Festival di Venezia 2012 (recensione). PIETA di Ki-duk Kim oscilla tra il sublime e la spazzatura (più vicino al primo però)

Pieta, regia di Ki-duk Kim. Con Cho Min-soo, Lee Jung-jin. Corea del Sud 2012. Presentato nella sezione Venezia 69 (concorso per il Leone d’oro).
Trucidissimo, come solo i film orientali, anzi coreani sanno essere. Protagonista l’esattore di uno strozzino che taglia mani e gambe ai clienti che non pagano. Ma arriva una donna che sconvolgerà la sua vita. Scene truculente di spazzatura vera, ma anche un occhio formidabile nella messinscena, e una sincerità assoluta che riscatta Pieta e ne fa uno dei titoli forti del Concorso. Con vette kitsch da guilty pleasure. Voto 7
(Premessa:  ma il titolo è Pieta o Pietà con l’accento? Tutte le note ufficiali del Festival riportano Pieta. Trattasi di un refuso o no? La casa di distribuzione, la Good Films, adotta Pieta, senza accento. La domanda è: cosa mai vorrà dire? Forse è la parola latina Pietas che in Corea è stata malamente adottato senza la s finale? Uno dei misteri di questa mostra)
L’abbiamo sempre chiamato Kim Ki-duk, adesso le note ufficiali ci dicono Ki-duk Kim, e prendiamo atto. La solita storia dei nomi asiatici, cosa va prima e cosa va dopo? Quale il primo nome e quale il cognome? Questioni che non riescono a interessarmi, non sono versato in lingue e mondi asiatici (mai avuto uno spiccato interesse, mica ci posso far niente). Intanto i titoli di testa di Pieta ci annunciano che questo è il diciottesimo film di Ki-duk Kim, cosa che non osa mai nessuno. In fatto di narcisismo il nostro non si risparmia nulla, echeggiando spudoratamente il Fellini di Otto e mezzo, nientemeno. Il nostro si autocelebra come Autore Maximo e in effetti potrebbe esserlo. Potrebbe, perché questo Pieta attraversa tutta la gamma dei valori, dalla spazzatura fino al sublime, e il suo regista riesce a essere grossolano, imbarazzante, trucidissimo per poi consegnarci magari la bellezza assoluta. Certo che per farci divertire ai festival come i coreani non c’è nessuno. A Cannes The Taste of Money di Im Sang-Soo (poi visto in giuria a Locarno) ci deliziò con la sua ribalderia ultrakitsch e ultracamp, lo stesso capita qui con Pieta, ormai definitivamente e indiscutibilmente il guilty pleasure di Venezia 69. Chissà come avrà fatto Kim Ki-duk (scusate, lo richiamo alla vecchia maniera, mi viene più facile) a passare per autore di alta sofisticheria orientale, visto che stavolta non si ferma davanti a niente in fatto di grevità, sordidume e varie porcherie. Lo fa con stile (anche se qua e là incerto), soprattutto con una spudoratezza incantevole, come quella di certi bambini che con aria innocente commettono le peggiori nefandezze. È che da questo, che inizialmente sembra proprio un filmaccio, man mano trasudano una sincerità e un senso del dolore, della sofferenza, che ti prendono alla gola, e che tutto riscattano. Hang-do lavora come esattore di uno strozzino e quando i clienti non pagano passa alle maniere fortissime, spezzando gambe, tagliando mani per farne invalidi permanenti e incassarne la pingue assicurazione a saldo del debito. Un macellaio. Si incomincia con lui a letto che si masturba, si prosegue con le sue visite dai clienti terrorizzati e relative mutilazioni; non si ferma nemmeno, il demoniaco esattore, davanti a mamme cieche e invalide di fronte alle quali massacra sadicamente i figli. Dà l’idea di cosa sia Pieta? Non è che l’inizio. Perché poi una donna comincia a pedinare il nostro, lui la maltratta, la minaccia, ma lei non molla. Fnchè arriva la rivelazione da fuilleton: Hang-do, sono la mamma tua che ti abbandonò non appena nato, adesso voglio stare con te, non mi importa che farai di me, anche se mi uccidessi sarei contenta peché espierei la mia colpa. Lui la sottopone a prove durissime, le fa ingoiare cose schifose e la stupra al grido “da qui sono uscito, qui voglio rientrare”. Intanto la macchina da presa inquadra la skyline della città di notte, e tra luci si staglia una grande croce in neon rosso (Kim ki-duk mi par di ricordare sia cattolico e ami disseminare i suoi film di segni cristiani). Il macellaio Hang-do incredibilmente finisce con l’affezionarsi a quella donna, non può più fare a meno di lei, ne diventa psicologicamente dipendente. Per farle capire che ormai le vuole bene e le è definitivamente devoto le dice: “Dimmi cosa vuoi, cosa ti serve, e io te lo procurerò. Hai voglia che ammazzi qualcuno per te? Lo farò”. Ma un giorno lei scompare, lui immagina sia stata rapita per vendetta da uno dei tanti storpi e monchi che ha macellato. Li va trovare uno ad uno, ma la verità, davvero sconvolgente è un’altra, e sarà meglio non rivelarla. Diciamo che Pieta è anche a modo suo un thriller, un giallo psicologico con nella parte ultima un colpaccio di scena davvero rimarchevole. Kim Ki-duk monta il suo teatro sanguinolento, la sua bassa macelleria con un furore e anche un compiacimento che non conosce la minima remora, in un’escalation di turpitudini e laidezze e mostruosità da teatro elisabettiano e pure da grand guignol. O forse con la rozzezza e i sentimenti primari di certo teatro popolare orientale. Ma alla fine ci conquista con la messa a nudo delle ferite vere dell’anima, quel killer e quella madre spargono lacrime e sangue, non sono burattini di un finto teatraccio dell’orrore. Kim Ki-duk – pur muovendosi nelle fogne del sub umano – ne fa dei personaggi veri, vite a noi vicine, nostri prossimi, nostri simili. Certo, Pieta è anche un gulity pleasure pieno di succulente bruttezze, ma la cosa non esclude che sia anche un film straordinario.

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  5. Bel film ,anche s emi è sembraot un po’ troppo derivativo delle precedenti opere del regista. Ecco la mia recensione:

    Da cattolico quale è, Kim si interroga sull’assenza di pietà nell’essere umano, insinuandosi nella vita di un comune criminale di bassa lega, totalmente amorale ed incurante del dolore che provoca, che si appresta a subire un castigo commisurato ai suoi delitti. Tornando a quella disperata crudezza che connota i suoi primi film (Crocodile, Real Fiction, L’isola…), ha realizzato un film dai toni cupissimi incentrato su una lugubre vicenda di squallore umano: ambientato in vecchio quartiere popolare assimilabile ad una baraccopoli africana o ad una favela sudamericana, il film mette in scena vite insignificanti di gente misera che campa con due soldi in mezzo a sporcizia e indigenza. Rifiuti della società che nessuno vuole, esistenze inutili che per sopravvivere si appoggiano ad una mano che sembra amica ma che in realtà è carnefice: l’usura. In questo contesto Gang-do è vissuto tutta la sua vita, perciò è portato ad una specie di atrofia di umanità che non gli permette di provare compassione o comprensione verso chi se la passa (non molto) peggio di lui.
    Due gli unici momenti di pietà in tutto il film: una breve inquadratura dal basso del volto piangente della madre poco prima dell’attuazione del suo misterioso piano (e del conseguente colpo di scena finale), che prova pietà per Gang-do; e lo sconsolato finale, in cui è forse lo spettatore a provare pietà per il protagonista, capace solo alla fine, quando ormai tutto è perduto, di sperimentare, attraverso il dolore più profondo, le emozioni, i sentimenti e gli atti volitivi (in questo caso fare ammenda per i torti inflitti agli altri) che elevano l’uomo a qualcosa di più degli altri animali.
    Girato e montato un po’ forsennatamente con telecamera a mano e sempre un pò mossa, pecca di enfasi in diversi momenti (reiterate scene di pianti) e di eccessi (le interazioni erotiche tra i protagonisti) che finiscono per depotenziare il film, il quale sarebbe stato ancor più incisivo con un registro più asciutto.
    Alcune dinamiche narrative inoltre sono retaggio di opere precedenti del regista (specie la narrazione a tappe che rimanda in primis a La samaritana).

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