Al cinema/ Recensione: L’INTERVALLO, un anomalo camorra-movie in forma di kammerspiel

L’intervallo, regia di Leonardo Di Costanzo. Con Francesca Riso, Alessio Gallo, Carmine Paternoster, Salvatore Ruocco. Presentato al festival di Venezia nella sezione Orizzonti, adesso nei cinema.
Non è il solito film di camorra con sparatorie e cadaveri sui marciapiedi. Qui la camorra è una minaccia, invisibile eppure terribile, che incombe su due ragazzi. Lei deve aver commesso uno sgarro e viene sequestrata e rinchiusa, lui è il coetaneo obbligato a farle da carceriere. Ottima idea, buon cinema della minaccia. Peccato solo per le troppe incongruenze e inverosimiglianze. Voto 6+
Tra i film italiani presentati a Venezia nella sezione Orizzonti, la seconda in ordine di importanza dopo quella del concorso, quello che a sorpresa è piaciuto di più, ricevendo critiche ottime e perfino entusiaste. Dimenticato dalla giuria di Orizzonti, si è preso però ben sette premi collaterali, non ufficiali, quelli assegnati da associazioni di cinema e altro. Bel successo, che pare si sia rinnovato pochi giorni fa alla proiezione al festival di Toronto. Nei cinema italiani dal 5 settembre, L’intervallo ha le credenziali per diventare un caso. Dico subito che quando l’ho visto qui a Milano in una proiezione stampa qualche giorno prima che lo dessero a Venezia, non ne sono uscito entusiasta, e mai mi sarei aspettato una tale accoglienza. Meglio così, ovvio, per il film e per il cinema italiano. L’intervallo si inserisce, anche se con qualche novità e rottura, nel rigoglioso filone del camorra-movie, o se preferite del Napoli-movie di ultima e penultima generazione, quello che ci mostra le devastazioni nella trama sociale e nelle vite individuali indotte da una criminalità organizzata onnipervasiva e di barbarica ferocia. Gomorra come espressione massima del genere, e come precedenti certi film di Antonio Capuano come Luna rossa. Stavolta dietro la mdp c’è uno che si è fatto conoscere con anni di documentari, Leonardo Di Costanzo, qui al suo primo lungometraggio su una sceneggiatura da lui abbozzata già nel 2007 e che solo adesso ha potuto materializzare in un film. Non assistiamo però in L’intervallo alla solita guerra per bande, ai cadaveri che si ammucchiano sui marciapiedi di quartieri degradati, al narcotraffico che su tutto incombe e tutti corrompe, piuttosto a un kammerspiel con due personaggi stretti in un interno del quale la camorra è il punto di partenza e di innesco narrativo, il presupposto e la causa deflagrante, però mai presente nela sua materialità se non nel finale. Camorra assente, eppure nella sua assenza minacciosamente presente perché continuamente allusa, evocata, temuta. Siamo in un’area degradata di una qualche degradata cintura urbana del napoletano. Salvatore, un bravo ragazzone sui 18 anni che già aiuta il padre nella vendita ambulante di granite e gelati, viene obbligato (il come lo apprenderemo più tardi) da un manipolo di delinquenti a sorvegliare una coetanea di nome Veronica, sequestrata e poi rinchiusa per motivi che non sappiamo e non capiamo in un ex ospedale psichiatrico diroccato. Nulla ci viene detto, ma intuiamo (e il farcelo intuire è una delle qualità del film) che la ragazza deve aver commesso un qualche sgarro o sgarbo al capatz del clan camorristico che l’ha sequestrata, che qualcosa di brutto potrebbe succedere quando i suoi rapitori la sera torneranno. Di Costanzo e i suoi sceneggiatori dosano molto abilmente, e quasi pinterianamente, le rivelazioni su ciò che è stato e potrebbe essere, fa muovere i suoi due prtagonisti in una sorta di spazio astratto, rarefatto, su cui incombe un pericolo cui non riusciamo a dare una faccia e una ragione. Il tutto pieno, l’eccesso dell’usuale camorra-movie in cui ogni minimo spazio cinematografico viene saturato di segni e cose (sangue, armi, cadaveri) fino all’effetto e anche all’effettaccio barocco, qui viene negato e ribaltato, ed è a mio parere la grande invenzione o re-invenzione di questo film, che si inscrive in un genere di appartenenza per poi rovesciarne i codici di rappresentazione. Cinema della sospensione, del tempo immobile, del vuoto, come peraltro chiaramente suggerito dal bel titolo. Difficile mantenere la tensione senza cali in un film come questo di soli due personaggi chiusi e intrappolati, come incatenati insieme. Gli autori ce la fanno, pur con qualche sbandamento e vuoto narrativo, e non è risultato da poco. Aiutano i due giovanissimi attori, presi dopo un lungo casting (e perfino uno stage) tra non professionisti, acerbi nella recitazione ma fisicamente assai credibili e aderenti ai personaggi, soprattuto lei. Aiutano i dialoghi, di totale naturalezza, mai artificiosi e letterari, da cui trapelano la mano e l’esperienza del documentarista. I due giocano (son costretti a giocare) il gioco ambiguo e molte volte visto al cinema e a teatro del carnefice e della vittima, del carceriere e del prigioniero, anche se entrambi sanno di essere vittima della stessa brutalità. Ma al ruolo che a loro è stato assegnato non possono sottrarsi, e ne sono consapevoli. Veronica è sfrontata, ribelle, finge una forza e una durezza che forse non ha, Salvatore sembra bonario, ma sa che deve attenersi al suo compito di secondino senza commettere errori e senza debolezze. Stanno su fronti opposti, anche se entrambi sono vittime, sono nemici, ma lo stare chiusi nello stesso spazio inevitabilmente li avvicina dopo l’iniziale diffidenza reciproca. A un certo punto sembra che possa nascere tra loro una qualche complicità, una solidarietà, un’alleanza contro l’invisibile boss che li ha costretti entrambi, ma non può succedere, non succederà. Di Costanzo monta molto bene il suo teatro della crudeltà e della minaccia riuscendo a mettere insieme un film claustrofobico che ti prende allo stomaco e alla gola, fino all’irruzione finale dei cattivi e al chiarimento di ogni mistero. Ultima scena aperta, di cui ovviamente non anticipo niente. Purtroppo i problemi di L’intervallo sono le troppe incongruenze e inverosimiglianze nella costruzione narrativa, i buchi, anzi le voragini di sceneggiatura. Perché un piano così macchinoso da parte del boss e dei suoi scagnozzi? Perché non hanno sequestrato la ragazza e non l’hanno subito processata? Perché rapirla per tenerla rischiosamente chiusa per una giornata intera, affidandone oltretutto la custodia a un non professionista? Perché scegliere come luogo di prigionia un non-luogo abbandonato pieno di vie di fuga? Difatti Veronica scappa, salvo poi pentirsene (e anche questa è un’incongrenza) e tornare indietro. Purtroppo la storia cui assistiamo, pur benissimo costruita nel suo crescendo di tensione, non è abbastanza giustificata e non ha le necessarie stampelle per reggersi. Peccato. Siamo al solito problema di tanto cinema italiano, la sceneggiatura, pur in presenza di un’ottima idea di partenza e messinscena.

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4 risposte a Al cinema/ Recensione: L’INTERVALLO, un anomalo camorra-movie in forma di kammerspiel

  1. roberto silvestri scrive:

    incongruenze? inverosimiglianze? voragini di sceneggiatura? tu dici che bastavano due schiaffoni? non mi pare, anche la piccola camorra ha i suoi fantasisti, no? e qualche boss, anche se dal volto del noioso ragioniere, può sempre vacillare, verso il contorto barocco o il decadentismo nonostante il sadismo da sergente minore… le logiche della ‘malavita’ napoletana (cioé degli alleati più cari della bella vita) non sono né le nostre né solo quelle dei film di johnny to, di martin scorsese, di howard hawks… e non sono per questo rese dal film affascinanti, anzi…per rappresentare veramente la logica dei servi del potere bisogna comunque lasciargli aria, vita, imprevedibilità. se no siamo ai tg di studio aperto

    • luigilocatelli scrive:

      roberto, il tuo commento apre squarci su questo film cui non avevo proprio pensato e, ebbene sì, apre un po’ anche la mia mente. però ai camorristi-fantasisti ahimè non riesco a credere, vorrei ma non ce la faccio.

  2. maurizio braucci scrive:

    Ma dai, signor Locatelli, non ti piccare di poter sapere tutto attraverso il cinema, come ti suggerisce Silvestri, sai le cazzate che scrivono alcuni dell’antimafia e certi giornalisti? Così si è formata molta opinione pubblica sul crimine. Il tuo approccio è razionalista, alla Sherlock Holmes, tu cerchi l’indizio, noi invece abbiamo messo il movente. Devi pensare che la camorra si basa anche sulla ricerca di consenso e che non è vero che uccide e basta, compra e seduce pure. Quindi lascia che il film che abbiamo fatto ti spieghi qualcosa in più, e del resto ci puoi arrivare da te, non è che ammazzano direttamente una ragazzina perché se la fa con uno dell’altro quartiere, prima l’avvertono, un morto innocente fa rumore. C’è la storia vera di Gelsomina Verde, citata nel film, purtroppo finita tragicamente dopo che la richiesta a lei rivolta dal clan non è stata soddisfatta. Vuoi sapere perché la ragazza non fugge? Dove può fuggire una che non è nessuno in un quartiere che è niente? E poi pensi che loro lascerebbero in pace i genitori etc? Ma cos’è la camorra? Un giro di giostra? Inoltre, la questione non è il luogo abbandonato, ma il fatto che la affidino ad un incensurato che poi usa quel luogo come deposito. E’ la persona non il luogo, e in molti sequestri funziona così, sennò li scoprirebbero più facilmente. Vabbè, ti dovrei spiegare tante cose, spero di averti convinto, sennò ti faccio passare una giornata nella sala cinematografica abbandonata Felix nel quartiere Sanità, con la maschera che ti controlla a vista, finché non ti convinci che la realtà è più imprevedibile del cinema o che almeno la loro relazione è complessa ;O) Intanto ti metto 4- in drammaturgia e ti lascio questo link di un recente sequesto di camorra.
    http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/03/19/news/sequestrano_2_ragazzi_ss-31816976/

  3. neanche io. ma non credo neanche ai fantasisti di studio aperto, a proposito di servi del potere. se però bisogna concedergli il privilegio del grande schermo non si può che adottare il metodo scorsese. joe pesci docet.

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