Recensione. SHAME: il sesso come alienazione in un film grandissimo

Ho scritto questa recensione lo scorso 4 settembre dopo la proiezione di ‘Shame’ al Festival di Venezia. La ripubblico adesso in coincidenza con l’uscita del film nei cinema italiani (da venerdì 13 gennaio 2012).

MIchael Fassbender è Brandon. Per questa interpretazione ha vinto a Venezia la Coppa Volpi come miglior attore

Ritratto glaciale e potente di Brandon, newyorkese di successo affetto da sex addiction. Un uomo come tanti, come tanti malato di frigidità morale ed emotiva. L’artista e ora regista Steve McQueen ha portato a Venezia un film importante, allarmante, che potrebbe andare molto lontano.

Brandon con la sorella Sissy (Carey Mulligan)

Shame di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge, Nicole Beharie. Film della sezione Venezia 68, in concorso per il Leone d’oro.
C’è il rischio che il già famoso nudo integral-frontale di Michael Fassbender eclissi il film, e il suo valore. Sarebbe un peccato. Shame è una gran sorpresa, un risultato notevolissimo, forse il film più importante visto finora tra quelli in concorso per il Leone. Steve McQueen, un omone nato come artista visuale, sceglie di raccontare qui, come regista (e che regista, signori), un uomo assai poco immacolato, danneggiato, sporcato, degradato dalla sua dipendenza dal sesso, dalla compulsione erotica. “In Hunger (il suo film precedente, ndr)”, ha detto McQueen in conferenza stampa, “ho raccontato di un uomo chiuso in prigione, stavolta racconto di un uomo che trasforma la sua assoluta libertà nella propria prigione”. Non è moralismo, è lucidità nel cogliere quella malattia emotiva della nostra contemporaneità che è il sesso impersonale, quella ginnastica genitale di corpi che si toccano e si compenetrano come in una tavola anatomica. Puro nichilismo. Brandon, il protagonista di Shame, cui Michael Fassbender aderisce con una fisicità impressionante, è un trentenne newyorkese di medio-alto successo che non ha, non riesce, non vuole avere relazioni durature e stabili. Che quando ci prova non ce la fa. Che ossessivamente fa sesso online, si masturba nel bagno di casa e dell’ufficio, si porta nel letto prostitute, fa avance pesanti alle ragazze che incontra in discoteca, si fa rimorchiare da sconosciute e se le scopa. Sesso, solo sesso. McQueen ce lo mostra con freddezza, non giudica, non ci racconta per fortuna molto di lui, non tenta nessuno approccio psicologistico al suo agire, semplicemente lo segue, lo pedina, registra i suoi movimenti. Il tutto in ambienti della nostra ipermodernità, spazi rarefatti, glaciali, geometrici, metallici e vitrei. Brandon è oggetto tra gli oggetti, viene osservato così come la macchina da presa osserva una sciarpa, un televisore, un divano. Da questo approccio avalutativo, fenomenico, scaturisce la forza enorme del film, che riesce a restituirci così il nichilismo in cui siamo sprofondati, e in cui ci stiamo perdendo, e che riesce a trasformare Brandon in un allarmante esemplare sociale dell’alienazione (sì, ritroviamola, questa meravigliosa parola perduta) ormai di massa. A fare da contrappeso è Sissy, la sorella di Brandon, invece travolta dalle sue emozioni, che cerca disperatamente di stabilire un ponte con quel fratello che sembra ormai perduto.
Nell’ultima parte tutto si accelera, la frenesia e l’eccesso prendono il posto della rarefazione, la compulsione porta Brandon a avventure multiple, a inoltrarsi nei cunicoli della metropoli, a fare sesso con uno sconosciuto in un locale gay, a esibirsi con una prostituta alla finestra-vetrina di un hotel. Succederà poi qualcosa, qualcosa di drammatico, che forse riuscirà a tagliare la corazza che avvolge Brandon e a raggiungere la sua carne, il suo cuore. Forse. La prima parte è di compattezza esemplare, un incubo translucido che ricorda il migliore e più implacabile Antonioni, quello de L’eclisse, o la disperazione vuota di certo Tsai Ming-Liang (Vive l’amour!). L’ultima mezz’ora, in cui lo schermo sembra incendiarsi infernalmente con le avventure accelerate e multiple di Brandon, ricorda invece le discese negli abissi di certo Bresson (Il diavolo, probabilmente) e quel capolavoro che è American Gigolo di Paul Schrader, non per niente discepolo devoto di Bresson. Un grande film, Shame, anche se sbilanciato tra prima e seconda parte. Ma sono difetti che non ne diminuiscono la statura. Attenzione alla scena in cui Carey Mulligan, sempre più brava nello scegliere i film giusti (vedi anche Drive di Refn), che poi è Sissy, la sorella di Brandon, canta una sua personalissima versione blues di New York, New York. Piange perfino l’algido Brandon, e anche tra il pubblico qualcuno ha pianto.
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Il regista Steve McQueen spiega una scena a Carey Mulligan e Michael Fassbender

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=67w3ktY1DJQ&w=420&h=315]

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9 risposte a Recensione. SHAME: il sesso come alienazione in un film grandissimo

  1. Per me è stata una grande delusione, ma credo che sia l’unico, visto che tutti l’adorano,

  2. mikele vitiello scrive:

    grande film.sublime fotografia e certe sequenze memorabili

  3. nenetm scrive:

    Davvero un film eccezionale, e mi conferma la bravura di McQueen che già era molto evidente in Hunger. Penso che mi abbonerò a tutti i suoi prossimi film.
    E’ un regista con le palle, non trovo sinonimi che rendano abbastanza. Sa esattamente quello che vuole, le scene sono tutte giuste, con lui non si ha mai la sensazione che abbia esagerato, che ci sia una scena di troppo. Sa tagliare dove altri si trascinano nelle riprese, sa riprendere quello che altri taglierebbero.. e ha classe.
    I brividi che ho avuto sulla scena (senza uno stacco!) in cui Brandon fa footing di notte..
    Per me McQueen è davvero una grande promessa.
    E non mi dilungo a parlare di Fassbender perché già lo fanno tutti, è davvero un grande e la mancata candidatura di ieri è – onestamente – inspiegabile.

    • luigilocatelli scrive:

      sottoscrivo. Shame (lo dico da mesi) è un film grandissimo e sottovalutato, Fassbender si meritava la nomination e l’Oscar. Ma si sa, l’Academy non ama i film troppo rigorosi e ‘con le palle’ come Shame.

    • heuresabbatique scrive:

      Sulla grandezza di Shame siamo d’ accordo tutti o quasi tutti ma non credo proprio che McQueen sia così grande come si dice.Usa un argomento provocatorio che gli lascia sfogare le sue doti di autore estetizzante, io penso che i lunghi pianosequenza le immagini estreme sono viaggi stralunati, stranianti ma dimentiicabili.L’ indimenticabile in questo film è la sagacità, l’ intelligenza della scena iniziale e di quella in metro davvero quello è cinema con la C maiuscola.Essenziale ma vero e puro.

  4. Anonimo scrive:

    E’ peggiore di un filmetto porno !

  5. dabri scrive:

    nei suoi eccessi descrive molto bene molti lati della sessualità maschile, molto molto interessante

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