Recensione. THE MASTER: il più bel film film dell’anno è finalmente al cinema

Ripubblico la recensione scritta subito dopo la proiezione del film al festival di Venezia lo scorso settembre. The Master ha poi vinto due premi: il Leone d’argento per la migliore regia a Paul Thomas Anderson e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile ex aequo a Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman. Nei cinema da giovedì 3 gennaio 2013.2519-the_master_p-t-_anderson__2_The Master, regia di Paul Thomas Anderson. Con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern. Usa 2012. Presentato in prima mondiale al Festival di Venezia 2012. 2517-the_master_p-t-_andersonUn reduce dalla seconda guerra mondiale dalla testa interrotta e bacata incontra il guru di una comunità di fedeli. Nasce tra loro qualcosa che nessuno dei due riuscirà più a distruggere. Qualcosa che ha che fare con il rapporto padrone-servo, maestro-discepolo, ma che non è solo quello. Sullo sfondo, l’America tra anni Quaranta e Cinquanta all’apice del sua potenza. The Master non è un film sulle sette carismatiche, come ci è stato detto per mesi, ma sull’incastro di due vite e due anime. A oggi il migliore visto a Venezia. Con un Joaquin Phoenix sensazionale. Voto 993141_gal92204_gal
Finalmente l’abbiamo visto The Master, prima annunciato a Venezia, poi misteriosamente scomparso dalla lista del concorso, poi rientrato all’ultimo momento come film-sorpresa. Stamattina alle 8,15, tre quarti d’ora prima della proiezione stampa in Sala Darsena, c’era già una fila che non finiva più, tant’è che hanno dovuto escludere gli accreditati Industry, dirottati su uno screening successivo. Attesa enorme, e l’attesa (almeno per me) non è andata delusa. Molti applausi alla fine, anche se non fragorosissimi e un po’ trattenuti. È che The Master spiazza, non è quello che ti aspetti, non è un film – come invece si era detto e scritto da più parti –  sulla nascita tra anni Quaranta e Cinquanta di una setta apparentabile a (o echeggiante) Scientology. Sì, c’è un guru fondatore di un qualcosa che somiglia a un gruppo di devoti e fedeli alla linea, Reginald Dodd detto The Master, ma questo strano lavoro di Anderson – forse il più differente, inclassificabile, fuori genere e fuori canone di tutti i suoi – è altro, è su altro. È sulla relazione tra due uomini, un Master in posizione dominante e un ribelle, un outsider, che il Maestro vuole ridurre a discepolo o succube. O comunque far entrare nel cerchio del suo potere. Ma la manipolazione non è così chiara, netta e unidirezionale. Questo intricato rapporto contiene altro, ogni livello ne apre subito un altro ancora, e così via. Forse è un storia di amicizia, di affetto, chissà, anche di amore. A me viene in mente un film come Il servo di Losey, su sceneggiatura di Pinter, anche se Paul Thomas Anderson non ha il dono o meglio la vocazione alla penombra, all’ambiguità, al non detto. Il marinaio Freddie Quell (un Joaquin Phoenix strabiliante) ritorna dalla guerra – la seconda guerra mondiale – come bacato, testa che non funziona più tanto bene, crisi di rabbia selvagge, alcolismo devastante, vita erratica, incapacità di conservare un qualsiasi lavoro. La passione per il bere forte, sempre più forte, lo porta a inventarsi un micidiale intruglio di acquaragia (o altro solvente simile) e superalcolici vari che diventa il propellente della sua vita allucinata. Freddie è uno spettro, scavato nel fisico e dentro, e Joaquin Phoenix gli aderisce in una maniera che impressiona e anche allarma, che è oltre ogni immedesimazione da Metodo, oltre ogni mimetismo pur estremo alla De Niro. Vagando da un posto all’altra, dalla East alla West Coast lasciandosi dietro anche un morto (colpa dell’intruglio) e una ragazza che non si decide mai a sposare, finisce chissà come sullo yacht di tale Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman). Uno che ama farsi chiamare The Master e ha messo a punto un metodo, una terapia (lui la chiama procedura) in cui si mescolano confusamente un po’ di psicanalisi selvaggia, un po’ di esoterismo, una spruzzata di metempsicosi più varie cialtronerie assortite. Uno dei tanti venditori di felicità, uno dei tanti piccoli messia che promettono salvezza e sollievo dal dolore. Ha dalla sua spregiudicatezza e l’abilità di sedurre e persuadere. La sua pratica preferita, cui sottopone i chiamiamoli così pazienti, è di farli tornare al passato, anche alla fase fetale, onde indivduare traumi precoci e rimuoverli. Niente di particolarmente nuovo. Accanto a lui c’è una moglie di ferro (una incombente, minacciosa Amy Adams) che crede in lui, nel suo messaggio e nelle potenzialità della comunità di fedeli in procinto di aggregarsi.
Quando Freddie incontra Reginald è un relitto. Misteriosamente tra loro due si stabilisce subito un’intesa, Reginald condivide le bevute del micidiale intruglio, intanto adotta quel senza casa, senza causa e senza nulla un po’ come anomalo discepolo, un po’ come guardiaspalle. Diventa il suo master, sottoponendolo alla terapia. Non pensate a quello che abbiamo visto in tanti film sulla psicanalisi, qui lo psicologismo è ridotto al minimo, ad Anderson interessano più i corpi, le facce, il confronto e scontro tra le menti ha qualcosa, sempre, di carnale, di corporale, di netto, concreto, tangibile, è un confronto di anime solide, mai di puri spiriti. Freddie si adegua alla Causa, sembra accettare la manipolazione, il plagio (ma è davvero un plagio?), in realtà riesce sempre a conservare una sua zona inaccessibile e a influenzare e irretire a sua volta Reginald. Una relazione che non si svolge mai nel chiuso soffocante della casa del Servo di Losey-Pinter. Avviene invece al cospetto degli altri, a partire dalla famiglia di Reginald, la moglie un po’ Lady Macbeth, la figlia, il figlio, il genero. Paul Thomas Anderson ci racconta magnificamente pezzi di America postbellica e quasi eisenhoweriana, con una maniacalità filologica nella ricostruzione degli ambienti, dei decori, delle facce soprattutto (i ritratti di Freddie nella sua fase come fotografo). Scene che non si dimenticano: Freddie costretto dal Master a percorrere infinite volte una stanza fino a sprofondare in una sorta di sperdimento di sè e di possessione; le sue crisi di rabbia selvaggia e quasi omicide, soprattutto se qualcuno osa discutere la figura di Reginald. Freddie scapperà, ma ovviamente ritornerà. Maestro e discepolo, padrone e schiavo (ma chi è il padrone e chi lo schiavo?) non possono stare lontani. Questa è la storia, questo è The Master. Grazie a Dio Anderson non moraleggia sulle sette, ancora meno gli interessa mettere sotto accusa presunti plagi e manipolazioni, a lui importa solo scandagliare l’incastro tra due uomini. Un rapporto raccontato oltre ogni lettura psicologistica, crudamente e in piena luce, sempre. Come se l’interiorità dei due fuoruscisse e si materializzasse. Una storia di anime trattata e raccontata con forza muscolare che incredibilmente assurge a epica. Non per niente, come ha rircordato poi Anderson in conferenza stampa, The Master è stato girato in 70 millimetri, il formato del cinema colossale e smisurato.

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13 risposte a Recensione. THE MASTER: il più bel film film dell’anno è finalmente al cinema

  1. giuseppe scrive:

    Grande recensione come sempre. Lei, forse, è il The Master delle recensioni. Ma purtroppo stavolta non sono d’accordo sulla grandezza del film, mi aspettavo davvero di più. Quello che mi sorprende però è che a questo punto credo di essere io il pazzo. Ho letto decine di recensioni, moltissime davvero autorevoli, come la sua. Ma nessuno ha scritto o colto quello che credo di aver capito io. The Master non è lui ma lei. Lui è solo un fantoccio al suo servizio. Se vuole può leggere la recensione per esteso anche se davanti alle sue analisi le mie sono davvero poca cosa.
    Un caro saluto.

    (ah, ho appena postato sul blog quella sul film di Tornatore, The Master lo metterò domani ma se vuole la trova già sul sito filmscoop a nome Oh dae-soo). Giuro, non è per farmi leggere, tutt’altro, ma ripetere qua tutte le cose che ho scritto risulterebbe di una pesantezza infinita)

    • luigilocatelli scrive:

      mica si può essere tutti d’accordo, ci mancherebbe: The Master è un film che continua a dividere. Quanto al fatto che sia lei la potenza occulta, sono abbastanza d’accordo, tant’è che l’ho paragonata a lady Macbeth (e a Amy Adams dovrebbero dare l’Oscar). Grazie degli apprezzamenti, davvero.

  2. maurizio marchetta scrive:

    buon giorno, il film ha lasciato mi moglie e me sconcertati. non vi abbiamo trovato logica, in qualche momento ci ha anche annoiato. per noi sopravvalutato, come storia, non come rappresentazione di un tempo passato.

  3. Renèe scrive:

    L’ho visto ieri sera e anch’io non so capire se mi è piaciuto…. da un punto di vista di regia ed interpretazione nulla da eccepire perchè i due protagonisti sono eccezzionali, e il regista ha giocato in modo egregio sulle zone d’ombra del viso di Phoenix, come storia talvolta anch’io mi sono annoiata.
    Lo consiglierei a chi vuole capire come si formano le sette..però sento che non è facile parlare di questo film, Tu con la tua recensione hai fatto un lavoro straordinario. (io ti ho sempre dato del Tu perchè sei pubblico, spero di potere 🙂 )
    Secondo Te Joaquin Phoenix riceverà l’Oscar per questa interpretazione?

    • luigilocatelli scrive:

      Certo che mi puoi dare del tu, ci mancherebbe. Quanto all’Oscar a Phoenix, io ci spero proprio. Lo danno tra i possibili nominati, ma la concorrenza per il premio sarà fortissima: dal Daniel Day-Lewis di ‘Lincoln’ al Bradley Cooper di ‘Silver Linings Playbook’. Tieni conto che il pubblico in America non ha molto amato The Master, e questo potrebbe avere un peso sulle decisioni dell’Academy.

  4. Giusisili scrive:

    Luigi, visto il film, cercare il tuo commento e trovarmi totalmente d’accordo… Che pace (!) e che sollievo… Le tue parole hanno fatto lo stesso giro dei miei pensieri, ma tu hai saputo anche scriverli. Benissimo. Sei un grande master, concordo…

  5. Paolo scrive:

    Il film più insulso e vuoto di ogni emozione che ho visto nella mia vita. Gli spettatori che uscivano dalla sala erano tutti sconcertati e delusi. Aspetti che succeda qualche cosa ma arrivi alla fine del film e ancora non sai di cosa si parla. Delusione grandissima rispetto alle attese. Superbo il protagonista ma il resto…..nienteeeeeeeeeeee.

    • luigilocatelli scrive:

      sono d’accordo solo su un punto: non è un film di emozioni. Paul Thomas Anderson non ha un approccio psicologistico, ma da osservatore, direi anche da storico, ed è questo a mio parere uno dei punti di forza del film.

  6. Personalmente l’ho trovato un capolavoro mancato. Ottima regia (ma i gusti e le manie tecnico-estetiche di Anderson ormai le conosciamo) e buona la prova degli attori (anche se l’ex imperatore Commodo è un po’ barocco). Ma di fondo manca il sentimento, non ho sentito il cuore battere dietro la pellicola… un grave peccato. Se può interessare, dal mio blog: http://goo.gl/57vuQ a presto!

    • Renèe scrive:

      Sono d’accordo con quello che scrive Onesto qui sopra e proprio a Lui vorrei chiedere cosa intende quando dice che Phoenix è un pò barocco…

  7. Renèe scrive:

    Joaquin Phoenix è stato intervistato per Rolling Stone, ed ha parlato di Freddie, il personaggio che interpreta nel film:

    Un personaggio con infinite possibilità da esplorare. Non sapevo dove mi avrebbe portato. Mi sono detto che lo avrei scoperto strada facendo, cercandolo. Con altri personaggi ti capita di sapere in ogni momento cosa pensano e provano, qui no. Freddie è solo impulso, come un animale. Interpretarlo è stato eccitante, ma anche spaventoso e pericoloso. E, ovviamente, mi ha spinto la possibilità di lavorare con Paul e Phil. Ci sono tanti registi dotati di una visione, ma Paul ha un’immaginazione senza limiti, e ti fa lavorare duro perché ha tantissime idee. Insomma, morivo dalla voglia di fare questo film.

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