Recensione. ARGO è avvincente come pochi film negli ultimi anni (e Affleck si conferma regista non trascurabile)

Argo, regia di Ben Affleck. Con Ben Affleck, John Goodman, Alan Arkin, Adrienne Barbeau, Bryan Cranston, Kyle Chandler, Rory Cochrane, Kerry Bishe. Musiche di Alexandre Desplat. Da giovedì 8 novembre al cinema.

Teheran, gennaio 1980: durante la crisi degli ostaggi americani un geniale agente Cia riesce a portare a casa sei connazionali rimasti intrappolati in Iran. E ci riesce fingendo incredibilmente che siano una troupe cinematografica lì per un sopralluogo. Tutto è accaduto davvero, e Ben Affleck ricostruisce i fatti con eccellente mestiere e mantenendo la tensione altissima. Si resta davvero inchiodati alla poltrona fino all’ultima scena, e scusate se è poco. Politicamente Argo è furbo assai e cerca di accontentare tutti, riabilitando il debole presidente democratico Carter, ma anche la Cia. Un capolavoro diplomatico. Quanto ad Affleck, si conferma ottimo regista dopo The Town: altro che bisteccone. Voto 7
Forse è un attimo inferiore alle attese, che erano da parte mia elevatissime dopo che avevo letto le recensioni quasi compattamente entusiaste degli americani alla sua prima mondiale al Toronto Film Festival. Argo è da allora anche puntualmente in testa a tutti i pronostici per i prossimi Oscar: nomination data per certa come miglior film e a Ben Affleck per la regia. Diciamo che me l’aspettavo un filo più originale e pazzariello e stravagante nello sviluppo di quella sua gran trovata – che poi è la registrazione di fatti davvero accaduti – di usare la finzione del cinema e tutta la sapienza hollywoodiana nell’inganno e nella simulazione per una missione spionistica ai limiti dell’impossibile. Invece la macchina narrativa messa in piedi e diretta da Ben Affleck su solida e molto tradizionale sceneggiatura di Chris Terrio va dritta al suo scopo, bada al sodo, è programmata per avvincere lo spettatore e inchiodarlo alla poltrona e non dargli tregua né scampo, e ogni tentazione di deviare da questa mission viene bandita. Insomma, poteva essere un po’ più visionario e anche virato sul metacinema, sul cinema nel cinema che-guarda-se-stesso, invece è action, puro action senza additivi. Chissà, forse meglio così, cinema diretto e virile e spiccio e trasparente senza troppi strati e significati, senza troppe menate, cinema sodo alla Clint Eastwood, si è detto, e il paragone è azzeccato e non è blasfemo. Argo nella sua rocciosa compattezza ha davvero un che di eastwoodiano e lo stesso Ben Affleck come interprete, sempre più largo di spalle e muscolarizzato e mascelluto, del suo maestro e suo modello dichiarato di riferimento sta assumendo vieppiù una certa inespressività totemica, con una maschera immobile e impenetrabile. Non ditemi che lui è sempre stato così, così inespressivo intendo. Pura leggenda malevola e perfino diffamatoria. Qualche giorno fa in tv l’ho visto in quell’Hollywoodland che a Venezia gli procurò addirittura la Coppa Volpi come miglior attore (esagerati) e lì dimostra di non essere così unidimensionale e rigido come qui in Argo. Film con una qualità che manda subito in ombra i difettucci e le eventuali riserve che si possono avere: signori, è avvincente, davvero ti inchioda alla poltrona, ti fa venire il cuore in gola, si prende tutta la tua attenzione e non si fa più mollare fino alla fine.
Erano anni, credo, che al cinema non mi capitava qualcosa del genere, e la sensazione è stata di riprecipitare a quando non solo si era spettatori più giovani, ma anche più ingenui, e il cinema era davvero una macchina ipnotica e avvolgente che ti risucchiava dentro. Ecco, è possibile che per ottenere questo risultato Affleck e autori abbiano sacrificato tutto il resto, e in fondo se così è hanno fatto bene. La storia è vera, a conferma dell’ovvietà – ma in questo caso sacrosanta – che delle volte la realtà signora mia è un romanzo anzi di più. Novembre 1979. Khomeini è arrivato al potere in Iran, lo Scià è scappato con famiglia e corte portandosi dietro la cassa, l’America e l’Occidente ancora non hanno capito cosa sia successo e stia succedendo laggiù, sgomenti assistono in tv a quelle folle che inneggiano al loro ayatollah e alla purezza dell’Islam, e assistono all’odio antioccidentale che monta sempre più. L’ambasciata americana a Teheran viene assalita e espugnata da un commando di pasdaran, i fanatici estremi della rivoluzione islamista in atto, 52 persone vengono prese in ostaggio. Gli studenti che hanno condotto l’operazione, con l’avallo si suppone di chi sta molto al di sopra di loro, per liberare i prigionieri chiedono che lo Scià venga rispedito in Iran affinchè possa essere sottoposto a processo per i suoi crimini (e, si suppone, giustiziato). Shock dell’America, allora sotto la debole presidenza Carter, e non solo dell’America. Ma sei addetti dell’ambasciata Usa sfuggono alla cattura. Al momento dell’irruzione del commando loro sono fuori: vagheranno per le strade di Teheran finchè riusciranno a infilarsi nella casa dell’ambasciatore canadese e lì troveranno protezione e rifugio. Sono uomini (quattro) e donne (due) della cui fuga gli iraniani non si sono accorti. Il film parte da qui. Come liberarli e riportarli a casa da quell’inferno? Mica li si può lasciare troppo a lungo dai canadesi, prima o poi i pasdaran mangeranno la foglia e saranno guai. Anche perché i truci rivoluzionari hanno messo le mani sulla lista dei nomi degli addetti all’ambasciata Usa da cui si evince che ne mancano sei, e poi da una qualche parte del paese un nugolo di donne e bambini con le loro delicate mani sta pazientemente rimettendo insieme, come in un patchwork infinito, tutte le sottili strisce di carta in cui i documenti scottanti son stati ridotti dai tritacarte dell’ambasciata prima dell’irruzione. È solo questione di tempo, prima o poi le foto dei sei fuggitivi verranno ricomposte, e allora non ci sarà scampo. A Washington e alla centrale Cia sanno che devono agire subito, portar via da Teheran i sei. Già, ma come? Fingiamo che siano esperti agricoli o volontari di un qualche programma di istruzione per bambini poveri di una qualche organizzazione non governativa, suggerisce qualcuno. Ma giustamente l’idea viene bocciata, troppo banale, il piano verrebbe subito smascherato dai furbi khomeinisti. Finchè un agente Cia, Tony Mendez, butta lì un suggerimento brillante anche se apparentemente demenziale e di difficile attuazione: fingiamo che i sei siano membri di una troupe cinematografica appena entrati in Iran per il sopralluogo di un film di fantascienza battezzato Argo, qualcosa sul genere Star Wars però più sul B-movie, e li riportiamo a casa. Le perplessità degli alti ranghi intorno alla proposta son tante, ma poi l’idea viene accettata, anche perché di meglio non ce n’è, e si parte con l’operazione. Mendez (un barbuto e capelluto Ben Affleck, maniacalmente vestito in perfetto look tardi anni Settanta, tant’è che qualcuno, sbagliando decennio e riferimento, ha erroneamente tirato in ballo i manierismi di Mad Men) per rendere credibile la cosa contatta e convince un paio di hollywoodiani veri, il make up artist John Chambers, quello che aveva approntato i trucchi del glorioso sci-fi Pianeta del scimmie e il produttore, ora in declino, Lester Siegel. Con loro, e con altri professionisti, mette in piedi il finto progetto Argo in modo che la stampa specializzata e gli addetti ai lavoi ne parlino e lo prendano per buono, e soprattutto lo prendano per buono anche gli iraniani quando sarà giunto il momento. Nessun dettaglio viene trascurato per la messinscena, la finzione, la simulazione. Storyboard strepitosi, e un party di lancio con gli strati alti e bassi della Hollywood Babylonia (e qui riappare per un attimo, ma lasciando il segno, come attrice specializzata in streghe e stronze galattiche quell’Adrienne Barbeau che fu interprete di culto in film di John Carpenter come Fuga da New York e Fog: bentornata). Ora le basi sono state poste, si passi all’azione. Mendez si fionda a Istanbul (è il terzo film in meno di un mese con location sul Bosforo, dopo Taken 2 e Skyfall) per ottenere il visto d’ingresso a Teheran dall’ambasciata iraniana locale – e qui mi pare ci sia una svista, non mi risulta che a Istanbul ci siano ambasciate, che son tutte ad Ankara, ma solo consolati: correggetemi se sbaglio – e poi via, nella città allora più pericolosa del mondo per un americano, e anche adesso se è per questo. Lì a Teheran Mendez raggiungerà i sei dall’ambasciatore canadese e li istruirà a fingersi membri della crew del film. Come tali, e con documenti e identità adeguatamente falsificati, si presenteranno all’aeroporto per imbarcarsi su un volo Swissair e via verso l’America. Naturalmente non è che l’inizio di una faccenda molto, molto complicata. Visto che i fatti raccontati sono davvero avvenuti, anche se immagino ch qui ci sia un che di romanzesco in più, sappiamo già come andrà a finire, eppure tratteniamo il fiato per una buona ora, come ormai non eravamo più abituati al cinema. Il congegno narrativo messo a punto da Affleck e gli altri è inesorabile, implacabile, non puoi fare a meno di fartene piacevolmente stritolare. Pura azione nel più puro stile hollywoodiano, suspense, tensione, colpi di scena, minacce che si addensano, minacce sventate, l’attesa spasmodica della liberazione. Il tempo e lo spazio che separano i sei intrappolati dall’ambasciatore canadese dal loro liberatorio volo Swissair sono disseminati di rischi e ostacoli, ne succederanno di ogni. Applicando la lezione hitchockiana di Sabotaggio, dove un orologio in sovrimpressione ci indicava quanto tempo mancava all’esplosione della bomba trasportata involontariamente da un ragazzo, Affleck ci mostra i bambini e le donne intenti a ricomporre con le strisce di carta le fotografie dei sei fuggitivi. Un pezzo dopo l’altro, i ritratti diventano via via più intellegibili, rendendo sempre più vicina e probabile l’identificazione, avvertendoci che il rischio sta salendo sempre più, che ci si avvicina al livello di guardia. I ritratti progressivamente ricomposti usati narrativamente come l’orologio di Hitchcock, una trovata di enorme efficacia. Certo, qualche perplessità la si prova di fronte a quanto succede sullo schermo. Com’è possibile che gli iraniani credano che una troupe americana venga in Iran a fare sopralluoghi proprio in quel momento? E com’è possibile che li facciano uscire visto che non risulta nessuna registrazione della loro entrata? Se non fosse davvero successo così, verrebbe da ridere. Ma così è successo, dunque ci arrendiamo. Il clima di quei giorni, di quel tempo a Teheran è restituito da Affleck con grande efficacia. La folla tumultuante, le milizie di pasdaran che spazzano strade e anche case private in cerca di dissidenti o presunti tali da minacciare, bastonare, ammazzare. I corpi degli impiccati appesi alle gru, memento per ogni oppositore. L’odio diffuso antioccidentale, antiamericano. E a me è venuto in mente vedendo Argo un vecchio, meraviglioso kolossal degli anni Sessanta di Nicholas Ray, 55 giorni a Pechino, con gli occidentali asserragliati a inizio Novecento nella cittadella della capitale cinese mentre là fuori infuria la rivolta antieuropea dei Boxer. Argo di quel remoto film, e di tanti altri della tradizione hollywoodiana, ripropone la rigida divisione tra americani buoni in pericolo e non-americani perfidi e minacciosi, e dopo tanto cinema hollywodiano pentitista e terzomondista, ecco un film alla vecchia maniera, un film patriottico vivaddio, schierato senza se e senza ma dalla parte degli Usa e dell’Occidente. Ben Affleck ha detto di essersi ispirato alle spy stories anni Settanta come I tre giorni del Condor e sicuramente, per quanto riguarda le atmosfere e la resa figurativa, è vero. Ma se quel film di Sydney Pollack, riflettendo i tempi suoi e la sensibilità di allora, dipingeva la Cia come nido di serpenti e covo di criminali, qui è tutto l’opposto, l’agente Cia Mendez è, semplicemente, un eroe, anzi l’eroe, punto. Mendez è il buon americano come non se ne vedavano più da un pezzo al cinema. Riabilitazione piena della Cia, ed è uno dei punti di forza di questo Argo. Strano che coproduttore di un film così orgogliosamente vetero-americanista sia un liberal con qualche sfumatura radical quale George Clooney. C’è da dire però che Argo, pur procedendo alla riabilitazione dei servizi segreti, si muove in altri momenti e in altre scene con più cautele e astuzie politically correct e liberal. In fondo, rimette sotto una luce favorevole il discusso presidente democratico Carter, allora accusato di debolezza nei confronti degli iraniani e passato alla storia come il responsabile del disastroso tentativo di liberare gli ostaggi all’ambasciata: uno dei punti più bassi raggiunti dalla reputazione americana nel secondo Novecento. Come qualcuno ricorderà, nell’aprile 1980 un elicottero e un aereo della task force inviata su territorio iraniano si scontrarono e ci furono delle vittime, e i poveri 52 prigionieri rimasero dov’erano, anzi in condizioni peggiorate. Qui in Argo invece Carter diventa il presidente che, avallando l’operazione, rese possibile il salvatagaggio dei sei rifugiati dai canadesi. Coraggioso ed eroico. Quanto al fallito tentativo di liberazione degli ostaggi, il film non ne fa il minimo accenno. Di insopportabile correttezza politica è poi il prologo, salutato invece da un importante e assai chic magazine americano come la cosa migliore del film (ah, il radicalscicchismo newyorkese): intendo quella ricostruzione-spiega veloce e molto didascalica della storia dell’Iran. Ecco l’indipendenza, ecco il dominio della dinastia Pahlavi, poi l’esilio dello Scià in seguito alla presa di potere del socialisteggiante Mossadeq. Gli autori del film son tutti per il ribele Mossadeq, e dipingono il successivo golpe contro di lui, la sua destituzione e il ritorno dello Scià come un complotto americano e occidentale dettato dai sordidi interessi petroliferi nell’area e dall’anticomunismo più paranoide. Ancora peggio è dipinto il regime di Reza Pahlavi, sentina di ogni vizio e nefandezza: torture, uccisioni dei poveri e dei dissidenti, corruzione, anti-islamismo. Argo sposa la vulgata anti-Scià (non priva di supporti e giustificazioni, intendiamoci, solo assai unilaterale e semplificatrice), mette le mani avanti e quasi giustifica la rivoluzione khomeinista come sacrosanta rivolta contro il dispotismo di Reza Pahlavi. Salvo poi contraddirsi nel procedere della narrazione, descrivendo la rivoluzione quale fanatismo e antidemocrazia. Ne risulta un strana ambiguità ideologica, un’incertezza, un’oscillazione che per fortuna l’incalzare dell’azione e degli eventi poi cancella e che però sottotraccia restano rendendo Argo un testo assai interessante per ciò che di volta in volta dice, non dice, contraddice, mostra, tace, allude, manifesta e silenzia. I crediti finali, ringraziando questo e quello, sono un mirabile esempio di diplomazia o, se preferite, di paraculaggine, e la paraculaggine massima resta quella di far sentire la voce di Carter senza accennare mai, dico mai, al fallito tentativo di liberazione degli ostaggi. Con simili testi e sottotesti Argo non può che essere un film profondamente americano e naturalmente destinato al pubblico americano. Che poteva reagire anche disertando le sale, perché tuttora non fa piacere al qualunque Mr. Smith assistere alla storia di un pugno di connazionali intrappolati da alcuni fanatici in una lontana parte del globo. Poi lo shock in seguito all’assalto all’ambasciata americana di Bengasi con la morte del suo responsabile era recente e poteva far sentire il suo effetto. Troppi fantasmi aleggiavano su Argo rischiando di mandarlo a picco al box office. Invece, dopo le recensioni strepitose ottenute a Toronto, il film ha realizzato buoni anche se non eccezionali risultati nel suo weekend di lancio. Ma a stupire è stata ed è la sua ottima tenuta. Da una settimana all’altra il calo degli spettatori è contenuto, gli incassi restano pressochè costanti, assommando a oggi a un’ottantina di milioni di dollari, con prospettive di ulteriore miglioramento soprattutto in caso di premi. Quando un film marcia così, con questa costanza e continuità, senza flessioni, vuol dire – garantiscono gli esperti di marketing – che il passaparola è buono (in America lo chiamano word-of-mouth). La gente va a vedere Argo perché chi l’ha già visto è rimasto soddisfatto e ne ha parlato bene spingendo gli altri al cinema. Difatti il sito CinemaScore, che valuta il gradimento da parte degli spettatori ai film, gli ha assegnato il massimo, A+, uno score raramente raggiunto. Resta da vedere se piacerà altrettanto fuori dall’America, soprattutto nella smaliziata Europa e nell’Italia così intrisa ancora di umori anti-Cia. Qui molti storceranno il naso di fronte all’eroico e geniale agente Tony Mendez che contraddice lo stereotipo della ‘Cia ci spia e non vuole più andare via’ cristallizzatosi in tante menti fin dai settari anni Settanta. Tra i trionfatori del film ci sono John Goodman e Alan Arkin, rispettivamente il make up artist John Chambers e il produttore Lester Siegel, dati per piazzatissimi nella imminente stagione dei premi nella categoria best supporting actor. I retroscena dell’operazione Canadian Caper, come fu battezzata in codice la liberazione dei sei a Teheran, rimasero per lunghi anni secretati negli archivi di Langley finché nel 2007 un’inchiesta di Wired America li ricostruì e rese pubblici. Ma il film molto deve anche al libro di memorie scritto dallo stesso Tony Mendez, The Master of Disguise. In questo eccellente action, girato con tocco così virile e asciutto da Ben Affleck, resta in secondo piano l’aspetto più sottile della vicenda, quello del cinema come finzione, simulazione, messinscena, gioco di ombre però in grado di incidere sulla realtà e anche di salvare la vita. Qualcosa del genere lo aveva già mirabilmente girato quel genio di Ernst Lubitsch in Vogliamo vivere! (Essere o non essere), anche se là a salvare i perseguitati era il teatro, non il cinema. Chissà se Affleck lo ha visto e ne ha tenuto conto. A occhio, direi di no. Non mi pare autore versato in sofisticate e lamiccate operazioni, uno che ami rispecchiarsi e perdersi in giochi citazionisti o farsi attrarre dai labirinti e dagli abissi del metacinema. Dicono sia il nuovo Eastwood. Ve lo immaginate Clint che se la tira e se la mena con le sottigliezze un po’ depravate del cinema che riflette se stesso e su se stesso?

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4 risposte a Recensione. ARGO è avvincente come pochi film negli ultimi anni (e Affleck si conferma regista non trascurabile)

  1. DanielaC. scrive:

    Mi è piaciuto molto questo film. E mi ha confermato che,a mio avviso, Affleck è più bravo come regista che non come attore. Lei che ne pensa?

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