Recensione. COM’È BELLO FAR L’AMORE: sesso, famiglia e Filippo Timi in 3D (in un film abbastanza folle)

Coppia di quarantenni dalla passione spenta ritrova desideri e voglie grazie ai consigli di una amico pornodivo. Fausto Brizzi, reuccio della nuova italian comedy, cerca di farci ridere con il (e sul) sesso. Nonostante le esposizioni anatomiche la volgarità resta contenuta. Il problema è la banalità di scrittura che non va oltre il livello medio-Zelig televisivo. Però Brizzi ha il coraggio e anche l’improntitudine di qualche stravaganza (l’inizio con i fratelli Lumière, il ricorso all’animazione digitale) che dà uno strano sapore a questo film. Poi, due follie assolute: l’uso del 3D, del tutto incongruo per una commedia, e la scommessa di Filippo Timi in un ruolo sexy-comico (e incredibilmente la cosa riesce).
Com’è bello far l’amore, regia di Fausto Brizzi. Con Filippo Timi, Claudia Gerini, Fabio De Luigi, Giorgia Würth, Alessandro Sperduti.
Nei cinema dal 10 febbraio 2102.

L’impressione, vedendo questo film sfrenato (no, no nel senso del sesso, ma della libertà quasi anarchica di narrazione, costruzione, tecniche), è che il suo regista Fausto Brizzi sia entrato nella fase in cui si permette di tutto, o in cui è convinto di poterselo permettere. Ormai è da anni uno degli uomini d’oro della nuova commedia all’italiana, quella che ha riportato soldi in cassa e la gente a vedere i nostri film. Ha incominciato con La notte prima degli esami e non si è più fermato, nonostante qualche intoppo, fino a Maschi contro femmine e Femmine contro maschi, film speculari (e anche questo è interessante e stravagante) dai molti milioni al box office. Sicchè osa cose che un qualsiasi regista strettamente dipendente da un produttore e di scarso potere contrattuale non oserebbe mai. Questo film lascia sbalorditi non per la sua qualità (la scrittura è di livello basso, da comicità televisiva seriale, la regia segue diligentemente e piattamente la scrittura), ma per l’improntitudine con cui si sovvertono regole e regolette del corretto e medio modo di fare il nostro cinema, soprattutto quello popolare. Il signor Brizzi mescola il solito cinema romano de’ noantri con l’animazione in digitale, introduce nel racconto siparietti comico-televisivi quasi irrelati col resto, veri e propri a parte (vedi la gag dello ‘scambieresti tua moglie con due donne nuove?’ dove Fabio De Luigi rifà il suo comercial dei detersivi solo con Caudia Gerini al posto del fustino, il che non è femministicamente bello). I personaggi ogni tanto si rivolgono al pubblico, quasi venissero da Brecht o da un Godard anni Sessanta-Settanta (non proprio per dire le stesse cose). Tutto l’inizio è folle e strampalato. Si vedono i fratelli Lumière (e guarda un po’, Com’è bello far l’amore esce solo pochi giorni dopo Hugo Cabret di Scorsese che omaggia pure i Lumière prima di passare alla celebrazione di Meliès) che armeggiano intorno al loro primo  film e gli viene l’idea di filmare la cugina nuda, poi lasciano perdere. Quindi arriva Filippo Timi che si rivolge dritto e diretto a noi spettatori e ci fa la predica su quanto il sesso sia sempre stato importante al cinema, come cinema e sesso siano intimamente, strutturalmente connessi fin dall’inizio. Un vero e proprio discorso teorico per illustrare il quale ci vengono mostrate platee di teenager snocciolanti popcorn ma soprattutto pomicianti (ma si dirà ancora pomiciare?) sulle file di poltrone, giacchè la platea buia è sempre stata luogo di sesso arraffatto e rubacchiato. Insomma, il nostro Brizzi gioca, teorizza e un po’ pontifica. Non bastasse, chiama uno come Filippo Timi, cioè la faccia del cinema corrucciato e autoriale degli ultimi anni, per fargli fare un ruolo comico, anzi, il ruolo comico di un pornodivo, non bastasse ancora, Brizzi si mette pure a sbeffeggiare il cinema impegnato che fa scappare le suddette platee pomicianti e fa il vuoto in sala, e per illustrare il tipico film d’autore anti-pubblico ci fa vedere uno spezzone in bianco e nero con una povera donna con un orfanello e un asinello, che lei poi è Margherita Buy, qui in partecipazione speciale a prendere in giro se stessa e il suo ruolo di musa del cinema engagé all’amatriciana. Ecco, Com’è bello far l’amore per un po’ va avanti così, con un coraggio sfacciato, con un’aria sogghignante da impunito che ce lo rende abbastanza simpatico. Poi Brizzi gioca la follia di tutte le follie, quella di girare in 3D una qualsiasi storia di una qualsiasi famiglia italiana e di una qualsiasi coppia di quarantenni itaiani alle prese con la solita crisi di desiderio e di sesso, con la sonnolenza della passione. Se c’è un genere di cinema che non ha bisogno del 3D anzi ne è l’antitesi è proprio questo, eppure Brizzi ci prova e lo fa. Forse ha pensato che le curve corporee, le rotondita, gli avallamenti, e le esplosioni carnali e le parti del corpo aumentate dall’eccitazione potessero avere una resa migliore con la tripla dimensione, chissà. Fatto sta che questo ci ritroviamo, una commedia italiana che tratta di famiglia e di sesso domestico in 3D. Ora, di fronte a simili sconnessioni e anarchie cosa volete che contino la storia, la trama, il plot, che sono povera cosa tuttosommato? Dunque, Giulia (Claudia Gerini) e Andrea (Fabio De Luigi) sono una coppia di quarantenni che ha raggiunto la pace, anzi il nirvana dei sensi, in un fluire quotidiano di noia e tranquillità dove gli unici elementi di una qualche vivacità sono il figlio adolescente e la domestica ispanica un po’ almodovariana. In questa consolidata per quanto estenuata routine irrompe Max, antico compagno di liceo di Giulia, fors’anche suo primo amore, che torna dall’America dove ha raggiunto fama e denaro come pornodivo, che è poi un Filippo Timi incredibilmente credibile e nella sua prima parte comica al cinema (se la cava benone ed è sexy come il ruolo richiede, chi l’avrebbe mai detto). In breve, il nostro fa il guru del sesso, fa capire a Giulia e Andrea che possono fare qualcosa e più di qualcosa per rivitalizzare il loro stremato desiderio e tornare a fare sesso come una volta. Il che dà il via a una minuscola pochade di cose finto sporcaccione, è tutto un mostrare e parlare di vibratori, preservativi stimolanti e ritardanti e fruttati, e scambi di partner, e uso di video porno a scopo sessoterapeutico, e ricorso a videocamere casalinghe, underwear provocante (insomma), bambole gonfiabili, dark room, finti tradimenti, finte orge. Tutto il repertorio dell’attuale consumo di sesso così come si è configurato nella nostra contemporaneità di massa, qui ci viene squadernato e mostrato e raccontato con minuzia perfino ragionieristica e notarile (nessuna ovvietà viene tralasciata, compreso il set di un pornofilm). Naturalmente la coppia ritroverà gli ardori perduti e Max potrà andarsene soddisfatto per aver compiuto la sua missione. Anche se non credo che il regista se ne sia accorto, questa è proprio la stessa storia di Teorema di Pasolini, con l’ospite angelo tentatore che arriva in una famiglia, la scompagina, ridesta i sensi sopiti di tutti i suoi membri, domestica compresa. Solo che stavolta c’è Timi al posto di Terence Stamp, e lo scopo è solo quello di far ridere. Però anche un po’ di fare la contromorale, che poi è la morale peggiore perché pretende di non esserlo. Ossessivamente il film vuole trasmetterci e ribadire il messaggio (ebbene sì: il messaggio) dell’indispensabilità, della non riunciabilità al sesso nelle nostre vita, della sua centralità, in lkinea con l’ideologia liberazionista degli ultimi decenni. Com’è bello far l’amore è una lezione di sessuologia da settimanale femminile (a proposito, non manca la scena della coppia che va in terapia di coppia) che si fa cinema, e questo no, non è bello. Solo superficialmente trasgressivo, questo lavoro di Brizzi non fa altro che depotenziare il sesso, banalizzarlo, addomesticarlo e inscriverlo nel recinto della famiglia e del cinema familiare della domenica pomeriggio. Banale, corrivo, sciatto e mal scritto, resta però interessante per le sue fughe nella stravaganza e per la performance di Filippo Timi. Se funziona, mi sa che lo ritroveremo come pornodivo in un sequel.

Questa voce è stata pubblicata in film, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Recensione. COM’È BELLO FAR L’AMORE: sesso, famiglia e Filippo Timi in 3D (in un film abbastanza folle)

  1. Michele Pagliaroni scrive:

    io non definirei le scelte di Brizzi come coraggiose. Timi vende, il 3D vende (e il biglietto costa di più), De Luigi stravende, il sesso stravende. Il film vuole solo far soldi caricando l’aspettative e non fa il minimo per presentare qualcosa di qualità. Regia semi-assente, scrittura pessima (l’accostamento allo zelig di oggi è perfetto), volgarità a pacchi (tu ne hai vista poca, io moltissima; vedi la lotta coi cazzi è una delle cose più di cattivo gusto che mi sia capitato di vedere recentemente) e soprattutto la cosa che mi ha fatto più male è che Filippo Timi faceva pena. E’ la sua prima commedia credo, ma non è proprio una cosa per lui. Non era credibile, era impostato, rigido, quelle manone che gesticolavano in continuazione e ti veniva voglia di gridargli di stare fermo. Si parla tanto di rinascita di commedia all’italiana ma se Brizzi è uno dei nuovi condottieri allora è una guerra dagli infausti presagi. Pongo solo una domanda a chi avrà voglia di darsi una risposta: questa commedia sarebbe vendibile all’estero? La risposta che mi do io è NO. Eppure c’è la crème della commedia italiana contemporanea tra attori e registi. Riflettiamo.

    P.S. leggere nello stesso post Claudia Gerini e Pier Paolo Pasolini fa un certo effetto.

  2. Pingback: 18 film stasera in tv (ven. 12 genn. 2018, tv in chiaro) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi