Recensione in anteprima. TO ROME WITH LOVE di Woody Allen è pieno di cliché sull’Italia, eppure funziona (incredibilmente)

Come ci si aspettava, il film romano di Woody Allen è una galleria di stereotipi sul nostro paese, con quattro storie che non si intrecciano mai e qua e là pure un po’ sgangherate. Eppure, nonostante tutto (e lo dico da non-alleniano), To Rome with Love funziona. Cattura e ci restituisce la città. Commuove per i suoi rimandi al cinema italiano del passato, quello di Fellini e De Sica, citati in innumerevoli scene. To Rome with Love è una dichiarazione d’amore all’Italia, anche se a un’Italia che non esiste più, o che forse non è mai esistita, se non nei sogni degli stranieri che la sognavano da lontano.
To Rome with Love, regia di Woody Allen. Con Woody Allen, Roberto Benigni, Antonio Albanese, Alec Baldwin, Penelope Cruz, Jesse Eisenberg, Judy Davis, Alessandra Mastronardi, Fabio Armilato, Flavio Parenti, Ellen Page, Greta Gerwig, Ornella Muti, Riccardo Scamarcio, Alessandro Tiberi (e molti altri ancora). Nei cinema dal 20 aprile.
Stamattina all’uscita dell’anteprima stampa di To Rome with Love qui a Milano (cinema Apollo) il commento prevalente che si coglieva tra critici e vari addetti ai lavori era: troppi stereotipi sull’Italia. Vero. Non si contano, in questo film di Allen approdato a Roma dopo il giro europeo tra Londra, Barcellona e Parigi. Allora: il Colosseo, i Fori e altre rovine e altre vedute da turista medio giapponese o dell’Iowa armato di camera digitale seriale. La banda a Trinità de’ Monti. I paparazzi. La processione con ostensorio. Il melodramma (Puccini e Leoncavallo, quello che piace ai mafiosi). Roberto Benigni, che è già uno stereotipo di suo. Sofia Loren (rifatta filologicamente e quasi reincarnata in Penelope Cruz). Le mogli cinquantenni che son tutte casalinghe disperatissime, preparano i crostini, impugnano il coltellaccio da cucina incazzate e arruffate perché son di sangue caldo e mediterrano tipo Anna Magnani, si mettono la vestaglietta nera dismessa dalla Ciociara (questa la devo a Cristiano Vitali e a un suo commento su fb: grazie Cristiano) o, in alternativa, quella a fiorellini che fa sempre neorealismo. Gli americani del film invece son tutti qualche spanna più su, socialmente ed esteticamente parlando, fanno mestieri fighi e le mogli son psicanaliste, altro che simil Ciociare. E mi fermo qui, ma To Rome With Love è davvero la sagra dei cliché, l’Italia e Roma come la vedono gli americani, anzi come la vedevano gli americani qualche decennio fa. Però mi dico anche: scusate, perché oggi ve la prendete tanto con Woody Allen, perché vi lamentate proprio adesso? Perché, Midnight in Paris cos’era se non un’altra galleria di stereotipi sulla Senna, perdipiù con una saccenteria e una pedanteria e pretese intello insopportabili? E Vicky Cristina Barcelona? E tutti i film londinesi? È che Woody Allen mette in scena da molto tempo il mondo, e le città del mondo, attraverso i cliché più consolidati e cristallizzati e, lo so che autocitarsi è brutto ma non resisto alla tentazione, in questo blog lo vado dicendo e scrivendo da un po’ (e rimando solo alla mia recensione di Midnight in Paris). Che poi anche Manhattan era una sagra di cliché su Manhattan, se proprio vogliamo dirla tutta, suvvia. Dunque, non capisco perché proprio adesso questo indignarsi. Forse perché stavolta siamo noi italiani a doverci vedere e osservare riflessi nella messinscena dell’uomo venuto da New York? Invece a me questo suo film è piaciuto. Non so cosa mi sia successo: proprio a me che, l’ho detto mille volte, il cinema alleniano non piace niente e non l’ho mai retto. To Rome with Love mi ha convinto, non abbastanza da amarlo follemente, ma abbastanza per non provare il solito rigetto. Eppure i limiti del film sono evidenti. Non tanto e non solo per la stereotipizzazione di cui si diceva, ma per la mancanza di un qualsiasi baricentro narrativo. Ci troviamo di fronte a più storie e a una marea di personaggi fluttuanti, e ogni storia va per la strada sua. Tutte sotto il sole di Roma però, e dunque Roma-cornice come unico elemento comune. Ma basta per dare compattezza? No che non basta. Il primo titolo del film, Bop Decameron (poi si è passati a Nero fiddled e solo un paio di mesi fa al definitivo e non originalissimo To Rome with Love), lasciava pensare a un Boccaccio rivisitato in novellistica alleniana, insomma storielle di sesso, amori, corna e quant’altro nell’Italia di oggi, magari con qualche allusione a Trimalcione, a vizi antichi ma anche a vizi nuovi tipo notti a palazzo Grazioli con le escort. Invece macchè, non è proprio così. Il sesso c’è, ma solo in due delle quattro storie del film, dunque non è l’asse di questo Woody-Allen-in-Rome. C’è una coppia americana (lo stesso Allen, vecchierello ma non così decrepito, più Judy Davis) che sbarca in Italia per conoscere i futuri consuoceri, visto che la bionda figliola si è messa con un avvocato molto di sinistra e molto italiano che ha i tratti racé di Flavio Parenti (il quale deve aver ottenuto la parte dopo il successo negli States di Io sono l’amore di Guadagnino, dov’era il figliolo tormentato di Tilda Swinton). La ronda delle storie e delle persone prosegue con un giovane architetto, pure lui americano, sbarcato nei vicoli di Roma con fidanzata studentessa (lui è il Jesse Eisenberg di The Social Network, perfetto con la sua aria nerd-chic come proiezione giovane di Woody Allen, lei è Greta Gerwig, ragazzona bionda star del cinema indie che vedremo presto in Damsels in Distress) che perderà la testa per una giovane attrice piombata da Los Angeles, intellettual-trasgressiva per finta e vera arrampicatrice (è la Ellen Page di Juno e Inception). Gli altri due segmenti, anzi novelle, di To Rome with Love sono tutti italiani e con italiani. Una giovane moglie venuta dalla provincia deve trovarsi con il marito, a Roma per un’importante occasione di lavoro, ma si perde in città, perde il cellulare, finisce con il conoscere un attore che vuole portarsela a letto, mentre lui si ritrova per sbaglio in camera una prostituta che sarà costretto dalle circostanze a spacciare per la moglie. Infine, Benigni è un uomo qualunque che chissà perché un bel giorno si scopre bersaglio dei paparazzi e dei media e diventa una celebrità: “famoso per essere famoso” gli dicono quando lui chiede lumi su come sia potuto accadere. Dei quattro è l’episodio meno felice, quello che più moraleggia sulla società dello spettacolo e la smania contemporanea della celebrità. Non bastasse, il personaggio di Benigni si chiama Pisanello (Woody Allen deve aver risfogliato i libri di storia dell’arte, visto che nel film troviamo pure un Michelangelo e un Leonardo, mah). Si esagera qua e là con uno dei totem e bersagli soliti del nostro, la psicanalisi, e francamente non se ne può più di altre battute woodyalleniane su rimozione, Es, Ego, superEgo, Freud et similia. Il peggio del film è la trovata del papà del genero (impresario di pompe funebri: il papà, non il figliolo) dalla meravigliosa voce tenorile calda e pastosa, però solo quando canta sotto la doccia, perché fuori dal bagno diventa un cane qualunque e stona, e allora ad Allen-consuocero, già regista lirico, vien l’ideona di lanciarlo facendolo cantare a teatro nudo con un bel getto di acqua addosso. In più, in tutto il film tutti i personaggio italiani parlano con accento romano, anche i due sposini che vengono da Pordenone, e francamente. Le battute non sempre arrivano dritte al bersaglio (la meglio è detta dall’angelo-diavolo Alec Baldwin al giovane architetto che vede sfumare la storia con l’attrice: “Meglio così. Che poi ti ritrovavi sposato e costretto ad  adottare un bambino birmano”: la signora Angelina e il signor Brad sono serviti, e pure – mi suggerisce giustamente Giuliana Molteni, anche lei via fb – la ex Mia Farrow). Eppure, nonostante questo, nonostante i cliché, nonostante le storie non sublimi e perfino a tratti sgangherate, il film stranamente funziona. In certi momenti si resta perfino incantati: la notte sotto l’acqua tra le rovine, le esitazioni del giovane Eisenberg, la moglie sperduta e perduta. Non so come, ma Woody Allen cattura e ci restituisce Roma, il suo charme e, ebbene sì, la sua anima o qualcosa che ne sia l’equivalente. Non contano tanto le figure e figurine che vediamo agitarsi sullo schermo in storie magari improbabili, ma quel gran contenitore che tutte le ingloba e ingoia e che sta tra il Tevere, Trastevere, il Cupolone, i Fori. Insomma, Roma. Soprattutto, a colpire è l’amore vero per Roma e l’Italia che traspare in ogni momento e frammento, un amore che in Allen deve essere cresciuto attraverso la visione del nostro cinema, il nostro grande cinema, quello che va dal neorealismo agli anni Sessanta. To Rome with Love è un omaggio e una citazione di quel cinema, ed è quanto rende così speciale e, almeno per me, commovente, stranamente commovente, questo ultimo Woody Allen. Da dove partire con la sarabanda dei clins-d’oeil? Penelope Cruz rifà (anche fisicamente, e in modo strabiliante) la Loren prostituta di buon cuore del desichiano Ieri, oggi, domani, alle prese pure lei con un bravo ragazzo un po’ imbranato che riuscirà a rimettere sulla retta via, e il vestito rosso di Penelope ricorda assai da vicino quella di Sofia in La riffa, episodio De Sica-Zavattini di Boccaccio 70. Cruz peraltro aveva già rifatto Sophia-Sofia in Volver di Almodovar, e qui replica alla grande. Ma è Fellini, ovvio, a dominare. La Roma di Woody Allen è felliniana, nei suoi notturni arcani e fantasmatici che ricordano La dolce vita, Toby Dammit, Roma. Le piccole debosce e i piccoli vizi al foro richiamano l’orgiastico e neopagano Fellini-Satyricon. La citazione più forte è nell’episodio della mogliettina Alessandra Mastronardi incantata e sedotta dall’attore marpione Antonio Albanese, un ricalco, quasi un remake, dello Sceicco bianco, e bisogna dire che Albanese non sfigura nel confronto con Alberto Sordi. Assistendo al gioco degli amori, dei tradimenti, degli inganni, degli equivoci, alle schermaglie tra i personaggi, tra la moltitudine dei personaggi, non si può non pensare poi a certi film corali romani anni Cinquanta con le loro storie di gente qualunque, dico Le ragazze di Piazza di Spagna di Luciano Emmer o La domenica della buona gente di Anton Giulio Majano (e un po’ anche Poveri ma belli), anche se non penso che siano stati per Allen riferimenti consapevoli (ma l’inconscio, signori, l’inconscio). To Rome with Love è una dichiarazione d’amore piuttosto sincera e sentita a un’Italia che non c’è più, che forse non c’è mai stata, se non nei sogni e nei desideri degli americani (e di gran parte del mondo) che in tempi ormai lontani – negli anni Cinquanta/Sessanta – la videro come terra del piacere, dell’amore, del godimento, della sfrenatezza, lido e approdo esotico e ammaliante. È Arrivederci Roma (difatti suonata e mandolinata nel film più volte come un marchio di riconoscimento) sentita in qualche trattoria durante il viaggio di nozze e portata a casa, da qualche parte del Nebraska, con nostalgia. È Due settimane in un’altra città di Vincente Minnelli. È Tre soldi nella fontana di Jean Negulesco, è Vacanze romane. Il film di Woody Allen riproduce quell’Italia immaginata e probabilmente immaginaria, l’Italia quand’era sexy, un cliché, certo, ma un cliché che ci dice quanto fosse amata, quanto fossimo amati. La nostalgia di Woody Allen ci cattura perché noi, italiani di oggi, sappiamo che non è più così, che non possiamo più essere amati come allora, perché siamo cambiati, irrimediabilmente. To Rome with Love è, in fondo, Roma e l’Italia così come la consegnò al mondo il film di tutti i nostri film, La dolce vita, e che adesso ci viene restituita da chi quel film probabilmente ha molte volte visto e amato. I paparazzi che inseguono Benigni vengono da lì, sono la citazione più clamorosa di tutto il film, l’omaggio più esplicito a Fellini. Anzi, l’intero episodio di Benigni è solo un pretesto per rimettere in scena, con la sua ossessione della celebrità e i flash e gli inseguimenti, quella grande narrazione felliniana. Gioco per chiudere: dare la caccia alle tante facce famose o note che compaiono qua e là nel film, anche solo per pochi secondi. Ad esempio, in che scena stanno Dolce & Gabbana? E Maria Rosaria Omaggio? E Giuliano Gemma?

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6 risposte a Recensione in anteprima. TO ROME WITH LOVE di Woody Allen è pieno di cliché sull’Italia, eppure funziona (incredibilmente)

  1. Emerald Forest scrive:

    Peccato che Caracalla in realtà è la Villa dei Quintili… quindi questi cliché sono così cliché e conosciuti che nemmeno riuscite a riconoscere che sono stati girati altrove. Proprio cliché. A parte questo comunque la prima parte della recensione è estremamente negativa, davvero troppo e non rende giustizia alla bellezza e complessità del film, oltretutto fa passare la voglia di continuare a leggere i lati positivi elencati nella seconda parte della recensione

    • luigilocatelli scrive:

      grazie per la segnalazione dell’errore Caracalla-Villa dei Quintili. Guardi che la mia recensione non è negativa, anzi dico che il film mi è piaciuto parecchio “nonostante” l’uso e l’abuso di cliché, cosa questa che mi pare innegabile. L’operazione di Woody Allen è piuttosto complessa, e ho cercato di rintracciarne i molti livelli.

  2. mariella gramigna scrive:

    senza un grande amore per woody o per l’autore non si arriva alla fine del testo, cosa importante per capire il significato della recensione! forse perchè non è facile giustificare, con se stessi soprattutto, come improvvisamente apprezzare chi si è sempre denigrato: troppa tensione fra le righe, al contrario dei film di allen che ci conducono con leggerezza anche per temi che a volte non lo sono.
    Indubbia la cultura cinematografica dell’autore, complimenti.

  3. Anonimo scrive:

    tra i volti più o meno noti manca lella costa, l’italiana più alleniana

  4. Anonimo scrive:

    una citazione per il bravo leo gullotta: mica facile subentrare al posto dello storica voce di lionello.

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