Venezia Festival 2012/ Recensione. KAPRINGEN (A Hijacking): pirati somali dirottano nave danese. Un thriller eccellente

Kapringen (A Hijacking), regia di Tobias Lindholm. Con Pilou Asbæk, Søren Malling. Danimarca 2012. Proiettato a Venezia nella sezione Orizzonti.
Un mercantile danese viene dirottato a scopo estorsione da pirati somali. Incomincia una logorante partita psicologica in cui è in gioco la sopravvivenza dell’equipaggio. Un film scritto e girato con eccellente mestiere da un giovane regista, che potrebbe rivelarsi un successo internazionale. Voto 7+
Dopo un (limitato) sondaggio svolto dal sito americano IndieWire tra alcuni critici di tutto il mondo presenti a Venezia, questo film danese si è incredibilmente piazzato al secondo posto fra quelli presentati al festival nelle varie sezioni, dopo il primo prevedibilmente conquistato da The Master. Segno che agli stranieri è piaciuto parecchio, mentre come al solito è stato abbastanza trascurato dalla nostra critica maggiore, quella consolidata e istituzionale dei quotidiani cartacei. A ennesima conferma dello strabismo con cui ai festival si guarda ai titoli messi in mostra a seconda della propria appartenenza cultural-nazionale. Certo, viene da chiedersi quale sia il criterio con cui sono stati scelti i film di Orizzonti, visto che spaziavano da un degnissimo prodotto volutamente non autoriale come questo Kapringen al cinema estremo, penitenziale, rigoroso fino all’ascetismo, fino al non-cinema, del cinese Tre sorelle di Wan Bing, poi vincitore della sezione. L’analoga rassegna di Cannes, Un certain regard, è certo stata quest’anno più omogenea di Orizzonti, con criteri di selezione intuibili e decifrabili, anche se forse meno interessante.

Il regista-sceneggiator Tobias Lindholm, 35 anni. Suo anche lo script di The Hunt, film presentato e premiato a Cannes 2012.

La Danimarca comunque a Venezia ha mostrato di volere e di potere entrare nel mercato internazionale presentando prodotti vendibili e appetibili anche a un pubblico medio e vasto, ed è il caso non solo di questo film, ma anche della furbissima romantic comedy di Susanne Bier Love is All You Need vista fuori concorso. In Kapringen/A Hijacking (Un dirottamento) c’è di mezzo come regista e sceneggiatore, dunque come autore totale, quel Tobias Lindholm che ha firmato quest’anno anche lo script di The Hunt di Tomas Winterberg, presentato a Cannes con ottimo esito procurando al suo interprete Mads Mikkelsen il premio come miglior attore. Se là Lindholm prendeva di petto la caccia al capro espiatorio in un piccolo villaggio, qui affronta un tema di cui son piene le cronache internazionali degli anni ultimi, i dirottamenti di navi a scopo estorsione da parte di pirati somali nella parte di Oceano Indiano al largo del Corno d’Africa. Non sbaglia un colpo, il regista-sceneggiatore, realizzando un prodotto avvincente e senza un attimo di noia o cali di tensione, terso e perfetto nella descrizione del fenomeno dirottamento, e insieme altamente spettacolare. Con l’azione che si sposta continuamente e fluidamente dalla nave alla compagnia di navigazione in Danimarca che si trova ad affrontare l’ardua faccenda. La Rozen, piccola nave da carico, è in rotta verso Mumbai, India, quando viene assalita da un manipolo di pirati su uno scafo veloce. Il non numeroso equipaggio viene diviso in due gruppi , e uno non saprà più niente dell’altro, mentre un mediatore (che ci tiene, ed è una delle cose più interessanti del film, a ribadire che lui non è un pirata, ma solo uno che parlando inglese viene ingaggiato in simili occasioni) si incarica di stabilire i contatti con Copenaghen per il riscatto. Soldi, nient’altro è l’obiettivo del dirottamento. Il dramma lo seguiamo attraverso alcune figure più protagoniste di altre, che il film isola e porta in primo piano: sulla nave il cuoco Mikkel, brav’uomo legatissimo alla moglie e alla figlia lassù in Danimarca, e l’ambiguo mediatore, non si sa quanto complice e quanto anche lui impotente di fronte ai pirati (che parlano solo somalo) sempre attaccati ai loro kalashnikov. A Copenaghen intanto si mette su nella sede della compagnia armatrice un’unità di crisi, con un esperto americano chiamato immdiatamente a dare consigli sulle mosse da intraprendere. A incaricarsi della trattativa, che si annuncia naturalmente dificilissima, è il Ceo della compagnia, uomo tosto e inflessibile che non vuole lasciare ad altri quella responsabilità, come invece gli suggerirebbe l’esperto. Dopo l’iniziale speranza che il dirottamento si possa risolvere in pochi giorni, si va per le lunghe. Passano le settimane, poi i mesi. Le richieste di oltre dieci milioni di dollari da parte dei pirati sono considerate inaccettabili da Copenaghen, le posizioni sono troppo lontane, ed è guerra psicologica di posizione. A farne le spese sono gli ostaggi, di cui vediamo letteralmente la dura lotta per la sopravvivenza. I carcerieri giocano con le loro paure, con la loro condizione di inferiorità e fragilità, instillando false speranze e poi minacciando, alternando apparente comprensione a improvvise brutalità, e il risultato è il continuo, inarrestabile degrado della condizione psicofisica dei prigionieri. Cento minuti, tanto dura Kapringen, che scorrono via senza che si guardi mai l’orologio, fino all’imprevedibile finale. Eccellente prova del giovane regista Lindholm, che riesce a confezionare un thriller di livello internazionale pur non avendo a disposizione i mezzi del cinema americano, con una professionalità e anche una sensibilità per i gusti del pubblico globale che qui in Italia è raro vedere. Ma il film è anche pieno di sottigliezze, mai banale, sempre pronto a cogliere e mettere in scena tutto lo spettro, amplissimo, tutte le coloriture del rapporto carnefice-vittima, compresi i momenti di apparente fusione e complicità. Probabile che dopo il lancio veneziano Kapringen venga esportato dappertutto, si spera anche in Italia.

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