Festival di Venezia 2012. Recensione. THE MASTER è magnifico, ma non è il film che ci si aspettava

The Master, regia di Paul Thomas Anderson. Con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern. Usa 2012. Presentato nella sezione Venezia 69 (in corsa per il Leone d’oro).
Un reduce dalla seconda guerra mondiale dalla testa interrotta e bacata incontra il guru di una comunità di fedeli. Nasce tra loro qualcosa che nessuno dei due riuscirà più a distruggere. Qualcosa che ha che fare con il rapporto padrone-servo, maestro-discepolo, ma che non è solo quello. Sullo sfondo, l’America tra anni Quaranta e Cinquanta all’apice del sua potenza. The Master non è un film sulle sette carismatiche, come ci è stato detto per mesi, ma sull’incastro di due vite e due anime. A oggi il migliore visto a Venezia. Voto 8 e mezzo

Finalmente l’abbiamo visto The Master, prima annunciato a Venezia, poi misteriosamente scomparso dalla lista del concorso, poi rientrato all’ultimo momento come film-sorpresa. Stamattina alle 8,15, tre quarti d’ora prima della proiezione stampa in Sala Darsena, c’era già una fila che non finiva più, tant’è che hanno dovuto escludere gli accreditati Industry, dirottati su uno screening successivo. Attesa enorme, e l’attesa (almeno per me) non è andata delusa. Molti applausi alla fine, anche se non fragorosissimi e un po’ trattenuti. È che The Master spiazza, non è quello che ti aspetti, non è un film – come invece si era detto e scritto da più parti –  sulla nascita tra anni Quaranta e Cinquanta di una setta apparentabile a (o echeggiante) Scientology. Sì, c’è un guru fondatore di un qualcosa che somiglia a un gruppo di devoti e fedeli alla linea, Reginald Dodd detto The Master, ma questo strano lavoro di Anderson – forse il più differente, inclassificabile, fuori genere e fuori canone di tutti i suoi – è altro, è su altro. È sulla relazione tra due uomini, un Master in posizione dominante e un ribelle, un outsider, che il Maestro vuole ridurre a discepolo o succube. O comunque far entrare nel cerchio del suo potere. Ma la manipolazione non è così chiara, netta e unidirezionale. Questo intricato rapporto contiene altro, ogni livello ne apre subito un altro ancora, e così via. Forse è un storia di amicizia, di affetto, chissà, anche di amore. A me viene in mente un film come Il servo di Losey, su sceneggiatura di Pinter, anche se Paul Thomas Anderson non ha il dono o meglio la vocazione alla penombra, all’ambiguità, al non detto. Il marinaio Freddie Quell (un Joaquin Phoenix strabiliante) ritorna dalla guerra – la seconda guerra mondiale – come bacato, testa che non funziona più tanto bene, crisi di rabbia selvagge, alcolismo devastante, vita erratica, incapacità di conservare un qualsiasi lavoro. La passione per il bere forte, sempre più forte, lo porta a inventarsi un micidiale intruglio di acquaragia (o altro solvente simile) e superalcolici vari che diventa il propellente della sua vita allucinata. Freddie è uno spettro, scavato nel fisico e dentro, e Joaquin Phoenix gli aderisce in una maniera che impressiona e anche allarma, che è oltre ogni immedesimazione da Metodo, oltre ogni mimetismo pur estremo alla De Niro. Vagando da un posto all’altra, dalla East alla West Coast lasciandosi dietro anche un morto (colpa dell’intruglio) e una ragazza che non si decide mai a sposare, finisce chissà come sullo yacht di tale Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman). Uno che ama farsi chiamare The Master e ha messo a punto un metodo, una terapia (lui la chiama procedura) in cui si mescolano confusamente un po’ di psicanalisi selvaggia, un po’ di esoterismo, una spruzzata di metempsicosi più varie cialtronerie assortite. Uno dei tanti venditori di felicità, uno dei tanti piccoli messia che promettono salvezza e sollievo dal dolore. Ha dalla sua spregiudicatezza e l’abilità di sedurre e persuadere. La sua pratica preferita, cui sottopone i chiamiamoli così pazienti, è di farli tornare al passato, anche alla fase fetale, onde indivduare traumi precoci e rimuoverli. Niente di particolarmente nuovo. Accanto a lui c’è una moglie di ferro (una incombente, minacciosa Amy Adams) che crede in lui, nel suo messaggio e nelle potenzialità della comunità di fedeli in procinto di aggregarsi. Quando Freddie incontra Reginald è un relitto. Misteriosamente tra loro due si stabilisce subito un’intesa, Reginald condivide le bevute del micidiale intruglio, intanto adotta quel senza casa, senza causa e senza nulla un po’ come anomalo discepolo, un po’ come guardiaspalle. Diventa il suo master, sottoponendolo alla terapia. Non pensate a quello che abbiamo visto in tanti film sulla psicanalisi, qui lo psicologismo è ridotto al minimo, ad Anderson interessano più i corpi, le facce, il confronto e scontro tra le menti ha qualcosa, sempre, di carnale, di corporale, di netto, concreto, tangibile, è un confronto di anime solide, mai di puri spiriti. Freddie si adegua alla Causa, sembra accettare la manipolazione, il plagio (ma è davvero un plagio?), in realtà riesce sempre a conservare una sua zona inaccessibile e a influenzare e irretire a sua volta Reginald. Una relazione che non si svolge mai nel chiuso soffocante della casa del Servo di Losey-Pinter. Avviene invece al cospetto degli altri, a partire dalla famiglia di Reginald, la moglie un po’ Lady Macbeth, la figlia, il figlio, il genero. Paul Thomas Anderson ci racconta magnificamente pezzi di America postbellica e quasi eisenhoweriana, con una maniacalità filologica nella ricostruzione degli ambienti, dei decori, delle facce soprattutto (i ritratti di Freddie nella sua fase come fotografo). Scene che non si dimenticano: Freddie costretto dal Master a percorrere infinite volte una stanza fino a sprofondare in una sorta di sperdimento di sè e di possessione; le sue crisi di rabbia selvaggia e quasi omicide, soprattutto se qualcuno osa discutere la figura di Reginald. Freddie scapperà, ma ovviamente ritornerà. Maestro e discepolo, padrone e schiavo (ma chi è il padrone e chi lo schiavo?) non possono stare lontani. Questa è la storia, questo è The Master. Grazie a Dio Anderson non moraleggia sulle sette, ancora meno gli interessa mettere sotto accusa presunti plagi e manipolazioni, a lui importa solo scandagliare l’incastro tra due uomini. Un rapporto raccontato oltre ogni lettura psicologistica, crudamente e in piena luce, sempre. Come se l’interiorità dei due fuoruscisse e si materializzasse. Una storia di anime trattata e raccontata con forza muscolare che incredibilmente assurge a epica. Non per niente, come ha rircordato poi Anderson in conferenza stampa, The Master è stato girato in 70 millimetri, il formato del cinema colossale e smisurato.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, festival, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Festival di Venezia 2012. Recensione. THE MASTER è magnifico, ma non è il film che ci si aspettava

  1. Pingback: Festival di Venezia 2012: LA MIA CLASSIFICA alla sera del 3 settembre (11 film su 18) | NUOVO CINEMA LOCATELLI

  2. Pingback: Venezia Festival 2012/ LA MIA CLASSIFICA dei film in concorso (al pomeriggio di martedì 5 settembre; 14 film su 18) | NUOVO CINEMA LOCATELLI

  3. Pingback: PIETÀ di Kim Ki-duk, Leone d’oro a Venezia, esce il 14 settembre. Trailer e recensione | NUOVO CINEMA LOCATELLI

  4. Pingback: Recensione: IL FILO NASCOSTO, un film di Paul Thomas Anderson. Sì, abbiamo il capolavoro | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi