20 film da vedere stasera in tv (dom. 25 giugno 2017, tv in chiaro)

Nicole Kidman in 'Birth - Io sono Sean'

Nicole Kidman in ‘Birth – Io sono Sean’

Penelope Cruz, Oscar come migliore attrice non protagonista per questo 'Vicky Cristina Barcelona'

Penelope Cruz, Oscar come migliore attrice non protagonista per questo ‘Vicky Cristina Barcelona’

I soliti ignoti

I soliti ignoti

Cliccare il link per il ccommento di questo blog. Alcune schede sono state scritte in occasione di una precedente messa in onda.

In linea con l’assassino di Joel Schumacher, la7, ore 20,35.
Piccolo grande thriller di Joel Schumacher, con un Colin Farrell asserragliato in una cabina telefonica, in linea con un tizio misterioso che lo tiene sotto il tiro di un fucile e gli intima di non riattaccare. Gli darà man mano degli ordini e lo costringerà a confessare ed espiare colpe di cui (forse) non è responsabile. Quando ancora c’erano le cabine telefoniche (era il 2002, non un secolo fa) e si poteva ancora costruirci sopra un thriller. Oggi non sarebbe più credibile. Colin Farrell regge bene il gioco e la tensione. Un film da guardare senza aspettarsi troppo, un thriller onesto che vuole solo intrattenere e ci riesce.
Il cigno nero di Darren Aronofsky, Rai3, ore 21,00.
Birth – Io sono Sean di Jonathan Glazer, Iris, ore 21,00.
No – I giorni dell’arcobaleno di Pablo Larrain, Rai Storia, ore 21,05.
Batman & Robin di Joel Schumacher, Mediaset Italia2, ore 21,10.
Sì, ci fu un tempo in cui George Clooney fu Batman. Un caso così clamoroso di miscasting che molti, a partire presumibilmente dallo stesso Clooney, l’hanno rimosso dalla mente e dalla coscienza. E flop assoluto fu questo Batman & Robin, dove accanto a Clooney compare quale junior il perfettino Chris O’Donnell, considerato però da molti gay un film lgbtqi criptato da rivalutare come culto. Vale la pena dargli un’occhiata, ecco. Dirige Joel Schumacher.
Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen, la5, ore 21,10.
The Call, Rai4, ore 21,10.
Ennesimo titolo del nutrito e glorioso filone (il cui atto fondativo può essere ritenuto il remoto Il terrore corre sul filo di Anatole Litvak) del thriller telefonico. Qui una centralinista, l’improbabile Halle Berry, raccoglie una chiamata-SOS da una ragazzina tenuta prigioniera in una macchina. Ce la farà a salvarla?
Savage Grace, Celo, ore 21,15.
The Mexican di Gore Verbinski, Paramount Channel, oe 21,15.
Amcora una volta il Messico come luogo pulsionale, com terra di estroversione degli istinti belluini: un topos del cinema americano. Film del discontinuo Verbinski con una gran coppia di star, Brad Pitt e Julia Roberts. Cosa che non ne garantì il successo, anzi. Lui è un lavoratore della malavita che va giù oltre la Frontera per recuperare per conto del suo capo una mitica arma chiamata The Mexican. Sarà l’inizio di un incubo. Fu un flop, ma è il caso di rivederlo senza pregiudizi.
I soliti ignoti di Mario Monicelli, Rai Movie, ore 21,20.
Tentato colpo tramite buco nella parete di un gruppo di poveri ladri maldestri e adorabili. Uno dei vertici della commedia all’italiana. Un film-mito. Dirige Mario Monicelli. Io, devo ammetterlo, non lo amo particolarmente.
Ocean’s Eleven di Steven Soderbergh, Rete 4, ore 21,30.
Quella sporca storia nel West di Enzo G. Castellari, Rete Capri, ore 22,30.
Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin, Rai5, ore 22,55.
Amore senza fine di Frano Zeffirelli, Rai Movie, ore 23,10.
In & Out, Paramount Channel, ore 23,10.
False verità di Atom Egoyan, Iris, ore 23,13.
Perdiamoci di vista di Carlo Verdone, Canale5, ore 23,31.
Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan, Rete 4, ore 23,44.
Dirty Harry alla sua seconda cineavventura, solo che stavolta al posto di Don Siegel in cabina di regia c’è il meno autoriale e personale Ted Post. Ma Clint Eastwood è sempre al posto suo, quale ispettore scorrettissimo dalla pistola facile pronto a punire – secondo la laegge na anche oltre la legge se necessario – chi se lo merita. Buono, ma non all’altezza del film fondativo della serie.
Imaginary Heroes, la7d, ore 0,40.
Family drama dell’ormai lontano 2005 passato nell’indifferenza generale, ma non così trascurabile. Ritratto di una famiglia che gli psicologi chiamebbero (mannaggia a loro) disfunzionale, con padre, madre e figli come incapsulati ognuno nel proprio mondo e nelle proprie ossessioni. Naturalmente – come esige il genere – c’è un passato oscuro che riaffiorerà e presenterà i conti. Ottimo cast: Sigourney Weaver, una delle attrici più brave e più sottovalutate, Jeff Daniels, Michelle Williams e Emile Hirsch.
I compagni di Mario Monicelli, Rai Movie, ore 1,10.

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Film stasera in tv: RE DELLA TERRA SELVAGGIA (dom. 25 giugno 2017, tv in chiaro)

Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin, Rai5, ore 22,55. Domenica 25 giugno 2017.
Ripropongo quanto ho scritto all’uscita del film (febbraio 2013).
beasts08Re della terra selvaggia (Beasts of The Southern Wild), regia di Benh Zeitlin. Con Quvenzhané Wallis, Dwight Henry. beasts11
Premiato al Sundance, a Cannes, nominato a quattro Oscar. Ma è all’altezza della piccola leggenda che gli si è saldata intorno? La prima parte di Bestie del selvaggio sud (così il titolo originale, mica quello edulcorato italiano) è sensazionale, il ritratto quasi etnografico e impietoso di un mondo a parte dominato dalla legge della sopravvivenza: un film che molto deve a The Tree of Life, ma molto più brutale e darwiniano di Malick. Poi nella seconda parte prevale il politically correct e Beasts si banalizza e si sgonfia. Voto 7 e mezzobeasts18
Domanda: ma perché il titolo originale che suona più o meno come Bestie del selvaggio sud diventa da noi Re della terra selvaggia? Temo che c’entri una certa qual pudibonda correttezza politica. Forse s’è voluto evitare che si pensasse che le bestie fossero (anche) gli umani di questo film, umani che in effetti vivono al più basso limite biologico possibile, alle soglie dell’animalesco, in un ecosistema a parte dove ogni creatura sembra appartenere allo stesso implacabile ciclo di sopravvivenza, l’unica differenza stando nel posto occupato nella catena alimentare. Sicchè ci ritroviamo con un titolo carino sì, ma che proprio non vuol dire niente, a parte forse il blando riferimento alla battuta rivolta dal padre alla bambina protagonista del film “un giorno sarai tu il re” (no, non la regina, lui le dice proprio re). Si è voluto edulcorare e rendere grazioso con una simile ripulitura un film che, almeno nella sua prima parte, non lo è per niente, anzi il suo bello sta nella selvaggeria della visione e di quel che mette in scena, nel suo essere un qualcosa tra il doc etnografico, il porn finto ecologista e finto naturalista e molto gnam-gnam di quei filmati di gazzelle divorate dai leoni e The Tree of Life. Sì, perché il vero padre e la vera matrice di questo Beasts of Southern Wild è l’immenso film di Terrence Malick, ormai avviato a diventare il più importante degli anni Duemila, chè da quando è uscito ha dato inizio a una maniera, un genere e figliato decine e decine di imitazioni o quantomeno di epigoni. Questo è decisamente tra i più interessanti. Opera d’esordio del fino a ieri quasi sconosciuto americano Benh Zeitlin, Beasts è già circonfuso di un alone leggendario, critiche estasiate, incassi americani superiori a ogni previsione (oltre 20 milioni di dollari, e non è finita), perfino l’apprezzamento di Obama. Son poi arrivate le quattro nomination all’Oscar – comprese quelle al miglior film, al miglior regista e, nonostante i suoi 9 anni, a Quvenzhané Wallis come migliore attrice protagonista – dopo un cursus honorum già impressionante: vittoria al Sundance, che di Beast of the Southern Wild è stata la rampa di lancio, poi Caméra d’Or a Cannes, il premio assegnato alla migliore opera prima tra tutte quelle presenti nelle varie sezione. Ricordo che a Cannes, dove venne presentato a Un certain regard, il film di Zeitlin era il talk of the day, la cosa che bisognava assolutamente vedere e io, infastidito da tanta grancassa, decisi di disertare. Adesso che l’ho visto devo dire che la fama non era e non è usurpata. Continua a leggere

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Un western di culto stasera in tv: QUELLA SPORCA STORIA NEL WEST (dom. 25 giugno 2017, tv in chiaro)

Quella sporca storia nel West di Enzo G. Castellari, Rete Capri, ore 22,30. Domenica 25 giugno 2017.
20130121-spagettiwestern8Sciagurato titolo imposto da produttori e/o distributori a un ambiziosissimo italian western del 1967 girato da un re del cinema di genere come Enzo G. Castellari (G. sta per Girolami, l’illustre nome della sua famiglia di cinemtografari) su soggetto geniale di Sergio Corbucci,. Il quale ha l’idea di trasportare tra selvagge praterie e luoghi senza Dio calcinati dal sole nientemeno che l’Amleto di Shakespeare. E Johnny Hamlet è difatti iltitolo da esportazione del film, con cui è ancora ricordato nel mondo e citato nelle storie del cinema. Johnny torna dalla guerra civile alla dimora avita, ma niente è come quando se n0era andato: trova il padre ammazzato dal perfido bandido (con la d, please) Santana, e la madre prontamente risposatasi con il fratello del defunto. Il rampollo non ci mette granché a scoprire che qualcosa di losco è accaduto, che lo zio ora patrigno ha asoldato il fuorilegge per fars fuori il fratello e prendersi la sua donna e il potere. E sarà vendetta di Johnny-Amleto. La madre si chiama Gertrude, l’usurpatore Claudio, ci sono Orazio e Ofelia: l’omaggio a Shakespeare è dunque evidente e dichiarato. L’orrendo titolo italiano lo penalizzò, ma oggi Johnny Hamlet è una extravaganza diventata culto. Con Andrea Giordana e la meravigliosa Françoise Prevost quale madre traditrice.

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Stasera in tv un grande film di Pablo Larrain: NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO (dom. 25 giugno 2017, tv in chiaro)

No – I giorni dell’arcobaleno, Rai Storia, ore 21,05. Domenica 25 giugno 2017.

No – I giorni dell’arcobaleno, regia di Pablo Larrain. Con Gael Garcia Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Luis Gnecco. Cile 2012.
Ricostruzione del referendum cileno del 1988 su Pinochet attraverso la storia del creativo che inventò una innovativa campagna per il No. E No fu. Il terzo film della non convenzionale trilogia dedicata da Pablo Larrain al Cile tra Allende e dittatura. E Larrain è oggi uno dei migliori registi della sua generazione, come conferma il suo magnifico El Club, presentato alla Beerlinale 2015 e non ancora arrivato in Italia (ma dovrebbe arrivare: il distributore c’è).
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Uno dei film che a Cannes 2012 era più piaciuto ai giornalisti, soprattutto americani. Solo che No – ultimo film dopo Tony Manero e Post Mortem della trilogia dedicata da Pablo Larrain al Cile al tempo di Pinochet  – non stava nelle selezioni ufficiali del gran festival, non nel Concorso e neppure a Un certain regard, ma nella rassegna indipendente della Quinzaine des Réalisateurs, peraltro ottima vetrina. Ora, non si capisce come i selezionatori del Palais se lo siano lasciato sfuggire, vista la qualità del film e il rango del suo regista (che alla Mostra di Venezia del 2010, quella con Tarantino sciagurato presidente di giuria, avrebbe meritato almeno un premio con Post Mortem). Film politico, ma mica troppo militante, nonostante il tema. Film politico che va ben oltre i soliti schematismi del genere e che anzi lo innova e lo rivolta. Basta paragonarlo con certi film italiani come Romanzo di una strage di Giordana e Diaz di Vicari per capire come Larrain si sia inoltrato in altri territori, stilistici e linguistici. No racconta, ma questo è solo il primo livello della narrazione, del referendum che il generalissimo Pinochet, padre-padrone del Cile dopo il golpe anti-Allende, dovette indire nel 1988 sul prolungamento o meno di altri otto anni della sua presidenza. Dovette, perché il regime militare era ormai impresentabile per gli stessi americani, occorreva un’operazione di ripulitura e a Pinochet e alla sua giunta fu fatta ingoiare quella chiamata alle urne. Solo che Larrain, peraltro rifacendosi a un precedente play di Antonio Skarmeta, lo scrittore del Postino per intenderci, quell’epocale battaglia referendaria la ricostruisce attraverso l’insolito punto di vista di un pubblicitario incaricato di mettere a punto la campagna per il no. No che ovviamente parte svantaggiato, tutti i sondaggi sono per Pinochet, tutti i media nelle sue mani. René Saadreva (un Garcia Bernal al suo meglio, energetico e dirompente anche più del solito) lavora come creativo in un’agenzia di pubblicità il cui proprietario, gran navigatore, ha ottimi rapporti anche con il regime. Il nostro René ha sì un passato militante e anti-Pinochet, ma visti i tempi si è messo al riparo con il lavoro di pubblicitario, ha una bella macchina, una bella casa, un figlio e una ex moglie che lo ha mollato rimproverandoli tacitamente di aver tradito gli antichi ideali. Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera in tv: IL CIGNO NERO di Darren Aronofsky (dom. 25 giugno 2017, tv in chiaro)

Il cigno nero (Black Swan), Rai3, ore 21,00. Domenica 25 giugno 2017.
Ripropongo la recensione scritta all’uscita del film.
19487915Black Swan (Il cigno nero)
, regia di Darren Aronofsky. Con Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Benjamin Millepied. Usa 2010.

Natalie Portman con Vincent Cassel

Nina è un grande Cigno Bianco, ma per interpretare anche il Cigno Nero nel balletto di Cajkovskij deve portare a galla la parta oscura di sè. Discesa agli inferi di una ballerina perfetta, troppo perfetta. Un film che brutalizza la psicanalisi e temi alti come quelli del Doppio, che infastidisce e disturba, ma che scardina le nostre difese psicologiche e ci conquista con la forza di una narrazione mitica. Oscar strameritato a Natalie Portman.Dimenticatevi le solite carinerie e leziosità da balletto classico, il feticismo dei tutù e delle pirouettes, le immagini leccate, gli sdilinquimenti, tutti i cliché insopportabili da ballettomani e ballettofili. Black Swan ci porta da un’altra parte, raccontandoci sì di una classica messinscena del Lago dei cigni di Cajkovskij, ma soprattutto svelandoci le tensioni e pulsioni che le stanno dietro e che si porta dietro. È un film sporco e lurido dove i tutù si insozzano di sangue e ogni fluido corporale (maschile e femminile), le scarpe di raso sono strumenti di tortura da piegare, tagliare, strisciare su pezzi di vetro onde raggiungano il grado giusto di levigatezza, e che chiudono, serrano, imprigionano, piagano poveri piedi scorticati, unghie lacerate e dita rese purulente da esercizi ai limiti dell’umano. Black Swan è the dark side dell’altero, impeccabile, apollineo balletto classico, è il cigno nero di quel cigno bianco che è la convenzione finora consegnataci della danza secondo l’alto e sublimato modello Bolshoi-Kirov.
Il regista Darren Aronofosky ripete sul corpo della protagonista Nina (Natalie Portman) l’operazione sadica e voyeuristica già effettuata sul Mickey Rourke del suo The Wrestler, Leone d’oro a Venezia. La faccia gonfia e pestata del lottatore Rourke, i suoi muscoli pompati e gonfiati da ogni ormone e ogni sostanza alterante possibile, equivalgono alla schiena graffiata di Natalie Portman, ai lembi di pelle strappati, ai piedi martoriati e gonfi. Il balletto è in realtà guerra, battaglia, competizione selvaggia, ci dice Aronofosky, e lascia dietro di sè vittime e scie di sangue come i peggiori giochi gladiatori.
Il regista solo apparentemente passa da un film maschile e per maschi come The Wrestler a un film femminile e rivolto alle donne come Black Swan, perché l’approccio resta più che mai macho, anzi uno dei motivi di fascino del film è che per la prima volta il cinema si avvicina al balletto senza estetizzarlo e glamourizzarlo ma trattandolo come pura, brutale, belluina lotta per la sopravvivenza. È un film maschile e ipervirilista su una materia finora leggiadra e effeminata. Non c’è ambiguità sessuale, non c’è camp, questo non è un film gay-oriented, è un film che tratta una materia squisitamente femminea, non solo il balletto ma anche le contorsioni psicologiche della protagonista, con uno sguardo inequivocabilmente da uomo. Con il rischio che possa dispiacere agli uni e alle altre, anche se i risultati ottenuti finora al box office – negli Usa Black Swan ha superato i 100 milioni di dollari, che per un film indie sono un’enormità – lasciano pensare che invece sia piaciuto a tutti.
Ad Aronofosky per fortuna non importa nulla della finta, leziosa, insopportabile bellezza della danza classica. Sia durante le prove che durante lo spettacolo finale, noi del Lago dei cigni vediamo solo qualche scorcio e mai una scena d’insieme, al massimo qualche dettaglio subito troncato, al regista non interessano i virtuosismi e i pas-de-deux e le pirouettes e quant’altro, ma solo la fatica, il sudore, la sofferenza fisica e psichica della ballerina Nina: nient’altro, e a noi va bene così.
La decostruzione della convenzione ballettistica e ballettomane prosegue su altri fronti. Thomas, il mefistofelico direttore-coreografo della compagnia (Vincent Cassel), non solo non è gay come tradizione vuole, ma è un womanizer che regna come un sultano sul corpo di ballo-harem, sceglie la prima ballerina e ne fa la sua favorita-concubina, salvo poi buttarla via e passare a un’altra, sulla scena e a letto. Black Swan è un film premoderno che ristabilisce con nettezza e forza la differenza tra i sessi e tra i ruoli sessuali, abolisce ogni confusione tra loro e suggerisce – che piaccia o no, che si sia d’accordo o no – che ogni uguaglianza tra maschi e femmine è risibile e perfino non-naturale e che nella scala del potere lui sta in alto e lei no. Quanto di più politically incorrect si possa immaginare oggi. Continua a leggere

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