Film d’autore stasera sulle tv gratuite: L’ALBA DELLA LIBERTÀ di Werner Herzog (sabato 24 marzo 2012)

L’alba della libertà, Cielo, ore 21,30.
Si dovrà pur riconsiderare e capire meglio un giorno o l’altro la carriera americana di Werner Herzog, carriera sbocciata per lui negli ultimi anni del secolo scorso, e a un’età in cui di solito non si azzardano avventure nuove. Docu e film strani, tra il mainstream e l’indipendente, con qualche sano compromesso (non parliamo di cedimenti, please) con le leggi del marketing e le esigenze di un cinema che, anche quando si dichiara per pochi, tende inconsciamente alla massima quantità possibile di spettatori, perché quello è il codice genetico e non lo puoi cambiare. Dico, Werner Herzog, che della stagione del nuovo cinema tedesco è stato il rappresentante più estremo, radicale e borderline, quello delle folli avventure produttive amazzoniche alla Aguirre, quello di film catatonici e ossessivi come Kaspar Hauser, ecco, Herzog è andato a Hollywood, o almeno in qualche sua propaggine di produzioni indie, e ha sfornato prodotti a ritmo impressionante, anche molto diversi tra loro, con un eclettismo che non ci si aspettava. Un po’ adottando (e adattando) quel linguaggio e quel cinema, e un po’ immettendovi passioni e pulsioni inconfondibilmente sue (la fascinazione per la natura primordiale, e la sua divinizzazione). L’alba della libertà, del 2006, è uno dei suoi film girati negli Stati Uniti, ed è profondamente americana la storia che racconta, dunque vale la pena vedere e capire come Herzog l’abbia affrontata. Guerra del Vietnam, un pilota viene abbattuto e finisce prigioniero dei vietcong nella giungla. Condizioni terribili, torture posicologiche e non solo, la prospettiva di venire ammazzato. Con due altri prigionieri il pilota Dieter scappa. Sarà solo l’inizio di un viaggio ai limiti dell’umano, un’esperienza selvaggia, animale. Qualcosa che sembrerebbe tra Il cacciatore e Rambo, e che in parte lo è. Però il regista di Fitzcarraldo e Cuore di vetro ci mette dentro tutto il suo senso per la natura misteriosa madre e matrigna, tutta la sua predilezione per le esistenze spinte ai confini ultimi della sopravvivenza. Cinema che è anche antropologia e perfino etologia, studio di ciò che siamo e possiamo diventare al di fuori e oltre la cosiddetta normalità. Christian Bale è Dieter, e con quella sua faccia ossuta e da faina, quel suo corpo angoloso ed essenziale, si inserisce perfettamente nella galleria delle creature herzoghiane. (Dell’Herzog americano amo molto My Son, My Son, What Have Ye Done, gran noir di follie e sperdimenti coprodotto da Lynch, con una macchina da presa mobilissima, intelligente, irrequieta, usata con un virtuosismo funambolico alla Brian De Palma, qualcosa che lascia piacevolmente allibiti e storditi se pensiamo alle origini così rigidamente autoriali, anoressiche, austeramente cine-europee del regista).

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