Berlinale 2013/ recensione: IN THE NAME OF: un prete gay nella Polonia profonda, il miglior film finora del concorso

20132334_1W imie… (In the Name of), regia di Malgoska Szumowska. Con Andrzej Chyra, Mateusz Kosciukiewicz, Maja Ostaszewska. Presentato in Competizione.20132334_3
Dopo aver visto (e detestato) l’anno scorso qui a Berlino Elles della regista polacca Malgoska Szumowska, mi aspettavo il peggio da questo suo nuovo film su un prete gay dilaniato dalle sue pulsioni, nella Polonia più profonda e più cattolica. Invece mi sono dovuto ricredere: questo è un buonissimo film, che ricorda i grandi melodrammi omosessuali tra anni Cinquanta e Settanta, con qualcosa di Tennessee Williams, Pasolini e Fassbinder. Voto 7+

Mea culpa. Mea maxima culpa. Formula di pentimento che non esito a recitare forte e chiara, anche perché ben si adatta a questo film polacco pervaso di un cattolicesimo costrittivo nelle regole e ancora padrone delle coscienze, un cattolicesimo che noi in Europa occidentale non conosciamo più da un pezzo, e non è detto che la sua perdita sia una buona cosa. Mea culpa, mea maxima culpa perché l’anno scorso proprio qui da Berlino ho scritto malissimo di Elles della regista Malgoska Szumowska, presentato nella sezione Panorama, che trovai insulso e malsano nel suo mostrarci voluttuosamente il consumismo sessuale e le lascivie post moderne nel mentre che li stigmatizzava ed esecrava. Sicchè da questo suo nuovo film, promosso nel concorso principale, oltretutto su un prete dilaniato dalle sue pulsioni gay, mi aspettavo il peggio. Figuriamoci – mi dicevo – se in Elles la Szumowska arrivava a farci vedere la povera Juliette Binoche praticare un pompino allo sbigottito consorte, cosa mai caverà fuori da una storia già bollente di suo come quella di un prete omosessuale? Mi immaginavo orge all’ombra di una qualche canonica. Invece, signori, mi son dovuto ricredere. Questo Nel nome di è per almeno due terzi un film notevolissimo, anche se poi si perde e si intorbida con accensioni mélo non prive di una certa grevità. Un prete gestisce in uno sperduto villaggio polacco una piccola casa di recupero per ragazzi che hanno avuto problemi con la giustizia. Ci sa fare, è bravo, sa farsi rispettare. Ma il gruppo di ragazzi non è tra i più facili da seguire, percorso com’è da piccole grandi sopraffazioni, bullismi, machismi testosteronici ancora selvaggi e senza indirizzo né controllo, e le accuse più cocenti e ingiuriose, le massime offese che i ragazzi si lanciano reciprocamente sono giudeo e frocio. Riti di giovani maschi, corpi spesso a nudo per il lavoro, per le attività sportive. Omosessualità sotteranea, tanto più pulsante quanto più stigmatizzata e rimossa. Scopriremo solo più avanti che padre Adam è attratto dai ragazzi. Per fortuna ci viene risparmiata la stupida leggenda nera che si è radicata negli ultimi anni del prete che si fa il chierichetto in sacrestia, questo film va oltre le biechissime plemiche sulla pedofilia sotto l’altare che stanno avvelenando i rapporti tra chiesa e cosiddetta società civile d’occidente. Un ragazzo si innamora di padre Adam, e non capiamo se padre Adam ricambi. Perché lui non cede. Si ubriaca magari per disperazione, ma non cede. Gli si offre una giovane donna (come in ogni film o telefilm con giovane prete piacente), ma il suo desiderio sta e va altrove. Arriva nella casa un nuovo ospite, un ragazzo che capiremo subito essere corrotto e malvagio, e sarà lui a scatenare le dinamiche che porteranno alla distruzione della comunità. Schiavizza sessualmente un compagno, intuisce l’omosessualità di padre Adam e oscuramente lo ricatta. Ci sarà un suicidio. Arriverà una denuncia all’arcivescovo per il prete, del resto non dico. Dico solo che Malgoska Szumowska realizza un drammaticissimo film sull’omosessualità come se ne facevano negli anni Cinquanta e Sessanta, prima dell’esplosione dei movimenti gay e dell’orgoglio omosessuale, e prima del politically correct in materia. Qualcosa tra Tennesseee Williams e Pasolini. Omosessualità come tortura, fardello, anche dannazione. Gli sguardi sono obliqui, l’erotismo è latente dunque tanto più incendiario. La scena di seduzione tra Adam e il ragazzo che lo ama si svolge addirittura in un campo di granturco, che come sa chiunque sia cresciuto in anni lontani in campagna è sempre stato il luogo privilegiato di ogni iniziazione sessuale. Grazie a Dio Nel nome di ci riporta a un’omosessualità melodrammaticamente fassbinderiana come da noi non è più da un pezzo, un’0mosessualità che ancora si deve guadagnare l’onore e il diritto, e anche il piacere, fremente di veri desideri, e lontanissima dall’omosessualità patinata, glamourizzata e smorfiosa dell’occidente oggi, con le sue coppiette sposate che si fan fotografare sorridenti e soddisfatte e con la figliolanza realizzata tramite utero in affitto in India. Padre Adam soffre e il suo scarso piacere se lo guadagna a carissimo prezzo, e la sua storia proprio per questo ci avvince (mentre dei predicozzi politicamente corretti non sappiamo che farcene). L’ultima parte barcolla, Malgoska Szumowska non si fa mancare qualche grevità, l’ultima scena (quella del seminario) è da dimenticare e getta un’ambiguissima ombra su tutto il film. Però per due terzi almeno questo Nel nome di così straordinariamente retrodatato riesce a appassionarci. Con, in sottofinale, un incontro tra innamorati sotto la pioggia che strappa il cuore e l’applauso e commuove come ai tempi di Brokeback Mountain.

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5 risposte a Berlinale 2013/ recensione: IN THE NAME OF: un prete gay nella Polonia profonda, il miglior film finora del concorso

  1. frankablond scrive:

    Mi sembra di capire che sia il classico drammone/polpettone omosessuale. Proprio quello di cui non ne possiamo proprio più!

    • luigilocatelli scrive:

      meglio dei filmucci sulle coppiette gay con figlioli comprati con utero in affitto

      • Maria scrive:

        Scusi, ma qual è il problema di una coppia di uomini o donne omosessuali sposate? Ah, in ogni caso, anche le coppie eterosessuali sterili hanno bisogno delle gestazioni di supporto.

      • frankablond scrive:

        Meglio una coppia gay felice che un esercito di omosessuali repressi. Io ne ho ampiamente le scatole piene di queste rappresentazioni drammatiche, deprimenti, claustrofobiche e tormentate dell’omosessualtià. Hanno fatto il loro tempo ora c’è bisogno di esempi positivi e la realtà è piena di bellissime storie positive.
        Poi magari il film è bellissimo per carità, ma dire che un film è bello solo perchè per l’ennesima volta (come negli anni 70/80) viene mostrata un’omosessualità tormentata e drammatica (se poi in queste storie ci scappa pure il morto – suicida – ancora meglio)… anche no!
        E sta storia dell’utero in affitto non capisco proprio cosa centri.

  2. Pingback: Berlinale 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

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