Festival di Venezia 2012 (Recensione). IZMENA (Betrayal): dalla Russia un film irritante, spiazzante, tra Hitchcock e Antonioni

Festival di Venezia 2012, giovedì 30 agosto. Secondo giorno della Mostra.
Izmena (Betrayal – Tradimento)
,
regia di Kirill Serebrennikov. Con Franziska Petri, Dejan Lilic, Albina Dzhanabaeva, Arturs Skrastins. Russia 2012. Sezione Venezia 69 (Concorso per il Leone d’oro).

Lui e lei scoprono che i rispettivi coniugi sono amanti. Si coalizzeranno, pedineranno i traditori, finché succederà il fattaccio. Ma cosa è successo davvero? E come è successo? Per i due niente sarà come prima. Un film (forse) sulla passione, la vendetta, il peccato, la colpa, l’espiazione. Un film (forse) che guarda a Hitchcock e ai noir anni ’40. Un oggetto cinematografico strano, ostico, ambiziosissimo, lentissimo, a tratti insopportabile. Oscillante tra la bufala e il grande film. Da odiare e amare insieme. Voto 6+

il regista Kirill Serebrennikov

Primo film tra quelli in concorso, proiettato per la stampa ieri sera e accolto da rari applausi, molti musi lunghi, silenzi perplessi e anche un filo imbarazzati. Che film è mai questo? Era il caso di dare il calcio d’inizio al concorso con un lavoro così sfuggente e inafferrabile e discutibile? Ma la domanda prevalente, sussurrata o no, era: capolavoro o ciofeca? Dio mio, ci sono dei film, soprattutto ai festival, che per quanti sforzi tu faccia sembrano prendersi goco di te, sfuggire a ogni possibile catalogazione e ogni griglia interpretativo-valutativa che ti sei costruita nel cervello in anni e anni di visioni cinematografiche. Izmena è di quelli. Allora, cercherò di render conto di questo strano, fastidioso, irritante film russo cercando innanzitutto di descriverlo, poi si vedrà. Trattasi di una storia di corna, di tradimenti, abbastanza classica, anche se non lo è poi negli sviluppi e nelle reazioni dei personaggi. Qualcosa che parte come uno psycho movie e poi svolta nel thriller, un po’ anche nell’horror, forse pure nel fantastico. Il tutto raggelato in uno stile alto-autoriale di inquadrature ricercate e camera quasi sempre fissa (almeno ci viene risparmiato il ballo di san vito della ormai onnipresente steadycam), ritmo asfissiante lento-lentissimo come si usava in certi Bergman o Dreyer di mezzo secolo fa, personaggi che al dialogo preferiscono il silenzio e il muso lungo, e qui sembra di ripiombare invece in pieno Antonioni incomunicabile anni Sessanta (a conferma che il regista di L’eclisse, L’avventura e Blow-up continua a esercitare un’influenza enorme sui cineasti di ogni dove e di ogni generazione). Durante una visita in ospedale una cardiologa svela al suo paziente steso sul lettino e ricoperto di elettrodi che i loro rispettivi coniugi sono amanti: il marito di lei se la fa con la moglie di lui. Non vuole crederci, il pover’uomo, che sulla fedeltà della consorte non ha mai avuto il minimo dubbio. Sconvolto se ne torna a casa, e per miracolo si salva da un incidente che semina morti e feriti a una fermata d’autobus. Indizio disseminato dal regista per farci capire che il film virerà sul fosco e sul tragico, e difatti. Scopriamo che la cardiologa ha monitorato e controllato ossessivamente per mesi le fughe del marito: dove si dà appuntamento con l’amante, e l’hotel in cui vanno a fare l’amore, sempre la stessa stanza, la 769. Tra i due traditi si stabilisce un’alleanza precaria, forse un’attrazione, forse c’è la voglia di finire a letto per farla pagare ai fedifraghi, per vendicarsi. Intanto vanno insieme (ma è lei, la donna, a guidare le mosse e le danze) in quell’albergo a sorvegliare gli amanti, finchè succederà il fattaccio: i traditori muoiono precipitando dal balcone su cui stavano furiosamente facendo l’amore. Da traditi i nostri si ritrovano vedovi, e finalmente liberi. Ma non riusciranno né l’uno né l’altra a liberarsi dall’ossessione per quello che è successo, veniamo a sapere che non di disgrazia si era trattato ma di omicidio. Seguono, lentissimamente, rivelazioni e colpi di scena, fino a un finale abbastanza annunciato ma parecchio alonato di mistero. Insomma, questo inclassificabile film parte come un’indagine sui malesseri della vita a due, su insoddisfazioni coniugali alla Scene da un matrimonio, si trasforma poi in una sorta di citazione di La donna che visse due volte di Hitchcock (come anche nel film che ha discutibilmente appena vinto il Festival di Locarno, La fille de nulle part), senza dimenticare i noir anni Quaranta con dark lady come La fiamma del peccato e Il postino suona sempre due volte. Solo che il regista gioca di sottrazione, forse nell’idea che meno si dice e si spiega è più fa fico. Si procede per ampie ellissi, e noi lì a chiederci cosa possa essere successo nel frattempo. Lo spaesamento per lo spettatore è grande, e però bisogna riconoscere a Izmena un certo potere perturbante, la capacità di creare un senso soffocato, claustrofobico di attesa e di minaccia. Le ambizioni del regista sono chiaramente altissime, ma il film resta impiombato dal suo essere indeciso tra più generi e tipi di narrazione. È contemporaneamente troppe cose e nello stesso tempo nessuna, senza riuscire mai ad assumere un’identità forte e a trasmettercela. Potrebbe trovare i suoi cultori, come ogni tanto capita alle opere sghembre e irrisolte però con una tensione, una loro strana e indecifrabile necessità interna. Io lo salvo, nonostante i suoi difettacci (compresa la protagonista di rara antipatia). Almeno ci prova ad uscire dall’ovvio, non è di quei film piacioni, come quello che abbiamo visto in concorso subito dopo, Superstar. Ma ci vorrà una ri-visione per capirci qualcosa si più.

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