Recensione. EFFETTI COLLATERALI: da Soderbergh uno psycho-medical-thriller assai riuscito (e un po’ alla De Palma)

Ripubblico la recensione scritta lo scorso febbraio dopo la presentazione del film al Festival di Berlino. In quell’occasione il regista Steven Soderbergh dichiarò che Effetti collaterali (Side Effects) era il suo ultimo film e che si sarebbe dedicato ad altre attività. A Cannes verrà comunque proiettato in concorso il suo inedito Behind the Candelabra, biopic di Liberace realizzato però per il canale tv Hbo.20137391_1
Effetti collaterali (Side Effects
, regia di Steven Soderbergh. Con Rooney Mara, Jude Law, Channing Tatum, Catherine Zeta-Jones. Dal 1° maggio al cinema.
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Un thriller-thriller alla Hitchcock, anzi alla De Palma dei tempi belli. Una depressa sotto psicofarmaci ha momenti di vuoto mentale, e in uno di quei momenti uccide. Per un po’ il film sembra un atto d’accusa contro Big Pharma e relativi cinismi e affarismi, poi invece (e meno male) diventa un giallone come Dio comanda, con doppio colpo di scena finale. Voto 7D
Un altro prodotto della Soderbergh Factory, fabbrichetta ad alto rendimento che neanche in Brianza o in Cina, capace di sfornare due e anche tre film l’anno, quasi sempre coinvolgendo un gruppo compatto e fedele di attori amici, con una formula produttiva che immagino basata su bassi cachet e partecipazione agli utili. Utili che spesso arrivano (vedi gli incassi stellari Magic Mike e quelli buoni di Contagion), qualche volta no (Haywire). Adesso dalla catena di montaggio soderberghiana esce questo Side Effects, Effetti collaterali, film di genere come spesso orami il nostro realizza, girato con mano svelta, sceneggiatura furba, senso dello spettacolo, fiuto per i gusti del grande pubblico. Fino a un certo punto sembra un film di denuncia dei misfatti di Big Pharma, poi grazie a Dio svolta in una sano thrillerone di quelli di una volta come i registi giovinastri, molto più attrati dall’horror e dal truculento, non sanno più fare. Due twist, due colpacci di scena che sembra davvero di tornare ai tempi belli di Hitchcock e del miglior De Palma. Una giovane donna di nome Emily Taylor, depressa da molti anni anche per via del marito incarcerato per reati finanziari (oggi si portano molto), tira avanti a psicofarmaci che, se l’acquietano, le procurano anche sonnolenza, vuoti mentali, smanie suicide: i side effects del titolo. Un calvario, povera donna. Finché in uno dei momenti di torpore se la prende dura con il povero marito (intanto uscito di galera). Scandalo. Caso mediatico. Verrà internata, ma nelle grane finirà anche il suo psichiatra che le aveva prescritto un nuovo psicofarmaco. Lui perderà il lavoro, verrà radiato dalla comunità psichiatrica, sarà lasciato dalla donna con cui stava. Finché, insospettito, sopre che quel farmaco tanto decantato e che in buona fede aveva prescritto alla depressa in realtà era pericoloso, e che la casa produttrice aveva fatto di tutto per far passare sotto silenzio gli effetti di ‘sleepwalking’, di sonnambulismo, che poteva indurre. Dunque è stato a causa di uno di quegli attacchi che Emily Taylor ha agito. A questo punto il film sembrerebbe un atto d’accusa contro il cinismo della grandi companies, ed è in effetti anche questo.
Ma poi la faccenda diventa assai più privata, con i colpi di scena finali di cui dicevo e di cui ovviamente nulla svelerò. Dico solo che quel farmaco pernicioso viene scientemente usato per un piano diabolico. Il film fila via dritto che è un piacere, Rooney Mara, la Lisbeth punk di Uomini che odiano le donne (quello di David Fincher), è la protagonista, cui conferisce il necessario tasso di nevroticità. Mi sa che Rooney Mara farà una gran carriera: ha una faccia di quelle interessanti e perfette per ruoli tormentati, un fisico bello e fuori canone, naturalmente elegante e assai fashion. Jude Law è bravissimo e anche simpatico come psichiatra. Catherina Zeta-Jones, una fedele di Soderbergh, in un ruolo che si rivelerà strategico. Channing Tatum, l’attore-feticcio del regista, qui fa il marito della depressa, e non si capisce come una moglie pur sotto ipnotici possa prendersela tanto con un consorte del genere, che avercelo signora mia. Qualcuno qui alla Berlinale si è lamentato che un film così, intendendo un film così commerciale, fosse in concorso. Ma, santiddio, mica si può vivere solo di Jafar Panahi e Bruno Dumont.

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3 risposte a Recensione. EFFETTI COLLATERALI: da Soderbergh uno psycho-medical-thriller assai riuscito (e un po’ alla De Palma)

  1. tony scrive:

    Ieri sera ho visto il (documentario) sugli Stones CROSSFIRE HURRICANE mi è sembrato interessante per rivivere quei tempi e rivedere certe immagini della Londra che fù, senza essere una noiosa agiografia . Volevo un suo parer… da un fan degli Stones-

  2. DanielaC. scrive:

    Concordo, ha un volto perfetto per i ruoli tormentati. E’ stata molto brava in questo film, che mi è piaciuto molto.

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