Recensione: PADRONI DI CASA con Germano-Mastandrea-Morandi è una buona sorpresa

Questa recensione è stata scritta lo scorso agosto dopo la proiezione del film al Festival del cinema di Locarno.

Padroni di casa, regia di Edoardo Gabbriellini. Con Elio Germano, Valerio Mastandrea, Gianni Morandi, Valeria Bruni Tedeschi. Italia 2012. Presentato nel Concorso internazionale (in corsa per il Pardo d’oro).
Due fratelli romani arrivano sull’Appennino per risistemare la villa di un cantante ritiratosi da anni per assistere la moglie (ma in procinto di tornare). Sembra una commedia, diventa un tostissimo noir. Quello che sembra un piccolo eden rurale è in realtà un inferno’. E Gianni Morandi rovescia la sua immagina di eterno bravo ragazzo. Voto 7 meno

Chi si aspettava la solita media commedia italiana tendenza romana, vista la presenza del duo Elio Germano e Valerio Mastandrea, è rimasto deluso. Chi si aspettava un buon film invece deluso non lo è rimasto per niente. Parte con toni da nostro cinema popolar-commerciale, questo I padroni di casa, con i due fratelli romani Germano-Mastandrea (coppia perfetta, bisogna dire) specializzati in lavori in bioedilizia (al bio ci tengono, segnala il loro status di manovali acculturati e sensibili) e chiamati sull’Appennino in un borgo fuori mano a risistemare la terrazza di un cantante pop ritirato da una decina d’anni dalle scene per assistere la moglie semiparalizzata dopo un ictus. Lui, ovvio, è Gianni Morandi, che sembra all’inizio rifare se stesso invece macchè, poi rivolta la sua immagina di eterno bravo ragazzo e cocco di mamma, mostrando un fondo spigoloso, duro e pure carogna. Lei è Valeria Bruni Tedeschi, che non parla e tutt’al più mugola, assistita da badante dell’est e soggetta ad attacchi di epilessia. I due de’ Roma capiscono subito che quello non è il villaggio delle favole vecchie e nemmeno delle nuove favole ecologistiche che mitizzano il ritorno alla natura e alla vita rurale. No, quello è un piccolo inferno, con i suoi dannati, i suoi carnefici, le sue potenziali vittime. Si incomincia con una scena di caccia, come in The Hunt di Vinterberg visto a Cannes (cui questo film si apparenta abbastanza), un lupo viene ucciso, e il senso di mincaccia incomincia a farsi spesso, a materializzarsi intorno a cose e persone. I due forestieri hanno screzi con quelli del paese, il padrone di casa Fausto Mieli (Gianni Morandi) dietro l’apparente bonomia nasconde una scorza dura e perfino crudele, la moglie sembra sprofondata in una depressione senza rimedio. I cazzeggioni Germano-Mastandrea cercano di alleggerire con la loro romanità, ogni tanto spunta qualche battuta che ci fa ridere (la migliore: Mastandrea che al triste bar del paesello sbotta in un “se nascevo qui a 12-13 anni ero già un tossico morto, almeno in città ti guadagni qualche anno”). Poi le cose precipitano, anche se è meglio non rivelare come (no spoiler). Comunque scorrerà il sangue, anche parecchio. Il piccolo eden si rovescia nel suo opposto. Il verminaio secerne tutti le sue tossine. Certo, ne abbiamo visti di tanti di film (e romanzi) su apparenti angoli di paradiso rurale che in realtà nascondono la violenza più belluina, pronta a scatenarsi al minimo pretesto e a canalizzarsi su un capro espiatorio, preferibilmente esterno. Un tranquillo weekend di paura, Cane di paglia di Peckinpah, Scene di caccia in bassa Baviera, fino al più recente Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, non dissimile da questo. O il già citato The Hunt di Vinterberg visto lo scorso maggio a Cannes (premio a Mads Mikkelsen come migliore attore). Ma Edoardo Gabbriellini, qui al suo secondo film da regista, attore di Virzì e poi in Io sono l’amore di Guadagnino (che di I padroni di casa è il produttore) dà prova di saper bene condurre la narrazione. Si parte in clima di commedia, a poco a poco la si inquina di indizi e segnali velenosi, in un crescendo piuttosto efficace. Certo, il finale è un po’ troppo affrettato e concitato, con qualche sbrego abbastanza vistoso nella sceneggiatura, qualche inattendibilità di troppo. Ma non lamentiamoci. Un film italiano buono che sa uscire dai sentieri più battuti del nostro cinema e affrontare temi duri e tosti come l’intolleranza e il rigetto dell’estraneo, e lo fa senza toni declamatori e ideologismi, ma creando una narrazione. Uno dei migliori film visti finora a Locarno in un Concorso internazionale che non ha brillato a oggi per opere memorabili, anzi.
Cliccare qui per leggere le dichiarazioni in conferenza stampa di attori e regista

Questa voce è stata pubblicata in festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi