Recensione. LA SPOSA PROMESSA: un matrimonio combinato e complicato in una comunità chassidica di Tel Aviv

La sposa promessa, un film israeliano nei cinema da giovedì 15 novembre. Presentato lo scorso settembre al Festival di Venezia con il titolo Fill The Void, ha procurato alla sua protagonista Hadas Yaron la Coppa Volpi come miglior interprete femminile. Il film è stato designato da Israele come proprio candidato al prossimo Oscar per il miglior film in lingua straniera.
Ripubblico la recensione scritta allora, subito dopo la proiezione a Venezia e prima che fossero assegnati i premi. Aggiungo che la regista Rama Burshtein appartiene, come ha detto in conferenza stampa, alla comunità chassidica di Tel Aviv in cui si svolge la vicenda del film, comunità di cui accetta pienamente le regole, matrimoniali e non.
Fill The Void (Lemale Et Ha’chalal) di Rama Burshtein. Con Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chaim Sharir. Israele 2012. Presentato nella sezione Venezia 69 (in concorso per il Leone d’oro). Voto 7
Un film israeliano che è molto piaciuto al pubblico e potrebbe diventare un successo. Parte come dramma, svolta in classica commedia matrimoniale. Siamo a Tel Aviv nella comunità chassidica: Shira ha 18 anni, e i suoi vorrebbero che sposasse il govane cognato rimasto vedovo. Non è che l’inizio di una complessa partita che culminerà in un fragoroso finale.

La regista Rama Burshtein a Venezia lo scorso settembre.

L’ex direttore artistico del festival di Locarno Olivier Père – si è dimesso dall’incarico solo pochi giorni fa – in un’intervista rilasciata al magazine online Rapporto confidenziale ha detto cose interessanti e acute sul cinema israeliano. Un cinema, secondo Père, che tradizionalmente ruota intorno a due temi cardine, la guerra e la religione, mentre lui da direttore di Locarno si è sempre sforzato di portare da quel paese film che fuoruscissero dallo schema e affrontassero altri temi, come Hashoret (in concorso l’anno scorso) e quest’anno il molto, molto interessante Not in Tel Aviv. Quando ho letto sul sito della Mostra di Venezia la breve presentazione di Lemale Et Ha’chalal (Fill the Void, riempi il vuoto), uno dei 18 titoli del Concorso, ho pensato: ha proprio ragione Père, ecco l’ennesimo film israeliano a tema religioso come se ne sono già visti tanti. Le note parlavano difatti di una famiglia della comunità chassidica di Tel Aviv che spinge la figlia diciottenne a sposare non il ragazzo che vorrebbe, ma il cognato rimasto vedovo dopo la morte per parto della sorella di lei. Tutto sembrava rientrare nello schema, anzi nello stereotipo: le regole ferree imposte dalla tradizione, le ragioni del cuore negate, l’oppressione femminile. Sicchè sono andato a vedere questo Lemale Et Ha’chalal senza particolari aspettative. Invece, come spesso capita ai festival, il film s’è rivelato essere tutt’altra cosa. Sì, siamo in una comunità chassidica, sì, siamo in una famiglia utrareligiosa e ultrarigorosa, sì, gli uomini (apparentemente) decidono e le donne (apparentemente) subiscono. Sì, Shira è una ragazza che (apparentemente) non ha controllo sulla sua vita. La libertà di scelta per una ragazza sembra non esistere, i fidanzamenti e i matrimoni sono combinati e passano attraverso patti rigidamente regolamentati tra le famiglie, tant’è che Shira per vedere che faccia abbia il fidanzato cui inzialmente è destinata, lo deve pedinare insieme alla madre al supermercato. Figurarsi la platea politicamente corretta della Sala Darsena: subito a scandalizzarsi e indignarsi, perché così non si fa, ma come signora mia ancora esistono di queste cose? ma è una vergogna! Poi succede il fattaccio: Esther, la bellissima sorella maggiore di Shira, muore di parto. Da qui il film svolta e, nonostante il dramma di Esther, man mano si trasforma in una classicissima commedia matrimoniale, irresistibile e assai godibile, anche molto divertente. Dalla quale tra l’altro si evince che le donne in amore solo formalmente sono succubi, in realtà spesso conducono sapientemente il gioco, e nulla succede senza il loro consenso.
Qualcuno l’ha già definito Il mio grosso grasso matrimonio ebraico, e non siamo così lontani dal vero. A me è venuto in mente vedendolo perfino I maneggi per maritare una figlia di Gilberto Govi, giacchè le strategie per il miglior accasamento possibile di una ragazza sempre quelle sono, in ogni cultura e a ogni latitudine. Dunque, muore la povera Esther e il giovane vedovo Yochai piange inconsolato cullandosi il piccolo Mordechai. Dolore immenso per la famiglia di lei, per quel brav’uomo del padre, per la madre, per Shira. Ma il posto accanto a Yochai non può rimanere vuoto a lungo, ed ecco che arriva per lui una proposta di matrimonio dal lontano Belgio, da parte di una vedova con due bambini (“La conosci?”, gli chiedono. E lui. “È un’amica d’infanzia, ma non ricordo neanche la sua faccia”). Che può fare un giovane uomo devoto, sempre impegnato con gli studi di Talmud e Torah e con pargolo a carico, se non accettare? C’è bisogno di una donna che si occupi di lui, e del bambino. Ma la mamma di Esther non si dà pace, piange all’idea che il nipotino Mordechai venga portato in Belgio e lei non lo possa più vedere. Così escogita l’idea di far sposare Shira e Yoachai. Tutto si risolverebbe, tutto resterebbe in famiglia. Non è che l’inizio di una partita complicata e sottile giocata da più giocatori: Shira, Yochai, la madre e il padre di Shira, il primo fidanzato di lei e relativa famiglia, la zia di Shira. Con patecipazione speciale e risolutiva di un saggio rabbino. Colpi di scena e imprevedibili capovolgimenti di fronte si susseguono, alleanze si creano e si spezzano e si ricreano. Tattiche e strategie che neanche Von Clausewitz e Sun Tzu. Shira si rivela tutt’altro che indifesa e all’occorrenza sa tirar fuori le unghie. Un girotondo che si segue senza un attimo di noia, scritto benissimo e benissimo recitato, fino al gran finale che lascia pienamente soddisfatti protagonisti e spettatori (e comunque si fa fatica a capire come mai Shira resista al cognato strafico anche se vedovo per ostinarsi a volere quell’altro, che è ciospo e pure antipatico). Grandi applausi a fine proiezione, ma anche molti fischi (che c’entri lo scarso amore – uso un eufemismo – nei confronti di Israele?). Un film già acquistato per l’Italia da Lucky Red che di sicuro piacerà molto al pubblico femminile. Certo non è roba per cinefili puri e duri, la regista Rama Burshtein (al suo primo lungometraggio) non sembra coltivare ubbie autoriali e preferisce mettersi al servizio della storia e del racconto con una direzione funzionale, spiccia, solida, efficace. Però occhio, Fill the Void dopo questo lancio veneziano potrebbe anche diventare un successo art-house internazionale. (Riflessione a margine: forse i matrimoni combinati non sono poi quel gran disastro).

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