Recensione. WARRIOR è un gran bel film che non riesce a essere un grande film

Due fratelli rivali che si ritroveranno sullo stesso ring a combattersi a colpi di MMA, la lotta più micidiale, una boxe potenziata e senza limiti di ferocia. Già sentito e già visto? Sì, siamo dalle parti di The Fighter e pure di Rocco e i suoi fratelli. Ed è il limite di Warrior, film appassionante, terribile e straziante, solo che abbiamo l’impressione di averlo già visto. Occhio agli attori, soprattutto a Tom Hardy (quello di Bronson): immenso.

Fratelli. Da sinistra, Tom Hardy e Joel Edgerton

Warrior, di Gavin O’Connor. Con Tom Hardy, Joel Edgerton, Nick Nolte, Jennifer Morrison.

Nick Nolte è il padre

MAA sta per Mixed Martial Arts, miscuglione di boxe e varie cineserie di pugni e calci, una lotta brutale che avrà anche le sue regole ma che all’ignaro spettatore sembra, letteralmente, all’ultimo sangue. Vince chi porta all’annientamento l’altro, punto. Difatti in Warrior, che di MAA ci racconta, e di chi sale sui suoi dannati ring (che poi sono gabbie recintate da rete metalica), ogni tanto si temono incidenti mortali, spezzamenti della spina dorsale con conseguenti para e tetraplegie. Roba tosta. Il film ruota a un torneo di MMA chiamato Sparta, in omaggio alla parte più rude della Grecia classica popolarizzata di recente dai bicipiti e dai deltoidi del film 300. Sedici partecipanti da tutto il mondo, “i più forti e i più cattivi” dice l’organizzatore, compreso una montagna di russo che fa spavento solo a guardarlo, membra d’acciaio e sguardo vitreo-glaciale senza nulla di umano. Eliminazione diretta, chi sta in piedi passa al turno successivo, chi cade e non risorge viene buttato fuori. Premio solo al vincitore, però è un premio da urlo, cinque milioni di dollari. Come mai l’idea di Sparta?, chiedono al manager, e lui: da bambini ci si chiedeva chi fosse il più duro del quartiere, adesso io voglio sapere chi è il più duro del pianeta. Spiegazione elementare ma convincente. I milioni di dollari, e lo spettacolo di sangue e carni maciullate e ossa spezzate chiamato Sparta che sta per andare in scena ad Atlantic City (dove se no?), si intrecciano con i tumulti interni, le tensioni, le rabbie mai sopite della famiglia Conlon, imprimendo alle esistenze dei suoi componenti una svolta fatale. Paddy è un vecchio disgraziato che con l’alcol e le botte ha rovinato la vita della moglie, poi fuggita e morta lontano da lui, e dei due figli maschi, scappati anche loro, che adesso non vogliono più saperne di quel padre criminale, anche se lui assicura di essere in rehab dagli alcolisti anonimi e di non bere più, di essere un altro. Però Tommy, il figlio minore, reduce dall’Iraq, un fascio di muscoli perennemente incazzato, un bruto alla deriva senza lavoro né affetti, torna incomprensibilmente da lui. La ragione la capiremo di lì a poco: vuole che il padre, ex pugile, lo alleni e lo faccia tornare quel gran lottatore che era prima che partisse per l’Iraq. Perché, ebbene sì, Tommy vuole partecipare a Sparta e portarsi via quella montagna di soldi. L’altro fratello, Brendan, ha anche lui un passato di lotta MMA, ma adesso è un tipo a posto, insegna fisica, ha una bella moglie, due bambine, e però ha i suoi problemi, non ce la fa a pagare il mutuo e stanno per pignorargli la casa, sicchè decide di partecipare pure lui a Sparta. Nessuno sa dell’altro, solo quando si incontreranno ad Atlantic City capiranno di essere rivali. Ora le pedine sono sistemate sullo scacchiere narrativo. Due figli che odiano il vecchio genitore, e che però sono stati sempre rivali anche tra di loro: Brendan accusa Tommy di essere sempre stato il preferito del babbo, Tommy rinfaccia a Brendan di non essere stato dalla parte sua e della madre quando se ne andarono via di casa soli e negletti. Un bel groviglio di passioni e rancori che ovviamente andranno a coagularsi sul ring, anzi nella gabbia. Allenamenti e combattimenti. Facce pestate e devastate, muscoli lacerati, tumefazioni, ferite, e sangue. Sangue che sgorga da ogni parte dei corpi martoriati. Le scene di MMA che vediamo in Warrior sono di una violenza come s’è vista poche volte al cinema, sfondando ogni barriera di rappresentabilità dei precedenti film su boxe e sport limitrofi. L’iperrealismo di Toro scatenato, con quel sangue che schizzava e colava sulle corde e sul pavimento del ring, qui viene oltrepassato, e vien da chiedersi se non si tratti di pornografia della violenza, solo che poi ci si rende conto che la pornografia della violenza, cioè la violenza che si fa spettacolo, è strutturale al cinema, esiste fin dalla sua nascita, con il passare del tempo si è solo abbassata la soglia dello scatenamento. I corpi maschili muscolarizzati (the beefcake, dicono in America) e sottoposti a ogni tensione possibile, a ogni martirio possibile della carne, sono materia prima del cinema, dal peplum al bellico fino a quel sottogenere che è appunto il film di pugili e lottatori vari (gladiatori compresi). Warrior porta al parossimo quanto abbiamo visto in decine, centinaia di film. Ecco, Warrior è pieno di echi, rimandi, citazioni, prestiti, tributi, clins-d’oeil. Quando vediamo che Tommy e Brendan sono destinati a scontrarsi a Sparta, che sarà quello il momento della verità per loro due e per il padre, che ogni conto aperto tra di loro verrà regolato e saldato a colpi di pugni e calci, non possiamo non pensare alle scene madri di altri film in cui è il ring ad annodare e sciogliere le tensioni familiari. Rocco e i suoi fratelli, ovviamente, con i fratelli-coltelli Alain Delon e Renato Salvatori (IMHO, uno dei film più belli che siano mai stati fatti). The Fighter, dell’anno scorso, con due campioni partoriti dalla stessa (patologica) famiglia, interpretati da Christian Bale e Mark Wahlberg (e Bale si è preso l’Oscar come migliore non protagonista). Come questi due illustri precedenti, Warrior mescola pugni e storie private, facendo della famiglia il luogo degli affetti ma anche degli odi più distruttivi. Non bastasse, il regista e anche sceneggiatore Gavin O’Connor ci butta dentro Shakespeare (Re Lear) e la tragedia greca (Orestea). Tante cose, cui si aggiungono omaggi a tutti i film di pugni che si sono visti, e specialmente a Rocky. Brendan, lo sfavorito del torneo, il lottatore dato per perdente da tutti, gradino dopo gradino sale in alto, e l’epica del perdente-vincente che ribalta ogni pronostico viene dritta dalla saga di Rocky, lo stesso il russo tremendo e terrorizzante che sembra la reincarnazione di Ivan Drago ‘ti spiezzo in due’.

Jennifer Morrison è la moglie di Brendan

Tutto questo materiale già visto, tutta questa densità di citazioni viene però annegata in una narrazione furba e fluida, merito di una sceneggiatura che assesta i suoi colpi alla perfezione. Si seguono le due ore e più senza un momento di noia, spesso con il cuore in gola, e il furibondo duello finale è coinvolgente, agghiacciante e straziante. Gli interpreti sono formidabili, tutti e tre. A partire da Nick Nolte, il vecchio padre bruto ora forse redento. Joel Edgerton era il fratello più sensato di un’altra agghiacciante famiglia cinematografica, quella dell’australiano Animal Kingdom, e qui è Brendan, il professore di fisica che sa trasformarsi quando necessario in una belva da ring. Però il film se lo ruba tutto Tom Hardy, immenso. Che è Tommy, il più animale dei due fratelli, una macchina da pugni e da guerra che sembra aver azzerato in sè ogni palpito umano, sguardo ottuso e feroce, o forse buttato su abissi che noi non possiamo vedere. Tom Hardy costruisce un personaggio memorabile, violento e tenero, di una forza devastante e insieme fragile e innocente, riuscendo a replicare l’interpretazione del film che l’ha lanciato e imposto, Bronson di Refn. Qualcuno ha scritto che ricorda il Marlon Brando di Fronte del porto e Un tram che si chiama desiderio, e non si è mica sbagliato. Tom Hardy è uno dei grandi attori in ascesa in questo momento insieme a Michael Fassbender, Ryan Gosling e allo stesso Joel Edgerton (che vedremo nel sequel di 300). Si meriterebbe in automatico la nomination all’Oscar, ma non sarà mica tanto facile che gliela diano, anche se i critici americani e inglesi hanno applaudito all’unanimità. Il guaio è che Warrior è stato un maledetto flop al box office Usa, sedici milioni di dollari a fronte dei cinquanta investiti. Alcuni siti Usa si sono chiesti il perché di questo flop inaspettato, visto che c’erano tutti gli ingredienti per un successo sicuro. I motivi elencati vanno dal fatto che i due protagonisti sono ottimi attori ma non delle star (obiezione respinta: Rocky ebbe un successo immenso anche se nessuno sapeva chi fosse Stallone, lo stesso dicasi di Travolta e La febbre del sabato sera) alla scelta di centrare il film su una disciplina come l’MMA che non ha un gran seguito di pubblico – gli ascolti tv non sono stratosferici – ed è vista ancora come troppo sporca, brutta e cattiva, tant’è che alcuni stati come quello di New York la proibiscono. In effetti, questa può essere una spiegazione. Io penso però che Warrior sia stato danneggiato dall’essere uscito qualche mese dopo The Fighter, molto simile non solo nel plot (famiglia disastrata, fratelli-coltelli pugili), ma pure nell’ambiente, che è quello working class e white trash di una smalltown East Coast della vecchia cintura industriale ora dismessa. Con sullo sfondo tanto di cupole di chiesa ortodossa (e qui sembra di tornare alle scene americane del Cacciatore di Cimino). Analogie così spinte da far sembrare Warrior copiato, il che è falso ma non ha giovato alla sua credibilità. Ci sono poi delle debolezze interne, profonde, strutturali al film, che pure ha un andamento narativamente sontuoso e solido. La sua prevedibilità per esempio. Ogni scena, ogni frammento, ci sembra déjà-vu, e nella concatenazione drammaturgica tutto procede senza la minima scossa o sorpresa. Dopo venti minuti abbiamo già capito dove si andrò a parare, e anche se il resto del film è condotto con sapienza e mestiere, la prevedibilità pesa e si fa sentire. Il gioco citazionista dei tributi finisce con il diventare una gabbia in cui il film resta bloccato. Gavin O’Connor sa girare, le scene di combattimento sono notevoli, ma non riesce a imprimere al film un’evoluzione, una direzione di marcia e neppure un’identità forte. Lo scontro finale, il Grande Combattimento dove tutto trova il suo compimento e inveramento, viene filmato esattamente come gli scontri precedenti, senza un’invenzione, uno scarto in grado di restituircene la peculiarità. Soprattutto, Warrior non si decide tra l’alto e il basso, tra l’eco shakespeariana e la strizzata d’occhio a Stallone-Rocky, tra la tragedia classica e il romanzo popolare. Prova a sintetizzare, ma non ce la fa e oscilla in cerca di un centro di gravità che non trova. Il risultato è un oggetto filmico come sfuocato e indebolito dalle sue contraddizioni, nonostante i corpi poderosi che lo attraversano.
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