazza Grande dal presidente di giuria Olivier Assayas, che ha ricordato la loro lunga amicizia, e forse non era il caso, visti i commenti malevoli anticasta che puntualmente sono poi arrivati: ‘si premiano tra di loro’ ecc.: e invece premio meritato). Columbu, allora: un signore che ha lavorato a lungo in Rai, ha praticato i territori dell’arte, ha realizzato documentari e che io ho (cinematograficamente) conosciuto e incontrato la prima volta al Torino Film Festival 2013. Dove diedero in concorso il suo Su Re, la passione di Cristo secondo i punti di vista dei quattro Vangeli messa in scena come una sacra rappresentazione popolare sarda, dunque i paesaggi selvatici che potete immaginare, attori non-attori, e tutti parlanti in lingua dell’isola. Un pasoliniano Vangelo secondo Matteo nuragico, ancora più radicale e arcaico. Per me, una rivelazione (ecco la mia recensione di allora), e ancora sono lì a chiedermi come Su Re sia potuto uscire da quel Torino FF senza un premio, e come sia stato poi pressoché ignorato dalla stampa e dal sistema cinema italiano (distribuito in qualche sala per qualche giorno, punto). Adesso eccolo riemergere a Locarno, Giovanni Columbu, con questo strano manufatto cinematografico, strano e indefinibile, molto avanti nei linguaggi e nelle ibridazioni di varie forme-cinema, molto progressivo, molto – consapevolmente o meno non importa – allineato alle esperienze più radicali. Perché documentario etnografico, ma documentario con un impianto narrativo e ampie zone, quasi tutte, di fictionalizzazione. Compilation di racconti, e leggende e credenze, popolari in forma di cinema, ma anche riduzione di generi ultrapop come l’horror e il supernatural e il fantastico alla dimensione micro e per niente globale del villaggio sardo, dei nuragi, della montagna aspra. E peccato però per l’eccessivo ermetismo autorialista. Solo alla fine apprendiamo come Surbiles (accento sulla u) si componga di nove racconti, nove episodi di una stessa saga horror di paese, sicché si fatica parecchio alla visione non conoscendo questa organizzazione narrativa, e pensando invece trattarsi di un’unica storia (e quindi cercando disperatamente di connettere, mettere insieme, incastrare pezzi che invece sono, ma lo scopriamo solo ai titoli di coda, autonomi). Surbiles è il nome con cui vengono definite in una parte di Sardegna profonda e interna, quella che il film ci mostra, certe streghe. Donne del male, anime condannate (come le chiama una signora intervistata da Columbu), dedite alla pratica del male, in particolare a nuocere ai bambini. Si travestono da persone innocue, bussano alla porta, cercano con l’inganno di entrare in casa, e una volta dentro eccole mettere un atto i loro sortilegi a danno dei più deboli. Le storie su di loro si accavallano, a volte si contraddicono (forse esistono anche surbiles buone che combattono le operatrici del male, forse no).
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Locarno 70. Recensione: EASY, il film italiano che ha conquistato il pubblico del festival

961622961624Easy – Un viaggio facile facile, di Andrea Magnani. Con Nicola Nocella, LIbero De Rienzo, Barbara Bouchet, Ostap Stupka, Orest Garda. Cineasti del Presente. Nelle sale italiane dal 31 agosto.
961626Easy come Isidoro: un ragazzone catatonico e depresso cui il fratello furbo affida una missione difficile. Quella di portare in Ucraina, nel villaggio di origine, la bara di un muratore morto in suo cantiere. Premessa un po’ lambiccata, ma il film decolla quando imbocca la sua strada verso Est tra imprevisti e avventure picaresche. Sarà per Easy un viaggio iniziatico, un rito di passaggio. Il regista Andrea Magnani azzecca molte cose (il tono mai sguaiato, la messinscena stilisticamente consapevole, il senso forte del paesaggio), e soprattutto l’attore protagonista, un meraviglioso Nicola Nocella. Voto 7
956553Il film italiano che a Locarno è piaciuto di più, uscito dal festival con un passaparola assai favorevole che potrebbe farne un piccolo successo del nostro cinema indipendente (sarà in sala dal 31 agosto, e non perdetevelo). Purtroppo collocato nell’ostica sezione Cineasti del presente piena di cose assai sperimentaliste e spossanti, penalizzato nella corsa a qualche premio dalla sua gradevolezza, dalla sua immediata capacità di comunicare con il pubblico. Mentre, si sa, le giurie di CdP prediligono i film austeri e un filo malmostosi, anche respingenti. Difatti ha vinto quest’anno il bulgaro 3/4 (Tre quarti), lunghissimi piani sequenza di walkin’ & talkin’, linea narrativa fratturata, ampie zone di inesplicato. Non si capisce perché Easy non sia stato messo nella sezione principale, il Concorso Internazionale, in quota Italia al posto del molto deludente e goffo Gli Asteroidi. Probabilmente non sarebbbe entrato nel palmarès nemmeno lì, ma di sicuro ci avrebbe guadagnato in visibilità. E avrebbe dato del nostro cinema nuovo un’immagine meno provinciale. Fa niente, al primo lungometraggio di finzione del riminese, e un po’ triestino e ora anche newyorkese Andrea Magnani, è andata bene lo stesso. Bel film, bella sorpresa, gran successo di pubblico festivaliero (pagante) che ha fatto la fila a tutte le proiezioni. Tant’è che negli ultimi giorni se n’è dovuta aggiungere un’altra non prevista. Uno di quei film che ti fan capire come il nostro cinema (sempre che si possa dire nostro un film di un autore che vive tra Italia e America e che è una coproduzione italo-ucraina: ma questo dei film apolidi e cosmopoliti e di indecifrabile identità nazionale è ormai fenomeno generalizzato) sia nonostante tutto ancora vitale, in grado di produrre anche oltre e fuori Roma buone cose, non corrive, non asfittiche, allineate linguisticamente, formalmente, tecnicamente agli standard internazionali. Un cinema che sa andare oltre la commedia piaciona e la commediaccia corriva imperanti da noi, oltre i romanzi criminali e le gomorre e le suburre.
A Est! A Est! Easy parte se ho ben capito dal Nord-Ovest per andare in quella direzione che non è solo geografica, ma anche antropologica. Non così esplorata dal nostro cinema (viene in mente Il toro di Carlo Mazzacurati, con cui il film di Magnani presenta qualche assonanza). Co-produce e distribuisce l’udinese Tucker, che oltra che alle cose del lontano e lontanissimo Oriente lanciate al Far East Festival, spesso include in listino anche quelle che si muovono sui confini orientali italiani e là, nell’Europa che un tempo era inglobata nell’impero sovietico. Ecco, Easy è questo: una commedia agra e perlopiù sommessa, mai gridata, mai becera, che non ha niente dei soliti modi romanocentrici, niente di quella vernacolarità che è un segno, e spesso un marchio di condanna, del nostro cinema popolare. Con un interprete meraviglioso, Nicola Nocella, di corporea rotondità (ma poi non così strabordante), che punta sull’interiorizzazione, sulla sottrazione, senza quegli eccessi espressivi e la gestualità mediterranea che altrove, in altri film, avrebbero imposto al suo tipo fisico. Nocella che ha una buona parte di merito nella riuscita di Easy, impossibile immaginarlo senza di lui, in scena dalla prima all’ultima inquadratura, e mai un cedimento.
Easy sta per Isidoro, nome di assoluta italianità abbreviato e riscritto ai tempi dei social e dell’inglese elementare neolingua veicolare del mondo. Un personaggio cui non ci si può non affezionare, al centro di una storia che richiama da vicino quella del Responsabile delle risorse umane dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua, diventato qualche anno fa anche un film. Si tratta di trasportare la salma di Taras, un muratore caduto in un cantiere, nel suo villaggio d’origine in Ucraina, appena (così almeno sembra al’inizio) oltre la frontiera ungherese. Continua a leggere

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Locarno 70. I vincitori di Cineasti del presente: Pardo d’oro al bulgaro 3/4

Il film bulgaro vincitore, '3/4 (tre quarti)'

Il film bulgaro vincitore, ’3/4 (tre quarti)’

Non soltanto il Pardo a Wang Bing e al suo Mrs. Fang. Tra i premi ufficiali di Locarno 70 ci sono anche quelli della sezione Cineeasti del Presente (e altri ancora), la seconda nel ranking del festival, quella più votata alla scoperta, allo scouting. Almeno fino a quando qualche anno fa è stata istituita Signs of Life, ancora più sperimentalista (e si sarebbe detto un tempo: sorpasso a sinistra). Che le due un po’ cozzano, e si stenta a capire l’inclusione di certi titoli nell’una piuttosto che nell’altra. Per dire, il dominicano Cocote vincitore ieri di Signs of Life, perché non è stato messo lì e non in Cineasti del presente? Ma andiamo con la lista dei premi della sezione, assegnati dalla giuria presieduta dal regista egiziano Yousry Nasrallah (allievo del leggendario Yussef Chahine). Giuria di cui faceva parte anche Paola Turci. Un palmarès che colpisce per l’audacia, privilegiando, tra tanti film alieni da ogni medietà proposti dalla selezione, i più radicali. Non condivido tutti i premi, ma dico sì al coraggio. Avercene di giurie così. I cinque del palmarès – tre premiati, due menzionati – li ho visti tutti, riuscendo però a recensirne solo due. Spero in tempi brevi di colmare la lacuna. Intanto per ogni titolo un (necessario) commento. Anzi ua recensione corta.

Pardo d’oro Cineasti del presente
3/4 (Tre quarti) di Ilian Metev

Il regista Ilan Metlev (foto Locarno Festival/Marco Abram)

Il regista Ilian Metev (foto Locarno Festival/Marco Abram)

Una famiglia a Sofia, Bulgaria. Il padre e i due figli, sorella maggiore aspirante pianista e fratello minore ragazzino. Madre scomparsa. Macchina da presa a seguire ora l’uno ora gli altri, preferibilmente però il ragazzino, in interminabili piani sequenza, un trionfo del walking & talking alla Linklater. Campi da gioco, viali alberati, interni intellettual-borghesi. Signori, la notizia è che a Sofia si fa del cinema tra i più radicali dell’Europa d’oggi, altro che dalle nostre parti. L’anno scorso Godless, Pardo d’oro nel concorso internazionale, stavolta questo Tre quarti che va anche oltre nella decostruzione narrativa. Immersione nel quotidiano, quel banale quotidiano che rasenta il nulla. O quello che sembra il nulla, l’insignificante. Poi succede qualcosa, e ci rendiamo conto di come quell’apparente nulla fosse un campo magnetico di forze devastanti benché invisibili. Come il disagio senza nome di un ragazzino. Finale enigmatico (no, non aperto), secondo la pratica cinematografica del non detto, dell’elidere ormai dilagante, e non da oggi, nel cinema che si pretende più avanzato. Molto Gus Van Sant dei tempi belli.

Premio speciale della giuria Cine+ Cineasti del presente
Milla di Valerie Massadian
972388Della francese Valerie Massadian ricordo il precedente Nanaa Locarno 2011, anche allora a Cineasti del Presente, anche allora vincitore di un premio. Là la lezione dei Dardenne era evidentissima, configurandosi Nana quasi come una riscrittura in chiave infantile di Rosetta, con una protagonista ancora più derelitta e deprivata. Stavolta Massadian si emancipa dall’ombra dei due grandi belgi, consolida il suo cinema della realtà, abbandona l’abuso di steadicam, di camera mobile e barcollante, e ogni immediatismo per una sintassi decisamente più elaborata. Procedendo grossomodo a blocchi, ognuno autonomo e chiuso in sé girato quasi in tempo reale, elidendo tra l’uno e l’altro gli snodi narrativi, fatti e antefatti, collegamenti. Uno di quei film che costringono lo spettatore a un lavoro faticosissimo di sutura, di connessione dei vari pezzi. E Dio sa quanti se ne sono visti in questo Locarno, da uscirne spossati. Oltretutto Milla dura le sue due belle ore e qualcosa. Titolo che coincide con il nome della protagonista, una Nana cresciuta, una ragazza che ne passa di ogni. La si segue nel suoi anni anni giovani, in una di quelle narrazioni che si fanno racconto di una vita, tracciato di un’evoluzione attraverso fasi, passaggi, cambiamenti. Con un’ambizione che non è usuale nel cinema indipendente di oggi. Minimalismo, e però proiettato, dilatato sull’arco di un’esistenza. Lo sfondo è l’Europa degli ultimi, gente svantaggiata per mancanza di istruzione, di mezzi, per ragioni di famiglia, o per scelta vagabonda. Milla lascia il suo villaggio (parrebbe sulla costa basca della Francia, ma non ne sarei sicuro) per seguire il suo ragazzo al Pas de Calais. Sono homelesss, non hanno niente se non se stessi. Si installano abusivamente in una casa di vacanza, lei resta incinta, lui cerca di guadagnarsi qualche euro imbarcandosi sui pescherecci. Poi la svolta mélo. Come diceva una canzonaccia anni Cinquanta, e la barca tornò sola. Non aggiungo altro. Quello che segue è il tentativo di Milla di sopravvivere, di farcela a farsi una vita, una vita qualunque. Massadian ripudia l’estetica volutamente sporca del cinema appiattito sull’imperfezione del reale. Cerca di costruire un melodramma freddo dove la protagonista è il film, è tutto. Ci riesce in parte. Milla è estenuante, con sequenze che mettono a dura prova anche lo spettatore meglio disposto. E con un bambino insopportabile che occupa troppo tempo, troppo spazio. Francamente, non l’avrei premiato.

Premio per il migliore regista emergente
Dae-Hwan Kim (Sud Corea) per Cho-Haeng/The First Lap
972326
Il cinema coreano che non è quello survoltato, adrenalinico, fiammeggiante degli action e dei crime che conosciamo. Più vicino a Hong Sangsoo di cui The First Lap sembra riprendere il nitore, la pulizia estetica che è anche etica. Ma forse il nome giusto da fare, stando sempre nel Far East, è quello di Ozu. Un family drama sanguinante e insieme trattenuto, dove la disperazione sta tutta sottotraccia, dove passioni e illusioni e delusioni sono tenute sotto controllo dall’educazione dei modi. Anche cinematografici. Una giovane coppia di Seul si confronta prima con la famiglia (borghese) di lei e poi, in un viaggio che si rivelerà decisivo, con quella (proletaria) di lui. Con una madre devastata dal matrimonio con un uomo violento e alcolista. La giovane coppia, già percorsa da incertezze, non così salda, sembra vacillare quando è costretta a guardarsi in quello specchio oscuro. Si sta molto a tavola, come spesso nei film coreani. Apprendiamo quanto ancora contino la tradizione e le differenze di classe. Siamo lontani dal neo-neorealismo della macchina a mano, o a spalla, selvaggia. Il regista mantiene sempre un controllo assoluto sul materiale narrativo e la messinscena. Una mdp che non urla mai, anche quando si tratta di riprendere il dramma. Premio meritato.

Menzioni speciali
Distant Constellation di Shevaun Mizrahi (la mia recensione)
964675In una casa per anziani a Istanbul, casa si presume cristiana (lo si deduce da crocifissi e  Madonne). Ospiti tra i 75 e i 100 anni, compresa un’armena che rievoca il grande massacro. Altri che sembrano uscire da un Beckett o da uno Ionesco. Intorno la Istanbul nuova, aggressiva, del cemento che avanza. Bello assai. E più passano i giorni e più mi sembra tra le cose migliori che abbia visto a questo Locarno.

Verão Danado di Pedro Cabeleira (la mia recensione)
967877L’ho detestato. Un odioso film portoghese giovanottesco, due ore di camera barcollante e ebbra a inseguire uno studente universitario belloccio e fanigottone tra bevute, fumate e inalazioni e aspirazioni nasali, feste con musicaccia e molto sesso casuale. Devo comunque ammettere che il poco più che ventenne regista Pedro Cabaleira ci sa fare, che tecnicamente questo suo antipatico film è impeccabile e lascia trasparire un talento naturale. Ero quasi sicuro che l0 avrebbero premiato in qualche modo, trattandosi di uno di quei film che, mostrandosi quale ritratto di una generazione perduta, esercitano sempre la loro attrazione su giurie e stampa. Che credono, attraverso la loro visione, di imparare qualcosa di un universo giovane lontano e estraneo. Illusione.

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Locarno 70. Il Pardo d’oro va (come previsto) a MRS. FANG di Wang Bing. Ecco il palmarès. E i grandi esclusi

Wang Bing con Pardo (foto Locarno Festival/Massimo Pedrazzini)

Wang Bing con Pardo (foto Locarno Festival/Massimo Pedrazzini)

Stavolta ha vinto il favorito, quello indicato da tutti o quasi (scusate l’autocitazione: me compreso), con uno di quei film che, lo vedi subito, si portano addosso i segni del vincitore annunciato. Il gran cinese Wang Bing, autore di alcuni documentari imprescindibili e anche molto premiati (qualche anno fa se ricordo bene vinse a Venezia Orizzonti, mentre l’anno scorso, sempre a Orizzonti, gli han dato solo un riconoscimento per la sceneggiatura, mentre han fatto vincere quel filmucolo che è Liberami), si è portato via il Pardo d’oro di questa edizione per il suo Mrs. Fang. Che non è la sua cosa migliore, ma il premio suona meglio se lo prendiamo come una consacrazione di un autore che si merita tutto (era già successo a Locarno con Hong Sangsoo e Lav Diaz: insomma, se ne accorgono qui prima che altrove). Non mi entusiasma, questo Pardo, ma non mi scandalizza, ci mancherebbe. Il resto del palmarès va a riconoscere quasi tutti i film che più mi sono piaciuti e dunque benissimo così (esclusione eccellente il palestinese Wajib, che si è rifatto con un bel po’ di premi collaterali-non ufficiali). Onore a Olivier Assayas presidente di giuria, che è riuscito laddove i recenti festival di Berlino e Cannes non sono riusciti. Ovvero premiare Isabelle Huppert ome migliore attrice per Madame Hyde, con la motivazione: “per il suo contributo al cinema non euclideo di Serge Bozon”, che suona assai bello e elegante, qualsiasi cosa voglia dire. Viva Huppert, e si cospargano il capo di cenere coloro che a Cannes 2016 non l’hanno premiata per Elle e che alla Berlinale, sempre nel fatale 2016, hanno fatto lo stesso trascurando la sua performance in Le cose che verranno. Sintesi veloce: un bel palmarès (in giuria c’era anche il Miguel Gomes delle Mille e una notte, per dire). Ma ecco la lista dei premi del Concorso Internazionale.

PARDO D’ORO
Mrs. Fang di Wang Bing (la recensione)

Premio speciale della giuria
As Boas Maneiras (Le buone maniere) di Juliana Rojas e Marco Dutra (la recensione)
Parabola sull’essere diversamente umani in forma di horror. Tra le cose migliori del Concorso. Premio meritato. Flirtare con i generi aiuta e fa bene.

Pardo per la migliore Regia
F.J. Ossang per 9 Doigts (la recensione)
L’ho molto amato. Un film di un autore che se n’è sempre stato per conto suo a perseguire un’idea assai personale di cinema. Cinema potente, denso, di visioni e minacce, di un machismo estetico senza mezze misure, e pieno di echi letterari. Quando Assayas ha fatto il nome di Ossang è scattato alla conferenza stampa un applauso. Già, ma dov’erano tutti quelli che hanno storto il naso al press screening e l’hanno liquidato con sufficienza?

Pardo per la migliore interpretazione femminile
Isabelle Huppert per Madame Hyde (la recensione)
Vedi questo film felicemente sghembo, ‘non euclideo’ appunto (il mio preferito del concorso, il mio personale pardo) e capisci perché non possiamo non dirci huppertiani. Stavolta non le hanno preferito la solita sconosciuta brasiliana o srilankese, stavolta Huppert l’hanno giustamente riconosciuta per quello che è: la meglio. Punto. Strepitoso anche Romain Duris quale preside vanesio.

Premio per la migliore interpretazione maschile
Elliott Crossett Hove per Winter Brothers-Vinterbrødre (la recensione)
Tutti dicevano Hary Dean Stanton per Lucky. Pure io. Invece non solo Lucky – che è film più piacione che bello – è stato dimenticato dal palmarès, ma pure il suo totemico interprete. L’inclusione dell’attore inglese di Fratelli d’inverno (produzione danese-islandese) va a premiare uno dei film rivelazione del concorso, un film enigmatico e teso su una personalità deviata. E di glaciale perfezione formale. Tenere d’occhio il regista Hlynur Pálmason.

Nota: non sono state assegnate menzioni, quasi immancabili nei palmarès di Locarno.

Gli esclusi
I molti, troppi estimatori del furbo Lucky che l’avrebbero voluto pardo subito, saranno indignati per la sua esclusione. Ma a un festival di esplorazione e identificazione del nuovo come Locarno non era al posto giusto, semplicemente. Meno comprensibile l’esclusione da ogni premio di Wajib della palestinese Annemarie Jacir, che forse non ha convinto Assayas per la convenzionalità della sua forma-cinema. E mi viene un pensiero maligno che voglio subito rimuovere: che Wajib sia stato penalizzato – non presso la giuria, ma presso il sentire comune qui al festival, che ha un suo peso, una sua immateriale influenza – in quanto critico sì con Israele ma anche dialogante (posizione incarnate nel film dal personaggio del padre). In quanto, insomma, non abbastanza anti-israeliano per accontentare i pasdaran dell’antisionismo. Ma passiamo oltre. Rimane fuori uno dei film più anomali e linguisticamente coraggiosi, il cinese Dragonfly Eyes di Xu Bing (omonimo del vincitore, non parente). Forse due Bing nel palmarès sarebbero stati troppi. Si è rifatto incamerando molti premi collaterali, compreso il Fipresci (della critica internazionale). Ne risentiremo parlare. Naturalmente il più escluso di tutti è Raul Ruiz, di cui è stato messo in concorso il film postumo (co-firmato dalla moglie Valeria Sarmiento) La telenovela errante. L’ho già scritto e lo ripeto, è stato un errore: il concorso non era la sua collocazione. La giuria ha avuto coraggio a non dargli un premio, e ha fatto bene.

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