Recensione. 7 PSICOPATICI: il più cerebrale, sofisticato, sanguinario film degli ultimi tempi

7 Psicopatici, regia e sceneggiatura di Martin McDormagh. Con Colin Farrell, Sam Rockwell, Christopher Walken, Tom Waits, Woody Harrelson, Abbie Cornish, Olga Kurylenko.Sette psicopatici affollano la mente e la vita di uno sceneggiatore in crisi: c’è chi rapisce cani, chi ama i cani ma uccide gli umani, c’è il serial killer di serial killer e via così delirando. Ma quali sono personaggi della finzione e quali no? Un film che gioca intellettualisticamente sui confini labili tra realtà e rappresentazione, vita e arte e relativi oltrepassamenti. Solo che il regista McDormagh riesce miracolosamente a non annoiarci, anzi ci prende e non ci molla più mettendo in scena una sarabanda tostissima che finirà in un massacro (vero? finto? lo scoprirete vedendo questo film assolutamente imperdibile). Voto 7 e mezzo
Hollywod. L’irlandese Marty (Colin Farrell), di professone sceneggiatore, non ce la fa proprio a scrivere mezza riga che è mezza. Crisi. Il solito blocco. Pagina (virtuale) vuota. Al momento ha solo il titolo, alquanto brillante: 7 psicopatici. Per il resto zero. Insomma, dovrebbe essere una storia di 7 (come i magnifici, come i samurai, come le piaghe d’Egitto) fuori di testa con tendenze pericolose e preferibilmente omicide, ma cosa inventare, come inventarli? Gli viene in soccorso l’amico Billy (Sam Rockwell, bravissimo, il meglio di tutti) che incomincia a suggerirgli trame, caratteri. Alcuni d’invenzione, altri pescati dalla vita. Però strada facendo le cose si complicheranno alquanto, e la vita tenderà a copiare l’arte (la finzione), e l’arte la vita in un gioco inestricabile di raddoppi, rimandi, rispecchiamenti. Quali sono gli psicopatici partoriti dalla mente di Billy e di Marty e quali invece son carne e sangue? (il sangue loro e, visto il tasso di violenza del film, soprattutto il sangue altrui). Intanto scopriamo che Billy è lui stesso un buon candidato per la galleria del suo amico Marty, visto che insiema al sodale Hans (Chrisopher Walken) ruba cani ai ricchi per poi fingere il loro ritrovamento e incassare la lauta mancia. Adesso hanno rapito lo shih tzu di un boss mafioso (Woody Harrelson), anelli d’oro a tutte le dita, camicia molto Seventies aperta sul petto abbronzato, abnormente affezionato al suo lezioso cagnolino scomparso e voglioso di vendicarsi nel peggiore dei modi dei colpevoli: e subito arruolato pure lui tra gli psicopatici. Ma l’invenzione migliore di questo film è il serial killer di serial killer, uno che insieme alla sua complice s’è dato la missione di ripulire il mondo dai criminali più psicopatici portandosi dietro un coniglio bianco, e psicopatico pure lui, ovvio.
Non so se ho reso l’idea di cosa sia questo film di acuminata intelligenza, di una scrittura così scintillante come non capitava da un pezzo, con battute a velocità di kalashnikov che altro che Woody Allen signora mia. L’autore (è regista e autore dello script) si chiama Martin (come il suo protagonista, non so se mi spiego) McDormagh, è inglese di radici irlandesi, è colui che qualche anno fa firmò In Bruges, sempre con Colin Farrell, due killer nella città belgo-fiamminga tra chiacchiere interminabili e esplosioni di violenza e rese dei conti spietatissime. Una sorpresa. Un gran film che ha procurato a McDormagh il successo negli arthouse americani e innumerevoli nomination ai vari premi, Oscar compresi. Film da cui il recente e notevole Cogan (Killing Them Softly) di Andrew Dominik ha a mio parere prso qualcosa, anzi più di qualcosa. Questo 7 psicopatici (che in America, mandato allo sbaraglio in migliai di copie nei multiplex, è stato purtroppo un flop) è progetto ancora più ambizioso, sviluppando comunque modi stilistici e narrativi già sperimentati in In Bruges. Si resta basiti dai funambolismi drammaturgici di McDormagh, dalla sua diabolica capacità di imbastire più trame e di governare una simile complessità, e poi i dialoghi velocissimi ad alta densità di cinismo e sarcasmo, lo scintillio, l’intelligenza che trapelano ad ogni snodo narrativo. Anche, infinite citazioni e omaggi al cinema passato, alla letteratura (le scene nel deserto richiamano clamorosamente Duello al sole di King Vidor, Greed di von Stroheim e perfino Zabriskie Point di Antonioni). Metacinema, metanarrazione. Ritmo velocissimo, con passaggi repentini tra realtà e sua rappresentazione, tra vita e immaginazione-finzione. Psicopatici inventati da Marty & Billy che si fanno veri e viceversa. L’archetipico tema dello scrittore alle prese con i suoi personaggi che di volta in volta gli ubbidiscono, si rivoltano, pretendono di fare quello che vogliono loro, si autonomizzano da chi la ha generati, tornano nei ranghi. Trovata che è sempre a rischio pirandellismi e contorsionismi, ma che McDormagh maneggia con abilità somma, mai annoiandoci, mai dandoci l’impressione di condurre una partita intellettualistica, giostrando su multipli piani di scrittura e lettura, sicchè puoi goderti la storia e, se vuoi, cogliere le strizzate d’occhio e le infinite mises an âbyme di cui il fim è costellato. McDormagh è bravo bravo bravo, da lasciare a momenti senza fiato, da ricordare a momenti i virtuosismi di un autore che un po’ gli assomiglia negli inesausti giochi di specchi, nella costruzione di macchine narrative autoreferenti, nei passaggi tra reae e virtuale e viceversa, insomma Charlie Kaufman, e di Kaufman 7 psicopatici richiama l’opera massima, il capolavoro: Sineddoche, New York (vergognosamente mai distribuito in Italia). Insomma, siamo a livelli alti, signori miei. In McDormagh non manaca un che di tarantiniano, per come mescola cazzeggio e trivialità alle più trucide esplosioni di violenza. Qui si squarta, si sbudella, si spara con ferocia e belluinità, senza il minimo freno initore, senza il minimo scrupolo. Amazzare, e farlo nel peggiore e più crudele dei modi, è un automatismo del vivere, fisiologico quasi, come il respirare o il mangiare, qualcosa di impiantato nel fluire quotidiano. Ammazzare come atto e dato naturale. Nell’universo di McDormagh l’umano e il bestiale si confondono, il confine è stato abolito, gli oltrepassamenti sono continui, nell’una e nell’altra direzione. Nel film si porta al limite estremo quella rappresentazione della violenza come pura banalità, neppure più banalità del male, ma banalità tout-court, che già avevamo visto in Tarantino e in molti altri, penso a certo Oliver Stone anni Ottanta-Novanta. In questo, devo dire, sta il lato disturbante e oscuro di 7 psicopatici, e mi chiedo se l’ardita costruzione drammaturgica non sia che un labirinto in cui McDormagh ci intrappola per distoglierci dalla macelleria. Macelleria spessa, pesante, che qualche tocco e deriva surreale qua e là (il coniglio bianco ecc.) non basta ad alleggerire e rendere potrabile. Ma, al di là dell’equivocità, dell’ambiguità (a/im)morale dell’operazione, restano la smagliante confezione, la sofisticata architettura narrativa, l’enorme profusione fino allo scialo di ionia e intelligenza. Un film obbligatorio.

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2 risposte a Recensione. 7 PSICOPATICI: il più cerebrale, sofisticato, sanguinario film degli ultimi tempi

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