Recensione. ATTACCO AL POTERE è un buon action, da vedere e gustare senza porsi troppe domande

OAttacco al Potere (Olympus Has Fallen), un film di Antoine Fuqua. Con Gerald Butler, Aaron Eckhart, Morgan Freeman, Melissa Leo, Angela Bassett, Dylan McDermott, Ashley Judd, Robert Forster.OHF07
Stavolta i cattivi di turno sono nord coreani. È un loro commando a dare l’assalto alla Casa Bianca e a prendere in ostaggio il presidente e il suo staff. Ci penserà un uomo solo, l’agente dei servizi Mike Branning, a risolvere la situazione quando ormai l’America è sull’orlo del baratro nucleare. Come il primo e fondativo Die Hard, ma con la Casa Bianca al posto del grattacielo di cristallo. Solo che Gerald Butler, pur decoroso, non è Bruce Willis (il miglior action hero delle ultime decadi). Incongruenze tante. Qualche dialogo imbarazzante. Però il film si lascia guardare. Voto 6O
Non è così brutto come tanta stampa l’ha dipinto, questo action dall’anima molto americana, e dunque non così facilmente e immediatamente esportabile e apprezzabile dalle nostre parti. Sì, certo, quando un film finisce – come questo Attacco al potere – con fanfare patriottiche e bandiere sventolanti (a stelle e strisce), qui l’indignazione scatta in automatico e i nasini fini si arricciano subito: ma non si fa, ma non si può, ma non sta bene, e via dilagando con la smorfiosità scandalizzata. Suvvia signori, prendiamolo per quello che è, puro entertainment, e se c’è un po’ di orgoglio yankee che male fa. Magari ne avessimo pure noi, di sano patriottismo, e invece sempre lì a fustigarci e autodenigrarci masochisticamente. E poi alla regia c’è Antoine Fuqua, che è uno bravo, come il suo ormai lontano e sempre bellissimo Training Day (Oscar a Denzel Washington) sta lì a testimoniare. Stavolta dirige non solo con mano sicura e gran senso del ritmo e dello spettacolo, ma si concede anche qualche sequenza non banale, e la sua Casa Bianca (totalmente ricostruita, con grande scrupolo, in Louisiana, affinchè potesse essere, come da copione, adeguatamente semidistrutta da un commando terrorista) e l’obelisco di Washington che cadono a pezzi, funzionano bene come metafora visiva del potere collassato. L’Olimpo è caduto, come dice il bel titolo originale. Stavolta a muovere l’attacco al centro dell’America, “al cuore dello stato”, al suo luogo simbolo, allo stesso presidente, non sono i soliti terroristi islamici, non sono più nemmeno dei pazzi venuti dal tramontato ex impero sovietico (come in Air Force One), ma nord coreani mossi da furioso fanatismo. Da sottolineare come il film sia stato concepito e realizzato ben prima delle recenti dichiarazioni tipo “vi mando addosso qualche bella testata nucleare” fatte da quel ragazzone afflitto da problemi di sovrappeso chiamato Kim Jong Un. Dunque, il nutrito commando venuto dalla parte cattiva della Corea penetra nella Casa Bianca mimetizzandosi al seguito di una visita di stato, mentre altri complici attaccano dall’aria e dall’esterno. Il presidente e il suo staff (vicepresidentessa compresa) vengono presi in ostaggio e rinchiusi nel bunker, maltrattati e umiliati al fine di estorcere loro strategiche informazioni, e intanto man mano si palesa il tremendo piano degli assalitori, che è quello di far saltare nientedimeno che l’intera America con le sue stesse armi nucleari. Un bridivo corre inevitabilmente lungo la schiena, perché il racconto di Olypmpus Has Fallen sarà anche finzione esagerata, e cattiva realtà aumentata e gonfiata fino all’allucinazione paranoica, ma le analogie con le notizie ultime arrivate da Pyongyang sono innegabili, e una certa impressione la procurano. A risolvere la situazione ci penserà Mike Branning (Gerald Butler, qui alla sua prova del fuoco quale nuovo action hero cinematografico), tostissimo agente dei Servizi Segreti già addetto alla Sicurezza del presidente, ed estromesso dall’incarico dopo un tragico incidente qualche anno prima in cui aveva perso la vita la first lady. Proprio grazie a quel downgrading si trova fortunatamente fuori dal Casa Bianca al momento dell’attacco, e dunque può penetrarvi (oltretutto la conosce benissimo) e passare al contrattacco. Li farà fuori tutti, i maledetti musi gialli (non datemi del razzista, please, è puro citazionismo dei war movies anni Ciunquanta), a uno a uno, fino alla vittoria finale. Ora, l’impianto narrativo è abbastanza convenzionale, le incongruenze sono molte e vistose (sì, è vero che di film e filmacci uno-contro-tutti ne abbiamo sempre visti, ma stavolta l’uno è contro un commando numeroso e assai agguerrito: un po’ troppo), ma non stiamo a sottilizzare. In fondo, si tratta quasi di una riedizione, non so quanto voluta e consapevole, del primo e fondativo Die Hard, in cui Bruce Willis se la vedeva da solo contro un terrorista psicotico risalendo a poco a poco un grattacielo di cristallo, con la differenza che stavolta al posto del grattacielo abbiamo la White House. Peccato che Gerald Butler, che pure se la cava con un certo onore, non sia Bruce Willis, suo ovvio modello riferimento di cui però non ha la classe e la leggerezza. I limiti di Olypmpus Has Fallen stanno in certe sgangheratezze di sceneggiatura e di dialogo che mettono a rischio il buon lavoro fatto in sede di regia da Fuqua: come gli insensati e ridicoli duetti nei cunicoli della Casa Bianca tra Mike e il ragazzino. Come quando dettano all’eroe una stringa da digitare e lui alla parola “hashtag” sbarra gli occhi e chiede spieghe (e la platea, all’anteprima stampa, giustamente rise). Ma il film si fa interessante soprattutto in certi dettagli altamente significativi, anche se buttati lì con apparente noncuranza, come cifrati. Un esempio. In assenza del Presidente e del suo staff il potere viene assunto dal suo portavoce, un nero (è il regale Morgan Freman, perfetto e credibile), donna e nera è il suo braccio destro nell’emergenza, la boss dei servizi segreti (Angela Bassett). Signori del film, se volevate lanciare un messaggio abbiamo capito e l’abbiamo recepito: saranno le donne e le minoranze a salvare l’America. Che dire? Siamo dalle parti del politically correct più melenso e virtuoso e predicatorio, e francamente se ne sarebbe fatto volentieri a meno. A fare il presidente wasp che finisce prigioniero nel bunker (metafora del declino bianco?) è il sempre ottimo Aaron Eckhart, forse il più figaccione inquilino della Casa Bianca della storia del cinema insieme all’Harrison Ford di Air Force One. Melissa Leo rifulge nel cameo della vicepresidente tosta e coraggiosa. In America finora gli incassi sono più che buoni, 88 milioni di dollari, e la soglia simbolica dei 100 milioni è ormai vicina. Gerald Butler, anche produttore del film, può essere soddisfatto, il passaggio a action hero sembrerebbe riuscito.

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