Festival di Cannes. Recensione: REALITY di Matteo Garrone è una gran delusione

Il film che smonta e smaschera i meccanismi perversi del reality show non è questo, ma The Hunger Games. Matteo Garrone mette in scena invece il vetusto teorema ideologico-politico secondo cui la cattiva televisione rovina il popolo e i puri di cuore. Il pescivendolo napoletano Luciano supera il casting del Grande Fratello, ma non ce la fa a entrare nella Casa. Da lì incomincia il suo delirio. Garrone gira alla grandissima e fellineggia, mettendo a segno qualche sequenza sensazionale. Ma la storia è risibile e non va mai oltre la piatta illustrazione dell’enunciato ideologico di partenza. Ritmi allentati, il risultato è una noia mortale. Fallimento di lusso, ma fallimento. Platea qui a Cannes divisa tra fischi (molti) e applausi (molti). Voto: 4 e mezzo.
Reality, regia di Matteo Garrone. Con Claudia Gerini, Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Raffele Ferrante. In concorso per la Palma d’oro.

La critica alla cattiva televisione genera cattivi film. Purtroppo questo Reality di Matteo Garrone mette in scena con fastidiosissima correttezza politica il vetusto teorema ideologico, e perfino teologico, secondo cui la televisione, soprattutto nella sua declinazione-degenerazione del reality show, rovina il popolo, i puri di cuore, lava i cervelli e li fa sballare. Questo è il centro del film, ed è un centro pesante, che impiomba Reality fino all’ultima scena: la quale giunge purtroppo dopo due interminabili ore (ma possibile che a un festival non si possa più vedere un film dell’aurea lunghezza di novanta minuti?). Garrone resta anche stavolta nella sua adorata Campania, quella che ha ritratto in L’imbalsamatore e in Gomorra, e che stavolta è la Napoli dei vecchi quartieri spagnoli, la Napoli popolare e sottoproletaria rappresentata in infiniti film, raccontata in infiniti racconti, una comunità che ha quasi le stigmate di un sistema tribale a parte, con le sue regole, i codici, i linguaggi. Un’umanità rappresentata anche in questo film secondo i modelli e anche i cliché, diciamolo, consegnatici dalle commedie di Eduardo e Peppino, dagli irresistibili film di Totò e giù giù, purtroppo anche da Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo (libro e film). Su questa Napoli plana il Grande Fratello televisivo. Nella prima, bellissima e migliore sequenza – uno splendore che lascia sperare in un risultato alto invece poi disatteso – a una festa di matrimonio con carrozze e ori e livree e costumi settecenteschi (a rievocare l’età dell’oro della Napoli borbonica) arriva come ospite pagato un mitologico vincitore del Grande Fratello, adorato e salutato dalla folla degli invitati come un idolo dei nuovi tempi, della nuova realtà-delirio plasmata dagli onnipervasivi media. Tra di loro c’è il pescivendolo Luciano con famiglia, e saranno i tre pargoli a spingerlo a presentarsi al casting del GF di lì a qualche giorno a Napoli. Luciano non ci crede, ma supera il provino e viene convocata a Roma, dove entra nella lista d’attesa per la Casa. Il programma parte, però lui non viene chiamato, e da lì incomincia la sua ossessione. Ormai entrato nella parte dell’eroe da reality pur senza esserlo diventato, non riesce più a rinculare verso la normalità della vita precedente, resta sospeso in uno stato di allucinazione, sprofonda progressivamente nella paranoia vedendo spie e nemici dappertutto che sabotano il suo sogno. Ora, l’evoluzione-involuzione del personaggio è approssimativa e rozzamente messa a punto in fase di sceneggiatura, prevedibile, non andando mai oltre l’enunciato di partenza, che è quello – ultraideologico – dell’impatto devastante della potenza televisiva sulle anime semplici. Non c’è critica vera al Grande Fratello, non se ne svelano i perversi meccanismi, tanto che viene pure il maligno sospetto che chi ha scritto il film non abbia mai davvero visto un reality show in vita sua e ne abbia solo parlato e sentito sparlare nei salottini romani bo-bo (bohémien bourgeois). Se c’è un film che colpisce al cuore i reality e stigmatizza quello che sono diventati nella mente globale, quello è The Hunger Games, altro che questo di Garrone. Si dirà: ma in Reality il reality è solo pretesto per raccontarci un’ossessione, ho addirittura sentito qualcuno parlare di parabola cristiana sul peccato, la colpa e la redenzione, e c’è che ha scritto di un Luciano/Pinocchio illuso dai soliti Gatto e Volpe sull’esistenza del Paese dei Balocchi. Mah. Io sto schiscio sul primo livello del film, su quello che ci mostra e ci racconta, e stando a quel che ho visto resto dell’idea che sia un film mal riuscito – perché di insostenibile pesantezza ideologica – sulla televisione e sul suo impatto sul popolo (sì, ritiriamo fuori questa parola, perdio). Oltretutto non c’è una vera narrazione, Reality illustra piattamente il suo enunciato di partenza e non riesca mai a sorprenderci, il ritmo è così allentato che si rischia di abbioccarsi e di scappare dalla sala. Certo, resta la mano registica di Matteo Garrone. Qua l’applauso ci vuole. Garrone conferma di avere uno stile forte e riconoscibile, sospeso tra realismo e deformazione grottesca e visionarietà, e qui fellineggia senza freni, mostrando di essere in certi momenti all’altezza del maestro. La scena iniziale del matrimonio, appunto, ma anche quella finale, con la capacità di tasfigurare il mondo della televsione in un incubo, in anticamera dell’inferno-paradiso, come Fellini aveva già fatto in Ginger e Fred. Ma sono prove di genio registico applicate a una storia che non c’è e non va da nessuna parte.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, festival, film, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

31 risposte a Festival di Cannes. Recensione: REALITY di Matteo Garrone è una gran delusione

  1. Pingback: Festival di Cannes 2012: liste film, pronostici e qualche recensione. | POTATO PIE BAD BUSINESS

  2. francmel scrive:

    Naturalmente tanto per cambiare sul Corriere hanno scritto che il film è stato accolto trionfalmente.

    P.S.
    Ma sei a Cannes come giornalista freelance,o per conto di qualche giornale?

  3. Pingback: Festival di Cannes 2012/ LA MIA CLASSIFICA dei film in concorso (aggiornata al 19 maggio sera) | NUOVO CINEMA LOCATELLI

  4. Anonimo scrive:

    Onestamente.. in sala non si sono sentiti fischi…solo molti applausi.

  5. luigilocatelli scrive:

    Mi spiace contraddirla, ma alla fine della proiezione delle 8.30 i fischi ci sono stati, eccome, e in due momenti diversi. Non appena finito il film c’è stato un silenzio abbastanza lungo, poi sono partiti i fischi, magari isolati, però molto ben distinguibili, quindi sono scoppiati gli applausi, poi si sono sentiti altri fischi. Questo quanto io ho avvertito stando in balconata. Ora, o io ho le allucinazioni o altri rimuovono e non vendono e non sentono perché nonvogliono vedere né sentire. E’ successo anche a Venezia: leggo le recensioni a L’ultimo terestre di Gipi sui maggiori siti e resto sbalordito: parlano di dieci minuti di applausi. Ma dove? Ma quando? Non era mica vero. C’era stato solo qualche applausetto di cortesia qua e là.

  6. massimo scrive:

    Salve Signor Locatelli, io ero a quella proiezione in alto e i fischi non li ho sentiti anche se gli applausi veniamo per lo più dalla platea, ma un po’ anche dalla balconata. Secondo me lei con tutto il rispetto esagera, se questo film è ideologico, uno come Diaz come lo definisce? Fondamentalista? Io non l’ho trovato per niente ideologico, ha un ritmo non sempre elevato ma è un ritratto del paese-Italia incredibilmente azzeccato e poi la storia sembra quella di un romanzo Picaresco quasi di Don Chisciotte. Mi permetta, ma non è che è lei ad essere ideologico? Non è che lei è un po’ sciovinista e le ha dato fastidio il ritratto amaro dell’Italia? In tal caso non è mica colpa di Garrone. Io invece credo che sia un bel film, coraggioso nel mettere il dito nella piaga e con un linguaggio cinematografico molto innovativo. Criticando la tv non dice una cosa nuova ma ad esempio nemmeno Terrence Malick ne “La sottile linea rossa” criticando la guerra diceva una cosa originale. Evidentemente, se la tv impazza, non lo si è detto abbastanza, anche se non credo che il film si limiti a dire questo.

    • luigilocatelli scrive:

      Oddio, non vorrei che ‘sta cosa dei fischi-applausi a Reality diventasse una guerra ideologica, anzi teologica. In fondo, solo di film stiamo parlando. Rispetto la sua opinione, e confermo la mia: non mi è piaciuto. Verissimo comunque che Diaz è molto, molto più ideologico, difatti quando l’ho visto a Berlino l’ho scritto subito (attirandomi insulti di ogni tipo). Dando oggi un’occhiata ai voti della giuria-stampa di Screen ai film di Cannes vedo che quello di Garrone ha ottenuto una delle valutazioni peggiori (media 1,7), evidentemente non sono il solo a non ritenerlo un capolavoro.

      • massimo scrive:

        rispetto altrettanto il suo parere, ma le ricordo che tanti bei film hanno diviso il pubblico, al contrario dei capolavori e dei brutti film. Reality ha diviso il pubblico

  7. Luciano scrive:

    Non voglio entrare nel merito del giudizio sul film, che ovviamente può piacere o non piacere, ma io di fischi dalla platea non ne ho sentiti affatto.
    Forse saranno stati fischi particolarmente acuti rientranti nella sfera degli ultrasuoni e perciò non percepibili da orecchie poco allenate.
    Certo è curioso che facendo una veloce ricerca in internet (garrone-reality-fischi) la sua è probabilmente l’unica recensione che salti fuori a parlare di fischi al termine del film…

  8. paola scrive:

    perché di lusso? dove lo vede il lusso? forse il lusso (inteso come libertà) di raccontare una storia vera, tralasciando proprio l’ideologia per seguire uno che sprofonda nella follia attraverso i suoi occhi. Il Reality è un pretesto ma forse lei non l’ha capito!

  9. paola scrive:

    Come paragonare film che appartengono a generi diversi? Come paragonare Liala con Jane Austen. Si rassicuri dopo questa recensione non la seguirò più, troppo banale la sua interpretazione.

  10. massimo gaudioso scrive:

    Gentile signor Locatelli, ho finalmente letto la sua critica al film “Reality” e mi preme fare alcune precisazioni. Non è mai stata nostra intenzione mettere in scena teoremi ideologici nei film che facciamo -se c’è una cosa che odiamo è sempre stata questa- né tantomeno in questo film, anzi… Se la televisione rovina il popolo non è questione centrale del film. Lei forse fa confusione tra l’argomento e il tema, che, come spiegano bene i migliori manuali di sceneggiatura americani, sono due cose ben distinte. Ovviamente lei è padronissimo di pensare quello che vuole, ma quando erige le sue tesi accusatorie sulla base di un enunciato di partenza che non è corretto, o meglio che è quello che lei vuole arbitrariamente attribuire allo scrittore, sofistica la realtà. Il suo giudizio sull’evoluzione-involuzione del personaggio “approssimativa e rozzamente messa a punto” si basa dunque su un presupposto falso o quantomeno errato. Insomma, a proposito di teoremi ideologici, lei sembra più “naturalmente” predisposto di me… Sono invece d’accordo quando dice, contraddicendo il suo stesso teorema accusatorio, che “non c’è critica vera al Grande Fratello, non se ne svelano i perversi meccanismi”; come dicevo, infatti, non era quella la nostra intenzione. Quello lo fa senz’altro, come dice lei, un film -costato almeno 20 volte più del nostro e pubblicizzato in modo abnorme come solo gli americani sanno e possono fare- come Hunger Games, per la somma soddisfazione di quelli che il prodotto se lo sono ciucciato. Mi dispiace invece di doverla deludere quando dice di avere il sospetto (maligno, giustamente) che “chi ha scritto il film non abbia mai davvero visto un reality show in vita sua e ne abbia solo parlato e sentito sparlare nei salottini romani bo-bo (bohémien bourgeois)”. Purtroppo non frequento quei “salottini romani bo bo” che, forse, esistono nelle sue fantasie milanesi -salvo poi scriverne come se fossero veri o come se davvero li conoscesse, cose entrambe discutibili, evidentemente- ma soprattutto ho visto diversi reality sia prima che durante il lavoro di preparazione alla sceneggiatura, anzi le confido che ci siamo perfino stati più di una volta come spettatori. Questo perché sono una persona molto curiosa, che ama “prendere l’autobus” (come auspicava Zavattini) e vivere nella realtà, ma anche uno sceneggiatore che preferisce conoscere bene le cose prima di poterne scrivere (o anche non scrivere), viverle a fondo se possibile o perlomeno documentarsi.
    Cordiali saluti e buon rientro.
    PS Speriamo di non vincere nulla a Cannes, altrimenti sai le critiche…

    • luigilocatelli scrive:

      a) Signor Gaudioso, trovo apprezzabile che esprima il suo dissenso anche puntuto rispetto a quanto ho scritto in modo civile e argomentato, senza insultare (come spesso invece accade). b) Non conosco i manuali di sceneggiatura americani, non conosco e non capisco la distinzione tra argomento e tema. Comunque una vita fa lavorai per anni nella redazione di un fumetto che si chiama Diabolik, spero ne abbia sentito parlare, dove due geniali signore, le sorelle Giussani, mi insegnarono a sceneggiare le loro storie. Bene, qualcosa su come si costruisce e si scrive un plot penso di averlo imparato. Lo so che Diabolik non può essere neanche lontanamente paragonato a un film come Reality, ma è per dire che non sono proprio a digiuno di storytelling, e certe smagliature di racconto le colgo al volo. c) resto dell’idea che il film sia debole e che dilati uno spunto che negli anni Sessanta sarebbe stato giudiziosamente utilizzato tutt’al più per un frammento di un film a episodi. d) ho forse premuto sull’acceleratore della critica perché dopo Gomorra (e dopo il sublime L’imbalsamatore) mi aspettavo moltissimo da questo film. La delusione, si sa, può portare a qualche reazione eccessiva. Confermo quanto ho scritto: Garrone mostra anche qui tutto il suo enorme talento di metteur en scène, ma la storia è poca cosa. Opinione personale, se permette. d) su un punto accolgo la sua critica: il film non è costruito su un teorema ideologico, su una pregiudiziale visione antitelevisiva. Vero, racconta altro, racconta un’illusione e anche un’allucinazione. e) Non soggiaccio a quella cosa chiamata Schadenfreude, dunque non sono qui a sperare che Reality non venga a premiato. Ritengo solo che a questo festival si siano visti film migliori e più meritevoli, tutto qui. Dopodichè felice per tutti voi se vi portate a casa qualcosa di importante. In fondo, siamo tutti italiani, no? Un bel premio fa sempre bene all’immagine e anche all’orgoglio nazionali.

  11. Maurizio Corv scrive:

    E’ la terza o quarta volta che ripubblico questo post che troverete qui sotto. Mi rifiuto di credere che il Sig Locatelli mi stia censurando , sempre in nome del fatto che sarebbe singolare un recensore che censura quando non gli fa piacere come parlano di lui,oltretutto poi con ironia….
    Ci provo un’altra volta a pubblicarlo, e continuerò finchè il Sig Locatelli non scriverà il motivo per cui mi censura , avendo cura però di lasciare il mio post pubblicato, altrimenti come vuole sostenere i suoi argomenti, in bianco? Segue post censurato:
    Io proporrei Luigi Locatelli come mascotte ufficiale di qualsiasi film che desiderasse prendere premi e riconoscimenti. Ho già avuto il piacere di polemizzare con il critico , beccandomi accuse di ” maleducazione “.( http://luigilocatelli.wordpress.com/2011/12/07/recensione-the-artist-e-piu-furbo-che-bello-e-non-va-oltre-la-sua-brillante-idea-di-partenza/ ) Loc aveva definito ” The artist ” una furbata perchè secondo lui il film non faceva quello che ( secondo lui ovviamente e solo secondo lui… ) avrebbe dovuto fare. Neanche il tempo di essere recensiti negativamente dal Locatelli e ….zac! ” The artist ” vince l’Oscar.
    Stesso copione per il film di Garrone : critica feroce , implacabile , descrizione accurata di obiettivi falliti dal regista , con l’unico particolare che questi obiettivi sono e restano solo dentro la testa del Locatelli ( deve essere un sua cifra..) e non sono mai stati immaginati nè ambiti dal regista e dagli sceneggiatori,come la lettera di Gaudioso ci ha confermato. Basta attendere pochi giorni e “Reality” vince il Gran Prix a Cannes.Cineasti,produttori, registi e affini: se Locatelli vi ha recensito bene, tremate. Forse ce l’ha con voi.

  12. Luciano scrive:

    Mi sono accorto solo adesso che anche un mio commento è stato censurato..(nel quale semplicemente dicevo “e Reality ha vinto il Grand Prix di cannes” se non erro… quale infinita tristezza…
    Curioso come una persona il cui mestiere consiste nel giudicare il lavoro degli altri, abbia così tanta paura del giudizio altrui…

  13. Remigio scrive:

    Ecco perché il cinema italiano soffre. Gente come Luigi Locatelli dovrebbe evitare di recensire pellicole, la figura immonda che ha fatto dopo la premiazione di Reality, ne è il triste esempio. Spero che in futuro si dedichi ad attività più consone alla sua capacità critica…attività come ad esempio l’operatore ecologico, l’infermiere in un ospizio o il guardiano di un museo di paese.
    Ora mi aspetto di veder sparire il mio post in pochi istanti.
    La saluto cordialmente e le porgo i migliori auguri per le nuove attività

    Remigio

  14. domenico brando scrive:

    Locatelli fa i fischi in sala stampa, alle prime, alle premiazioni e poi corre al computer e scrive sul suo blog: ci sono stati dei fischi. Ma si può essere più ridicoli come giornalisti e critici? Adesso noi i fischi registrati li faremo analizzare, come le pernacchie di Totò ne “I due marescialli” , e li addebiteremo a chi di dovere, signor Locatelli…..

  15. Maurizio Corv scrive:

    Sig Locatelli forse dovrebbe interrogarsi , e mi stupisco che non l’ abbia ancora fatto, sul perchè di queste risposte particolarmente veementi ai suoi articoli. Ha rivisto il titolo della sua recensione al film di Garrone? Non è una stroncatura, è qualcosa di più: lei sembra scendere da un Olimpo vendicatore a riportare giustizia e conoscenza tra gli esseri umani. Basterebbe solo conoscere o ” compatire” gli enormi sacrifici che sono dietro alla realizzazione di un film per spingerla a non usare quei termini perentori. A sua discolpa posso solo ipotizzare che quei titoli li faccia per essere letto di più , ma allora troverei il metodo molto meschino oltre che spietato .Non si meravigli poi delle reazioni. Fa veramente specie vederla richiamarsi in continuazione ( in maniera noiosa e pedante , mi creda) alla “buonaeducazione” . Si sottoponga al giudizio , giudice. E’ talmente ovvio che mi vergogno un pò di doverglielo ripetere.

  16. Maurizio Corv scrive:

    Ho appena scritto il post precedente e noto solo ora che Locatelli ha modificato il primitivo titolo della sua recensione in : “Reality di Matteo Garrone è una gran delusione” Me ne compiaccio. Solo per chi non l’avesse letta in precedenza ricordo che il titolo originario che è rimasto fino ad ieri e che avevo appena criticato nel mio post ,era : Reality di Matteo Garrone è irrimediabilmente brutto, sballato e ideologico. Un fallimento , anche se di lusso “.

  17. Anonimo scrive:

    Locatelli ovvero il diritto inalienabile alla critica inutile, distruttiva e irrimediabilmente superficiale!

  18. carmen scrive:

    Locatelli ovvero il diritto inalienabile alla critica inutile, distruttiva e irrimediabilmente superficiale

  19. Mario Sme scrive:

    Trovato per caso questo blog, e devo dire che è irrimediabilmente brutto (cit. Locatelli).
    Ma poi che ha fatto di bello lui? Aaaaa povera Italia

  20. gpc scrive:

    Mi sembra doveroso, visti i commenti ricevuti dalla recensione, rendere noto che c’è anche qualcuno che la giudica appropriata.

  21. Massimiliano scrive:

    Ho visto il film ieri sera. Una gran delusione, è vero. Ne abbiamo parlato parecchio io e la mia ragazza, non ci capacitavamo della debolezza della storia, dove appare sbagliato “realisticamente” oltre che “ideologicamente” immaginare che solo il morto di fame si fa abbindolare dalla tv quando i il fenomeno è invece diffuso anche in strati sociali più elevati. Signor Locatelli continui a scrivere le sue recensioni che di voci fuori dal coro c’è sempre bisogno specialmente se centrano l’obiettivo.

    • mario scrive:

      Massimiliano, ma allora se fosse stato ambientato tra i ricchi lei avrebbe detto che era irreale perché anche i poveri lo fanno. E’ evidente che la cosa è diffusa tra tantissimi strati sociali, ma è anche vero che quelli che lei chiama morti di fame, cioè il vecchio proletariato che ormai ha tratti piccolo borghesi, è sfornito di ogni strumento critico ed è carne da macello per la manipolazione. Vuole negare questo? Vuole negare che il Mezzogiorno, di cui Napoli è emblema, è l’area che da tempo compensa l’iperproduzione nazionale, grazie alla sua elevata propensione al consumo potenziata dal credito? Negare che questa propensione è anche verso i fenomeni di moda e immagine imposti dai media? Ma sta scherzando? La sua analisi è ristretta, lei vuole d’un tratto rimuovere le differenze di ceto e quelle educative in nome di un generalismo critico che non porta a niente, tranne al che” tanto è tutto così”. Il film dice che le fasce sociali più deboli sono più esposte alla manipolazione, cosa ha contro questa affermazione? Voleva vedere Berlusconi che azionava i pulsanti del Grande Fratello? E per questo la storia del film sarebbe debole? Mi scusi, ma è la sua critica che è debole. O forse lei è il classico meridionale emigrato al nord che si risente quando le ricordano che il luogo che ha abbandonato è pieno di problemi che fanno comodo al potere e quindi si sente in colpa e vuole rimuovere la colpa negando l’evidenza? Se il film non le è piaciuto, bene, io non la penso come lei, però non faccia analisi banali, rifletta. Io vivo in provincia di Napoli e non mi offendo se si dice la verità su come stiamo inguaiati e si afferma che i poveri possono anche essere terribili. Ma in fondo a lei sarebbe piaciuto un film ad episodi socialmente trasversali oppure…. Benvenuti al Sud?

      • Massimiliano scrive:

        No, Mario non sono io a “rimuovere le differenze di ceto” è stata l’evoluzione delle morfologie sociali a cancellarle costituendo una piccola borghesia planetaria.
        Il film è poco realistico perchè è proprio al sud dove quelle sacche non di vecchio proletariato ma di genuino sottoproletariato caso mai, non se lo sognano nemmeno di bersi il cervello dietro il Grande Fratello, occupate come sono a sfangare la giornata. E’ la sua analisi ad essere banale e, fatto ancor più grave,rassicurante e consolatoria, come il film di Garrone del resto. Ultima cosa: ma lei di quale differenze educative parla? Si faccia una chiaccherata con qualche neolaureato e si accorgerà di quali “potenti” strumenti critici sono equipaggiati che a confronto il pescivendolo sotto casa mia è una specie di filosofo. A proposito, vivo e lavoro a Catania.

  22. Claudia scrive:

    Trovo eccessivamente inopportuni i commenti alla suddetta recensione. Non mi è chiaro quale sia l’utilità di commenti così astiosi (privi -spesso- di critica costruttiva in grado di argomentare abilmente la tesi differente dall’autore ). Seguo Locatelli da poco tempo, tuttavia ritengo non abbia mai trasmesso la sensazione di voler imporre il suo giudizio. Dunque, perché in molti commenti alcuni cercano di imporre i loro? Per quello che mi riguarda, questo blog funge da guida alle mie serate “cinematografiche”. E il giorno in cui non troverò corrispondenza tra i miei gusti (perché solo di gusti si tratta, nel mio caso, non avendo alcuna competenza professionale in merito) e le sue recensioni, gli scriverò di non condividere quanto letto perché blablabla, evitando di apporvi insulti o interi periodi di un’ironia sottilmente cattiva che non mi pare contribuiscano a migliorare la mia cultura, la sua o quella di chi legge.

  23. mario scrive:

    Massimiliano, lei è molto confuso, la sua replica segue almeno tre linee diverse. Parla di piccola borghesia planetaria e poi invece di proletariato che avrebbe troppo da fare per guardare i reality (ma in quale Catania vive? Di certo non a Librino, lei i poveri li immagina non li conosce, lei conosce meglio i ricchi). Poi dice che il film è consolatorio mentre prima diceva che era ideologicamente sbagliato perché raccontava che solo il proletariato cadeva nella trappola della tv (lei si consola così?). Decida chi vuole essere alla fine: un reazionario, un rivoluzionario, un qualunquista.

  24. Pingback: FILM stasera su Sky: le recensioni (lunedì 14 ottobre 2013) | Nuovo Cinema Locatelli