recensione. LES MISÉRABLES è cinema da guitti, però travolgente (e si piange come fontane)

Hugh Jackman è l'ex galeotto Jean Vajean

Hugh Jackman è l’ex galeotto Jean Vajean

Les Misérables, regia di Tom Hooper. Dal musical di Alan Boublil e Claude-Michel Schönberg. Con Hugh Jackman, Anne Hathaway, Russell Crowe, Amanda Seyfried, Helena Bonham Carter, Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne.

Anne Hathaway è Fantine

Anne Hathaway è Fantine

Grossolano e irresistibile. Cinema da guitti, cinema-baracconata come certi filmacci da arene popolari di una volta. Oltre due ore e mezza cantate dal vivo, mica in playback, e c’è chi canta bene (Anne Hathaway, Amanda Seyfried, soprattutto la rivelazione Eddie Redmayne) e chi male (Hugh Jackman, Russell Crowe). Ma non è il caso di fare gli schifiltosi e di arricciare il nasino: la storia di Victor Hugo resta travolgente, e se ci si lascia voluttuosamente andare ci si diverte parecchio, e si piange come fontane. Portatevi una scorta di kleenex. Voto tra il 6 e il 7

Russell Crowe è Javert

Russell Crowe è Javert

Eddue Redmayne come Marius è la voce rivelazione del film

Eddie Redmayne come Marius è la voce rivelazione del film

Due ore e mezzo abbondanti quasi tutte solo cantate, con qualche raro recitativo: chi non sopporta il musical – e in questo paese chissà perché sono tanti, un paese che pure ha inventato il melodramma e mica si dovrebbe spaventare al teatro (o cinema) cantato – è avvertito. Chi invece il musical lo ama si divertirà parecchio, e si divertirà spargendo calde e liberatorie lacrime, perché sì, signori, questo è un film che fa piangere come fontane ed è meglio munirsi di una scorta di kleenex. Certo, affinché pianto e divertimento scattino bisogna andarlo a vedere senza troppe pretese e schifiltosità, disposti a passar sopra a parecchi sbandamenti e cadute di gusto, a molti limiti e difetti di messinscena e soprattutto delle voci. Qui sta il nodo, il punto su cui si sono scatenati molti critici italici, europei, americani: le voci. Il regista, che è poi Tom Hooper, quello di Il discorso del re (uno dei più sopravvalutati film degli ultimi anni e uno dei più immeritatamente ricoperti di Oscar), ha fatto cantare tutti live, non in playback come si fa da tempo immemorabile nei cinemusical. L’obiettivo immagino fosse quello di incrementare credibilità e tasso di realismo, e di restituire l’immediatezza del palcoscenico. Una scommessa parzialmente vinta e parzialmente persa. Alcuni con il canto se la cavano più o meno brillantemente, altri fanno magre figure. Mediocre cantante è il protagonista Hugh Jackman quale Jean Valjean, voce debole e stridula, ma anche una presenza fisica e un (non) carisma assolutamente inadeguati a questo personaggio bigger than life, soprattutto se uno pensa a certi attori del passato che hanno interpretato il ruolo come Gino Cervi o l’immenso, in ogni senso, Gérard Depardieu, il Valjean perfetto, assoluto. Davvero non si stenta a capire come al pur volonteroso australiano abbiano dato la nomination all’Oscar quale migliore attore protagonista, ma l’Academy ci ha abituato nel tempo a ogni genere di sorpresa. Male anche Russell Crowe: il suo Javert, il personaggio più complesso e sfumato, quello che già prefigura certe identità pericolanti e nevrotiche della letteratura novecentesca con quell’ossessiva caccia al suo nemico e forse doppio, propria proiezione fantasmatica, Valjean, è ben reso interpretativamente, ma la voce è piccola.
Però va riconosciuto che Crowe cantante (ricordiamo che ha fatto parte di una rockband) si arrangia con un certo mestiere ed è quello che immette nel film un cantar-recitando o un recitar-cantando abbastanza contemporaneo e poco convenzionale. Niente male, checchè se ne sia scritto, Anne Hathaway, brava davvero come Fantine e in quell’I dreamed a dream che è il pezzo-manifesto di Les Misérables, quello per intenderci che a un talent inglese ha dato la fama a Susan Boyle. Molto bene vocalmente Amanda Seyfried quale Cosetta adulta e soprattutto – ed è la rivelazione del film – Eddie Redmayne come Marius, il rivoluzionario che di Cosette è innamorato perso: lui sì che ha una voce che incanta e spacca le pietre. Nel pezzo Empty chairs at empty tables in ricordo dei compagni di insurrezione è semplicemente meraviglioso. Canticchiano così così, debolmente ma non malvagiamente, Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen, i laidi coniugi Thénardier, locandieri che affamano e schiavizzano la piccola Cosette, anche se lei, arruffata e streghesca, sembra come e più del solito uscire da un film scombinato del marito Tim Burton. Il bilancio delle voci non mi pare così disastroso come si è scritto da tante parti. Vero è che il fatto di cantare in diretta rende il compito agli attori assai gravoso, spingendoli anche verso l’overacting: lo sforzo, si sa, produce un eccesso di recitazione corporea, tutto uno sgolarsi e far facce e faccette e mulinare braccia e atteggiar boccucce e boccacce. Oltretutto Tom Hooper, che non è regista di mezze misure, calca la mano, la butta sul pompier spinto, titanizza e monumentalizza anche quando non ce n’è bisogno (si pensi alla sequenza iniziale di Valjean galeotto ai lavori forzati nel cantiere di Digione: sembra, dalla magniloquenza e dalla grandeur, che si stia tirando in secca con quelle corde il Titanic o analogo mostro del mare). Il risultato è un filmone colossale e gonfio con molte guittaggini attoriali, un climax dopo l’altro e mai un attimo di tregua, tutto un pompare e gonfiare di effetti e effettacci, e sembra di assistere per il tasso di sguiataggine e spudoratezza a certe Aide che si portavano in provincia molti decenni fa da compagnie scalcinate e sgallettate (mi è capitato neanche tantissimo tempo fa di vederne una in una località balnere dell’Adriatico). Però, ammettiamolo, è anche il suo bello. A questo Les Misérables bisogna lasciarsi andare mettendo tra parentesi ogni pretesa bon ton o di raffinatezza narrativo-estetica, bisogna lasciarsene travolgere senza opporre resistenza come accadeva e non accade quasi più negli spettacoli autenticamente popolari. Se si preferisce, e giusto per intenderci meglio, chiamiamolo guilty pleasure. L’importante è non fare le spitinfie soppesando col bilancino le voci, ma seguire il flusso della musica e della storia. Musica che ha poco a che spartire con quella dei musical anglosassoni ed è più sontuosamente melodrammatica, erede per magniloquenza del Grand-Opéra ottocentesco. Mica per niente Les Misérables nasce, anche se con scarso successo, come musical francese e solo più tardi viene importato e reimpostato (si riscrivono i testi, si riarrangiano le musiche) a Londra, fno a diventare uno show assolutamente britannico e quel successo che sappiamo, quasi trent’anni in scena senza interruzioni, e edizioni in tutto il mondo. Ma il vero plus resta la storia infinita, smisurata, gigantesca di Victor Hugo, così mastodontica da resistere a tutto, a ogni trattamento e maltrattamento registico e interpretativo (come resistono a tutto Shakespeare, Verdi, Dickens), in grado ancora nel suo populismo e nel suo manicheismo primario – di qua il bene di là il male, di qua i buoni di là i perfidi – di sedurre gli smaliziati uomini e donne-massa di questo tempo. Il galeotto Jean Valjean viene rilasciato su libertà vigilata, dando al poliziotto Javert la sua parola d’onore di riconsegnarsi alla giustizia. Non sarà così. Evaderà, ruberà gli argenti in una chiesa, verrà non solo perdonato ma pure protetto dal prete cui ha sottratto i preziosi arredi, e colpito dalla bontà di quell’uomo deciderà di cambiare vita e redimersi. Si nasconde, prende un altro nome, apre un opificio dove conosce l’operaia Fantine, respinta da tutti perché madre di una bambina fuori dalle regole matrimoniali. Fantine finirà prostituta, morirà, e affiderà la piccola figlia Cosette a Valjean. Intanto, Javert come un’ombra segue, pedina, perseguita, stalkizza il galeotto redento. Cosette verrà perduta e ritrovata e, da grande, si innamorerà del rivoluzionaio Marius, mentre intorno infuria la rivolta, si erigono barricate, si combatte in tutte le strade. L’insurrezione verrà schiacciata nel sangue, e intanto tutti i destini dei protagonisti verranno a compimento in un finalone che fa sgorgare lacrime in quantità monsonica. Dio mio, c’è di tutto dentro, la colpa, la redenzione, la rivolta dei buoni contro i malvagi, il potere corruttore dei soldi e la purezza e l’innocenza degli ultimi, dei misérables, fango dell’umanità e insieme sua più luminosa essenza. Tom Hooper non è capace di una invenzione registica che sia una, è grossolano e approssimativo, però mette in scena con la rude efficacia di un vecchio capocomico che sa come vellicare il pubblico e strappargli l’applauso. Les Misérables è, al di là degli effettacci digitali, cinema di cartapesta, baracconata da cinema nascente di inizio Novecento, ha un che delle truccherie di Méliès, ed è quanto di più linguisticamente, stilisticamente decrepito si sia visto da parecchio tempo in qua. Ma è spettacolo, puro spettacolo popolare come è raro trovare ormai, fatto apposta per essere detestato dai critici e amato dal pubblico. Difatti negli Stati Uniti, dov’è uscito il giorno di Natale insieme a Tarantino, è andata proprio così: recensioni perlopiù negative o malmostose, tripudio invece degli spettatori. È assai britannico il modo con cui si guarda e si ricostruisce l’universo latino-francese-cattolico. Le chiese son sempre troppo risplendenti di ori, sempre con troppe candele e ceri (centinaia, migliaia, e tutti accesi), sempre con troppe croci, e lo stesso i cimiteri. Un delirio barocco e peccaminoso di sfarzo e eccesso così come lo può immaginare un anglicano o un luterano rigorista e furiosamente, anche istericamente antipapista. Lo stesso la rivoluzione. I ribelli son visti, in questa produzione made in UK dunque di un paese che non ha mai conosciuto rivolte e ghigliottine (sì, Cromwell, ma insomma era un’altra cosa), come ragazzi assai esagitati ed eccitati, di caliente sangue latino, schiavi dei loro istiniti e delle loro pulsioni e comunque assai allegri con quelle bandierone (anche rosse) e quei canti. Le barricate poi. Queste messe in scena da Hooper, che non deve averne vista una non dico nella sua vita(come avrebbe potuto?) ma nemeno su un qualunque trattato di storia, sembrano installazioni di una qualche Biennale o Documenta, bellissime sedie chissà perché buttate dalla finestra e assemblate a divani e vari oggetti, comprese bare scoperchiate, tutto molto, molto scenografico e francese così come se lo immaginano i londinesi. Britannicissimi invece, nel loro sordido assai dickensiano, sono la Bonham Carter e il Baron Cohen quali sciagurati Thénardier. Certo, tutte quelle nomination all’Oscar, ben otto, piovute su Les Misérables son francamente eccessive. Che poi se Anne Hathaway, che già ha vinto il Golden Globe, si portasse a casa pure la statuetta dell’Academy come best supporting actress, cosa mai diranno le altre candidate Sally Field e Amy Adams che rispettivamente in Lincoln e The Master sono sensazionali?

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4 risposte a recensione. LES MISÉRABLES è cinema da guitti, però travolgente (e si piange come fontane)

  1. heuresabbatique scrive:

    a me questo film non fa ne caldo ne freddo.non mi interessa e Hooper?un regista sopravalutato

  2. rosspad62 scrive:

    Quando un film ti trasporta e ti coinvolge, anche con qualche lacrimuccia, vuol dire che poi non è così da buttare…..

  3. Isaac scrive:

    La peggior recensione che abbia mai letto. Su alcune parti ok, possono essere gusti, ma dire che Hugh Jackman non sia bravo a cantare è veramente esagerato, mentre è stata valorizzata la voce di Eddie Redmaine, che invece prima del film non sapeva neanche cantare e ha dovuto prendere lezioni per avere una tecnica decente. Oltre ad essere intonato ed espressivo ha una tecnica vocale spaventosa, che molti altri attori non hanno. E ovviamente non si può avere il romanzo stesso, o il film con Gérard Depardieu, come punto di riferimento, bensì il musical che dal 1980 spopola nei teatri di Londra e di Brodway. Questo film è semplicemente la versione cinematografica del famoso musical, e non ha altre pretese. E’ proprio la copia diretta del musical, quindi è inutile dire che questa recensione è negativa anche nei confronti di quello che da molti è considerato il miglior musical di tutti i tempi. Non sono sbagliati gli appunti fatti in questa recensione, sono sbagliati i riferimenti usati per scriverla.

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