Recensione-teatro. ODYSSEY: Omero secondo Bob Wilson

ODYSSEYOdyssey, progetto, regia, scene e luci di Robert Wilson. Testo Simon Armitage da Omero. Con Stavros Zalmas, Maria Nafpliotou, Zeta Douka, Alexandros Mylonas, Vicky Papadopoulou. Una coproduzione Piccolo Teatro di Milano, National Theatre of Greece. Dato al Piccolo Teatro Strehler di Milano dal 3 al 24 aprile 2013. Aggiornamento: di nuovo al Piccolo Teatro Strehler dal 6 al 31 ottobre 2015.Odyssey_GALL_1Odyssey comes shortly~348225-316-1(1)
Bob Wilson incontra Omero e l’Odissea, e li mette in scena a modo suo, con una maestria figurativa e formale (e un uso della luce) da lasciare senza fiato. Spettacolo in sè di bellezza abbacinante, tra i più importanti degli ultimi anni. Purtroppo, poco resta del pathos, dell’eroismo e dell’epos dell’Odissea così come l’abbiamo conosciuta, introiettata e amata. Questo è un meraviglioso, squisitissimo cartone un filo childish (e con vertiginose citazioni del teatro orientale e molto altro) che sull’altare della levità sacrifica ogni profondità. Solo in certi momenti il wilsonismo ci restituisce davvero l’anima omerica, e allora sì che si vola.b_2780_odyssey9
Probabilmente uno degli eventi teatrali degli ultimi anni, uno spettacolo che anche nella carriera luminosissima, luminosa di una luce assoluta qual è quella del gran texano Bob Wilson, spicca tra le cose massime. Siamo dunque dalle parti di quegli spettacoli che rischiano davvero di essere epocali e di entrare negli annales. Gigantesco il testo, e pure il sottotesto se è per questo, con cui Wilson si misura, nientemeno che l’Odissea, una delle narrazioni fondative dell’Occidente, della sua cultura ma anche della sua sensibilità, della sua autopercezione. Ulisse che, dopo Troia, si inimica il dio del mare Poseidon e da lui viene punito con un errare per acqua insieme al suo equipaggio, e riuscirà a tornare ad Itaca solo dopo anni e anni e plurime avventure, spesso ai confini dell’umano mondo. Omero, Odissea, serve dire altro? Wilson li abborda a modo suo, secondo quel canone wilsoniano stabilito in decenni di fare teatro, a partire dalla fine degli anni Sessanta. Lo fa con la mediazione del testo poetico di Simon Armitage tratto da Omero, e poi tradotto in greco moderno, poiché la produzione di questa Odissea è una collaborazione italo-greca, anzi milanese-ateniese, si avvale di soli attori ellenici e ad Atene ha avuto la sua prima. La luce, le luci, innanzitutto. Il teatro secondo BW parte da lì, è dalla luce che nascono le cose, i personaggi, lo stesso racconto. Qui la luce è soprattutto blu perché, dice il regista, per lui la Grecia è quel colore, così se la ricorda e così la conobbe un giorno, una mattina, durante una lontana vacanza.
A sorprendermi, io che ricordo certo Wilson anni Settanta (Edison, I Was Sitting on my Patio), è come da allora il regista americano sia rimasto se stesso e insieme sia profondamente cambiato. Alla vocazione a creare visioni e flussi di immagini che è sua da sempre, che è il suo marchio di fabbrica, si è aggiunta col passare dei decenni – si è aggiunta in lui, e francamente allora non lo si sarebbe pensato possibile – la scelta, forse la passione, a misurarsi con testi forti, con la parola: tant’è che un paio di anni fa si è cimentato in Germania con L’opera da tre soldi di Brecht, adesso con l’Odissea, che non son quisquilie. Il che obbliga Wilson a porsi la questione dell’attore e della recitazione (e della declamazione), aspetto che mi pare fosse del tutto assente nel suo teatro aurorale. Essendo il suo lavoro antinaturalista e perfino antirealista, di un antinaturalismo estremo, radicale e oserei dire violento, se la narrazione è ridotta a flusso di immagini, ecco che anche il recitare è, mi pare, ridotto a suono, a flusso sonoro. Gli attori sono dunque da una parte figure, e figurine bidimensionali, dall’altra sorta di automi o manichini o creazioni grafiche emettitrici di fonemi che si incantenano a formare strane partiture sonore ora somiglianti a nenie rituali e cerimoniali, ora al recitar straniato del teatro orientale o del Brecht più teorico (e Brecht è esplicitamente citato in certi siparietti alla Lotte Lenya). Tutto c’è in Odyssey, tranne che la profondità e la cosiddetta psicologia dei personaggi, l’azione è privata di ogni tensione e pathos, secondo lo spregio dei sentimenti e della loro esibizione che è delle nostre élite culturali d’Occidente da molto tempo ormai. Il risultato è uno spettacolo di avvincente bellezza figurativa, di virtuosistica messinscena, strabiliante per ricchezza di invenzioni grafiche e per cura dei dettagli, e per i perfetti sincronismi tra voce, suoni e gesti e movimenti, ma come volutamente depotenziato e privato di interiorità. Wilson, in un vertiginoso pastiche, cita, oltre che se stesso e molti dei suoi lavori precedenti, il teatro delle ombre, l’Opera di Pechino, il No e il Kabuki, gli automi settecenteschi e i carillon, e, appunto, Brecht e ancora Brecht. Tutto, purché si rifugga il teatro-teatro dei tormenti emozionali e dei gigionismi e istrionismi, purché si eviti il melodramma, il gonfio, il troppo, l’eccesso, e ogni tridimensionalità e enfasi e ogni “cosa di pessimo gusto”. Il progetto cardine, mi sembra, è quella della leggerezza, dunque impaginare l’Odissea con modi di squisita raffinatezza formale e visuale onde produrre un che di aereo, cartavelinesco, di impalpabile effetto voile. Certo, molti momenti sono strepitosissimi, di una perfezione formale da lasciare senza fiato. Anzi, tutto lo spettacolo lo è. Il congresso degli dei dell’Olimpo, la corte dei Feaci, le mille avventure: Calipso, Circe, Polifemo, la terra dei lotofagi, le Sirene. Rimaniamo rapiti fino all’estasi da quanto ci scorre davanti agli occhi, una trama di suoni e corpi-immagine e luci e colori da meraviglioso e fiabesco libro illustrato, o da teatro delle ombre. Però, è questa l’Odissea? Temo di no. Odyssey è una meraviglia, certo, ma tratta Omero come una fonte di avventure fantasmagoriche e fantastiche, una specie di gran racconto fiabesco a uso degli infanti. Tutto è abbastanza childish e, come dire, regressivamente infantile in questo trattamento wilsoniano. Sembra di assistere a un cartone animato di gran lusso e di gusto squisitissimo e alta cultura, un’Odissea da stanza dei bambini, con tutte le magie del caso. Franco Cordelli nella sua recensione sul Corriere della Sera ha argutamente scritto che questo Wilson somiglia più ad Alice nel paese delle meraviglie che a Omero, e sono assolutamente d’accordo. I mostri (Polifemo, Sirene ecc.) han la forma di draghi o di giganti cattivi o di creature streghesche, come ritagliati dalla carta per una recita scolastica. Incantevoli, certo, come no, ma dove sta Omero con la sua epica, il suo titanismo, il suo eroismo? Con la sua sfida degli umani agli dei? Dove sta la vertigine di un’avventura che è anche esistenziale? Nulla di questo, o quasi nulla, resta. Nelle note allo spettacolo Wilson racconta di aver visto da ragazzo un’Odissea messa in scena in Grecia, e di come si fosse annoiato: “mi sembrò interminabile, pesantissima, seriosa. E ricordo di aver pensato: ma deve proprio essere così? Per me dovrebbe essere più lieve”. Adesso l’ha realizzata la sua Odissea più lieve, ed è mirabile a vedersi, una goduria per gli occhi, solo che, ripeto, è un’altra cosa, e per far posto alla leggerezza la si è come disincarnata, sottraendole corpo, materia, spessore, dramma, profondità. Forse ne valeva la pena, ma certo questo è uno spettacolo che ha distrutto parecchi legami che noi conserviamo nella memoria profonda con il testo omerico. Perfetto per bambini e ragazzi, un grande gioco teatrale cui anche gli adulti possono abbandonarsi, e in cui possono ritrovare le infinite citazioni sottese e apprezzare la maestria assoluta della realizzazione. Solo in qualche passaggio questo trattamento alleggerente e depotenziante riesce a incontrarsi davvero con lo spirito, l’anima omerica, e a restituirceli. Nella discesa all’Ade per esempio, con quelle ombre che passano sullo sfondo in processione inquietanti e insieme con un che di ieratico e sacrale, e lo strazio vero dell’incontro con la madre, uno strazio che nessuna squisitezza figurativa wilsoniana riesce a volatilizzare. E la parte finale, quella del ritorno di Odisseo a Itaca, con il figlio Telemaco, con Penelope, la nutrice e i Proci. Qui il wilsonismo si sposa perfettamente a Omero, la messinscena incredibilmente astratta e formalizzata (si pensi solo ai movimenti della nutrice con quel trillo a segnarne le pause, o al lento vorticare di Penelope ispirato ai carillon e agli automi) riesce anche a veicolare il massimo del pathos. Se tutto lo spettacolo fosse stato così.

Questa voce è stata pubblicata in a latere, Container, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi