Film-cult stasera sulle tv gratuite: IL VENTO FA IL SUO GIRO (sabato 5 maggio 2012)

Il vento fa il suo giro (E l’aura fai son vir), Rai Uno, ore 1,05.
Film del 2005 che è diventato una piccola leggenda dopo i due anni di tenitura senza interruzioni al cinema Mexico di Milano. Una sala non centrale che di Il vento fa il suo giro fece la propria bandiera, quasi un marchio e un fregio araldico, l’emblema di un cinema altro e alto, capace di trovare il suo pubblico, a patto di saperlo cercare e scovare con pazienza e intelligenza e passione, quel pubblico. Il vento fa il suo giro è l’esordio in non freschissima età, ed esordio importante, di gran peso, del bolognese Giorgio Diritti, che poi ci avrebbe dato il più famoso L’uomo che verrà, dove avrebbe ripreso parecchio di questo film. Spacciato come un manifesto ecologista e neorousseauiano da certi suoi estimatori a una sola dimensione (quella ideologica), in realtà Il vento fa il suo giro è molto meglio, più acuto e complesso, più profondo e stratificato, e anche più allarmante della cartolinesca immagine che spesso ne è stata data: una densità che ne fa uno dei migliori film italiani delle ultime decadi. Giorgio Diritti sorprende e spiazza già con lo scenario in cui ambienta la sua storia, quello di una valle piemontese a due passi dalla Francia dove sopravvivono la cultura occitana, la sua lingua, le sue musiche, la sua cucina. Un piccolo paese sulle montagne, quasi del tutto abbandonato, un universo a parte dove sopravvive un pugno di irriducibili, o di rassegnati, più un intellettuale inquieto che ne ha fatto il proprio rifugio. Uno di quei mondi che non conosciamo, non conosciamo più, da tanto che è lontano dalle pulsazioni e ossessioni e frenesie della vita metropolitana e globalizzata. In questo villaggio come sospeso e fermo, ripiegato su di sè e il proprio passato remoto, arriva uno straniero, un pastore francese hippizzante che, sloggiato dai Pirenei dove abitava e lavorava, ha trovato qui la sua nuova nicchia esistenziale e professionale. Seguito da moglie e figli, si porta qui gli animali, li alleva, produce i suoi formaggi. Ma l’immissione dell’estraneo in quel tessuto rigidamente conservatore non funziona. Dopo un’apparente iniziale blanda e benevola acettazione, scatta violento, con ferocia, il rigetto. Incominciano le beghe sui pascoli, sulle proprietà. Atro che Arcadia: Giorgio Diritti con sguardo fermo e senza sbandamenti e sdilinquimenti, e quasi documentando con rigore fenomenologico, osserva, registra e ci mostra le pulsioni profonde di difesa di una comunità chiusa e arcaica di fronte non al nuovo ma, semplicemente, all’altro. Implacabile e oggettivo come uno studio antropologico. Un film anche stilisticamente diverso, in cui il ritmo del racconto cerca di sintonizzarsi su quello che regola il vivere lento del paese. Seguendo la lezione di Olmi, di cui Giorgio Diritti è stato allievo e collaboratore, si guarda alla civiltà contadina e preindustriale con interesse ma senza abbandoni sentimentali, e si cerca di narrare anche con le pause e i silenzi, e attraverso le immagini delle montagne che trasmettono sempre un qualcosa di numinoso, di sacro. Dietro a Il vento fa il suo giro, o se preferite il bellissimo, arcano titolo in occitano E l’aura fai son vir, ci sono L’albero degli zoccoli ma soprattutto Il tempo si è fermato, il mitico film d’esordio di Olmi su un uomo al lavoro in una remota diga in alta montagna. Da non perdere assolutamente. Duro, durissimo. Da togliere ogni illusione su un ritorno alla natura senza pagare pegno, e in questo disincanto simile a un film che sembrerebbe molto lontano e invece non lo è, Un tranquillo weekend di paura di John Boorman.

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