Recensione. QUALCOSA NELL’ARIA: finalmente un dopo ’68 credibile, solo che non ce ne importa molto

Ripubblico la recensione di ‘Qualcosa nell’aria (Après Mai)’, scritta subito dopo la proiezione del film al Festival di Venezia 2012, dove poi ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura.20256099Qualcosa nell’aria (Après Mai), regia di Olivier Assayas. Con Clément Métayer, Lola Créton, Félix Armand.20256100Gilles e i suoi amici nella Francia del dopo Sessantotto, tra rivoluzioni sognate e tentate, piccole trasgressioni, vocazioni artistiche, viaggi e allucinazione. Assayas è il primo a ricostruire in modo credibile quegli anni, astenendosi anche da facili mitologizzazioni e puntando piuttosto al racconto di formazione. Peccato che la storia, le storie, i personaggi non siano così interessanti. E il film, pur buono, resta lontano dal livello di Carlos, il precedente lavoro del regista francese. Voto 620256102
Il Sessantotto con relativi dintorni ricostruito al cinema è di solito qualcosa di inguardabile, o qualcosa di completamente inattendibile e diverso da quello che davvero fu, ed è il caso di The Dreamers di Bertolucci. Sarà che quegli anni, nonostante le legioni di nostalgici tuttora in piena attività e più che mai petulanti, non sono e non saranno mai i migliori della nostra vita. A ripensarci oggi c’è da incazzarsi o vergognarsi (decidete un po’ voi) per gli abissi di stupidità di quell’epoca, per gli abbagli ideologici che annebbiarono parecchie menti anche brillanti, per gli innamoramenti acritici e acefali per le peggiori dittature e i peggiori terrori sulla faccia della terra, per la violenza sognata, inseguita, qualche volta tradotta pericolosissimamente in pratica. Anni in cui si giocò a fare l’impossibile rivoluzione in un delirio collettivo che ancora non ha trovato i suoi storiografi e una seria interpretazione (di libri sul ’68 non ce ne sono quasi, a parte certa memorialistica agiografica). Quel che di meglio accadde allora fu la cosiddetta rivoluzione dei costumi, la pratica antiautoritaria, la riscoperta della libertà e dei diritti, peccato che anche tutto questo sarebbe successivamente degenerato producendo nei decenni successivi quella dittatura dell’Io e quella cultura del desiderio illimitato nella quale purtroppo siamo tuttora immersi. Insomma, non c’è mica da avere una gran nostalgia di quegli anni presunti formidabili, ed è anche il motivo per cui i tentativi di ricreare al cinema il Sessantotto (e primi Settanta) così spesso falliscono. Pensatela come volte, ma non c’è niente di bello nel vedere molotov che scoppiano, muri imbrattati di brutti slogan e cattive immagini di propaganda, montagne di volantini, pavé divelti, scontri con la polizia, fumogeni e lacrimogeni. Anche perché quella stagione, nonostante i suoi cantori, non ha avuto nulla di eroico.
Ecco, Olivier Assayas era invece riuscito miracolosamente a ricreare il dopo Sessantotto e i maledetti anni successivi della peggior politica violenta nel suo fluviale film televisivo in cinque puntate Carlos, sul terrorista di tutti i terroristi. Film che univa action, rigore filologico nella ricostruzione d’epoca e fedeltà ai fatti, e che si seguiva col cuore in gola per quanto riusciva a essere appassionante. Ripete il miracolo in questo film, ricostruendo perfettamente il dopo Maggio, come da titolo. Un vero period-movie, un film in costume dove vestiti, gesti, ambienti, discorsi, facce e corpi sono assolutamente credibili. Si vede che Assayas quel tempo lo conosce davero e ne parla e racconta con cognizione di causa. Storia di un gruppo di ragazzetti e ragazzette che attraversano insieme quella temperie di voglia di rivoluzioni e vari ribellismi, condividono esperienze e viaggi e anche amori, e poi si separano. Ognuno inevitabilmente se ne andrà per la strada sua. Con un personaggio su tutti, quello di Gilles, liceale impegnato in un qualche collettivo e dunque sempre lì a volantinare, ciclostilare, fare attacchinaggio (chi non ha l’età non può capire), però con vocazione artistica a fare il pittore-disegnatore (e le cose che vediamo in effetti non sono niente male: di chi saranno?). Con lui e attraverso i compagni suoi assistiamo a uno spaccato fedele di quello che era allora il fare (o il giocare a fare) la rivoluzione, con le varie anime del movimento, quella più anarcoide-spontaneista-libertaria e quella più militante di tendenza o trotzkista o leninista-maoista. E già con le prime tentazioni di passare all’azione, ovvero alla lotta armata. Grande era la confusione sotto il cielo, e su quelle istanze si innestava anche molto altro, dalla libertà sessuale alla sperimentazione di sballi e vari viaggi allucinati, viaggi verso l’Oriente, Nepal, Goa, e verso una Kabul prima di ogni disastro e casino (uno dei ragazzi del film ci va e vi incontra un artista italiano che, dalle opere che vediamo, assomiglia a Alighiero Boetti). Poi viaggi nella più vicina Italia a incontrare i rivoluzionari nostri, e a proiettare nelle piazze film militanti pallosissimi sui campesinos. Il cinema, appunto. Gilles vuole fare film, però è dell’idea (sacrosanta) che un cinema nuovo e davvero rivoluzionario debba essere tale anche nello stile e nei linguaggi adottati (nella sintassi, si dice in un dibattito di Après Mai), e dunque non gli piacciono quei filmati edificanti di propaganda che i suoi amici realizzano e proiettano e portano in giro. Finirà a Londra, a fare il tuttofare sul set di un filmaccio di genere, e sarà in qualche modo il suo addio alla rivoluzione e il passaggio alla vita adulta. Questo Aprè Mai è un racconto di formazione, del suo protagonista e degli altri compagni suoi, e vuol essere anche il romanzo di una generazione, delle sue passioni e delle sue derive. Solo che, a differenza del meraviglioso Carlos, qui Assayas non ha per le mani una storia avvincente e formidabile. I suoi ragazzi ci possono anche stare simpatici, qualche momento ci può anche appassionare e divertire (la festa sballatona alla villa, il film militante proiettato a Firenze, l’assalto notturno al liceo), ma è una storia di scarso interesse tutto sommato. Le vite che vediamo in questo film in fondo sono piccole vite, non c’è mai grandezza né profondità, tantomeno eroismo. Assayas ha il merito di raccontare quello che davvero fu, senza mitologizzare, senza nessuna nostalgia. Non piange per fortuna sugli anni perduti e il passato che non torna. Però è un’onestà, la sua, che restituendoci i fatti e le persone per quello che erano, ce ne restituisce anche la pochezza.

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