Al cinema/ Recensione: PROMETHEUS è un gran film degno dei classici della fantascienza

Prometheus, regia di Ridley Scott. Con Noomi Rapace, Michael Fassbender, Charlize Theron, Idris Elba, Logan Marshall-Green, Guy Pearce. Durata 124 minuti. In 3D.
Chi siamo? da dove veniamo? chi ci ha creati? Prometheus si fa queste basiche domande e si dà (e ci dà) qualche risposta. Alto spettacolo montato da un Ridley Scott tornato in forma, degno dei classici della fantascienza. E, nonostante rischi più volte il sentenzoso e il banale filosofico, ce la fa a diventare qualcosa di molto buono e ad appassionarci. Sì, è il prequel di Alien, ma è anche di più e molto altro. Darkissimo, perfino lugubre, comunque immane. Niente a che vedere con i popcorn movies. Voto 7 e mezzo
Gran film, che riporta la fantascienza al cinema ai suoi momenti gloriosi, il più incisivo e spettacolare del genere dai tempi di Avatar, il più significativo e complesso da Moon di Duncan Jones. Plot qua e là lacunoso, non sempre il massimo della trasparenza, però fondato su un’idea forte, e con il coraggio da parte dgli autori di farsi domande di peso, rischiando – ma che importa se poi si viene altrimenti ripagati? – il ridicolo e l’imbarazzante. Le domande son proprio quelle basiche, insomma da dove veniamo? chi ci ha creati? Dio o altri? Senza menarla troppo, e mescolandolo all’azione, in Prometheus si introduce e si miniaturiazza il dibattito tormentoso tra creazionisti e anticreazionisti, calandolo all’interno della coppia di scienziati protagonista, lei (Noomi Rapace) che dalla croce che si porta al collo si capisce subito da che parte stia, lui (Logan Marshall-Green) sostenitore convinto di una visione del mondo laicizzata, da positivista puro e duro. Sgombriamo subito il campo da un equivoco seppur parziale. Questo film di Ridley Scott non è il prequel del suo mitologico Alien del 1979, o almeno lo è solo in parte, e se con Alien ha decisivi punti di contatto e di incrocio, va poi per conto suo, è opera a sè che apre su discorsi propri e, chissà, su possibili futuri propri sequel. Film di magnificenza visiva come poche volte recentemente, in cui Scott ritrova tutta la sua capacità di montare e creare universi immaginifici iper-saturi, potenti, stordenti come un’esperienza mistica, extracorporea, al di fuori di sè. O come un lungo viaggio allucinogeno. Film, anche, abbastanza in controtendenza rispetto al gusto oggi vincente, più vicino ai classici assoluti della sci-fi (l’eterno Odissea nello spazio, qui citato fin dalla prima inquadratura del pianeta con lo spicchio iluminato, ma anche Stalker di Tarkovsky) così colti, densi, stratificati, che al cinema popcorn a uso delle masse globali dei multiplex. Che difatti hanno reagito così così a Prometheus, ormai assestato sui 130 milioni di dollari d’incasso in America e arrivato ai 380 worldwide, cifre che non sono male, ma certo al di sotto delle aspettative. Il co-sceneggiatore Damon Lindelof, venendo da Lost, immette qualcosa di quel serial di culto (l’esplorazione di un mondo parallelo, l’accumulo di domande che rimandano ad altre domande senza che quasi mai ci siano risposte, secondo la tecnica ampiamente collaudata in Lost dell’intensificazione del dubbio e della sospensione), ma evidentemente non è bastato a convincere gli spettatori ventenni e meno che ventenni. Questo rimane irrimediabilmente un film adulto e non ragazzinesco, il che è forza e debolezza (sul mercato) nello stesso tempo. L’inizio, in un plaga selvaggia e sconosciuta, è subito un concatenarsi di immagini formidabili. Un uomo, o forse è un androide (scopriremo più tardi a quale specie appartenga davvero), dalla pelle come biaccata e metallizzata, viene invaso da qualcosa di sconosciuto che lo divora dall’interno. Poi ci si sposta da qualche parte della Scozia, nell’anno 2089, dove una coppia di scienziati, forse archeologi, forse bioarcheologi o entrambe le cose – Elizabeth Shaw e il marito Charlie Holloway (Rapace e Marshall-Green) – scoprono strani graffiti in una grotta, indizi a loro parere dell’esistenza sulla terra decine di migliaia di anni fa di super creature che avrebbero inventato la specie umana. Quel che segue è una spedizione spaziale verso un pianeta remoto alla ricerca di quella razza di giganti cui, secondo l’ipotesi dei nostri due scienziati, si deve la creazione della nostra specie. Insomma, siamo – letteralmente – al chi siamo? da dove siamo venuti?, siamo all’indagine e alla speculazione sulle nostre origini. Scott e gli sceneggiatori sono però abili a tenersi lontani dagli abissi del kitsch intellettuale e a non sovraccaricare di retorica il plot, miscelando con mestiere la parte chiamiamola filosofica a quella più decisamente spettacolare. La nave interstellare Prometheus, una meraviglia scenografica dentro e fuori, è stata finanziata per motivi oscuri da un signore poco prima che morisse (ma che apparirà in un messaggio-ologramma alla ciurma), ed ora nel suo viaggio è governata con pugno di ferro dalla figlia di lui, una Charlize Theron belva del potere, algida e sinistra, che giustamente qualcuno dopo questo ruolo e quello di Biancaneve e il cacciatore ritiene la vera erede della Faye Dunaway più malvagia, estrema e camp. Tutti ibernati, ovvio, nei loro letti-sarcofago, e tutti risvegliati in prossimità della meta da David, androide costruito dal padrone della nave, che è il personaggio più azzeccato e sfaccettato del film, grazie anche a un Michael Fassbender bravo come e più del solito. David è il maggiordomo della padrona, ma è anche quello che dà l’impressione di saperne più di tutti, studia lingue antiche anzi fossili ed è perciò pronto ad entrare in contatto con i misteriosi padri degli umani. Anche se gli dicono che non ha anima, lui i sentimenti li prova, eccome, e lo dimostrerà pericolosamente nel corso del film. Si guarda e riguarda (ed è una delle invenzioni migliori) Lawrence d’Arabia, suo film di culto di cui conosce a memoria le battute, e vuole somigliare a Peter O’Toole, è biondo come lui, si stira i capelli come lui. L’equipaggio, con in testa il muscolare capitano macho interpretato da Idris Elba, è un perfetto campionario di umanità, dell’umanità migliore e peggiore, onde consentire scontri e battibecchi tra caratteri diversi e opposti. Poi si atterra sul remoto pianeta e subito, penetrando in un cunicolo che si allarga in una sorta di santuario-cimitero, si trovano tracce che confermano l’ipotesi dei due scienziati. Lì hanno abitato i giganti che hanno creato gli umani, e lì sono msteriosamente periti. A causa di che cosa? Liquami e altro materiale organico inquietante indicano che c’è sotto qualcosa di orrendo, e difatti. Niente spoiler, e comunque, visto che questo è (anche) il prequel di Alien, ci siamo capiti, giusto? La parte horror non sposta però il baricentro di Prometheus, che resta fantascienza filosofica, per quanto la definizione possa suscitare rigetto e perfino repulsione (eppure io, che non amo le sentenziosità in salsa sci-fi, ho apprezzato). Il senso di mistero che Scott riesce a comunicarci nella parte di esplorazione del mondo sotterraneo è totale, le scenografie sono grandiose, sinistre e allarmanti, con quel gigantesco faccione da idolo che ci ricorda sia il Mussolini di Amarcord che il mascherone di Zardoz di John Boorman. Si seguono col cuore in gola le scene della tempesta al silicio, ma tutta la parte action è eccellente. Tra le pecche metterei la scarsa trasparenza e coerenza del plot in certi passaggi, soprattutto nella parte ultima, e certe inverosimiglianze (possibile che la coppia di scienziati riesca da alcuni graffiti e poco altro a ipotizzare così perfettamente la pre-esistenza di una razza di giganti creatrice degli umani?). Ma Prometheus è nei momenti migliori spettacolo totale, sci-fi di una qualità degna dei classici. Cupo, darkissimo, per niente consolatorio, dunque lontano dalle visioni ecologico-mistiche di Avatar, questo Ridley Scott non fa sconti. Tutti pagano il dovuto, e anche di più. No, non è roba per platee intossicate di popcorn e vogliose di narrazioni piatte senza troppe escursioni all’in su o all’in giù. Di Charlize Theron si è detto, Michael Fassbender è ancora un volta il migliore di tutti ed è sexy anche come robot (nonostante la gamba corta, diciamolo), Noomi Rapace – che fuori dalla sua Svezia sembra sempre sperduta (vedi il secondo Sherlock Holmes e Passion di De Palma presentato a Venezia), qui è abbastanza convincente, certo non paragonatela all’altra eroina di Scott, la Sigourney Weaver di Alien.

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8 risposte a Al cinema/ Recensione: PROMETHEUS è un gran film degno dei classici della fantascienza

  1. rita scrive:

    non mi è piaciuto il film, troppa morte, puro Alien, e viaggio alle stelle, ma decadente

  2. Psichetechne scrive:

    Mi dispiace, ma non concordo affatto con la tua recensione. Capita. Il film l’ho trovato molto discutibile, sotto vari profili (sceneggiatura con alcuni buchi enormi, interpretazione e dialoghi pessimamente condotti, sequenze buttate lì e risolte in modo troppo veloce). Il “senso del mistero” di cui parli, forse l’avevi visto in “Alien”. Qui invece vediamo un trionfalismo visivo hollywoodiano e basta.

  3. ANTONIO PENNA scrive:

    IMMAGINI BELLE, TRAMA FORSE, BUCHI NELLA STORIA, NON E’ CHIARO CHI HA UCCISO GLI ALLIENI SUL PICCOLO PIANETA ? PERCHE’ C’E’ NE’ UNO ANCORA VIVO, SI SVEGLIA DI COLPO, SPACCA TUTTO E CERCA DI PARTIRE PER LA TERRA, MA HA CAPITO CHE DORMIVA DA TREMILA ANNI ? E SE IL PIANETA ERA UN LABORATORIO MILITARE PERCHE’ IL PIANETA MADRE NON E’ INTERVENUTO IN TUTTI QUESTI ANNI ?? L’UNICA COSA CHIARA, E CHE DOVEVA ESSERE IL MISTERO…………..!!!!!!, ALLA DOMANDA, PERCHE’ SIAMO STATI CREATI, DAL FILM SI INTUISCE IL PROGETTO ALLIENO, LA RAZZA UMANA CREATA……………DOVEVA FUNGERE DA INVOLUCRO PER LO SVILUPPO DELLE CREATURE ALIEN. DA USARE IN SEGUITO COME ARMA PER CHI SA QUALE GUERRA DI MONDI ??? (ES. LA SUPER RAZZA ALLIENA E’ IN GUERRA DALL’ETERNITA CONTRO CHISSA’ QUALE ALTRA POTENTE CIVILTA’, SVILUPPA GLI ALIENS ATTRAVERSO I CORPI UMANI, LI RACCOGLIE E LI INVIA ATRRAVERSO ESCAMOTAGE FUTURISTICI SUL PIANETA AVVERSARIO CONDANNANDOLI ALLA BRUTALE FINE) INTANTO…………………………………….LA POVERA DOTTORESSA SULLA NAVE ALLIENA CO LA TESTA IN MANO DEL ROBOTTINO SE NE VA IN GIRO PER LA GALASSIA A CERCARE CHISSA COSA…..!!!!!!!

  4. Gabriele scrive:

    come può essere un grande classico della fantascienza se il plot e i dialoghi non reggono??? Guardate che uno degli sceneggiatori è l’autore di “The Darkest Hour”, non so se mi spiego… Non è un prequel, questo è vero, infatti è uno scialbo REMAKE, con tutti e identici gli elementi di “Alien” (più qualcosina da “2001”, qualcosa da “Mission to Mars” e qualcosona da “Contact”), ripresi uno per uno, ma rifatti male con l’aggravante dei trent’anni dopo. L’idea degli ingegneri della vita sulla Terra è trita e muffa, davvero, già vista in decine di telefilm molto più avvincenti. Tolti i set – grandiosi – io l’ho trovato ai limiti dell’inguardabile…

  5. fax scrive:

    Una delusione incredibile sto film!

  6. concordo con le stroncature sovrastanti, anch’io l’ho trovato un film scadente, ripetitivo e scopiazzato dal primo Alien. Copio qui la rece del mio blog.

    Sono passati trent’anni abbondanti dal primo Alien, ma la sua fama riecheggia anche nelle più recenti generazioni cinefile. Il franchise di Alien conta film, libri, videogiochi, fumetti, ed ha rastrellato centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo. Poteva Ridley Scott, passati i settant’anni di età e gli innumerevoli successi al botteghino, non tornare alla saga che gli ha garantito fama mondiale? Da estimantre della saga quale sono l’attesa era forte, e la delusione per un prodotto malfatto è stata considerevole. In verità Scott ha saggiamente evitato di proporre in cartellone un “Alien 5”, peferendo realizzare qualcosa di diverso che avesse solo qualche legame tangenziale con la nota saga fantascientifica. Così in questo film, sorta di prequel ambientato 30 anni prima del capostipite della saga, non troviamo personaggi già conosciuti, nè la minaccia aliena così come siamo stati abituati a conoscerla. Lungo le due ore di durata del film conosceremo invece un equipaggio tutto nuovo, alla ricerca di qualcosa che, se trovato, sconvolgerebbe la nostra esistenza: il creatore dell’uomo. Il sospetto dei due archeologi protagonisti è che i nostri artefici siano i membri di una civiltà extraterrestre che ci ha abbandonato al nostro destino per oscure ragioni, e l’intenzione è quella di scovarli e chiedergli conto del loro operato. Ovviamente ciascun personaggio affronta la missione a modo suo: chi rifiuta in toto la possibilità o la volontà di sapere chi ci abbia creati; chi, forte della sua fede cristiana, tenta in ogni caso di far rientrare l’esistenza di specie extraterrestri nella logica di un disegno divino, e chi non si pone questi problemi in quanto cyborg (è il caso di David, intepretato da un glaciale Michael Fassbender).

    Se la prima metà del film è affascinante per le sue ambientazioni (esterni girati prevalentemente in Islanda; interni costruiti in studio e ripese filmate con videocamere Red Epic 3D), la seconda, con la comparsa di creature aberranti, ricade negli stereotipi della saga, ed in particolare in un’imitazione pedissequa del primo film, cioè di quello realizzato dallo stesso Scott. Si ricalcano alcune battute, le dinamiche degli eventi assumono identici sviluppi (questo in tutto il film, per la verità…), persino la parte finale è sostanzialmente identica, in un revival del già visto che lascia abbastanza basiti: sono serviti trent’anni al regista ed ai suoi sceneggiatori Jon Spaihts e Damon Lindelof per giungere alle stesse (in)conclusioni del primo film? L’operazione fotocopia è insomma quantomai palese, anche nella scrittura dei personaggi: Noomi Rapace prende il posto di Sigourney Weaver nell’impersonare una donna comune che da semplice ricercatrice diventa eroina combattente; Fassbender è il solito cyborg dal comportamento ambiguo, erede dei ruoli precedentemente ricoperti da Ian Holm e Lance Henriksen; il resto della ciurma è poco più che carne da macello, ed anche Theron e Pearce hanno parti che non permettono loro di esprimersi granchè. E’ un film che attraverso un imponente apparato tecnico (è uno dei pochi film in cui il 3D funziona e non scurisce l’immagine, grazie ad una color correction operata in post-produzione) e scenografico (con un design ambientale in continuità con le suggestioni visive proposte da Giger e Rambaldi nell’episodio progenitore) propina estetiche viste e riviste in tre decenni di alieni, termina il tutto con un finale aperto che chiarisce poco e lascia più dubbi di prima (porta aperta ad un sequel? Credo di sì) e tenta di nobilitare il tutto con trite interrogazioni sui massimi sistemi cui non si offrono risposte particolarmente originali nè approfondite.
    Deludente.

  7. Frank77 scrive:

    é bellissimo quando vai a vedere un film e trovi qualcuno che è riusciuto a metter per iscritto le sensazioni che hai provato vedendolo.
    Era da tempo che al cinema non vedevo un film così grandioso sul piano visivo.
    Purtroppo molto gente abituata alla paccotiglia da popcorn movies,dove ti spiegano la rava e la fava non l’ha capito.
    Del resto anche quando 2001 usci nei cinema non fu capito da molti.
    Senza per questo voler fare paragoni di merito fra i due film.

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