(recensione) LA GUERRA È DICHIARATA, gran film che ci commuove senza ricattarci

La guerra è dichiarata, regia di Valérie Donzelli. Con Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, Michèle Moretti, Philippe Laudenbach, Frédéric Pierrot, Elizabeth Dion, César Desseix, Gabriel Elkaïm.
Lei si chiama Juliette, lui Roméo. Si innamorano, hanno un bambino, Adam. Dovranno lottare per salvarlo perché lui, a 18 mesi, verrà colpito da un tumore al cervello. Cosa succede a una coppia quando si ritrova alle prese con qualcosa di tanto enorme? La regista-attrice Valérie Donzelli e Jérémie Elkaïm, sceneggiatore-interprete del film, mettono in scena quello che è davvero accaduto a loro due e al loro figlio Gabriel. Ma questo non è una ricostruzione documentaria, è puro cinema. Donzelli ci commuove, ma si astiene da ogni ricatto, gira con energia, si butta nella romantic comedy e osa perfino il musical. Da vedere assolutamente. Voto: 7 e mezzo
Gran bel film, con una di quelle storie che ti acchiappano e non ti mollano più, la storia eterna e sempre nuova di un bambino da salvare dalla malattia e dalla morte. Film di una giovane regista che l’anno scorso a Cannes, alla Semaine de la Critique, scoppiò come un caso e che ha poi commosso, conquistato la Francia attirando frotte di spettatori. Invece da noi, uscito lo scorso mese, ha stentato in sala, raggranellando un pugno di euro e incappando in un giugno-luglio che è stato tra i periodi peggiori di sempre quanto a incassi cinematografici, colpa dell’estate anticipata forse, o forse no, conseguenza solo della disaffezione del pubblico italiano che ormai espelle come un corpo estraneo ogni titolo non medio, non mainstream, che implichi anche solo il minimo sforzo di comprensione. Vero che i film francesi da noi tradizionalmente non funzionano, tranne qualche rara eccezione come Quasi amici, ma questa storia così universale e così immediata non si capisce davvero perché non abbia suscitato interesse. Se riuscite a beccarlo in qualche cinema, correte, merita, e preparate i fazzoletti, perché questo è uno dei film più strazianti, anche se non ruffiani né tantomeno bassamente ricattatori, degli ultimi anni. Come si può resistere davanti a un bambino di 18 mesi che si ammala di un male letale? Un salto indietro: Roméo e Juliette si conoscono in una disco fracassona e tra una musica spaccatimpani e un ballo si baciano, si innamorano. Quando lui viene a saper del nome di lei sbotta in un “Romeo e Giulietta: mi sa che sei destinata a soffrire”. Parole profetiche purtroppo e pure un po’ menagramo. I due con giovanile baldanza si mettono insieme, vanno ad abitare nella casa di lei, hanno un bambino, Adam. Per un po’ va tutto abbastanza bene, poi – quando il bambino ha 18 mesi – incominciano i problemi veri. Adam non cammina, tiene la testa reclinata, vomita spesso, ha crisi violente di pianto, presenta un’asimmetria facciale. Sulle prime i pediatri rassicurano, ma poi si va a fondo ed ecco il responso, tremendo: tumore al cervello. Incomincia la lunga traversata per Roméo e Juliette, per gli amici, per la famiglia di lei (genitori borghesi più due sorelle) e la mamma di lui (genitrice single, ora accasata con una compagna, sicché abbiamo anche il tocco ultra politically correct della coppia gay). L’intervento di asportazione del tumore, pur se ad alto rischio, riesce perfettamente, ma le cose saranno molto, molto più complicate del previsto. La vita di Roméo e Juliette verrà stravolta, non ci sarà da quel momento che un solo ossessivo pensiero, salvare Adam. Si passa da un ospedale all’altro, medici e infermieri diventano le figure di riferimento, flebo e camici e pillole e camere asettiche e tac elementi quotidiani. Ci si consuma nell’attesa dei risultati dei test, ogni terapia diventa letteralmente questione di vita o di morte tra protocolli consolidati e protocolli da sperimentare. Ora, quel che lascia sbalorditi è che Valérie Donzelli, la regista-interprete, e Jérémie Elkaïm, lo sceneggiatore-attore del film, sono stati davvero una coppia, davvero hanno avuto un bambino, Gabriel, colpito da un tipo assai raro e insidioso di cancro al cervello, davvero insieme hanno lottato per salvarlo, davvero per anni si sono dedicati solo al perseguimento di quell’obiettivo, e qui mettono in scena se stessi e la loro storia, o, almeno, una parte di sè. Cinema come diario, fors’anche come terapia, chissà. Ma non si tratta, come hanno detto più volte i due, di una ricostruzione documentaria della loro vita, piuttosto di un’elaborazione fictionalizzata, fedele e insieme infedele rispetto a ciò che hanno sperimentato, qualcosa che è realtà e finzione insieme, in un ibrido dall’incerto statuto di cui oggi il cinema ci sta dando molti esempi (è il caso anche di L’estate di Giacomo, il film di Alessandro Comodin che ha vinto a Locarno 2011 il Pardo d’oro della sezione Cineasti del presente e in uscita il 20 luglio nei cinema distribuito da Tucker). Donzelli ricorre a una messinscena, a una rappresentazione assai poco naturalistica, e fa bene, non ci aduggia con la riproposizione maniacale del reale, se ne frega di ogni ricalco pedissequo della vita, liberamente fa del cinema, cinema vero, si fida del cinema come mezzo incantatorio e seduttivo peché sa che solo così potrà davvero andare a fondo della sua storia, svelarne e svelarci le trame occulte e gli abissi emozionali, psichici. Sicché orchestra la sua narrazione con un montaggio veloce fino alla frenesia, ricrea la realtà tagliandone via le parti noiose secondo il ben noto aforisma hitchockiano (che non vuol dire tagliare le parti drammatiche, anzi) e facendo spettacolo, grazie a Dio. Tiene d’occhio, oltre al bambino, tutto quello che passa tra Roméo e Juliette, si concentra su come un amore e una passione possano resistere a una devastazione come il cancro di un figlio. Pedina i due protagonisti, cioè se stessa e il suo compagno, nei loro su e giù tra speranze e disperazioni consegnandoci un notevolissimo ritratto di una coppia di questa nostra contemporaneità che cerca di salvarsi, di sopravvivere nonostante tutto. C’è energia nel film, una forza giovane che si fa sentire in ogni sequenza, ma che non è mai giovanilismo, un’energia che lo attraversa e si comunica a noi. Donzelli osa l’inosabile concedendo gran spazio anche a Roméo e Juliette quasi come in una romantic comedy, non permette che il film si trasformi nella pura cronaca del male di Adam, si preserva uno spazio di racconto per evadere e ogni tanto dimenticare. Addirittura immette una quantità notevole di musica (colonna sonora meravigliosa, una delle meglio degli ultimi tempi, si va da Vivaldi e Bach al Morricone di La cosa buffa a Benjamin Biolay al Tema di Orfe0 Negro rifatto in chiave sinfonica) e gira scene in forma di musical, si balla, si canta, come in un Christophe Honoré, che mi pare il riferimento evidente, come, anche, in un Jacques Démy. Solo un’altra regista ha avuto il fegato di raccontare un tema dificile, impossibile, iper drammatico in chiave (anche) di musical, ed è la libanese Nadine Labaki che in E adesso dove andiamo? fa cantare e ballare i suoi attori mentre ci mostra nientemeno che la guerra civile tra cristiani e musulmani che ha sfregiato il suo paese. In fondo, anche qui, nel film di Valérie Donzelli, si tratta di una guerra, e il titolo è lì a ricordarcelo. La guerra è dichiarata sfiora il risultato assoluto, e se lo manca (di poco) è perché cede ogni tanto al sentimentale (quelle scene di troppo in riva al mare), ma va bene lo stesso, molto bene.
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