Berlinale 2013/ Recensione: BAMBI, vita di un transgender con qualche sorpresa (non è la solita storia trans)

20133176_2Bambi, un documentario di Sébastien Lifshitz. Con Marie-Pierre Pruvot/Bambi. Francia 2013. Presentato alla Berlinale nella sezione Panorama Dokumente.

Bambi (è la bionda al centro) con le colleghe del Carrousel, anni '50-

Bambi (è la bionda al centro) con le colleghe del Carrousel, anni ’50.


Storia di Bambi, star tra anni ’50 e ’60 del cabaret parigino en travesti Le Carrousel.
Nata come Jean Pierre nel 1935 nell’Algeria francese, diventata Bambi sul palcoscenico, quindi Marie-Pierre dopo il cambio di sesso. Ora, a 77 anni e sempre smagliante, rievoca la sua storia. La prima parte sembra un racconto gay di calvario, martirio e successivi riscatto e resurrezione come ne abbiamo visti e sentiti tanti. Ma la seconda riserva parecchie sorprese interessanti. Vincitore del Teddy Award alla Berlinale come migliore doc a tema omosessuale. Voto 7 e mezzo

Marie-Pierre/Bambi oggi, a Beerlino per il film

Marie-Pierre/Bambi oggi, a Berlino per il film.

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Vincitore, questo Bambi, del Teddy Award per il miglior documentario a tema gay, anzi LGBT (quello per il film di finzione è andato al polacco In the Name of), un premio che alla Berlinale conta parecchio, e che per la città di Berlino, una delle capitali omosessuali da sempre, conta ancora di più. Un film di 60 minuti girato per la tv francese – è la lunghezza non oltrepassabile, sennò le televisioni non trasmettono, spiegava con pacatezza dopo la proiezione il regista Sébastien Lifshitz – dove la oggi 77enne e sempre molto bella Marie-Pierre Pruvot racconta se stessa e la sua storia di cambio di genere sessuale, da uomo a donna, in tempi in cui una simile mutazione era roba da pionieri, mica come adesso che la passa la mutua. Dunque, Jean-Pierre Pruvot nasce nel 1935 in una cittadina dell’Algeria ancora francese, francesissima. Un bambino, solo che “mi piaceva ricamare, mi piacevano i bei vestiti femminili”, ricorda la Marie-Pierre Pruvot di oggi intervistata e ripresa da Lifshifz, grandi primi piani di una faccia senile ma ancora seducente, capelli bondi, nessuna traccia della remota mascolinità (come invece accade spesso ai transgender che, una volta adeguato il proprio corpo alla identità femminile che sentono propria, finiscono paradossalmente con il rivelare tratti duri, viriloidi, diventando donne piuttosto mascoline). Naturalmente perplessità e anche riprovazione e rifiuto in famiglia e a scuola per quel bambino che sogna (e pensa) di essere una bambina. Poi, nel 1953, la rivelazione, la folgorazione. Ad Algeri arriva la troupe del Carrousel de Paris, cabaret di uomini in abiti e nudità femminili, e Jean-Pierre assistendovi da spettatore decide che sarà quella la sua strada. Trasferimento a Parigi, quindi sul palcoscenico prima di Madame Arthur e poi del Carrousel, e Jean Pierre diventa Bambi, delicata creatura angelica assai femminile che con i suoi numeri di canto, ballo e spogliarello troverà molti estimatori.
Segue una carriera ultradecennale nel cabaret come specialissima showgirl, l’amore con un ragazzo di ottima famiglia che per lei sfida le convenzioni sociali, la vicinanza e l’amicizia con Coccinelle, mitica star del burlesque en travesti tra le prime a sperimentare le cure ormonali per accentuare e accelerare il suo processo di femminilizzazione, e tra le prime a sottoporsi (a Casablanca) all’intervento chirurgico di cambio di sesso. Una leggenda, Coccinelle, che conquistò e scandalizzò stampa e pubblica opinione, divenne una star, fu inclusa da Alessandro Blasetti nel suo doc Europa di notte (film matrice di ogni successivo mondo-movie). Bambi ne segue le orme, anche lei prende gli ormoni (“tutti mi sconsigliavano, ma io non mi spaventai”), anche lei, due anni dopo e dopo molte riflessioni, decide di sottoporsi all’intervento a Casablanca: “Il mio ragazzo era contrario, voleva che restassi com’ero”. Diventa donna, perderà il suo uomo.
Ora: fin qui il film, e il racconto di Marie-Pierre/Bambi, è interessante, ma assai convenzionale e prevedibile, seguendo il consolidato format narrativo di tanta letteratura e memorialistica omosessuale (e relativi dintorni): un ragazzo che si sente espropriato del proprio autentico sè, il rifiuto da parte dell’ambiente circostante e della famiglia, la ribellione, la fuga, la rinascita con la propria vera (o presunta tale) identità, l’affermazione di sè contro il mondo. Quante ne abbiamo viste e sentite di storie così negli ultimi decenni? Con la differenza, qui, che Marie-Pierre mostra una grande compostezza, una dosa di retorica inferiore a quella che ci viene solitamente somministrata in racconti autobiografici del genere, una proprietà di linguaggio di precisione chirurgica. Interessante è anche il suo ritorno in Algeria, un viaggio nella memoria, in cerca di luoghi e facce e segni e tracce del suo passato. Ma la quasi ottantenne Marie-Pierre trova poco, solo muri scrostati, vaghe ombre. L’Algeria di oggi, senza più nulla di francese e totalmente arabizzata e anche modernizzata, non ha più niente dei panorami umani e ambientali di allora. Ma il film, e la storia di Bambi, decolla davvero nella seconda parte, quando si introducono almeno due elementi assai diversi dalla media delle biografie transgender, scostamenti decisi rispetto al già visto e sentito. Il primo: agli inizi degli anni Settanta Bambi, ormai diventata Marie-Pierre, si laurea alla Sorbona e poco dopo ottiene l’incarico di insegnante di francese in un liceo di Cherbourg. Si sposterà poi in una scuola della banlieu parigina e per 29 anni sarà un’insegnante eccellente e assai stimata dagli allievi, dai colleghi, dai superiori. Abbandona il nome Bambi, taglia con il suo passato di trans da cabaret, si rifà per così dire una nuova identità e una verginità sociale, e la sua massima paura è che un giorno o l’altro a scuola vengano a sapere di quello che era stata e del suo cambio di sesso. Il secondo elemento è che, sul finire della sua stagione cabarettistica, Bambi incontra l’amore della sua vita, non un uomo come ci si aspetterebbe ma, sorprendentemente, una donna di nome Ute, con la quale si lancia in spettacoli di nudità e vago lesbismo in un teatrino che si chiama Elle et lui. Dunque, ricapitoliamo: un uomo diventa donna (dopo ormoni e intervento chirurgico), per poi innamorarsi di un’altra donna e vivere un amore lesbico. A me pare un’avventura esistenziale straordinaria, certo qualcosa che scombina non solo ogni pregiudizio antigay, ma perfino certo conformismo e certe convenzioni, convinzioni, ovvietà politicamente corrette. Il bello di questo film, e della sua protagonista, è l’erraticità, il vagare tra gli scogli delle identità di genere senza trovare un approdo, e senza darci una soluzione, anzi suscitandoci e lasciandoci in preda a molti dubbi, come: ma valeva davvero la pena cambiar sesso? non è un paradosso che diventando donna Jean-Pierre ritrovi quel desiderio per una donna che da uomo non riusciva a provare? Il film di Lifshitz non si fa molte domande e non si dà risposte, si limita a seguire il racconto di Jean (poi Marie)-Pierre, mostrandocene la straordinarietà senza mai entrare nei suoi vuoti, negli interstizi, nelle crepe. Molto resta all’oscuro. Bambi ci dice poco o niente della guerra d’Algeria, della fuga (o della cacciata) dei francesi, della fine di quel suo mondo, e niente ci dice dei rapporti tra francesi e arabi, niente di cosa significase essere omosessuali a fronte della cultura islamica. Così come non ci spiega come mai, una volta diventata rispettabile insegnante di liceo, abbia voluto nascondere il suo passato di trans da cabaret. Paradossale: si cambia sesso per diventare se stessi e poterlo gridare al mondo, poi però lo si occulta, o si è costretti ad occultarlo. Il meglio di questo film sta nelle molte questioni che apre e lascia aperte, nel suo andare parecchio oltre la usuale agiografia gay, entro la quale solo apparentemente si muove e resta. La storia di Bambi, al suo primo livello così esemplare e edificante da sfiorare il santino della gaytudine, si rivela man mano assai più frastagliata, ambigua, complicata, ed è questo a rendercela tanto interessante. Certe annotazioni della protagonista sono straordinarie, prima fra tutte il ricordo degli striscianti conflitti che dietro le quinte del Carrousel opponevano i travestiti e i transgender: “Quasi tutti erano solo travestiti, uomini che si vestivano da donna in scena, ma che non si sentivano donne. Alcuni non erano nemmeno omosessuali, e non apprezzavano chi voleva cambiare sesso come Coccinelle e me”. Certo è un bel casino, anche se ho l’impression che la gran parte del pubblico berlinese presente alla proiezione non si sia posta troppe domande, accontentandosi della superficie del film, del suo porsi come racconto e parabola del martirio e del riscatto di un ragazzo che voleva essere una ragazza. Una platea, almeno il giorno (sabato 17 febbraio) in cui c’ero io, a dominante composizione gay, che ha molto apprezzato e applaudito anche il corto proiettato prima di Bambi su una coppia lesbica cambogiana (e non sto scherzando: questa è la Berlinale, questa è Berlino, credo che solo qui ti possa capitare di vedere un corto su due lesbiche cambogiane). Lei e lei che si conoscono ai tempi terribili dei khmer rossi, con la prima mandata a lavorare durissimamente nei campi, una storia che attraversa tutte le stazioni tipiche della sofferenza gay così come le abbiamo sentite raccontare mille volte. Solo lo sfondo, l’esotica Cambogia. Certo niente a che fare con la complessità e la bella, felice ambiguità di Bambi. Alla fine il regista Sébastien Lifshitfz ha annunciato una versione più lunga per il dvd, e vediamo se qualche zona oscura verrà illuminata. Pochi giorni dopo Berlino Lifshitz ha vinto il César per il migliore documentario francese dell’anno con Les Invisibles, anche questo a tema gay, omosessuali che rievocano come si viveva da omosessuali entre les deux guerres. L’avevano dato a Cannes in non ricordo più quale sezione, ma, ammetto, me l’ero perso.

 

 

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