Recensione. STEP UP 4 REVOLUTION: i numeri di danza sono fantastici, il resto no purtroppo

Step Up 4 Revolution 3D, regia di Scott Speer. Con Kathryn McCormick, Ryan Guzman, Alyson Stoner, Adam G. Sevani, Peter Gallegher.
Quarta reincarnazione della saga danzereccia più amata. Strepitosi numeri coreografici (curati da un ex del Cirque du Soleil) e un bella idea di partenza, la street dance come rivolta, protesta e guerriglia. Un Occupy Wall Street a passo di danza. Peccato che tutto venga banalizzato con stereotipi in quantità insostenibile e una storia d’amore sdilinquita. Con un finale così scemo che più scemo non si può e che rovina anche il buono che s’è visto prima (le scene di ballo). Voto 5 meno
Ogni tanto ci vuole un film semplice, a complicazione zero, diciamo pure anche un po’ scemo, suvvia. Il giorno prima di Step Up 4 mi ero visto un film romeno di tre ore al Milano Film Festival, neanche ‘sta gran cosa, e avevo bisogno di un pronto antidoto, ed ecco che è arrivato in soccorso il quarto episodio della serie Step Up, stavolta con l’aggiunta al brand dell’impegnativa parola Revolution. Per essere semplice Step Up number 4 è semplice, il plot mette in scena buoni e cattivi rigorosamente separati e non confondibili, ciascuno a una sola dimensione acciocchè lo spettatore non si confonda con ombre e ambiguità e non sprechi energie a interrogarsi su chi tifare, i buoni sono giovani e poveri, i cattivi sono meno giovani e ricchi, e già questo. I giovani poveri sono pure belli e fighi, gli altri non lo sono per niente, al massimo, se proprio proprio gli va bene, son discretamente conservati. Siamo dunque alla ripartizione binaria, o si sta per gli uni o  per gli altri, anzi, non si può che stare con i buoni. C’è un’idea brillante di partenza, la danza come possibile guerriglia urbana e espressione di incazzatura sociale, però troppo elementarmente utilizzata e applicata nei successivi sviluppi narrativi, dove non c’è mai uno, dico uno sprazzo, un’invenzione, una scommessa, un andare oltre il prevedibile e l’ovvio. Facile dire: ci vogliono ogni tanto anche i film semplici, però qui si esagera, e dopo un po’ ti vien di urlare basta. Per non parlare della tremenda scena finale che, volendo mettere d’accordo tutti e tutto e trovare la concordia anche laddove è impossibile, raggiunge vette di una implausibilità insostenibile e inguardabile, in una sorta di grottesca, involontaria parodia della parte conclusiva di Metropolis di Fritz Lang dove la buona Maria pacifica animi e corpi e seda la rivolta. Per fortuna però in Step Up 4 ci sono i numeri danzerecci, e lì sì che il film dà il meglio e merita (anche se non sempre, non tutti i numeri) di essere visto. Step Up, alla pari di altre serie analoghe che l’hanno spudoratamente copiato, funziona in fondo come il porno, se lì contano solo le scene di sesso e il resto è niente, qui interessano solo i balli e i corpi nelle loro evoluzioni ginnico-acrobatiche, quel che viene prima e viene dopo è un puro pretesto perché quelle scene, le uniche in grado di attirare la nostra attenzione, possano avere narrativamente un qualche senso e compiersi. C’è da dire che questo Step Up Revolution aggiunge stavolta qualche suggestione in più rispetto al puro (chiamiamolo così) dance porn, ci aggiunge un’idea di partenza, quella della danza di strada come rivolta, idea non proprio da buttare, che intercetta certi malcontenti giovanili dell’ultimo anno sfociati in proteste di massa tipo Occupy Wall Street e li svolta ed estetizza in coreografia. Siamo a Miami, palcoscenico massimo di muscolarità e sessualità giovanili sfacciatamente esibite (vedi anche lo Spring Breakers di Harmony Korine visto a Venezia), dove un gruppo di ragazzi che praticano danza da strada in varie forme, la break in testa ma non solo quella, danno vita a una sorta di dance guerrilla, un movimento clandestino con una qualche ambizione di protesta, ma che è soprattutto il viecolo della loro voglia di essere protagonisti, di farsi vedere, di contare, di esserci. Anche perché intendono vincere un referendum lanciato su Youtube che potrebbe portare loro visibilità e quattrini e aiutarli a farsi strada e trovare un posto al sole. The Mob, si sono battezzati, e difatti inscenano strepitosi e scatenati flash mob a sorpresa in mezzo al traffico, dove capita, trasformando la grigia scena urbana in eccitante sfondo delle loro mirabolanti performance di gruppo. Tutte velocissime, tutte acrobatiche e al limite della prestazione atletica da olimpiade, tutte di una bellezza da lasciare senza fiato, e con ballerine e ballerini di altrettanta perfezione tecnica e fisica. Ecco, le incursioni danzate di Step Up 4 sono davvero notevoli, alcune strepitose, c’è la mano di un coreografo che viene dal Cirque du Soleil e si vede, eccome. Il picco è il flash mob nella galleria d’arte, dove i ballerini, prima mimetizzati sullo sfondo delle opere, a poco a poco le animano e ne balzano fuori con effetto irresistibile. Purtroppo però dobbiamo pagare pegno e sorbirci anche una storia d’amore che corre e qualche volta incespica sui pur collaudati binari della passione ostacolata dalle differenze di classe. Protagonista è Sean, primo ballerino ovviamente assai figo della compagnia clandestina e di giorno cameriere nell’hotel di un odioso billionario che vuole distruggere un quartiere popolare di Miami per installarvi i soliti shopping center, hotel, grattacieli-uffici e così via. Ma la figlia di lui, Emily, è una buona ragazza che, guarda un po’, ha come sogno quello di fare la ballerina. Dove credete che andrà a finire? Ma certo, nella crew dei The Mob, anche perché nel frattempo ha conosciuto Sean e si è innamorato di lui e dei suoi muscoli. Amori e sospiri a passi di danza tra i due, ed è sempre meglio quando ballano di quando parlano (tremendi). Intanto The Mob ha deciso di passare all’azione politica contro il cattivo speculatore (che è Peter Gallagher, lanciato una vita fa da Steven Soderbergh in Sesso, bugie & videotape e adesso abbonato alle parti di padre ricco e carogna, vedi oltre a questo film anche Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza uscito qualche mese fa), solo che Sean non sa che Emily è la figlia del perfido. Lei, poveretta, si ritrova così dimidiata, spaccata tra l’amore filiale e l’amore per il fidanzato, bello ma povero e nemico del papà. Angosce, patemi, dilemmi, pianti, crisi depressivi. Però Emily, per non farsi scoprire dai compagni di The Mob di essere la figlia dell’infame, partecipa con loro al flash mob di sabotaggio del progetto speculativo, e anche questo bisogna dire che è un bellissimo numero (loro che irrompono negli headquarters della company in completo nero, cappello e cravatta da businessmen e travolgono e stravolgono tutto e tutti). Poi le contraddizioni verranno al pettine, i ragazzi di The Mob scopriranno che tra le loro file milita la figlia dell’odiato capitalista e non ne vogliono più sapere, nel frattempo il padre scopre che la figlia ha partecipato alla rivolta contro di lui, insomma un casino. Naturale che anche l’amore tra Sean e Emily rischi il collasso. Fnchè si giungerà alla scena finale dove tutti i protagonisti e tutti i destini si incroceranno, e dove ognuno troverà felicemente il proprio posto  la propria strada. Un finale affrettato e davvero troppo scemo per essere digeribile e accettabile, e che finisce col rovinare retroattivamente anche quello che di buono il film aveva fatto vedere fino a quel momento. Anche la coreografia che precede la scena della riconciliazione, coreografia che dovrebbe segnare il climax dell’intero film e mostrarci la presa di possesso rivoluzionaria del territorio del potere da parte dei proletari (insomma, un assalto al palazzo d’inverno a passi di street dance), è in realtà la peggiore, slabbrata, frantumata, senza un centro narrativo forte, dispersa in scene laterali minori senza riuscire a costruirne una davvero egemone. La stupida coazione all’happy end che governa Step Up 4 e chi l’ha realizzato, coazione a un happy end a qualunque prezzo e a qualunque condizione, finisce così con il rovinare anche la parte danzata che fino a quel momento aveva tenuto a galla il film. Peccato. Gli interpreti: Ryan Guzman non se la cava male e chissà se riuscirà a diventare un divo vero com’è capitato a Channing Tatum, l’interprete del primo Step Up, ora attore di massimo successo dopo Magic Mike e La memoria del cuore. Lei, Kathryn McCormick, è stata arruolata nel film dopo la vittoria a un talent, è caruccia, è brava, ma è gelida come l’iceberg del Titanic, mai un fremito, una vibrazione, mai un abbandono, e poi quelle gambe sono troppo ginnasticate e muscolose, le tolgono grazia e leggerezza.

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