Berlinale 2013. Vince il film romeno CHILD’S POSE: tutti i premi e il commento

160213_AG_1056_IMG_367xVARIn concorso a questa Berlinale non s’è visto il capolavoro, nessun film che sovrastasse nettamente gli altri e potesse mettere d’accordo tutti o quasi troncando ogni discussione. La rosa dei possibili vincitori era di almeno 6 0 7 titoli, quanto al romeno che si è portato a casa non indebitamente l’Orso d’oro, Child’s Pose (Posa da bambino), non si può dire tra i miei preferiti – nella mia classifica l’ho collocato al decimo posto -, ma ha goduto da subito di molti estimatori. Una sorpresa fino a un certo punto, un Orso d’oro che si potrà discutere, ma che non è uno scandalo. Quasi tutti i film migliori sono entrati in un modo nell’altro nel Palmarès, nel complesso un Palmarès discreto (se ne son visti di peggio). Ecco tutti i premi (link alla pagina della Berlinale). Attenzione, l’ordine rispetta anche la gerarchia, per quanto non esplicitamente dichiarata, dei riconoscimenti. Cliccando per ogni film sul link potete leggere la recensione di questo blog.

ORSO D’ORO PER IL MIGLIOR FILM
Poziţia Copilului (Child’s Pose) di Călin Peter Netzer (Romania)datenblatt


GRAN PREMIO DELLA GIURIA
(Orso d’argento)
Epizoda u životu berača željeza (An Episode in the Life of an Iron Picker)
di Danis Tanović (Bosnia)datenblatt-1


PREMIO ALFRED BAUER (Orso d’argento)
. Porta il nome del fondatore del festival ed è assegnato a un film che apre nuove prospettive
Vic+Flo ont vu un ours (Vic e Flo hanno visto un orso) di Denis Côté (Canada)datenblatt-3


PREMIO PER IL MIGLIOR REGISTA (Orso d’argento)

David Gordon Green per Prince Avalanche (Usa)datenblatt-2

PREMIO PER LA MIGLIORE ATTRICE (Orso d’argento)
Paulina Garcia per Gloria (Cile)

PREMIO PER IL MIGLIORE ATTORE (Orso d’argento)
Nazif Mujić per An Episode in the Life of an Iron Picker (Bosnia)

PREMIO PER MIGLIORE SCENEGGIATURA (Orso d’argento)
Jafar Panahi per Pardé (Closed Curtain) – Iran

PREMIO PER UN PARTICOLARE CONTRIBUTO ARTISTICO nelle categorie fotografia, montaggio, colonna sonora, costumi o scenografia (Orso d’argento)
Aziz Zhambakiyev per la fotografia in Harmony Lessons di Emir Baigazin (Kazakistan)

MENZIONI SPECIALI
Promised Land di Gus Van Sant (Usa)
Layla Fourie di Pia Marais (Sud Africa-Germania)

IL COMMENTO. Il romeno Child’s Pose è a mio parere un film largamente sovrastimato, non all’altezza del grande cinema romeno della decade scorsa. Ma la giuria a prevalenza femminile (quattro giurate su un totale di sette) deve aver contato molto in questo verdetto. Child’s Pose ha difatti per protagonista una matriarca-mostro, una madre che schiaccia il figlio e si muove come una macchina da guerra quando si tratta di toglierlo dai casini che ha combinato (ha ucciso un ragazzino in un incidente d’auto). Secondo me, anche un po’ ispirato (senza esserne all’altezza) all’iraniano Una separazione, che proprio qui vinse due anni fa l’Orso d’oro. Ineccepibile il premio al bosniaco Danis Tanovic per il suo An Episode in the Life on an Iron Picker, che avrebbe meritato l’Orso d’oro. Giusto anche il premio come migliore attore al suo protagonista Nazif Mujić, straordinario e straziante. C’è stata l’ovazione al Palast quando Paulina Garcia è salita a ritirare il suo premio come migliore attrice per Gloria, il film che più è piaciuto al pubblico e che potrebbe diventare il maggior successo partorito da questa Berlinale. Garcia è formidabile, era semplicemente impossibile non premiarla. Il riconoscimento per lo script all’iraniano perseguitato dal regime Jafar Panahi suona come ripiego e premio di consolazione, ma francamente era difficile dare di più – vale a dire il Golden Bear – al suo arzigogolato Pardé. Bene anche l’inserimento nel palmarès – attraverso il riconoscimento al miglior contributo tecnico – del film kazaco Harmoy Lessons, imperfetto ma molto promettente, molto interessante, una delle poche sorprese. Strameritato (e ne sono molto felice) il premio Alfred Bauer al canadese Vic+Flo ont vu un ours, il più radicale e sperimentale, il più innovativo linguisticamente, della competizione. Su Prince Avalanche la stampa si era divisa: entusiasti e detrattori. Uno di quei film indie americani, con tutte le stigmate e i vezzi dei Sundance movies, che ormai stanno colonizzando i maggiori festival europei, da Locarno a Berlino (passando per Venezie e Cannes), ed è un fenomeno che meriterebbe una qualche riflessione. Gli hanno dato il premio per la miglior regia, sarebbe stato meglio avessero premiato i due attori, Paul Rudd e Emile Hirsch. Ma David Cordon Green è un tipo svelto e sveglio che sa girare e raccontare come vogliono i ragazzi di oggi, stiamo a vedere cosa combinerà in futuro. Se non è uno scandalo, certo è una nota stonata la menzione speciale a due tra i peggiori film del concorso, Promised Land e il tremendo Layla Fourie. Dio solo sa come queste menzioni son saltate fuori, comunque meglio così che un premio importante: chiamiamola riduzione del danno.

I VINTI. Esce senza niente Camille Claudel 1915 di Bruno Dumont, non uno dei suoi lavori migliori, però il premio per la regia glielo potevano anche dare, Dumont è un maestro vero, altro che David Gordon Green. Niente nemmeno al polacco In The Name of, a mio parere tra le cose migliori e più sorprendenti. Ma questo melodramma alla Fassbinder su un prete gay nella Polonia più profonda era piaciuto solo a me e a pochi altri, mentre ha fatto storcere il naso ai più. Credo invece che ne risentiremo parlare. Ho visto, scorrendo la lista dei premi collaterali – anzi, delle giurie indipendenti – di questa Berlinale (un’infinità), che The Name of si è portato a casa il Teddy Award come miglior film di fiction a tematica gay, un riconoscimento che qui a Berlino conta parecchio. In fondo, è uno sconfitto anche Danis Tanovic, nonostante i due premi al suo An Episode in the Life of an Iron Picker: l’Orso d’oro lo meritava più lui di Netzer. Lo stesso si può dire di Gloria, cui il solo premio all’attrice protagonista sta un po’ stretto. Io non avrei dimenticato nel palmarès il russo A Long and Happy Life, film di cui non si è accorto devo dire quasi nessuno, giuria compresa. Una menzione potevano anche dargliela, altro che Layla Fourie. Sconfitta anche l’iconica Catherine Deneuve. Il premio come miglior attrice per Elle s’en va l’avrebbe anche potuto agguantare se non ci fosse stata Paulina Garcia. Escono malconci Gus Van Sant (il suo Promised Land è irrimediabilmente brutto, alla faccia della menzione ottenuta) e l’austriaco Ulrich Seidl, sempre più stanco, sempre più ripetitivo, sempre più autoreferenziale con Paradies: Hoffnung.

 

 

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