Festival di Cannes 2013. Recensione: LA GRANDE BELLEZZA di Sorrentino è La dolce vita 2.0. A tratti sublime, a tratti insopportabile

01_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito-700x466La grande bellezza, regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka. In concorso.02_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_2-700x466
Le analogie con La dolce vita e molto altro Fellini (Otto e mezzo, Satyricon, Roma) sono lampanti. Anche qui c’è un giornalista che ci guida nei cunicoli, nei palazzi e nelle suburre di una Roma santa e puttana, ma più la seconda che la prima. A Cannes per La grande bellezza c’è stato un uragano di applausi e qualcuno già spende la parola capolavoro. Ci andrei cauto. Il talento visivo di Sorrentino non si discute, ma questo è un film che non riesce a darsi un centro e a farsi narrazione vera. Resta un cumulo di frammenti, alcuni sublimi (tutta la parte con la Ferilli è meravigliosa) e molti altri esecrabili (l’episodio finale con la santa è tremendo, una barzellettaccia). Difficile dare una valutazione. Intanto direi: voto 6+05_Sabrina_Ferilli_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_6-700x466Se l’applausometro vuol dire qualcosa, allora questo nuovo film di Paolo Sorrentino si piazza in pole position per la Palma d’oro. Nessun altro ha ottenuto finora tanti e tanto convinti applausi alla proiezione stampa, presenti i più schifiltosi giornalisti di cinema del mondo. Metti pure che a fare da traino e da grancassa, e anche da claque, siano stati i molti italiani, però la sensazione è stata quella del successo netto, e lo dico io che pure per La grande bellezza non sono impazzito. Ho visto su facebook e soprattutto twitter che già si spende la parola capolavoro. Avrei parecchie riserve e starei sul cauto. Il talento visivo di Sorrentino è immenso, lo sappiamo, lo abbiamo visto in tutti i suoi film precedenti, massimamente in Il divo, la sua capacità di montare affreschi grotteschi, goyeschi, notturni e corruschi è acclarata. La grande bellezza conferma tutto e di più del suo autore, si colloca anzi come il suo film più ambizioso e complesso, come il paradigma della sua visione di cinema, del suo modo di farlo, pensarlo, deformarlo. Purtroppo conferma anche la reticenza di Sorrentino allo storytelling, ad abbandonarsi alla narrazione per privilegiare invece l’immagine e l’immaginifico, piegando e subordinando il racconto all’invenzione visiva. Che cos’è questo film? Come diavolo lo si può anche solo sommariamente definire, raccontare? Sì, certo, il film è Roma, ed è il suo protagonista, Jep Gambardella, scrittore di un solo romanzo e poi pigramente adattatosi al lavoro e alla vita di cronista mondano massimo. Non avrei comunque mai pensato che scrivendo per un giornale, e scrivendo cronache mondane, si potesse diventare così ricchi, avere una casa come quella di Jep con terrazza con vista sul Colosseo. Evidentemente devo aver conosciuto altri giornali e altre redazioni, molto diversi e lontani dal mondo di Gambardella. Lo so che bisognerebbe proibire per legge l’aggettivo felliniano (e anche kafkiano, pirandelliano ecc.), ma come si fa a non usarlo per questo lavoro di Sorrentino? Che si direbbe abbia ripassato per l’occasione tutto Fellini, ma in particolare La dolce vita, Otto e mezzo, Toby Dammit, Roma e Satyricon, cioè il meglio. I mascheroni, i pupazzoni e i rari umani che percorrono la sua Roma sembrano La dolce vita 2.0. Quel film, ricordiamolo, vinse qui a Cannes la Palma d’oro (giuria presieduta da Georges Simenon con, tra i componenti, anche Henry Miller, come ha rievocato recentemente in un bellissimo articolo Todd McCarthy sull’Hollywood Reporter), e chissà mai che ci sia una replica. Della Dolce vita si riprende la struttura, e l’espediente narrativo, quello di un giornalista che Roma la conosce e la percorre nei suoi meandri oscuri, nei suoi cunicoli, nei suoi palazzi e nelle sue suburre. Allora era Mastroianni (in un personaggio ispirato, vuole la leggenda, a Gualtiero Jacopetti), stavolta è Toni Servillo. Come quella Roma, anche questa è santa e puttana, ma più la seconda della prima.

Aristocratici, plebei, suorine e pretini, cardinali, signore dei salotti e principesse dell’aristocrazia nera. Aspiranti scrittori, aspiranti scrittrici, escort, cocainomani, spogliarelliste, artisti e artiste, saggi e folli. Attraverso Jep Gambardella attraversiamo tutti i mondi di quella città-mondo che continua a essere caput mundi. Sorrentino ci stordisce con sequenze di bellezza abbacinante, soprattutto quelle dedicate alla città, in una sorta di vedutismo sublimato. Ma il film, volutamente frammentato, ondivago, rapsodico, resta un cumulo di blocchi e pezzi che non si saldano mai, che non si perdono e non si fondono in un insieme, come invece accadeva a La dolce vita di Fellini. L’impressione è di una film smisurato, ma come costruito sulle sabbie mobili, a rischio costante di sgangheratezza. Ci sono cose sublimi, ma anche troppe scorie, e momenti francamente esecrabili. L’incipit (il canto, l’acqua, le rovine) è notevole, e il passaggio brusco alla festa orgiastica (con una Serena Grandi-Saraghina) per i 65 anni di Gambardella è un urlo, una scarica ad altissima tensione. Tutte le scene discotecare sono un incubo di volgarità assai ben riuscito, una discesa all’inferno, un sabba reso con strepitose invenzioni visive e potenza di stile. La parte con Sabrina Ferilli, meravigliosa creatura, bella e straziante, non la si dimentica: l’incontro al club del padre, la festa cui partecipa con Jep, la visita notturna al palazzo, il funerale del ragazzo suicida. E il recupero della Ferilli a questo cinema è uno dei meriti di questo Sorrentino. Ma ci sono cose meno riuscite, anzi fastidiose, anzi insopportabili. Tutta l’ultima parte con la santa in visita romana è tremenda, una barzellettaccia dilatata chissà perché a episodio portante. I fenicotteri sul terrazzo non si reggono proprio e fanno insostenibile simbolismo anni Sessanta da film da cineforum. Certe sentenziosità nei dialoghi, soprattutto quando Jep è in vena colto-citazionista, si reggono ancora meno. Anche il mago con giraffa non è granchè, lo stesso la bambina-artista. Quello che non viene mai meno è l’occhio di Sorrentino e la sua capacità quasi naturale di fare cinema, di trasformare in cinema tutto quello che guarda e che tocca. Ma i capolavori, temo, sono un’altra faccenda. Gli attori: un esercito, tra parti maggiori, minori, comparsate eccellenti (ci sono nella parte di se stessi, per dire, Fanny Ardant e Antonello Venditti; Verdone invece fa, benissimo, l’amico sfigato e non riuscito di Jep). Isabella Ferrari fa la milanese in visita romana ed è più bella che mai. A Jep che le chiede che lavoro faccia lei risponde: “sono ricca”, ed è forse la battuta migliore. Mi sa che di questo film si dovrà riparlare un po’ più avanti, a bocce ferme, e fuori dalla frenesia del festival.

 

 

 

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21 risposte a Festival di Cannes 2013. Recensione: LA GRANDE BELLEZZA di Sorrentino è La dolce vita 2.0. A tratti sublime, a tratti insopportabile

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  2. Renèe scrive:

    Meravigliosa la scena con i fenicotteri ed è fondamentale ascoltare ciò che dice la Santa perchè spiega a Jep che se non si è ben radicati a terra non si può spiccare il volo, praticamente è la spiegazione del film.
    Mi è piaciuto questo film, e credo bisognerebbe rivederlo per comprenderlo ancora di più.

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  6. Tiziana scrive:

    Seguo con interesse il suo blog, trovandomi molto spesso d’accordo con le sue recensioni e il suo senso dell’arte. Trovo anch’io che forse alcune parti del film risultino di difficile collocazione nel contesto, molto fini a sè stesse, anche se questa è forse una peculiarità di Sorrentino, regista che amo in particolare per i primi film. A tal proposito sarei curiosa di sapere cosa pensa delle prime produzioni di questo regista.

    • luigilocatelli scrive:

      ah, su Sorrentino sarebbe da fare un discorso un po’ meditato. proprio ieri sera mi son visto l’ultimo suo film che mi mancava, L’amico di famiglia. Intanto dico che non è un grandissimo autore, troppo auticompiacente e autocompiaciuto com’è. dovrebbe farsi scrivere le sceneggiature da altri. poi le qualità sue sono evidenti (uno stile forte e riconoscibile soprattutto).

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  11. IdaKia scrive:

    Concordo con la recensione. Tra Sorrentino e Fellini c è un baratro….”le differenze bisogna saperle riconoscere”, dice Giovanni Chiaramonte. I due registi non si possono proprio paragonare, d’altronde sono vissuti in due periodi diversi e l’Italia di Fellini non era l’Italia di Sorrentino. Da “La grande bellezza” vien fuori tutta la bruttezza dell’Italia perché siamo realmente brutti, da “La dolce vita” vien fuori la bellezza …la bellezza non dell’Italia ma dell’arte al di lá di tutto. L’arte è quel mistero che supera i confini della pellicola, del tempo e dello spazio. “La grande bellezza” lo vedo con piacere una volta ma non lo rivedrei all’infinito. E’ un film interessante ma molto terreno e imperfetto. L’arte tende al divino e per arrivare ad essere capolavoro gli manca qualcosa…la poesia(che non sono le continue citazioni di Jep). Manca la poesia non quella dei Baci Perugina o della pubblicità della FIAT ma quella poesia che celebra perfettamente la verità dura, nuda e cruda. L’Oscar Idakia non glielo assegno per niente, tuttavia quello di Hollywood se ce l’hanno dato ce lo portiamo a casa e con orgoglio. Va bene essere critici ma autolesionisti anche no! soprattutto in questo momento. Mi accontento non ciecamente e non passivamente, mi accontento perché “È meraviglioso il futuro” quello che sapremo costruire.
    “La grande bellezza” è quella che noi dobbiamo costruire perché il passato è passato e le copie di quel passato resteranno sempre solo copie.

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  13. andreambetti scrive:

    Sono un pessimo follower di blog, lo ammetto, ma avevo proprio al curiosità di leggere la critica fatta qui di questo film. In effetti la trovo onesta ed esaustiva. Più d’ogni cosa, poi, al riparo – essendo stata scritta in tempi non sospetti – dalle rissose polemiche dei “nuovi intenditori di cinema” (visitors sbarcati in italia da qualche giorno) che la la ridurrebbero ad un evidente sintomo di “invidia per l’oscar”. e questo mi pare un valore aggiunto 🙂 Grazie!

    andrés

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