Festival di Cannes 2012/ Recensione: il coreano THE TASTE OF MONEY è così scatenato e sgangherato da essere già straculto

Peccati, lussurie, avidità, turpitudini, nefandezze in una ricchissima famiglia coreana: perché si sa, signora mia, i ricchi sono tutti dei porci. Il film più imbarazzante e impresentabile di Cannes, però scatenatissimo e irresistibile come una Dynasty estremo-orientale, con una indimenticabile matriarca carogna che ne combina di ogni. Prima rimani interdetto, poi ti indigni, ma se ti lasci andare e lo prendi per quello che è finisci con il divertirti. Un guilty pleasure. Senza voto.

Il regsta Im Sang-Soo sul set


Do-Nui Mat (The Taste of Money – L’ebbrezza dei soldi)
, regia di Im Sang-Soo. Con Kim Kang-Woo, Youn Yuh-Jung, Baek Yoon-Sik, Kim Hyo-Jin.
In Concorso per la Palma d’oro.

Sì, è il film più brutto, il più imbarazzante, forse davvero l’unico impresentabile di questo Festival, che non si capisce come abbiano potuto selezionarlo e metterlo in corsa per la Palma. Pensare che Im Sang-Soo è lo stesso regista che un paio di anni fa presentò qui The Housemaid, poi piaciuto molto dappertutto, Italia compresa. Ma su quel film ci deve essere stato un equivoco, un abbaglio perché questo è al di là del bene e del male, davvero. Per un quarto d’ora rimani interdetto, quasi non credi a quello che ti passa davanti agli occhi, poi ti indigni, ti incazzi. Poi cedi, ti arrendi, ti rendi conto che il film si è impossessato di te e che, anche se te ne vergogni e non osi dirtelo, lo stai seguendo e ti stai divertendo come mai a questo Cannes. Secondo la non-logica ben nota e più volte analizzata del guilty pleasure: mi fa schifo ma non posso non amarlo. L’ivresse de l’argent (L’ebbrezza dei soldi), il titolo francese, è quello che meglio rende l’idea. Tutto parte dall’assunto che i ricchi in quanto ricchi sono dei porci, dei depravati, corrotti e marci nel pubblico e nel privato, pronti a ogni nefandezza per il potere e il denaro. L’abbiamo già sentita questa storia? Certo che l’abbiamo già sentita, almeno un milione di volte, anche in versione politico-ideologica, però mai in salsa (sud)coreana. Im Sang-Soo ci introduce ai peccati di avidità e a quelli della carne della famiglia Baek, la più potente del paese, a capo di un impero economico di cui non capiamo bene l’esatta tipologia, ma che di sicuro produce una montagna di quattrini, a giudicare da come campano i nostri. Talmente senza scrupoli che non si può non pensare ai demoniaci von Essenbeck del viscontiano La caduta degli dei, certo qui mancano Hitler e il nazismo, però la commistione di vizi pubblici e privati, lussuria e rapacità è quella. Solo che i dialoghi sono ridicoli, da novela anni Ottanta, i personaggi sono tagliati giù con l’accetta, senza la minima sfumatura, senza complessità. Un teatrino perverso dei pupi. Fate conto un Io sono l’amore di Guadagnino ma senza più freni, controlli, inibizioni, pudori. C’è il nonno, su sedia a rotelle ma indomabile, con badante viriloide e lesbo-butch che ti vien paura solo a guardarla, e a cui in effetti vengono affidate le missioni più turpi e segrete della famiglia. C’è Keumok, la capa-matriarca dell’impero, una strega che tiene in pugno tutti con ricatti, minacce e anche peggio quando serve. Il di lei marito, un brav’uomo debole che ha sempre fatto il principe consorte e che adesso se la fa con la cameriera filippina. Il figlio, sempre fuori e dentro di galera per reati tipo evasione fiscale, e la figlia, la meno infame del clan. Più un segretario-guardia del corpo-tuttofare, bravo ragazzo che assiste sgomento alle turpitudini ma leale e fedele ai suoi datori di lavori, e anche lui usato quando serve, preferibilmente come oggetto sessuale. Non vi dico, scene così: il padrone che mette la mano sotto la gonna della cameriera filippina mentre lei serve il potage a tavola, la megera che spia chiunque piazzando telecamere dappertutto, orge nei bordelli locali, la strega che costringe il ragazzotto a scoparla e lui – scena stracult – che dopo se ne torna schifato in camera sua a mangiarsi un limone dopo l’altro per liberarsi dal disgusto. Non è che l’inizio, perché poi è tutta un’escalation di cattiverie e infamie sempre più succulente e divertenti per lo spettatore, da Visconti si passa a un’edizione estrema coreana della vecchia Dynasty con la bitch Joan Collins perfida Alexis, però con molto più sesso. Trionfi di ambienti extralusso in cristalli e metalli design. Chiappe e tette (e anche muscoli maschili se è per quello) in quantità da pornosoft. Perfino una scopata selvaggia nel bagno di un aereo proprio come nel vecchissimo, mitologico Emmanuelle anni Sessanta. Chiccha incredibile: la madre stronza che confessa ai figli esterrefatti che lei il marito l’ha fatto vasectomizzare a trent’anni, subito dopo che loro due erano nati, perché non generasse bastardi con altre donne in grado di accampare pretese sul patrimonio di famiglia. Ci scapperà anche un omicidio. Un feuiletton scatenatissimo, sgangheratissimo, assolutamente irresistibile, girato con la pretenziosità e il glamour di una produzione orientale di lusso. Qualcosa che da noi nessuno oserebbe più girare, al massimo cose così le facevamo negli anni Settanta.

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