Locarno Festival 2012. Recensione: WHEN THE NIGHT FALLS, un caso di malagiustizia cinese

Wo hai you hua yao shuo (When The Night Falls), regia di Lian Ying. Con An Nai, Kae Wen, Sun Ming. Cina 2012. Presentato nella sezione Concorso internazionale. Voto: 7
Nel 2008 a Shanghai un ragazzo viene fermato e malmenato da alcuni agenti di polizia perché la sua bicicletta non era in possesso di targa regolamentare. Brutalizzato e sconvolto, cova la sua vendetta. Raggiunge una stazione di polizia, lancia all’interno una molotov, entra e con un coltello uccide sei agenti. Questa, almeno, la ricostruzione ufficiale dei fatti. Il ragazzo verrà condannato a morte per iniezione letale, ma quel che il film ci ricorda è il mancato rispetto di ogni qualsivolglia regola con cui indagini e processo sono stati condotti. Nato grazie soprattuto all’impegno di alcuni militanti cinesi dei diritti umani che faticosamente e soprattutto attraverso la meno imbrigliabile rete cercano di far luce sulle molte zone oscure della giustizia, Quando cade la notte è un doc che, come ormai sempre più largamente nel cinema e anche in questo festival di Locarno, diventa narrazione pura e si ibrida con la fiction. Anzi, il molto buono del film sta – oltre che nel suo evidente e meritorio impegno umanitario – in questa riuscita, sfuggita qui ad altre analoghe operazioni (The End of Time, per esempio). Il regista Lyan Ying, 35 anni, mette al centro del suo doc-racconto la madre del ragazzo (interpretata da un’attrice), è attraverso di lei, attraverso il suo ricordo e la sua voce, che riemergono man mano gli snodi della vicenda. Ma il film non è la ricostruzione militante di una vicenda drammatica, non è solo quello almeno, non urla mai, non è una controinchiesta come invece accade in simili film italiani, è soprattutto la storia della madre, è lei, con il dolore, lo strazio, il lutto, a fare da perno della narrazione. La vediamo sola e smarrita nella sua casa buia, oppure circondata dalle poche persone che l’hanno sorretta, che la sorreggono, nel tentativo di far luce sulla sorte del figlio. Una donna che in fondo, umanissiamente, vorrebbe solo ricordare al mondo quanto suo figlio fosse buono. Emerge un quadro scandaloso della giustizia cinese. Per impedire alla madre di testimoniare la si internò per 140 giorni un un ospedale psichiatrico. I due avvocati non furono scelti da lei ma assegnati d’ufficio e non fecero nulla per mettere in dubbio la versione ufficiale. Incongruenze e contraddizioni non sono mai state chiarite in fase di dibattimento. Il film non trasforma il giustiziato in martire, quelle sei morti – benché oscure – pesano. Con intelligenza, sensibilità e rigore stilistico (la scelta è quella dell’austerità, dell’immagine disadorna senza il minimo orpello, la minima affettazione, e niente virtuosismi registici) Lian Ying ci consegna un notevole ritratto di donna, e apre una finestra su una Cina in penombra. Un oratorio, un epitaffio. Un piccolo film che meriterebbe di girare il mondo, non solo per l’indispensabile messaggio che si porta.

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