Torino Film Festival 2016. Recensione: GOKSUNG (THE WAILING) di Hong Jin-Na. Dalla Corea uno strepitoso horror-esorcistico

off_goksung_thewailing_01Goksung (The Wailing), un film di Hong Jin-Na. Con Kwak Do Won, Hwang Jung Min, Kunimura Jun, Chun Woo Hee. Corea del Sud. Presentato al TFF nella sezione After Hours.
off_goksung_thewailing_02Un altro film memorabile dal cinema coreano, il più estremo e fiammeggiante al mondo. In un villaggio di montagna un misterioso maleficio trasforma le persone in assassini. Cosa c’è sotto? Il diavolo, probabilmente. Con una sequenza di esorcismo sciamanico all’altezza del mitologico film di Friedkin. Voto 8+

il regista

il regista Hong Jin-Na

Nella smisurata offerta di questo TFF, uno dei film che ho più apprezzato (e ne avrò visti oltre quaranta). Perso a Cannes, dove lo avevan dato fuori concorso – sezione che si tende a trascurare, più o meno inconsciamente percepita come inferiore al concorso -, ritrovato qui con grande gaudio. Sia lode al cinema sud coreano, che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, simularlo, unico e necessario com’è. Il cinema più folle, estremo, fiammeggiante, sfrenato oggi rintracciabile sulla faccia della terra, soprattutto nel territorio del cinema di genere. Non so cosa ci sia nell’anima collettiva da quelle parti, nella cultura, nella religione, non so a quale dato antropologico sia riconducibile questa pratica filmica così viscerale. Attendo studi sul cinema di Seul che non sia il solito saggetto accademico a uso di chi già sa e riciclante idee elaborate all’estero, che sia coraggiosamente originale, non la litania semiologica da ho-fatto-il-Dams-e-ve-lo-faccio-vedere. Nell’attesa, che temo lunga e vana, osservo. E noto in questo Goksung – The Wailing un commercio con l’orrore che va oltre il medio cinema di genere e lo scardina, che si fa esperienza pura per chi il film lo fa e per chi lo guarda. Il regista, di cui Goksung è il primo lavoro che vedo, non si ferma davanti a niente, nemmeno al ridicolo e all’imbarazzante (e anche in questo è molto coreano, lì non fanno gli schifiltosi e gli stilosetti come in certi horror occidentali, lì ci si butta nell’abisso, con incoscienza e generosità massime). Dunque, in una villaggio a nord di Seul, tra montagne e vallate, e mentre infuria una pioggia incessante, cominciano a succedere cose strane. Gente che dà fuori di testa, come posseduta da una qualche presenza, e si mette ad ammazzare chi gli sta intorno, marito, moglie, figli che siano. Cadaveri orrendamente deturpati, e assassini ridotti a spettri. Autorità e media danno la colpa a certi funghi allucinogeni, ma è il solito depistaggio politico. Un poliziotto del posto, del genere scemo più scemo, sovrappeso, goffo, pavido, non particolarmente dotato di acume, anche un filo fancazzista, è costretto a occuparsi suo malgrado della faccenda. Intanto il Male penetra pure in casa sua, impossessandosi della già antipatica e petulante figlioletta trasformandola in un esserino diabolico (non ci voleva molto, bastava un aiutino: puntualmente arrivato, anche se non si sa da dove né come). I sospetti cadono su uno strano giapponese domiciliato in una casa nel bosco che si dice commerci con il demonio e sparga il maleficio. Ma sembrerebbe il tipico capro espiatorio, il classico obiettivo su cui si riversano le paranoie collettive, anche perché trattasi di un giapponese, tipo umano non particolarmente popolare tra i coreani (che dagli ingombranti vicini del Sol Levante son stati a lungo occupati e oppressi nel Novecento, sviluppando una certa quale ostilità nei loro confronti. Frizione che riemerge periodicamente nel cinema di Seul, vedi anche La guerra delle ombre presentato all’ultimo Venezia festival dove si racconta la resistenza sotto occupazione nipponica). Nonostante i toni iniziali da commedia grottesca e un filo demenziale, si viene man mano risucchiati dal gorgo di violenza-spettacolo, dalla messinscena delle forze oscure di inconsci individuali e collettivi orchestrata dal regista. Il vertice lo si raggiunge nella parte esorcistica, con scene che così veementi ed eccessive non si vedevano dai tempi del capolavro di Friedkin, di cui questo The Wailing è il miglior epigono di sempre. Vien chiamato uno sciamano forse buddista forse no, che in una sequenza da stordimento – mai vista una così al cinema, mai – cerca di togliere la maledizione dalla casa e dalla figlioletta odiosa del povero poliziotto. Danze, urla, fiamme, musica ossessiva, in un crescendo che neanche Friedkin, e forse solo nell’indimenticato Il demonio di Brunello Rondi sulle tarantate del nostro Sud. Continua a leggere

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Recensione: IL CITTADINO ILLUSTRE di Mariano Cohn e Gaston Duprat. In sala uno dei più grandi successi del festival di Venezia

27416-El_Ciudadano_Ilustre_227414-El_Ciudadano_Ilustre_3Il cittadino illustre (El Ciudadano Ilustre) di Mariano Cohn e Gaston Duprat. Con Oscar Martinez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Nora Navas, Mauel Vicente. Argentina 2016. Distribuito da Movies Inspired.
27410-El_Ciudadano_Ilustre_5Grandi entusiasmi critici a Veezia quando l’hanno presentato in concorso. Dissento. Il cittadino illustre funziona bene, benché piuttosto prevedibile, nella prima parte, ma casca nella seconda e si sfracella su un finale irritante. Storia di un Nobel della letteratura argentino che dopo quarant’anni, carico di fama, torna al natio borgo. E sarà resa dei conti. Film irrisolto, indeciso tra commedia e dramma, e però ruffianissimo. Piacerà di sicuro in tutto il mondo. Voto 6 meno
27406-El_Ciudadano_Ilustre_4Qualcuno a Venezia ne parlava come del più serio candidato al leone d’oro. Menomale che la giuria ha poi imboccato altre strade (la strada Lav Diaz). Certo, trattasi di film abilissimo, furbo fino alla paraculaggine, destinato a successo planetario. Magari ne faranno pure un remake a Hollywood, raccontando Il cittadino illustre una storia di quelle buone a ogni latitudine e longitudine. Il che, intendiamoci, mica è un limite. Non è che un film da festival debba per forza far penare lo spettatore, un po’ di entertainment ci vuole, un po’ di sana e tradizionale narrazione altrettanto, se no da uno Spira Mirabilis all’altro si soccombe tutti. Ma ci deve essere un limite anche al piacionismo e alla captatio benevolaentiae del pubblico, e in questo film argentino di una coppia registica tra i trenta e quarant’anni il limite purtroppo non c’è. La storia è quasi un racconto archetipico, l’uomo o la donna mediamente famosi o molto famosi che dopo essere scappati dall’orrendo e meschino paesello ed essersi costruiti come usa dire una vita di successo altrove, poi chissà perché all’orrendo paesello a un certo punto decidono di tornare. Errore fatale, come ci hanno mostrato infinite narrazioni cinematografiche e non solo, tra le ultime Young Adult, film di gran lunga migliore e più sottile e acido di questo. La storia: l’argentino Daniel Mantovani, signore a occhio sui sessanta, ha appena vinto il Nobel per la letteratura (pensare che al suo conterrano Borges non l’han mai dato, roba da matti), ma siccome è un tipetto assai non convenzionale e assai anti-istituzionale e arrabbiato con il mondo (da vero baby boomer sessantottino qual è), il premio lo ritira, pronunciando però di fronte agli esterrefatti re e regina svedesi uno speech tipo: adesso che mi avete nobellizzato mi avete ucciso come scrittore, mi avete trasformato in monumento in vita decretando la mia fine. Costernazione lì a Stoccolma, ma applausi scroscianti a Venezia da parte della platea-stampa perché i ribellismi e gli anarchismi in salsa latinoamericana piaccion sempre. Che però ti vien da dire: scusi, signor Mantovani, se il Nobel le faceva tanto schifo non poteva semplicemente dire no grazie? E le zie non le hanno mai insegnato che non si sputa nel piatto dove si mangia? Intanto, a Nobel appena ritirato, il ruvido Mantovani nel suo volontario esilio dalle parti di Barcellona – son quarant’anni che ha lasciato l’Argentina – si nega a tutti gli inviti, le interviste, le conferenze, i tour promozionali e quant’altro, non volendo compromettere la propria arte con la merda del sistema (ancora applausi dalla platea della Darsena); quando però gli arriva una lettera da Salas, il natio borgo che lo invita e lo vuole nominare Ciudadano Ilustre, cittadino illustre, e festeggiarlo, finisce con l’accettare. E rieccolo a Salas, “sistemato in un albergo che sembra uscito da un film rumeno”, ed è la migliore battuta del film, questa sì da applauso a scena aperta. (Immagino si riferisca all’hotel dell’aborto in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu.) Continua a leggere

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Torino Film Festival 2016. Recensione: SUNTAN di Argyris Papadimitropoulos. Amour fou sotto il sole della Grecia

12646824_1675760326033041_8107068785096786322_o14468491_1784140561861683_3852861020211126865_oSuntan, un film di Argyris Papadimitropoulos. Con Makis Papadimitriou, Elli Tringou, Milou Van Groessen, Dimi Hart, Hara Kotsali, Marcus Collen, Yannis Tsortekis. TFF, sezione Festa mobile.
off_suntan_05-1Antiparos, Grecia. Un medico condotto perde la testa per una ragazza che ha la metà degli anni suoi: come in un remake (più crudele) dell’antico La voglia matta di Luciano Salce con un indimenticabile Tognazzi. Il buon Kostis comincia a trascurare il lavoro e a rendersi ridicolo agli occhi degli isolani e degli amici di lei. E sarà rapida discesa verso il fondo. Un film più mainstream di quelli della new wave ellenica di Lanthimos e Tsangari, ma che, dopo una partenza da commedia qualunque, prende quota e si rovescia in dramma disturbante. Voto 7
off_suntan_06Nel gran contenitore chiamato Festa Mobile, la sezione più robusta e più orientata verso il pubblico di un TorinoFilmFestival dalle molte – troppe? – facce (il lavoro di scouting del concorso, il cinema di margine di Onde, quello di genere di After Hours ecc.), è comparso pure questo film greco che ha già fatto il giro di parecchi eurofestival, raccogliendo consensi e premi. Suntan è assai più conciliante, più accessibile e mainstream di quella new wave ellenica che con Lanthimos e Tsangari (e aggiungiamoci Avranas) si è imposta nell’ultimo decennio con il suo cinema atono, congelato e amorale o post-morale, cinema-referto, cinema entomologico, non senza echi e richiami alla tragedia classica, agli eterni e sanguinosi viluppi familiari. Con Suntan si entra in un cinema, così almeno ci viene fatto credere all’inizio e per almeno un’ora, più medio, più commestibile, meno sofferente, anche più estroverso e solare. Et pour cause, visto il titolo. Siamo ad Antiparos, isola minima delle Cicladi, ottocento abitanti d’inverno, colonizzata da decine di migliaia di turisti di tutta Europa d’estate.
Inverno. Arriva il ferry scaricando, solo viaggiatore, il dottor Kostis Tanos, un uomo qualunque dall’aspetto qualunque (è Makis Papadimitriou, l’attore già visto nel sottovalutatissimo, almeno in Italia, Chevalier di Athina Tsangari presentato a Locarno 2015 e attuale candidato greco all’Oscar per il migliore film in lingua straniera). Morto da poco il medico condotto, lui ne prenderà il posto. Lo accoglie il sindaco, la piccola comunità dell’isola non tarda ad accettarlo. Lui del resto è uno che si fa benvolere, sempre disponinile com’è, e con quell’aspetto bonario. Anche se dentro è tutto un rovello e un tormento. Intuiamo che se il dottore è finito lì a casa di Dio un qualcosa non deve aver funzionato nella sua carriera, e nella sua vita. Kostis ha 42 anni e un’esistenza che si direbbe già condannata al banale, se non al niente. Poi esplode l’estate ad Antiparos, e arrivano i turisti. Le turiste. Kostis conosce una ventenne di nome Anna, bellissima, biondissima, greca e però nordeuropea d’aspetto, assimilabile alla ghenga di vichinghi con cui fa vacanza in un camping che si rivelerà una dimora di Dioniso. Giovanotte e giovanotti, compreso il lui di Anna, sempre nudi, sulla spiaggia e fuori, e la sera alcol, birra e ancora birra, droghe di vario tipo, musica dura e pulsante nella discotechina locale che è il luogo consacrato allo sballo. Continua a leggere

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TFF 34. E nel film ‘War on Everyone’ spunta a sorpresa una canzone italiana di 52 anni fa

War on Everyone

War on Everyone

Catherine Spaak nel film del 1964 'La calda vita'

Catherine Spaak nel film del 1964 ‘La calda vita’

Vedendo ieri sera qui al TFF il poliziesco bello e cattivo (dialoghi strepitosissimi, plot così così) War in Everyone – regia del John Michael McDonagh di Calvary, protagonista la strana coppia Michael Peña-Alexander Skarsgaard – a un certo punto son letteralmente sobbalzato. È stato quando nella colonna sonora è spuntata una canzone italiana sconosciuta perfino a me che sono un canzonettaro irriducibile e mai pentito, o almeno lo ero perché ultimamente ho perso i contatti (a proposito: non vi ho ancora detto, e spero di farlo presto, dell’assai deludente documentario sui musicarelli co-firmato Steve Della Casa Nessuno ci può giudicare presentato qualche giorno fa). Mi pareva una cosa anni Sessanta, in quel modo simil-lounge riscoperto in America una decina e anche più di anni fa (Ortolani, Umiliani, Usuelli ecc.), ma non riuscivo a mettere a fuoco. Mi sono dovuto beccare tutti i titoli di coda (ma perché i pezzi musicali li elencano alla fine, perfino dopo i driver?), per scoprire che si tratta di Non è niente, cantata da Catherine Spaak. E composta da Carlo Rustichelli per il film La calda vita del 1964 di Florestano Vancini (da un romanzo di Quarantotti Gambini). Naturalmente con Catherine Spaak, e poi Fabrizio Capucci, Gabriele Ferzetti e Jacques Perrin. Canzone a sentirla oggi assai nobile e fine (Rustichelli è stato un grande vero, autore tra l’altro dell’immortale Sinnò me moro composta per Un maledetto imbroglio di Germi), eppure allora Non è niente non se la filò nessuno. Ci voleva War to Everyone per tirarla fuori 52 anni dopo.

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Torino Film Festival 34. Vince il cinese THE DONOR: il migliore, semplicemente. Tutti gli altri premi

il vincitore 'The Donor'

il vincitore ‘The Donor’

Diramato il palmarès dell’edizione numero 34 del TFF, edizione che ha messo a disposizione del pubblico (e della stampa) quasi duecento film, spesso assai belli, così belli e importanti da avere oscurato quello che dovrebbe essere il nucleo forte del festival, il suo concorso (Torino 34). Concorso in cui son stati proiettati, tra opere prime, seconde e anche terze, 15 film: alcuni buoni o ottimi, altri deludenti (questa la mia classifica). Al cinema Reposi 3 dalle 20 di stasera cerimonia di premiazione, cui seguirà la prima italiana di Free Fire, il nuovo e notevole film del talentaccio inglese Ben Weathley. Ecco i vincitori, secondo la giuria presieduta da Ed Lachman, al quale si sono affiancati Adrian Sitaru, Dom McKellar, Mariette Rissenbeek e Hadas Yaron.

CONCORSO INTERNAZIONALE LUNGOMETRAGGI

Migliore film
The Donor/ Juan Zeng Zhe di Qiwu Zang (Cina)
Il premio perfetto. The Donor è nettamente, e senza discussioni, il miglior film tra quelli del concorso. Sarebbe stato uno scandalo non premiarlo. La mia recensione.

Premio speciale della giuria
Los Decentes di Lukas Valenta Rinner (Austria/Corea del Sud/Argentina)
Il cinema impassibile e implacabile di Ulrich Seidl incontra il surreal-gottesco latinoamericano in questo film di un austriaco operante a Buenos Aires. Avrei preferito che questo secondo premio in ordine di importanza andasse al francese Les derniers parisiens, ma tant’è. Los Decentes è certo il segno di un sicuro talento (di Rinner però avevo preferito di gran lunga il precedente Parabellum), ma resta troppo invischiato in ideologismi e liberazionismi sessuali ormai usurati. E però, intendiamoci, non è mica un premio scandaloso. Rinner è autore da tenere d’occhio. La mia recensione.

Premio per la migliore attrice a
Rebecca Hall per Christine di Antonio Campos (USA)
Inceccepibile. Rebecca Hall è il lato migliore di un film che ricostruisce il caso della giornalista americana Christine Chuppuck che si suicidò in dretta tv nel 1974. Se intercetta i venti favorevoli e i giusti bilanciamenti geopolitici, Rebecca Hall potrebbe anche prendersi qualche soddisfazione nell’imminente Awards’ Season americana. La mia recensione.

Premio per il migliore attore a
Nicolas Duran per Jesus di Fernando Guzzoni (Cile)
Un modo di premiare uno dei film migliori e più disturbanti del concorso. L’nterpretazione del giovanissimo Nicolas Duran rende assai bene le contraddizioni e l’opacità morale di un adolescente perduto della Santiago di oggi. Ma forse il premio gli sta troppo largo. Prendiamolo come un riconoscimento a Jesus. La mia recensione.

Premio per la migliore sceneggiatura a
The Donor/ Juan Zeng Zhe di Qiwu Zang (Cina)
Il doppio premio al film di Qiwu Zang segnala una qualità nettamente superiore a quella degli altri titoli in gara. Premio ineccepibile. La mia recensione.

Premio del pubblico a
Wir Sid Die Flut/ We Are the Tide di Sebastian Hilger (Germania)
Sconforta che la giuria popolare abbia premiato il film peggiore di tutto il concorso. Non ignobile, ma inesorabilmente medio e qualunque. L’unica nota stonata di un palmarès altrimenti in buona parte condivisibile. La mia recensione.

Gli altri premi, quelli ai miglior documentari italiano e straniero, ai migliori corti ecc., li trovate elencati al link qui sotto. Segnalo solo il Fipresci, il premio della giuria internazionale, andato al bellissimo Les derniers parisiens di Hamé Bourokba e Ekoué Labitey (Francia). Un film che potrebbe fare molta strada dopo questo TorinoFF.
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