Recensione. BIUTIFUL, finalmente un grande film

Biutiful, regia di Alejandro González Iñárritu. Con Javier Bardem, Blanca Portillo, Rubén Ochandiano, Félix Cubero, Martina Garcia, Manolo Solo. Messico/Spagna 2010.
Biutiful è potente, smisurato, lacerante. Torna il regista di Babel e Amores Perros e ci consegna un film che non si dimentica, un’immersione nell’umanità al grado zero, un catalogo di sofferenze e derive esistenziali quasi insostenibile. Ma chi ama il cinema che non lascia indifferenti, non se lo perda. Poi c’è Javier Bardem, immenso.
Il film migliore visto da parecchio tempo in qua. Potente, smisurato, lacerato, sanguinante, un film che non ha paura di immergersi nel lercio, di insozzarsi per verificare se al grado zero dell’umanità possa sopravvivere qualcosa di decente, un grumo che assomigli alla speranza. Il messicano Alejandro González Iñárritu si candida con Biutiful a maestro assoluto, e lo fa dopo un’assenza dal cinema di quasi cinque anni (Babel è del 2006, poi c’è stato solo l’espisodio di Chacun son cinéma). Torna da solo, senza lo sceneggiatore Guillermo Arriaga con cui aveva firmato la sua famosa trilogia dei destini inrociati, Amores Perros, 21 grammi e, appunto, Babel. Senza Arriaga abbandona anche quello speciale format, quella struttura narrativa a incastro che ormai aveva dato tutto, e si inoltra in un cinema stavolta solo suo, strutturato secondo tradizione, con un personaggio centrale, una storia che si sviluppa linearmente e un asse narrativo forte. Ma non rinuncia all’affresco pullulante di figure e alla multifocalità, arricchendo man mano la vicenda di trame e sottotrame e storie collaterali e personaggi che da minimi prendono progressivamente spazio e corpo e aprono nuove diramazioni.
Vero, Biutiful rimesta nel fangoso, nel torbido, nel marcio, nel sordido. Allinea una serie di catastrofi esistenziali e di miserie umane e disumane come poche volte al cinema. Ma Dio mio, non lo faceva anche Dickens? Non lo facevano anche Victor Hugo e Dumas? Mica si può accusare Iñarritu di eccessiva cupezza, le storie di sfortune e sfighe hanno sempre catturato lettori e pubblico e sempre lo faranno, che c’è mai da stupirsi o peggio da esecrare? Il povero Iñárritu e il suo film fin dalla prima a Cannes il maggio scorso si son tirati addosso una vagonata di sfottò, sbadigli, rimbrotti, sarcasmi e sbertucciamenti che la metà basterebbe, i soli a non aver sottovalutato Biutiful sono stati gli americani, che gli hanno decretato la stima e il rispetto che si merita, e adesso gli hanno dato due nomination all’Oscar, quella per il miglior film in lingua straniere e quella, direi obbligatoria, a Javier Bardem quale miglior attore. Poi dice gli americani, che sono rozzi e zotici e non capiscono niente, mica come i raffinati critici europei che sanno di semiotica e strutturalismo e decostruzionismo. Bene, dopo il caso Biutiful e non solo, sarà ora di rivederli certi pregiudizi, e magari di ribaltarli a sfavore della critica che sta da questa parte dell’atlantico.

Biutiful è il suo protagonista Uxbal – un Javier Bardem indimenticabile – una particella elementare di quella città-mondo che è ormai diventata nel bene e nel male Barcellona, un uomo che si muove nel degrado, tra ambienti degradati e un’umanità degradata. La sua Barcellona non ha nulla a che vedere con quella della piccola stupida leggenda escapista e strafattona di città-Mecca delle nuove generazioni, di città dove si vive notte-e-giorno e ogni libertà è concessa, così come ce l’hanno consegnata film quali L’appartamento spagnolo o, peggio, molto peggio, certi racconti di Fabio Volo. La Barcellona di Uxbal è una landa desolata percorsa da clandestini africani che vendono roba contraffatta di fabbricazione cinese, da cinesi clandestini che vivono come topi in scantinati gelidi a fabbricare quella robaccia per i venditori africani o ingaggiati a pochi euro per tirar su i palazzoni della bolla immobiliare catalano-spagnola, da poliziotti corrotti che prendono la tangente per chiudere un occhio anzi due, da miserabili che sfruttano altri miserabili. Una città di tuguri, di vicoli sporchi, di vetri rotti, di fumi che ammorbano l’aria.
Uxbal non è, come ha scritto qualche recensore, un mercante di schiavi, un trafficante di clandestini. Campa sulle loro disgrazie ma è un intermediario, olia e paga la polizia perché lasci in pace i clandestini, procura la merce agli uni e i clienti agli altri, sistema i cinesi in qualche cantiere e si prende la parte sua, è un agente: di affari e malaffari miserabili, ma un agente. Ha una moglie che non vive più con lui, hanno due figli, una giudiziosa bambina di dieci anni, Ana, e Matteo, più piccolo. La moglie è instabile, soffre di disturbo bipolare, è alcolista, non ce la fa a star dietro ai bambini. Neanche quando Uxbal cede per l’ennesima volta alle sue insistenze e glieli affida lei riesce a prendersene cura decentemente, sicchè se li deve riprendere lui come prima, come sempre. Uxbal, nonostante le apparenze, è un buon padre, amorevole e presente per quanto può esserlo e la sua vita complicata glielo permette. Darwinianamente (Biutiful è un film darwiniano, come lo era l’australiano Animal Kingdom, visto qualche mese fa), pensa solo alla sua progenie, sono loro, è la sua famiglia, la bussola che lo guida in quel lercio labirinto che è diventata la sua esistenza. Non è una carogna, e anche se non può permettersi la pietà non esita ad aiutare e a prendersi in casa moglie e bambino dell’amico senegalese finito in galera e poi espulso. Ha solo un’ossessione in mente, sistemare i figli prima di andarsene, perché Uxbal ha il cancro e metastasi ovunque, e appena due mesi di vita decente, poi la fine, the end.
L’accumulo di sofferenze che passano sullo schermo è quasi insopportabile per lo spettatore. Iñárritu non ci risparmia nulla, ma riscatta tutto attraverso lo stile. Da quanto tempo non si vedeva un film girato così bene, con una così imperiosa impronta personale e autoriale, di una così forte riconoscibilità. Iñárritu è sublime e imbattibile nella messa in scena del dolore. Scruta il disfarsi del corpo di Uxbal, ci mostra il sudore e il sangue e l’urina, fa muovere i suoi personaggi in ambienti di inaudito squallore, e ha una predilezione per i dettagli repellenti (quelle inquadrature di farfalle nere, vermi, formiche, di cadaveri disseccati, di muffe che tutto imputridiscono e corrodono). Ma non c’è voyeurismo né sadismo, né compiacimento, c’è come un disperato girovagare della macchina da presa in  cerca di una via di fuga che non c’è, un guardare all’orrore perché non è possibile allontanare lo sguardo, perché quel panorama umano, disumano, subumano non ha altro da dare.
Immagini spaventose e memorabili: le ciminiere degli inceneritori che sputano nubi tossiche e dominano lo skyline, sinistre come ad Auschwitz (altro che Gaudí, altro che  Frank O. Gehry, di cui si vede il famoso Pesce sullo sfondo, quasi inquadrato per sfregio in una delle scene più lugubri), i cadaveri ributtati sulla spiaggia dal mare, la torma dei venditori clandestini braccati dalla polizia.
Biutiful
, a ben guardare, è il secondo notevole film sulla morte di questi mesi dopo Hereafter, e vorrà pur dire qualcosa. Uxbal la morte se la porta addosso, con la sua malattia che lo sta divorando, e ha il dono di parlare con i morti, proprio come il George interpretato da Matt Damon in Hereafter. Ma diversamente dal film di Clint Eastwood, che non riesce a sottrarsi alla banalità new age, Biutiful mantiene giustamente l’ambiguità, non ci dice mai se Uxbal comunichi davvero con l’al di là o se lo faccia solo per spillare, come fa, un po’ di soldi ai disperati familiari dei defunti.
Javier Bardem, infine. Smagrito di quindici chili, lui così prepotentemente fisico ridotto a una larva, e pure capace di imporre la sua corporalità con improvvise fiammate, rabbie, violenze, come di una bestia non ancora rassegnata al peggio. Dove lo si trova un altro così? Dico, uno capace di anullare ogni distanza tra sè e il personaggio, di annullarsi dentro di lui, di affogare il proprio Sè. Bardem è immenso, titanico e anche di più. Gli dovrebbero dare l’Oscar senza nemmeno discutere se sia il caso o no, darglielo e basta, darglielo subito, invece se lo porterà via Colin Firth. Ma che importa, questa sua interpretazione resterà. Non dimenticheremo quella sua faccia scavata, quel suo essere sospeso tra umano e bestiale, altruismo ed egoismo, generosità e abiezione. Uxbal/Bardem è Cristo e Giuda insieme, in questo film che è una Passione laica.
Limiti e difetti. Troppo lungo: due ore e venti di un film così è troppa roba. Iñárritu avrebbe dovuto tagliare almeno mezz’ora e sfoltire l’infinità di sottotrame che rischiano di avviluppare e soffocare la narrazione, come vegetali parassiti abnormemente cresciuti. Soprattutto, vaga a lungo in cerca di una finale che in tutta evidenza non riesce a trovare, e sbanda nel sentimentale (il dialogo di Uxbal con la figlia sull’anello) e, ahinoi, nel surreale di marca iberico-messicana (il sogno con il padre): come se a un certo punto il regista avesse avuto paura della sua stessa radicalità. Ma sono limiti che non intaccano, non possono intaccare la statura di Biutiful e la sua forza.
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