Recensione film. L’INDUSTRIALE: il ritorno impossibile al cinema sociale anni ’70

Quando un regista come Giuliano Montaldo – un nome grande di certo nostro cinema anni Settanta – fa un nuovo film, non c’è che da essere contenti. Il suo L’industriale ha il merito di non distogliere lo sguardo dalla realtà, di raccontarci un pezzo di questa Italia spaurita e confusa travolta dalla mondializzazione. Nicola è un piccolo industriale che si sbatte per salvarsi dal fallimento, finirà vittima dei suoi demoni. Ma il film, prevedibile e pesantemente didascalico, resta molto al di sotto delle sue intenzioni e ambizioni, non decolla e non convince, e si trasforma poi incongruamente in un caso di psicopatologia alla Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

Carolina Crescentini (Laura) e Piefrancesco Favino (Nicola)

L’industriale, regia di Giuliano Montaldo. Con Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Francesco Scianna, Elena Di Cioccio, Eduard Gabia.

Il regista Giuliano Montaldo, 80 anni, con Favino sul set

Francesco Scianna (Ferrero, l'avvocato)

Ci vuole molto rispetto per Giuliano Montaldo. Regista di un cinema solido tra anni Sessanta e Settanta che ha saputo raccontarci esistenze difficili e passaggi storici cruciali, intersecando i due piani con ferreo mestiere e passione civile mai gravata però da retorica o fanatismo militante. Dico, titoli come Giordano Bruno, Sacco e Vanzetti, L’Agnese va a morire, Gott mit uns o prima ancora il coraggiosissimo Tiro al piccione (il film suo che preferisco) su un ragazzo che si ritrova, e non capisce il perché, a combattere con i repubblichini di Salò. L’impegno politico c’è, c’è sempre stato in Montaldo, ma senza compromettere le ragioni dello spettacolo e la fruibilità del prodotto. Anche capace, Montaldo, di confrontarsi con i generi senza snobismi intello-chic e gauche-caviar (la crime story, con il formidabile Gli intoccabili e A ogni costo). Quando un signore così, con questo passato, questa storia, torna al cinema non c’è che da essere contenti. Nel 2008 ci aveva dato un film bello e però fuori dai gusti correnti, un period-movie di nobili aspirazioni e intenzioni, I demoni di San Pietroburgo, su un Dostoevsky alle prese con problemi economici e costretto da obblighi contrattuali a scrivere in pochissimi giorni Il giocatore, mentre intorno a lui la Russia è dilaniata dagli attentati delle cellule nichiliste. Film alla Montaldo, ferrea costruzione narrativa, direzione asciutta e funzionale senza fronzoli, gusto e cultura storica (e cultura dell’immagine e della messinscena). Alto artigianato, si sarebbe detto un tempo, per dire un prodotto, un manufatto, di impeccabile confezione e cura dei dettagli. L’hanno visto in pochi, I demoni di San Pietroburgo (ricordo di averlo beccato una sera incongruamente in un multiplex, annegato tra i popcorn movies), ed è un peccato. Stavolta, in fatto di visibilità, per questo suo nuovo L’industriale è andata e sta andando meglio. Anteprima al festival di Roma, poi una distribuzione adeguata, non da samizdat. Un attore tra i migliori del nostro star-system come Pierfrancesco Favino, un’attrice in ascesa, Carolina Crescentini. Purtroppo però, nonostante tutta la voglia che abbiamo di parlare bene di Montaldo, parlare bene di questo suo L’industriale è molto, molto difficile. Lodevole l’intenzione di affrontare un tema sociale, un pezzo di realtà di questa Italia di oggi che affannosamente cerca di tenersi a galla nella partita della mondializzazione. Lodevole soprattutto in un cinema come il nostro di oggi che tende più che mai alla fuga nella commedia sganciata da ogni qualsivoglia riferimento alla realtà (Immaturi, il viaggio per esempio) e a ogni altro possibile escapismo. In un sistema-spettacolo anestetizzato e narcotizzato a uso di un pubblico che non vuole pensieri, L’industriale almeno ci prova. Ci prova a immettere nello schermo e nella testa degli spettatori dosi di vita vera, a tracciare ritratti di uomini e donne che rischiano di essere travolti dal passaggio epocale che stiamo attraversando, a raccontare storie di borghesi che si vedono franare il terreno sotto i piedi e come piccoli, piccolissimi Buddenbrook assistono alla fine del loro potere e del loro mondo. Questo cinema, il cinema di Montaldo, non distoglie gli occhi, e guarda, descrive, fissa, registra, racconta la grande crisi. Torino. Nicola ha ereditato dal padre una fabbrica che è anche il suo orgoglio, la sua vita. Produce pannelli solari, ma sul mercato si fanno largo nuovi, aggressivi concorrenti internazionali, c’è in azienda una crisi di liquidità, niente più soldi per pagare i fornitori e tra poco nemmeno gli stipendi ai fedeli operai. Le banche negano il credito, Nicola ci prova con una finanziaria, eufemismo dietro cui si nascondono strozzini-riciclatori che vogliono mettere le mani sulla società. Intanto un avvocato traffichino (Francesco Scianna, bravo, il meglio di tutti, attore che già in Vallanzasca teneva testa a Kim Rossi Stuart e che qui dimostra duttilità, e una gran carica fisica e carisma: ne sentiremo riparlare) tratta con possibili compratori tedeschi che potrebbero evitare il fallimento.

Carolina Crescentini

Benissimo questa adesione alla cronaca-storia di questi giorni, di questi anni, benissimo questa voglia, questo tentativo generoso di render conto di una trasformazione in atto, di uno squarcio nel tessuto sociale-industriale-economico del paese, e però no, il racconto, il film non funzionano. La storia così come ci viene mostrata è troppo esemplare. Nicola è un charachter astratto, emblematico, caricato della responsabilità di rappresentare un ceto, una classe, un gruppo sociale e che dunque non esiste mai di per se stesso, privo di autentica individualità. Mai personaggio credibile, solo una maschera, una funzione narrativa. Il suo itinerario tra banche, strozzini, parenti serpenti, improbabili acquirenti è troppo prevedibile, più che una narrazione in grado di avvincerci, come dovrebbe essere, si direbbe la messa in scena didascalica e dimostrativa di un documento confindustriale o di qualche centro studi o di una qualche Bocconi sul declino della piccola industria italiana. Un trattato. Ma il cinema, come lo stesso Montaldo ha dimostrato più volte in passato, è un’altra cosa. L’industriale si sviluppa secondo tappe così ovvie da ottenere, per paradosso, il massimo effetto di irrealtà. Ma non sta nemmeno in questo la sua debolezza massima. Perché a un certo punto, per chissà quali oscuri motivi, L’industriale cambia pelle, prende un’altra piega, un’altra identità, vira e diventa un altro film. Si trasforma nell’analisi di un caso di psicopatologia sulla scia di certo cinema engagé anni Settanta tra il marxiano e il freudiano alla Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri. Nicola si ammala di gelosia, convinto che la moglie Laura (Crescentini) lo tradisca con un garagista rumeno. Ossessionato, soverchiato dai suoi demoni interiori, Nicola arriverà a commettere qualcosa di irreparabile che devasterà per sempre la vita sua e non solo. Potrebbe essere una storia interessante, una decadenza sociale che si fa patologia individuale (Visconti+Petri), solo che è un’altra storia, e non c’entra niente con quanto ci è stato raccontato e abbiamo visto prima. Gli attori ci danno dentro (però la Crescentini con quell’accento da Roma bene non può essere credibile come rampolla della tradizionale borghesia torinese che abita in collina, quella borghesia così bene messa in pagina tante volte dall’appena scomparso Carlo Fruttero), ma nulla possono con una sceneggiatura che non ha sfumature, e poi incoerente, e con dialoghi che suonano fintissimi e pure rozzi. Resta qualcosa però, di questo film così anomalo nel cinema italiano di oggi. Resta Torino, soprattutto (la Piemonte Film Commission continua a lavorare bene e fornire location e supporti), che per una storia come quella di Nicola il piccolo industriale è lo sfondo perfetto, con le sue magioni altoborghesi, i palazzi del potere, le piazze sempre un po’ sinistre sempre un po’ metafisiche, e i capannoni, i fiumi e le loro rive. Torino, ripresa in una fotografia livida in cui i colori si spengono e si stingono quasi in un bianco e nero dai riflessi purpurei, metallici. Ecco, quando vediamo Nicola percorrere quelle strade e ingoiato e divorato da quegli spazi, in quei momenti gli crediamo, crediamo al suo sperdimento, alla sua decadenza, e crediamo al film.
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2 risposte a Recensione film. L’INDUSTRIALE: il ritorno impossibile al cinema sociale anni ’70

  1. Non sono d’accordo. Non sono d’accordo con quelli che dicono: o si parla di società o si parla di fatti personali. Un film può fare entrambe le cose e farle bene e questo film ne è la dimostrazione.
    Probabilmente se non si fosse trattato di un esordiente, le aspettative sarebbero state più basse e il giudizio meno pignolo. I comprari ok, non sono un granché ma questa a me è parsa l’unica volta che Favino sia stato davvero in parte e in cui non si è impappinato quasi per niente come fa di solito nei suoi dialetti semiburini. Un uomo non è solo quello o solo questo: c’è un legame stretto tra le due vite, come nella realtà, e questo è apprezzabilissimo. Stavolta non posso essere davvero d’accordo.

  2. Pingback: FILM stasera su Sky (martedì 10 ott, 2013): le recensioni | Nuovo Cinema Locatelli

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