Recensione: IL MATRIMONIO CHE VORREI, una fastidiosa predica sul diritto al sesso della terza (e quarta) età

Il matrimonio che vorrei (Hope Springs), regia di David Frankel. Con Meryl Streep, Tommy Lee Jones, Steve Carell. Sceneggiatura di Vanessa Taylor.
Ah signora mia, anche gli anziani hanno diritto alla felicità sessuale. Il matrimonio che vorrei ci impartisce la lezioncina sul bello dell’eros con le rughe però mai domo, mostrandoci una sessantenne frustrata che trascina dal sessuologo il marito che non la desidera più. Così dobbiamo sorbirci tutta la terapia con relativi esercizi di riscaldamento, fino al “date corso alla vostre fantasie segrete”. Ed ecco la povera Meryl Streep nella scena più imbarazzante della sua onorata carriera. Voto 4
Il marketing deve ave scoperto (non è una scoperta così sensazionale, ci si arriva con il buon senso) che c’è al cinema un pubblico di terza e quarta età sempre più consistente dato l’invecchiamento medio della popolazione, pubblico forse (forse) voglioso di storie su misura. Così via con film come Marigold Hotel, enorme e inaspettato successo soprattutto nei paesi anglofoni (meno da noi) e con quell’E se vivessimo tutti insieme? visto l’anno scorso al festival di Locarno e di imminente approdo nei nostri cinema – 29 novembre la data -, curiosa produzione francese dove un gruppo di indomiti settantenni non vuole mollare su niente ma proprio niente, con una Jane Fonda che incarna un’ulteriore battaglia da combattere dopo le tante della sua vita, quella per il diritto dei vecchi a godersela fin quando possono e ad autodeterminarsi e autorganizzarsi senza ospizi, tutele e badanti. Intanto arriva, nel neo filone di resistenza geriatrica, questo Il matrimonio che vorrei che tradisce un po’ il titolo originale Hope Springs, più consono al piatto che il film ci  serve, anche questo su gente di terza età per un pubblico si suppone soprattutto di coetanei. Protagonisti oltretutto due pezzi grossi del sistema Hollywood, soprattutto la signora, la tre volte oscarizzata Meryl Streep, l’ultimo portato a casa l’anno scorso con la Thatcher in Alzheimer di Iron Lady e ormai mito vivente, monumento ambulante a se stessa e alla propria grandiosa carriera. Con lei, Tommy Lee Jones, forse un po’ meno mitologico della partner, ma attore di solido mestiere e sempre alla sua bella età di imponente, rocciosa fisicità.
Dunque, i due sono una coppia qualunque di sessantenni e qualcosa che stancamente trascinano le loro giornate fatte di abitudini decennali in un qualche suburbia (ma il singolare quale sarebbe: suburbium?) di un qualche stato degli States. Kay fa la casalinga avendo sacrificato una possibile promettente carriera alla casa e al fare e tirar su figli (due, ora grandi e accasati), dunque come vuole il consolidato cliché un po’ disperata e un po’ frustrata – al cinema e in tv non si incontrano mai casalinghe felici – , invece lui è un qualcosa tipo consulente finanziario con studio in proprio tuttora preso, presissimo dagli affari. Chiaro che Kay si sente trascurata, e la prima scena è lei che si trucca, si fa bella, si sistema capelli e altro e poi si presenta con aria civettuola in camera del consorte – dormono separati da anni – e lui che non capisce, non coglie: non realizza che sì, insomma, lei vuole qualla cosa là, scopare, o se preferite fare l’amore, o se preferite farsi baciare accarezzare coccolare. Perché signora mia, gli anni passano, ma le voglie e le passioni restan sempre giovani, e i sogni di felicità pure, e non è giusto rinunciarci, anzi bisogna fare in modo che si realizzino al di là di tutto e nonostante tutto, perfino, se necessario, contro le convenzioni sociali e i famosi tabù. Ci siamo capiti, no? Il film è un manifesto anche piuttosto ideologico, benché abilmente confezionato in chiave di romantic comedy per vegliardi con uso di sesso, con tanto, ahinoi, di messaggio incorporato. Che poi è il solito che ci viene propinato in dosi massive dai tempi ormai remoti ma sempre influenti della rivoluzione sessuale: il sesso è felicità, senza sesso si è infelici, il sesso è un diritto per tutti, dunque anche per gli anziani. Perché mai una donna e un uomo – sugeriscono gli alfieri della scopata con le rughe – dovrebbero riunciare alle voglie solo per qualche flaccidume in più e e gli acciacchi e il declino fisico? Ecco, ci siamo. Si son sdoganati i diritti sessuali di tutte le categorie possibili, mancavano i vecchi, almeno nella mass culture, nelle narrazioni mainstream, e adesso con questo film ci siamo, anche questa soglia viene superata e l’orrido tabù infranto. Il matrimonio che vorrei è l’illustrazione pedissequea e iper didascalica fino alla noia di questa chiamiamola così, per mimetismo di linguaggio, istanza. Se la tira da film medio di amori e sentimenti, è in realtà un proclama rigidamente, programmaticamente politico-ideologico. La storia di Kay e Arnold, i due coniugi interpretati da Streep e Lee Jones, è così dimostrativa ed emblematica da sfiorare la parabola brechtiana, solo che manca il genio di Brecht. Chissà perché alcuni critici americani son caduti in deliquio di fronte a questo Hope Springs, qualcuno ha scritto di un coraggioso Scene da un matrimonio in versone middle class americana con il sesso a fare da innesco ed esplosivo delle contraddizioni di coppia, un altro critico (non ricordo chi) l’ha definito “un film quietamente sovversivo”. Trasecolo, devo aver visto un’altra cosa. Tirare in ballo Bergman: ma siamo matti? Non lo dico per lesa maestà, ci mancherebbe, ma solo perché questa è un’opera fin troppo furbastra buttata giù con tutte le astuzie del marketing, e nella sua predica sul diritto alla sessualità dei vecchi somiglia semmai a certi talk (in fascia protetta, dato il tema) o alle orrende lezioncine ammannite da certe sciagurate sessuologhe alla radio, sui magazine femminili, in libracci da cestino e da cesso. Lo sviluppo drammaturgico lo immagini già, passo dopo passo, nel giro di una decina di minuti massimo. Difatti, ecco l’insoddisfatta Kay “che vorrebbe ritrovare l’intimità con il suo uomo”, trascinare il riottoso e ringhioso marito a Hope Springs, cittadina cartolinesca del Maine o giù di lì, dove opera uno psicoterapeuta della coppia nonché sessuologo specializzato in risvegli del desiderio in assopiti coniugi di lunga data. Il gelido Steve Carrel come terapeuta invita i due malcapitati a fare qualche confessioncina: da quanto tempo non scopate? come è stata l’ultima volta che l’avete fatto? Kay, cosa vorresti ti facesse a letto Arnold? Arnold, cosa vorresti ti facesse a letto Kay? Tutto in quel tono felpato e ipocrita da guaritore-imbonitore. Ecco, io la penso proprio come Arnold, che all’inizio recalcitra e ne dice di ogni contro la pretesa terapeutica di mettere a nudo il suo profondo, la sua parte più nascosta, personale. Trovo indecente che uno si permetta di dire a un signore e a una signora con insopportabile arietta da maestrina e tanto di ditino alzato: mi racconti la sua fantasia sessuale segreta. Trovo ancora più indecente che tutto questo diventi un film di pretese emancipazioniste e liberazioniste con tanto di marchio di garanzia liberal. Scherziamo? Il matrimonio che vorrei è tetro, angoscioso e imbarazzante, puzza di ospedale e ambulatorio, è una continua, violenta, inaccettabile violazione della privacy di due poveri essere qualunque con problemi qualunque e più che comprensibili di assenza del desiderio. Invece no, ci vien detto anzi ingiunto che anche da vecchio non puoi tirare i remi in barca in fatto di sesso, che devi continuare a essere all’altezza, a desiderare e farti desiderare. Una catena. Un incubo. Questo film dietro il suo sorriso è in realtà brutale, fissando un nuovo imperativo sociale, quello della perfomance sessuale obbligatoria fino all’ultimo dell’esistenza. Prevedibilmente, il primo step della terapia per Kay e Arnold è: riprovate a toccarvi, ad abbracciarvi. Poi si va un po’ più in là: baciatevi. Poi: cercate di ridestare il desiderio. Poi: date corso a una fantasia sessuale segreta che non avete mai avuto il coraggio di sperimentare. Sicchè vediamo Meryl Streep, dico la tre-volte-oscar Meryl Streep, che prima passa la mano sulla patta di lui (che strabuzza gli occhi incredulo) poi, in una scena di poco successiva, si trascina il consorte al cinema e nel buio, tra un popcorn e l’altro, gli tira giù lo zip e incomincia a fargli un pompino (era questa la fantasia che lei non aveva mai realizzato). Ora, sarò anche un bacchettone, ma perché dobbiamo vederci Meryl Strep fare questo? Certo, quando ha accettato di fare il film sapeva cosa l’aspettava, la sceneggiatura l’avrà pur letta, forse ha pensato che il sostegno a una giusta causa valesse qualche sacrificio, io però resto dell’idea che ci sono soglie che non vanno varcate, pena il ridicolo e la distruzione dell’immagine. Credo sia per questo che Il matrimonio che vorrei, nonostante la propulsione datagli dalle buone critiche, ha avuto in America un riscontro al box office inferiore alle aspettative, a pochi fa piacere vedere un monumento nazionale fare pompini. L’ideologia liberazionista che pervade Hope Springs, il suo proclamarsi manifesto dei diritti degli anziani, non basta a renderlo accettabile al pubblico: il film è e resta un prodotto imbarazzante. Alla regia c’è David Frankel, già autore di due tra le cose più queer e camp degli anni scorsi, Il diavolo veste Prada e Sex and the City (il film). Anche Hope Springs, a ben guardarlo, è assai queer, con quell’insistenza sul sesso quale pozione salvifica e la scena di Meryl chinata nel buio del cinema sull’allibito marito è salvabile e vedibile solo apprezzandone il lato camp. Ma tutta Meryl Streep, ormai somigliantissima a quella cantante melodica dei nostri anni Cinquanta che si chiamava Flo Sandon’s (qualcuno se la ricorda?), è assai camp nel film, con i suoi tremolii, i finti imbarazzi, i bamboleggiamenti, le leziosaggini, le civetterie. Un overacting che si finge naturale, realista, quotidiano, e che è invece ancora una volta una delle sue costruitissime performance mimetiche.

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2 risposte a Recensione: IL MATRIMONIO CHE VORREI, una fastidiosa predica sul diritto al sesso della terza (e quarta) età

  1. pietro maria spadetta scrive:

    nel film non c’e’ una sola scena dove si veda qualcosa di realmente imbarazzante sia per lei che per lui ,ora mi dovrebbe spiegare perche’ vuole portare su un binario morto un film che ha il grandissimo pregio di far vedere come attraverso una terapia ben fatta e ben dosata a volte si possono risolvere problemi stupidi che ci minano la vita.la vita caro signore e’ corta per noi esseri umani e buttare via anche solo un anno o un giorno e’ un delitto che facciaamo a noi stessi.
    che nel film si tratti di una questione sessuale e’ evidente ma questo non vuol dire che il film o i protagonisti debbano svenirne sviliti,se trattato nel modo giusto
    e a me sembra che lo siia…qualsiasi problema puo’ essere trattato e risolto.
    nello specifico poi lo stesso lee ammette di avere lasciato che la sua delusione sessuale lo portasse a reprimersi totalmente,cosa che capita molto fequentemente nelle coppie vuoi per colpa di lei(molto piu’ frequente)vuoi per colpa di lui anche se bisogna ammettere che molti uomini avrebbero bisogno di una bella lezioncina di come praticare il sesso.vedi l’arte del sesso in giappone dove la felicita’ dei due sessi in un rapporto sessuale e’ una base di partenza inprescindibile per arrivare poi ad una fase di perfetta armonia di tempi e sensazioni comuni che fondono un uomo e una donna in quel culmine energetico
    sensoriale che e’ l’orgasmo che quando esplode puo’ portare entrambi a sfiorare
    quell’entita’ che nessuno conosce che chiamiamo DIO.
    lei non crede che ci sia stata data questa capacita’ anche per poter arrivare piu’ vicini ad un essere di amore e perfezione quale e’ DIO ?io credo di si ma senza una visione aperta della vita e dei suoi contenuti e’ molto facile scadere nella negativita’ fine solo a se’ stessa e allora in un tramonto pieno di colri si rischia di vedere solo la fine di un altro giorno

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