Recensione. ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI, un film à la Pasolini nella Roma (multietnica) di oggi

Alì ha gli occhi azzurri, un film di Claudio Giovannesi. Con Nader Sarhan, Stefano Rabatti, Brigitte Apruzzesi, Marian Valentin Adrian, Cesare Hosny Sarhan, Fatima Mouhaseb, Yamina Kacemi. Sceneggiatura Claudio Giovannesi, Filippo Gravino. Fotografia Daniele Ciprì. Presentato in concorso al Festival di Roma.
Titolo che è una citazione pasoliniana. Ma tutto il film è sotto il segno di PPP, nel suo raccontarci i nuovi ragazzi di vita e di borgata. L’Alì del titolo è Nader, nato in Italia da genitori egiziani. Ha una ragazza che i suoi non accettano, per questo se ne va di casa. Alì ha gli occhi azzurri ci racconta una settimana (i giorni sono scanditi in italiano e in arabo) nella sua vita, tra vuoto, disperazione, derive criminali, tra i detriti di una periferia degradata. Accattone oggi. Con un’ambiguità: Alì è documentario e finzione insieme, e mescola troppo rischiosamente i due generi. Ha altri difetti: è irrisolto, è troppo lungo, non ha un asse narrativo forte e deciso. Ma è un film che grazie a Dio esce dalla medietà e dalla piacioneria, e merita rispetto. Voto 6 e mezzo

È sotto il segno di Pasolini, questo Alì ha gli occhi azzurri. Fin dal titolo derivato da una poesia di PPP, Profezia, 1962-64, che fu scritta e impaginata e voluta dal suo autore a forma di croce (come potete vedere a questo link). Sono parole, quelle di Profezia, che turbano per quanto son chiaroveggenti, e non è retorica dirlo. Provate a leggere:

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini (…)
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camicie americane.

E più avanti:
… dietro ai loro Alì
dagli Occhi Azzurri – usciranno da sotto la terra per uccidere –
usciranno dal fondo del mare per aggredire – scenderanno
dall’alto del cielo per derubare – e prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra

per insegnare a essere liberi (…),
distruggeranno Roma.

Loro chi? Gli Alì dagli occhi azzurri sono gli uomini del sud del mondo che arriveranno spinti dalla fame. Pasolini li descrive disperati (‘sbarcheranno a Crotone o a Palmi a milioni’), portatori insieme di liberazione e pericoli (‘prima di giungere a Londra per insegnare a essere liberi… distruggeranno Roma’). Visione ambivalente. Impressionante anche per come prefigura quanto sarebbe successo decenni dopo perfino in certi dettagli: gli sbarchi e quegli stracci asiatici (il made in China!).
A questo inquietante testo il regista Claudio Giovannesi ha attinto per il titolo e non solo. Tutto Alì ha gli occhi azzurri è un omaggio e insieme una citazione dell’universo (scritto, filmico, esistenziale) di Pasolini, nel suo presentarci e raccontarci un nuovo sottoproletario, nuovi ragazzi di vita, nuovi ragazzi di borgata vagare attraverso i detriti hinterland-metropolitani della Roma di oggi, come Accattoni contemporaneizzati, come, soprattutto, i ragazzi protagonisti di quel meraviglioso film che era La notte brava, diretto da Mauro Bolognini (rivalutare!) e scritto da PPP. L’Alì del film si chiama Nader, è di famiglia egiziana ma nato in Italia, immigrato di seconda generazione come dicono i sociologhi dalla definizione facile, dunque diviso e confuso tra due mondi, due universi culturali e sociali, due appartenenze che tendono più a confliggere (dentro e fuori di lui) che a compenetrarsi. Gli occhi azzurri Nader non ce li ha, se li procura mettendosi lenti a contatto colorate (e non si capisce se questa sia un’annotazione ironica o meno da parte del regista).
Nader – e qui incomincia il bello e pure il complicato del film – è in parte personaggio di finzione e in parte no, tutto il film del resto è sospeso tra la registrazione documentaria e l’invenzione, come ormai succede sempre più spesso al cinema, si pensi solo a L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin, Pardo d’oro Cineasti del presente al festival di Locarno 2011, o a La bocca del lupo di Pietro Marcello o allo stesso Cesare deve morire dei fratelli Taviani Orso d’oro all’ultima Berlinale. Ed è un’ambiguità non sempre felice, che anzi comporta a mio parere i suoi bei rischi. Naturalmente la si spaccia volentieri come nuova frontiera di un cinema più arrischiato e coraggiosamente vicino al reale e sempre meno escapista, consolatorio, elusivo. Più vero, più onesto, più trasparente, più sincero, meno ipocrita: si suggeriscono volentieri categorie, oltre che estetiche, etiche per invocarne e proclamarne la superiorità. Ma Alì dagli occhi azzurri, come già L’estate di Giacomo (vedi la mia recensione da Locarno), ci indica come l’operazione sia piena di chiariscuri. Allora: l’attore protagonista, Nader Sarhan, interpreta un personaggio che porta il suo nome, che come lui è immigrato di seconda generazione. I genitori che appaiono nel film sono i veri genitori dell’attore, Brigitte, la ragazza del protagonista, è Brigitte Apruzzesi, la vera ragazza di Nader Sarhan. Allora il film è un documentario su di lui, come questi pesanti, vistosi indizi lascerebbero pensare? Macchè, non è così semplice. Altri personaggi non portano gli stessi nomi degli attori che li interpretano, il che ci fa capire che ci inoltriamo (anche) in un territorio di fictionalizzazione. Se ho ben capito, tutta la parte che riguarda i conflitti di Nader con i genitori, in particolare con la madre che non accetta la sua ragazza italiana e vorrrebbe per lui un’egiziana e musulmana, riflette abbastanza fedelmente la realtà di Nader Sarhan. Lo stesso i problemi che il protagonista ha a scuola, le discussioni con l’insegnante sul crocifisso alla parete, che lui strappa. Lo stesso il suo essere diviso tra due culture, come ci rivela la battuta migliore e più significativa: “Loro sono proprio retrogradi, proprio arabi”, sbotta Nader a proposito dei genitori, e quando gli controbattono “ma perché? non sei arabo anche tu?”, lui: “No, io sono italiano”. Dialogo da mettere sotto teca sociologica. Solo che Alì ha gli occhi azzurri non si ferma lì, ci racconta e ci mostra molto altro di Nader (il personaggio, intendo): rapina insieme all’amico Stefano una farmacia, in una discoteca accoltella un ragazzo est-europeo, scappa di casa ed è disposto a tutto o quasi per sopravvivere: la questua, e una rapina con gli amici a una prostituta romena (la adesca un altro romeno, amico di Nader e Stefano, e mentre lei gli fa un pompino, e mentre parlano tra una succhiata e l’altra di Romania e delle rispettive città di origine, intervengono i due a portarle via i soldi, e più Pasolini di così non si potrebbe). Non bastasse, Nader/Alì (che ogni tanto ha gli occhi azzurri e ogni tanto no, e Brigitte gli dice di smetterla di fare il narciso con quelle lenti) si compra una pistola per difendersi dal fratello del ragazzo accoltellato che vuole vendicarsi. Non proprio delle cosette edificanti. Ma queste son realtà o fiction? D’accordo, va bene la commistione dei generi e dei linguaggi, il proclamato oltrepassamento delle differenze, ma qui un po’ di ordine va fatto, perdio: se vogliamo raccontare la storia di Nader Sarhan, della sua fidanzata Brigitte, dei genitori di lui e di quelli di lei, facciamo un bel doc anche con un bell’andamento narrativo su di lui, se invece vogliamo prendere Nader Sarhan e fargli interpretare la storia di un neo-pasoliniano ragazzo di vita e di borgata con tanto di rapine, accoltellamenti, armi ecc., facciamolo. Però please, non confondiamo, teniamo distinte le cose, che qui signora mia si scherza col fuoco, altro che contaminazioni e affini. Pasolini quando metteva Ninetto Davoli nei suoi film lo usava come attore, attore puro, mica pretendeva di raccontarci la vita sua, ci montava intorno una finzione, e paradossalmente proprio per questo riusciva a restituirci al mssimo grado la realtà. In Alì dagli occhi azzurri l’ambiguità è totale e destabilizza il film, lo fa girare attorno a un centro che non c’è. Peccato, perché ci troviamo di fronte a un’opera per molti versi ammirevole, tra le più interessanti che ci abbia dato il nostro cinema diciamo nell’ultimo paio d’anni. Il film è ambizioso, per fortuna, e anche se sbaglia parecchio coglie anche qualche bersaglio. Poche volte abbiamo visto restituite così bene e con tanto allarmante credibilità e fedeltà la desolazione, la deriva di certo esistere nelle odierne banlieu italiche, tra panorami deagradati e sporchi, luci livide, complicate convivenze tra etnie diverse, violenze sottotraccia pronte a esplodere, derive criminali. Claudio Giovannesi, che viene dal documentario (difatti aveva già filmato Nader Sarhani nel suo precedente doc Fratelli d’Italia), gira con macchina in spalla, pedina alla Dardenne i suoi personaggi, spesso riprendendoli da dietro, e qui il riferimento stilistico è, credo, Gus Van Sant. Fotografia a luce quasi sempre naturale, ad opera di Daniele Ciprì (eccellente, come sempre). Ma il film è fondamentalmente irrisolto. Il regista avrebbe dovuto decidere da subito se filmare la vera storia di Nader o usarlo come attore. Non sceglie nemmeno l’asse narrativo su cui puntare, ne affastella troppi senza mai decidersi: Nader, la sua ragazza e la sua famiglia è il primo; i rapporti con l’amico di scorribande e di malavita Stefano è il secondo; l’accoltellamento del romeno e la fuga dal vendicativo fratello è il terzo. Ci sono almeno due finali, e nessuno funziona: il faccia a faccia con il romeno in cerca di vendetta, e lo scontro finale con l’amico Stefano che ha osato insidiare la sorella di Nader. Ma non succede quasi niente né nell’uno né nell’altro caso, il film implode, si sgonfia, va alla deriva, e qui ci si rende conto di come ad Alì ha gli occhi azzurri manchi la radicalità, il coraggio di andare in fondo, in definitiva il coraggio del tragico. Troppo politically correct, cauteloso e accomodante verso il suo protagonista. Pasolini certe esitazioni credo non le avrebbe avute, sarebbe andato dritto fino all’esito fatale, estremo. A margine, annotiamo che il ragazzo Nader, che si sente italiano e non arabo, quando si tratta di famiglia si comporta secondo i codici d’onore della sua cultura di origine: “se tocchi mia sorella ti ammazzo”. Un tempo nel nostro cinema italiano, erano i siciliani i portatori di questi codici, adesso sono gli arabi immigrati di prima o seconda generazione. Però, nonostante le sue contraddizioni, troppe, questo è un film non trascurabile. Certo, di fronte a film così viene in mente quanto diceva Hitchcock: “Il cinema è la vita, ma con le parti noiose tagliate”. Invece qui si vuole, anzi si pretende di raccontare e registrare la vita per quella che è, anche quando la si fictionalizza, con il rischio di annoiare. Ad Alì dagli occhi azzurri un bel taglio di una ventina di minuti almeno avrebbe giovato.

 

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4 risposte a Recensione. ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI, un film à la Pasolini nella Roma (multietnica) di oggi

  1. Barbara Caputo scrive:

    ma è realistico? almeno le basi su cui si fonda. Nell’Islam il matrimonio con una non musulmana è perfettamente lecito, il Profeta stesso ne sancisce la possibilità. Se fosse uno svarione della sceneggiatura ciò significherebbe che ancora non possediamo nozioni elementari dell’Islam ma ancora in prevalenza pregiudizi.

    • luigilocatelli scrive:

      hai ragione, nell’Islam non c’è problema se un uomo sposa una non musulmana, non è ammesso invece il caso opposto, che una msusulmana sposi un non musulmano. Devo dire che vedendo il film non ci ho pensato, anche perché i genitori di Nader nel film sono i veri padre e madre dell’attore Nader Sarhani e tutto sembra molto credibile.

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