17 marzo, festa dell’Unità d’Italia: ecco i FILM IN TV

Non mancano 1l 17 marzo trasmissione celebrative, soprattutto sulla Rai, del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Ma i film non sono molti. Ecco, spulciando tra i vari palinsesti, quello che la giornata televisiva offre in tema Unità della nazione e Risorgimento. Più la grande saga Novecento di Bertolucci, che abbraccia un lungo arco di storia del paese.

Senso
, Sky Cinema Classics, h. 12,05.
Regia di Luchino Visconti, 1954. Il migliore film mai fatto in tema risorgimentale. Melodramma sontuoso, tratto da una novella di Camillo Boito, su un amore matto e disperato, quello della contessa Serpieri (Alida Valli) che negli ultimi mesi della Venezia austriaca (siamo nel 1866) perde la testa, la ragione, la dignità, per un bel tenente austriaco carogna (Farley Granger). Da patriota diventerà traditrice dell’Italia. Finale incandescente e terribile con resa dei conti. Intanto, i piemontesi si avvicinano, ma la battaglia perduta a Custoza li fermerà. Anzi, il film si doveva chiamare proprio Custoza, ma non parve bello intitolarlo con una sconfitta. Comunque, nonostante Custoza, Venezia sarebbe passata lo stesso all’Italia, grazie alla guerra vinta dagli alleati prussiani contro l’Austria.

La carbonara
, Rai Movie, h. 11,45.
Regia di Luigi Magni, 2000. Solo il più recente dei tanti film che il regista Luigi Magni ha dedicato alla sua amata Roma papalina o immediatamente post-papalina, con abbondante presenza di società segrete e ribellioni varie contro il potere temporale del papa e per l’unità della nazione. Anche se non raggiunge i livelli dei suoi capolavori Nell’anno del Signore e In nome del Papa Re, questo La carbonara resta un prodotto professionalmente confezionato secondo gli standard del miglior cinema italiano. La carbonara è il nome del risrtorante, e ovviamente anche il piatto di pasta specialità della casa, gestito da una energica romana ai tempi dello Stato Pontificio. Il marito è sparito, ma lei (Lucrezia Lante della Rovere), volitiva e pratica com’è, non si è persa d’animo e ha aperto la sua attività. Intanto ritrova un carbonaro, stavolta inteso come appartenente alla società segreta che lotta contro l’ancien régime, e la passione si rinnova, mentre si intensificano azioni e cospirazioni contro il regime del Papa sovrano. Con Valerio Mastandrea, Nino Manfredi, Pierfrancesco Favino.

Camicie rosse (Anita Garibaldi)
, La7, h. 13,55.
Regia di Goffredo Alessandrini e Francesco Rosi (e Luchino Visconti), 1952. Grande affresco nazional-popolare con malcelate ambizioni gramsciane-lukacsiane di lettura della Storia, come voleva la politica culturale picciista di allora. Dirige Goffredo Alessandrini, regista del ventennio autore di film di propaganda del regime come Luciano Serra pilota e Giarabub ma prontamente smarcatosi nel dopoguerra dal suo passato, e trova sul set come protagonista assoluta nella parte di Anita Garibaldi la ex moglie Anna Magnani, nel frattempo diventata la Grande Attrice Italiana. La Magnani si impossessa letteralmente del film (interviene anche sulla sceneggiatura) e lo trascina a sè espopriando il protagonista Raf Vallone, che è Garibaldi. Di lui il film racconta il tentativo, dopo il fallimento della mazziniana repubblica romana del 1849, di dirigersi con un manipolo di fedelissimi verso Venezia nel tentativo di appiccare lì il fuoco insurrezionale e patriottardo. Ma lo inseguono borbonici e austriaci, a Ravenna muore Anita, ed è costretto a rinunciare all’impresa. Il film, pencolante tra patriottismo (tendenza destra) e populismo (tendenza sinistra), è uno spettacolone riuscito solo a metà. Ma la storia della sua realizzazione è straordinaria e più interessante dello stesso film. C’è Alessandrini che, come si è detto, ritrova sul set la ex moglie Magnani. Ma a un certo punto per motivi misteriosi lascia il set e viene sostituito per le scene che ancora mancano dall’assistente alla regia Francesco Rosi, un ragazzo che si sarebbe fatto valere. E a trasformare il film in qualcosa di leggendario c’è anche Luchino Visconti che interviene a girare la morte di Anita. Firmano la sceneggiatura Sandro Bolchi, Renzo Renzi e Enzo Biagi! Straculto. Anche conosciuto come Anita Garibaldi, a rimarcare la centralità del personaggio della Magnani.

Viva l’Italia!
, Retequattro, h. 1,55 (della notte tra il 17 e il 18 marzo).
Regia di Roberto Rossellini, 1961. Per il centenario dell’Unità d’Italia – era il 1960 – in piena clima celebrativo si commissionò a uno dei maestri riconosciuti del nostro cinema, Roberto Rossellini, questo film sull’impresa garibaldina dei Mille, fino al ricongiungimento a Teano con Vittorio Emanuele e la fuga dei Borboni da Napoli. Solo che Rossellini sceglie volutamente un tono basso, non celebrativo, antieroico e antiepico, e ci presenta cronachisticamente la grande storia patria nel suo farsi quotidiano. I padri d’Italia sono visti come uomini qualunque alle prese con piccoli problemi qualunque. Garibaldi è un signore anziano e acciaccato che fatica a salire a cavallo. Non piacque per niente, né alle autorità preposte alle celebrazioni né al pubblico che disertò le sale. Non bastarono le scolarescehe obbligate a vederlo in massa a farne un successo. Me lo ricordo come uno spettacolo lento e qua e là anche piuttosto sciatto, con un Renzo Ricci-Garibaldi completamente miscast, e chissà perché quello che mi è rimasto meglio in mente sono i capelli rossi di Tina Louise, giornalista americana incaricata dal suo direttore di seguire l’impresa di quel visionario di Garibaldi. Oggi andrebbe rivisto, ammirandone soprattutto la sobrietà e il dimesso appoccio realista di Rossellini.

Novecento atto I, Sky Cinema 1, h. 21,10; Novecento atto II, Sky Cinema 1, h. 23,55; la7d, h. 23,05.
Regia di Bernardo Bertolucci, 1976. Non c’entra nulla con il Risorgimento, questa grande saga (divisa in due film) girata da Bernardo Bertolucci. Ma è uno dei pochi titoli del nostro cinema che abbraccia un pezzo importante di storia patria, quello che va dall’inizio del Novecento alla fine della seconda guerra mondiale, passando per la prima e il ventennio fascista. Ed è giusto che venga trasmesso in tv in questa giornata che dell’unità della nazione celebra il centocinquantenario. Cinque ore e mezzo: tanto dura questo capolavoro (allora) annunciato del regista parmigiano. Confesso di non averlo mai amato. Però devo anche ammettere che, rivisto oggi, il film resiste, nonostante l’obsolescenza della sua ideologia così insopportabilmente, vetustamente anni Settanta. Bertolucci mette in scena la rivoluzione contadina nella Bassa, dispiega bandiere rosse grandi come poderi a mezzadria, dipinge fascisti cattivissimi e pervertiti, epperò realizza uno spettacolo che ti avvince e non ti dà tregua, magniloquente e ipnotico come certi film di propaganda sovietici anni Venti (cui chiaramente si ispira, anche se non mancano i riferimenti a Via col vento). Il tutto, e qui sta l’astuzia bertolucciana, con i dollari dei produttori americani che, dopo il successo mondiale di Ultimo tango a Parigi, concessero al regista tutto quello che voleva. Solo che oggi Novecento funziona non tanto per il suo engagement, ma in quanto furibondo melodramma, verdiano all’ennesima potenza, corrusco, turgido come una romanza tenorile. Cast stellare. Robert DeNiro e Gérard Depardieu sono i due amici-nemici, l’uno figlio del padrone l’altro di contadini, i cui destini paralleli faranno da architrave a tutta la narrazione. Poi Donald Sutherland, Burt Lancaster, Sterling Hayden, Laura Betti, Stefania Sandrelli, Stefania Casini.

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