Festival di Venezia 2012 (recensione). È STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì lascia un segno forte sulla Mostra

È stato il figlio, di Daniele Ciprì. Con Toni Servillo, Giselda Volodi, Alfredo Castro, Fabrizio Falco. Italia 2012. Presentato nella Sezione Venezia 69 (in concorso per il Leone d’oro).
Una bambina viene uccisa, la famiglia intascherà i soldi dal fondo vittime di mafia. Sarà l’occasione per il padre di realizzare il suo sogno: una Mercedes. Storia di straordinaria turpitudine in una Sicilia infernale. Un film rabbioso, atrabiliare, cupissimo. Visivamente formidabile. Una galleria di mascheroni barocchi, deformi e spaventevoli. Ma finalmente un film italiano non piacione, non medio, coraggiosamente, oltraggiosamente estremo. Voto 7+
Ci sono andato con parecchi pregiudizi. Mai stato un entusiasta di Cinico tv e relativo duo registico Ciprì-Maresco, magari un estimatore sì, però la passione mai. Lo spettacolo del turpe, anche se messo in scena con rigore e alto senso dello stile e della forma, mi ha sempre suscitato un qualche rigetto, che volete farci. Però. Però questo È stato il figlio m’è parso una gran riuscita, un film importante soprattutto nel non ben messo panorama del cinema italiano. Storia siciliana, di sicilianitudine assoluta per visceralità, cupi estremismi, umori, amori e disamori. Fors’anche una rischiosa galleria di cliché sulla Sicilia e sul suo degrado fisico, ambientale, morale, che se non l’avesse messa in piedi un palermitano le anime belle del politicamente correttissimo si sarebbero già scatenate. Una Sicilia torva, naturalmente criminogena, postaccio brutto, sporco e cattivo (l’allusione al film di Scola non è per niente casuale, avendo parecchi punti di contatto con questo, a partire dal familismo più darwinianamente amorale) dove ogni pietà è morta, la sporcizia si accumula ovunque, i picciotti più o meno immafiositi imperversano, la burocrazia è sadica, e dove conta solo la pura, animale possibilità di sopravvivere in un universo di sberluccicanti consumi. Nicola Ciraulo, palermitano di un qualche zen periferico (però occhio alle location, il film è stato girato quasi tutto in Puglia onde fruire delle agevolazioni della Apulia Film Commission), mantiene con il suo lavoro di rottamatore di carrette del mare arrugginite la famigli composta da moglie, figlio ventenne e figlia adolescente, più genitori anziani. Lui, che è un Toni Servillo camuffato anche troppo da siculo più vero del vero, si sbatte, ma non ce la fa a garantire una vita decente. Finché un giorno in uno scontro malavitoso ci rimane secca per sbaglio, per pallottola vagante, la figlia Serenella. Le lacrime leniscono il dolore, il denaro anche meglio: un conoscente che ha uso di mondo avverte Nicola che c’è un fondo statale per le vittime di mafia. Facendo debita domanda, la famiglia potrebbe incassare dalle cosiddette istituzioni dei bei soldi come risarcimento. Si mette in moto la macchina burocratica, ma le palanche promesse (230 milioni, siamo in era pre-euro) non arrivano mai. Solo che Nicola e famiglia, troppo prematuramente sicuri del gruzzolo, si son già allargati nelle spese e si ritrovano indebitati finendo nelle mani di uno strozzino. Ma un giorno arriva la tanto attesa telefonata dalla prefettura: i soldi ci sono, anche se meno del previsto. Che farne? Il capofamiglia si impone di autorità e finalmente realizza il sogno di una vita: una Mercedes (o un Mercedes, fate voi), da esibire a vicini e parenti come simbolo dello status raggiunto. La faranno anche benedire, la macchinona lucente e nera, ma non basterà a tenere Nicola e i suoi lontani dai guai. Finirà male, malissimo, con il tribnale di famiglia che farà pagare un innocente. Ora, questa storiaccia al limite del subumano Daniele Ciprì la fa propria, buttandoci dentro acribia, rabbia, addensandola di umori e malumori nerissimi. Ne esce una galleria di mostri repellenti, un personalissimo, celiniano, maledettissimo viaggio al fondo della notte sicula e anche italiana, disperato e disperante. Lo sguardo di Ciprì è implacabile, ogni riscatto è negato. Davanti a noi scorrono corpi e volti deformi (quelle pance esposte al sole, i nei, i bitorzoli, i peli), il sozzo e il laido dominano. Questo film non contempla la bellezza, ma solo il suo opposto, la bruttezza al massimo dell’orrore possibile. Mica c’è da scandalizzarsi. Siamo pur sempre in Sicilia e il barocco, il gusto, anzi il disgusto dell’eccesso e della mostrificazione grottesca sono cose di casa e di tradizione. Inutile chiederci se noi italiani siamo davvero così, se i siciliani, i palermitani sono così, se davvero esistano e siano mai esistite sacche di questa sottoumanità. Questo film è una visione, un incubo, una ballatona grottesca, se volete un delirio. Del resto, di famiglie così animali ne abbiamo viste altre recentemente al cinema, e non erano italiane. Parlo del tremendo clan dell’australiano Animal Kingdom e di quello altrettano ferino dell’americano The Fighter. Semmai il limite di questo film, figurativamente formidabile e con un’impronta autoriale potente e inconfondibile (il segno di Ciprì è in ogni inquadratura, in ogni dettaglio), sta nell’essere, in fondo, ancora e sempre Cinico Tv, nel non riuscire a oltrepassare quell’ormai lontano modello. Daniele Ciprì costruisce mirabilmente – come allora con Maresco – tableaux vivants di barocca sfrenatezza e maestria, porta l’estetica del turpe a livelli paradossalemnte sublimi, ma non riesce sempre, quei tableaux vivants, a connetterli e congiungerli in una narrazione fluida. Stavolta, più che nei precedenti film firmati Ciprì e Maresco, c’è una storia ben strutturata (merito anche di Roberto Alajmo, autore del romanzo da cui il film è derivato). Il racconto c’è, i personaggi pure, ma Ciprì è troppo affascinato dai suoi lugubri mostri per muoverli e animarli lungo un tragitto narativo, preferisce imprigionarli, bloccarli in scene a se stanti e incomunicanti come macchine celibi, in quadri fissi, onde sorvegliarli, scrutarli, osservarli, tenerli avvinti. Ne deriva un film immobile, figurativamente straordinario, di sordida bellezza, ma come museificato, come chiuso in una teca. (Occhio al narratore-cantastorie: è Alfredo Castro, attore feticcio del cileno Pablo Larrain, visto in Tony Manero, Post Mortem e più recentemente in No).

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7 risposte a Festival di Venezia 2012 (recensione). È STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì lascia un segno forte sulla Mostra

  1. Maurizio scrive:

    Il Film è tratto dal romanzo del bravo scrittore siciliano Roberto Alajmo , corregga.

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