Recensione. IL CECCHINO: bel noir, ottimo esordio registico di Placido in terra di Francia

cecchino120143439Il cecchino, regia di Michele Placido. Con Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz, Olivier Gourmet, Francis Renaud, Violante Placido, Luca Argentero.20143442
Grazie alla fama conquistata a Parigi con Romanzo criminale, Placidoha potuto girare in Francia questo Il cecchino, un classico polar, una storia violentissima e sanguinosissima di grisbi, banditi, traditori e luridi maniaci. Ritmo travolgente, colpi di scena a ripetizione. Placido sa girare alla grande, a un livello assolutamente internazionale. E immette nel polar francese tutto il suo furore, e qualcosa del nostro poliziottesco. Da vedere. Voto 7+cecchino5
Però, davvero buono, molto buono, questo esordio registico di Michele Placido in terra di Francia, in una produzione che è francese per finanziamenti ma, soprattutto, per la storia che racconta, gli ambienti, i climi. È stato il successo da quelle parti di Romanzo criminale, giustamente salutato come un gran film, a far venire a qualcuno l’idea di affidare a Placido la messinscena di un noir, anzi di un polar, la versione squisitamente francese del crime e del poliziesco. Il risultato è superiore alle previsioni, almeno le mie. I codici, anche stilistici e di rappresentazione e di narrazione del polar, sono assolutalemnte rispettati, in più Placido ci immette una selvaggeria, un furore, che sono solo suoi, e vengono se mai dalla nostra tradizione del poliziottesco anni Settanta, un genere amato, esportato, imitato in tutto il mondo. Il polar incontra il poliziottesco, così si potrebbe in modo un po’ spiccio definire l’operazione Il cecchino. A vedere come Placido muove (freneticamente) la macchina da presa, come fa recitare gli attoi, come li pedina, come grazie a un editing forsennato riesce a infilare una quantità inverosimile di inquadrature in una manciarta di secondi, c’è da togliersi ogni nostro complesso di inferiorità – nostro italiano – in fatto di cinema. Sissignori, siamo bravi, abbiamo gente brava, e smettiamola con l’autflagellazione. Il cecchino è prodotto di livello internazionale, e il fatto che in Francia non sia stato il successo che ci si aspettava al box office è dovuto a un plot eccessivamente lambiccato, non certo alla mano di Placido alla macchina da presa. Film di furore quasi belluino, come Romanzo criminale, e molto di più che nel non riuscito Vallanzasca. C’è un’energia barbara in ogni ripresa, in ogni sequenza, in ogni passaggio narrativo, così travolgente da rischiare di far deragliare il film.

Placido sul set

Placido sul set

Ma va bene così. Questa lunga sinfonia del massacro – per prendere a prestito il titolo di un polar anni Sessanta, se ricordo bene, di Jacques Deray – ci conquista e ci ipnotizza, e solo nell’ultima parte perde colpi per i troppi fili intorcinati del racconto. Si parte benissimo, con la sequenza tiratissima e ottimamente orchestrata di una rapina in banca a Parigi che il superpoliziotto Mattei – il capitano Mattei – grazie a una soffiata pensa di poter fermare. Ma non ha fatto i conti con un infallibile cecchino appostato sui tetti che, facendo fuoco sulla polizia, consentirà ai rapinatori di scappare. Un tecnica, quella della banda con tiratore scelto di copertura, che verrà replicata più volte. Ma il film incomincia a cecchino, Mathieu Kassovitz, già arrestato e sotto interrogatorio da parte di Mattei (un Daniel Auteuil visibilmente ingrossato e inquartato: a Cannes, dove sarà in giuria, cercherò di verificare un po’ meglio). Cecchino che ovviamente non si lascia sfuggire una parola sulla sua identità e il suo passato. Intanto vediamo dipanarsi, in parte in contemporanea e in parte in flash back, una storia piuttosto complicata di un grisbi occultato, di un misterioso traditore che per mettere le mani sui soldi fa fuori gli amici, di un maniaco schifoso torturatore e uccisore di donne. E, ancora, scopriamo c’è qualcosa di imprevedibile e molto doloroso che lega il capitano Mattei al cecchino, qualcosa che ha a che fare con la guerra in Afghanistan e un’unità speciale di militari francesi. Quello che all’inizio sembra un polar nella sua forma più semplificata di caccia al ladro, o di heist movie, di film di rapina, si complessifica man mano svelando anfratti bui e sozzi, doppi fondi e doppi giochi, devizioni imprevedibili, fino a compirre una ballata assai macabra in cui tutti si avventano contro tutti e gli amici si rovesciano in nemici. Luridissimo, un film dove ogni pietà è morta, come del resto tutto il nuovo polar al cinema, quella che ha come fondatore e guru e riferimento Olivier Marchal. Placido trova in questa materia dura e sanguinante, e anche ambigua e piena di ombre, l’occasione di scatenarsi nel suo tocco iper istintuale, di fornire un’ennesima prova del suo amato cinema tutto cuore-viscere-fegato, confermandosi un signor autore, uno dei nostri migliori registi (ho sempre detto, e anche scritto, che Romanzo criminale è forse il miglior film italiano della scorsa decade). Il confronto-scontro tra Auteuil e Kassovitz (bravo, bravissimo, ma quando tornerà a essere l’enorme regista che è stato ai tempi dell’Odio?) è l’asse su cui si incerniera il film, ma anche gli altri attori sono perfetti. Il dardenniano Olivier Gourmet, appena visto anche nel (bellissimo) Il ministro, è minaccioso come deve essere. Ci sono anche, e fan la loro figura, Violante Placido e Luca Argentero, che porta la sua faccia da italiano vero all’interno della banda. Il limite di questo pur notevole Il cecchino sta nel plot che da un certo punto in poi si divide in due sottotrame, quella che segue la pista della banda e quella del serial killer, senza riuscire a tenerle insieme adegutamente, avvitando il film in una serie di colpi e controcolpi di scena non sempre giustificati e spesso piuttosto gratuiti. Troppa roba. Una cura snellente in fase di sceneggiatura avrebbe giovato. Ma questo resta un film da vedere, non ce n’è.

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2 risposte a Recensione. IL CECCHINO: bel noir, ottimo esordio registico di Placido in terra di Francia

  1. Claudio Persichella scrive:

    Purtroppo stavolta non concordo.
    Assolutamente.
    Alla rozzezza della sceneggiatura si accompagna una messa in scena per nulla epica e spettacolare.
    I personaggi sono tagliati con l’accetta e le vicende sono poco coinvolgenti.
    Auteuil ingrassato come Depardieu nella parte del poliziotto determinato non è minimamente credibile.
    Si poteva salvare con un pò di stile di regia che latita del tutto.
    Un buon prodotto televisivo ma nulla più.
    Un’ora e venti di pura delusione.
    Non mi meraviglio che i francesi lo abbiano trascurato.

  2. Pingback: Film stasera su Sky: le recensioni (mart. 29 luglio 2014) | Nuovo Cinema Locatelli

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