CHRONICLE (recensione): come realizzare un bellissimo film giocando con il cinema di genere

Quando si è bravi e ci sono le idee, possono venir fuori film piccoli ma belli come questo Chronicle, che usa usa i materiali e i linguaggi del cinema di genere per costruire un amarissimo racconto di formazione. Tre compagni di scuola di colpo acquistano dei super poteri, all’inizio sarà un gioco, poi tutto si complicherà. Una parabola sulla diversità esistenziale, una delle belle sorprese di questa stagione cinematografica.
Chronicle
, regia di Josh Trank. Sceneggiatura di Max Landis. Attori: Michael B. Jordan, Dane DeHaan, Michael Kelly, Ashley Hinshaw, Anna Wood, Alex Russell, Joe Vaz, Luke Tyler, Bo Petersen. Voto: 7.

Per almeno venti minuti ci si scoccia alquanto, con tutte quelle scene girate con la solita macchina a mano o a spalla che si muove impazzita come in tanti film indie-poveri e poveristici già visti, e questo abbastanza indie lo è, un budget piccolo-medio messo insieme da un pugno di amici convinti del progetto, anche se poi Chronicle è stato adotatto e distribuito da una major. Che ti vien voglia di urlare basta ragazzi, non se ne può più, smettetela, lasciate perdere la steadycam e tornate alla camera fissa primaria, primitiva, primordiale, quella dei fratelli Lumière e compagnia e fateci riposare gli occhi e la testa. Che poi con la scusa del finto docu (già, perché anche qui si adotta la ben nota tecnica detta del ‘found footage’, per cui si simula che il film assembli materiale girato dal solito amateur, la tecnica per intenderci poi diventata stile e linguaggio con The Blair Witch Project e ripresa dal bellissimo e sottovalutato Cloverfield e giù giù fino al recente The Devil Inside), ecco, con la scusa del mockumentary ogni tremolio, ogni approssimazione, ogni dilettantismo nella ripresa viene coperto, anzi giustificato, anzi diventa un sovrappiù stilistico, un vezzo di cui gli autori si possono vantare e fregiare. Quando poi i tre ragazzi protagonisti, compagni di scuola a Seattle – città che però in questo film perde ogni glamour e aura hi-tech e fighetta per somigliare a un qualsiasi buco di una qualsiasi provincia profonda dell’America Infelix – si ritrovano in uno strano cunicolo a contatto con qualcosa di misterioso e acquisiscono di colpo dei super poteri, ti vien voglia di uscire dal cinema, perché di teenager e giovanotti (e giovanotte) vari dotati delle più straordinarie facoltà ne abbiamo visti tanti, troppi nell’ultima decade, a partire da X-Men e derivati fino a Misfits e alla serie italoromana Freaks! diventata famosa su YouTube, per dire. Poi per fortuna il film abbandona l’ovvio e il déjà-vu, svolta, decolla, ci sorprende, diventa a tratti un bellissimo film, e ci si rende conto che quei primi 30 minuti erano necessari per stabilire e definire il genere in cui si potesse inscrivere un racconto altro, diverso, per poterlo camuffare, e per ingannare felicemente noi spettatori e condurci senza che ce ne rendessimo conto da un’altra parte. Un trompe-l’oeil narrativo. Il film si trasmuta in una parabola amarissima sulla normalità stravolta e distrutta, e incapace di resistere alla forza d’urto dell’eccezionale e dell’imprevedibile, mandandoci a dire che se acquisisci dei super poteri (i nostri Andrew, Steve e Matt si ritrovano di colpo con il dono della telecinesi, la facoltà di spostare oggetti e persone a distanza, e di librarsi nell’alto del cielo come libellule o alianti o deltaplani-umani) nulla sarà più come prima, anche se fingi, ti illudi che possa esserlo. Andrew è il più incasinato dei tre, con un padre violento e una madre malata terminale di cancro, Matt, suo cugino, è anche il suo unico amico, estroverso e protagonista quanto Andrew è schivo. Steve è il gran fico della scuola, campione di baseball e desideratissimo dalle ragazze. Il comune dono dei super poteri cementa il loro sodalizio al di là delle differenze di carattere e sensibilità, inizialmente tutto è gioco, scoprono che possono volare, si divertono a inscenare al talent-show della scuola portentose magie alla Uri Geller o David Copperfield che li rendono popolari. Poi le cose si complicano, si incupiscono e si insanguinano, come in un racconto per e sui teenager di Stephen King (Carrie). La fortuna di essere diversi, di essere qualcosa di simile a super eroi, si rovescia in disgrazia, e la parte finale diventa la messinscena, la dilatazione a spettacolo conturbante di una malattia dell’anima, di un disagio insostenibile. Sarà il più debole dei tre, Andrew, a essere sconvolto e a sconvolgere il mondo che gli sta intorno attraverso l’uso distruttivo della telecinesi. La lunga sequenza conclusiva, con la città messa in iscacco, in un’apocalisse alla King Kong, sembra un ritorno del film entro i recinti del cinema di genere e una furbata per ingraziarsdi il box office, è invece un approdo del tutto coerente con il precedente percorso narrativo. Questo Chronicle è uno sci-fi dell’anima, una efficace, molto efficace ance se non nuova parabola sui diversi esistenziali, sui freaks della porta accanto, è un piccolo grande film che usa con enorme intelligenza e sensibilità i materiali di un cinema seriale e già conosciuto e perfino usurato per cavarci fuori un duro, amarissimo racconto di formazione. Chronicle è la Bildung, purtroppo disperatamente fallita, di tre adolescenti che non ce le fanno a passare tutti attraverso le strettoie dei propri casini e pagano un prezzo alto. È lo spietato referto di una follia e dell’impossibilità di fermarla, un film che smaschera e rovescia molte retoriche giovanalistiche (quella dell’amicizia salvifica, ad esempio) e ci mette di fronte al malessere, al dolore senza filtri. Lo sceneggiatore si chiama Max Landis e, ebbene sì, è il figlio del regista John. Ha solo 27 anni, mentre il regista Josh Trank ne ha uno di più, 28. Il loro film, costato 12 milioni di dollari, un budget ridotto per gli standard americani, ne ha incassati finora 125.

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