Recensione. THE PARADE (La sfilata): irresistibile ballata balcanica con Gay pride, omofobi convertiti alla causa e cose politicamente molto scorrette

420367_242942469130246_216056372_n383066_188238194600674_99421622_nThe Parade – La sfilata (Parada), regia di Srdjan Dragojevic. Con Nikola Kojo, Milos Samolov, Hristina Popovic, Goran Jevtic, Goran Navojec. Serbia 2012. Proiettato a Milano al cinema Beltrade.383346_188238431267317_516371081_n
Un film serbo che l’anno scorso ha vinto al Festival di Berlino la sezione Panorama (battendo Diaz di Daniele Vicari) e finalmente arrivato in Italia, anche se distribuito in poche sale. Se vi capita, non perdetevelo, è uno dei film più sorprendenti degli ultimi tempi. Belgrado: un nazionalista-estremista molto macho e omofobo si converte alla causa gay e accetta di proteggere il gay pride dalla marmaglia. Ma Parada (titolo originale) è molto più ricco della sua pur encomiabile intenzione politica pro-gay. È una finestra spalancata sugli abissi dell’anima balcanica, una ballata beffarda di angeli e demoni. Un film meravigliosamente pieno di paradossi. Voto 8.386234_188237131267447_702206759_n
Però, non sarebbe stato male mantenere il titolo originale serbo Parada, con cui questo film è stato presentato l’anno scorso alla Berlinale nella sezione Panorama, la seconda per importanza del festival, vincendo a mani basse il premio del pubblico (il quale vota attraverso una cartolina distribuita all’entrata del cinema). Val la pena ricordare che Parada superò il nostro Diaz – Don’t clean up this blood, piazzatosi onorevolmente al secondo posto. A Berlino non riuscii a vederlo, e quando cercai di recuperarlo in extremis l’ultimo giorno non ci fu verso di entrare nell’affollatissimo International, la meravigliosa sala in Karl Marx Allee che era un tempo la preferita dei papaveri alti alti alti della Ddr (c’è ancora una fila in platea, conservata come una reliquia storica – mi pare sia la ottava o la nona – che era riservata ai gerarchi, con poltrone più ampie e comode delle altre). Per fortuna eccolo incredibilmente rispuntare nei cinema italiani, pochi, per la verità, distribuito da Cine Club Internazionale (onore e rispetto per il coraggio). Qui a Milano lo danno al Beltrade, sala parrocchiale di recente convertita a una programmazione cinefila (hanno appena dato tutto Refn, compresi i vari Pusher), e sta resistendo in programmazione oltre ogni più rosea aspettativa. Un piccolo successo del passaparola, e speriamo che anche questa recensione convinca qualcuno ad andarlo a vedere.
Dunque: al suo primo livello Parada si presenta come un film politicamente correttissimo, perfino come una parabola esemplare contro l’omofobia, in questo caso quella serbo-balcanica, risultato e precipitato di una cultura maschil-virile assai tradizionale, perfino cupa e lugubre. Figuriamoci, il plot ruota addirittura intorno al progetto di un pugno di omosessuali, uomini e donne, di Belgrado di dare vita anche lì a quel Gay Pride che ormai è un’istituzione e un appuntamenbto rituale in quasi tutto il mondo, Italia compresa. Progetto che naturalmente se la deve vedere con un contesto ambientale di massima ostilità: polizia che dovrebbe proteggere la minoranza gay e in realtà non protegge per niente, e soprattutto gruppi serbonazionalisti estremi col culto delle armi, della violenza, del cameratismo, dello scontro fisico, della guerra, del machismo, i quali nell’omosessuale manifestante vedono il segno del decadimento, della corruzione dei costumi e dei valori, un attentato all’integrità del paese, una contaminazione anche della purezza etnica (razziale?). Idea narrativa eccellente, suggerita al regista Srdjan Dragojevic da quanto successo veramente a Belgrado, dove già nel 2001 si era tentato un gay pride impedito da fascio-nazionalisti, dove si era riprovato nel 2009 (e le autorità sospesero per motivi di ordine pubblico). Finalmente la parata s’è fatta nel 2010, con 5oo manifestanti difesi da un imponente schieramento delle forze dell’ordine, e il tentato assalto di centinaia di contromanifestanti. Ma grazie a Dio The Parade è molto di più del suo, per quanto meritorio, grido pro-gay e anti-omofobia: è un’opera multilivello, ricca di infiniti sottotesti, che in parte confermano e in parte contraddicono il testo esplicito. E che complessificano e stratificano il racconto impedendogli di ridursi a mero slogan. Parada è una scatenata, irresistibile commedia che non si ferma di fronte a niente, che mette in campo e in scena, con il filtro dell’ironia e dello sberleffo, il repertorio più inquietante dell’anima profonda balcanica: il culto maschile e maschilista della forza bruta, il delirio della violenza e del sangue che ha trovato nelle guerre post-jugoslave la sua espressione esemplare, l’amore feticistico per le armi da fuoco e per le lame, la passione smodata per l’alcol e per la musica fracassona simile a una scarica di kalashnikov. E che mette in scena, anche, l’oscura, inconfessata fascinazione che tutto questo riesce ad esetcitare. Tutti ingredienti di una rumorosissima ballata come l’abbiamo già sentita-vista in altri film serbi (La polveriera di Goran Paskaljevic, per dire) e naturalmente in tutto Emir Kusturica. Ingredienti che io di solito trovo stomachevoli, lugubri, anche pornografici per il tasso di ferocia disinvoltamente esibita, ma che qui miracolosamente riescono a dar vita a un film godibile, ed è la prima volta che mi capita (detesto i film di Kusturica). Partendo dall’omosessualità e dalla condanna dell’omofobia, cioè dal discorso più virtuoso e condiviso e ‘progressista’ che oggi si possa rintracciare, Parada riesce incredibilmente a rappresentare l’abisso, il rimosso, l’oscuro e il perturbante, mettendo a nudo i demoni balcanici che abbiamo visto al lavoro nelle guerre anni Novanta. La trama, a raccontarla, sembra folle, balorda e irrealistica, eppure funziona benissimo, anche se ci andrei molto cauto a prendere per buono e possibile quanto vediamo sullo schermo. Che è la strana, imprevedibile alleanza tra un veterinario gay impegnato nell’organizzazione del gay pride a Belgrado e un macho-serbonazionalista già eroe di guerra, con alle spalle qualche massacro orgogliosamente esibito, ovviamente omofobo. Solo che per una serie di circostanze sarà proprio lui a far da protettore e servizio d’ordine – lui e alcuni suoi sodali – della parata omosessuale. Assolutamente inattendibile. Eppure questo paradosso sullo schermo riesce a dare vita a una macchina narrativa quasi perfetta, che per la sua capacità di tenere insieme elementi contraddittori e perfino opposti, e per il disincanto, ricorda il virtuosismo di certo Lubitsch o di Billy Wilder. L’asse narrativo si estende tra due coppie, una gay, l’altra super etero, e le raccorda, le cortocircuita, le fa incontrare e scontrare fino ad esiti imprevedibili, ora assai comici, ora drammatici, anzi tragici (però più i primi). Radmilo è il veterinario di cui sopra, un bel faccione e una figura rotonda da paciarotto, come si sarebbe detto un tempo a Milano, fidanzato devoto e innamoratissimo di Mirko, ardente militante gay (è lui che coltiva testardo il sogno della Parada a Belgrado), già regista teatrale di impegno omosessuale cui è stato chiuso il teatro e ora riciclatosi come wedding planner: in fondo, si tratta pur sempre di organizzare spettacoli, soprattutto lì in Serbia, dove il matrimonio è spesso cerimonia grandiosa e pomposa di sciupio vistoso onde affermare agli occhi della collettività il proprio status. Dall’altra parte ecco la coppia rigorosamente etero, con Limun, il vero protagonista del film, l’ex eroe di guerra serbo, già appartenente a una qualche milizia sul modello delle Tigri di Arkan, sempre orgogliosamente pronto a rievocare le sue gesta e i molti nemici massacrati. In tempo di pace si è riciclato come proprietario di una palestra di judo, dove non solo tiene lezioni, ma si circonda di un numero di fedelissimi ultranazionalisti e ultra machos pronti a prestarsi e vendersi per dubbie operazioni di pulizia sociale tipo sgombero forzato di campi zingari. Naturalmente in casa è tutto un tripudio di gagliardetti simil-nazi, pugnali, memorabilia dei tempi della bella guerra in cui si uccideva e sgozzava. Limun, in fondo un brav’uomo (e lo dico senza ironia), è fidanzato all’estetista Perl, un donnone assai sensuale che molto ricorda certe femmine dive del turbo-folk post-jugoslavo, e sta per sposarla. Lei ci tiene alla rispettabilità, vuole che il pur adorato Limun si “civilizzi”, trasformi i suoi usi e costumi di maschio selvaggio e rude in modi più coltivati e presentabili, e punta alle nozze come occasione del riscatto. Dunque si rivolge al wedding planner perché le organizzi una cerimonia chic e fichissima (e costosa). Così le due coppie – la gay e la etero – si cortocircuitano imprevedibilmente (e il pacioso ma determinato Radmilo riconosce in Limun colui che gli portò il suo pitbull ferito da curare, minacciandolo con la pistola: “Attento, se lui muore morirai anche tu”, che è una delle scene iniziali che danno il tono a tutto il film). Ci saranno scaramucce tra le due coppie, due mondi incompatibili che il destino ha deciso di incrociare. Tra un “ma io quei froci non li voglio neanche vedere ” e un “quell’omofobo deve sparire dalla nostra vita” si arriva all’incredibile compromesso: Mirko, che non sopporta il machismo di Limun, accetta di organizzare il matrimonio suo e di Perl in cambio della protezione di lui e della sua milizia alla parata gay. Peccato che i suoi sodali della palestra non vogliano sputtanarsi e lo mollino. Quel che segue è la campagna di reclutamento che Limun farà, accompagnato da Radmilo e a bordo di una assai gay Mini rosa, in partibus infidelium, nelle terre già nemiche di Croazia, Bosnia, Kosovo. Ed è forse la parte migliore e più interessante, e anche la più stupefacente, perché mette in luce una indomabile (anche se non enunciata esplicitamente) nostalgia della Jugoslavia e un senso di appartenenza comune che riesce ad andare oltre non solo le differenze etniche tra i vari stati della già confederazione titina, ma perfino oltre gli stessi orrori della guerra. Per me è stato semplicemente sbalorditivo vedere la ruvida e profonda amicizia tra Limun e il croato Marko, nata vent’anni prima dopo essersi sparati addosso da nemici al fronte. Lo stesso nel vedere poi Limun scambiarsi pacche sulle spalle con il suo amico, già nemico, kosovaro (e qui assistiamo a una delle scene più incredibili, quella delle aquile usate per contrabbandare, immagino dall’Albania, l’eroina  prontamente rivenduta ai militari americani delle forze di peacekeeping). Ora, che il gruppo di difesa del gay pride belgradese finisca con l’essere costituito da un fascionazionalista serbo, da un croato che orgogliosamente rivendica i simboli e i rituali ustascia, da un bosniaco musulmano venditore di cassette porno e da un kosovaro trafficante di eroina dà l’idea di cosa ci sia davvero nell’intimo, nelle profondità, nei meandri dark di questo The Parade. Altro che manifesto politically correct, qui si osa mettere in scena una scorrettezza al limite dell’oltraggioso e spalancare finestre sull’abisso. Onore al regista Srdjan Dragojevic, che è riuscito a mettere insieme una narrazione di strepitosa ricchezza e complessità, il che è le negazione della piattezza e dell’unidimensionalità del classico film militante, di ogni militanza. Non dico come va a finire, dico solo che c’è un surplus di mélo che forse si sarebbe potuto evitare. Certo, in questo film che vale per le sue scorrettezze e per il coraggio con cui sa ricostruire e mostrarci una sottocultura criminal-fascio-nazionalista e le mitologie della superiorità etnica e fallica, c’è anche il lato ideologicamente virtuoso. E, come ogni virtù, assai meno interessante drammaturgicamente del vizio. Intendo, il lato che fa del ripudio di ogni omofobia e dell’accettazione radicale della gaytudine il metro su cui misurare la civilizzazione. Un paese (come la Serbia qui descritta) che impedisce il gay pride non è, semplicemente, un paese civile: questa è la tesi forte e chiara di The Parade, su cui non si può non essere d’accordo, ma che rischia, come ogni tesi, di semplificare troppo, sacrificando e piallando le ombre e le ambiguità del reale, e la sua ricchezza. Questo film è irresistibile quando sorprende e spiazza, meno quando moraleggia e fa virtuosamente la (pur sacrosanta) predica. Trovo indimenticabili le scene della Belgrado degradata con gli antri in cui combattono i cani e i poteri loschi che tessono le loro trame, trovo di massimo divertimento l’educazione virile impartita da Limun al buon Radmilo (“Quel mignolo abbassalo!”), come in certi momenti del mai dimenticato Vizietto. Non si finirebbe mai di parlare di un film così, tanto è pieno di cose. Anche se credo che il cuore vero stia in qualcosa che non viene mai detto, che anzi a parole viene continuamente negato, e che pure nel film c’è, lo percorre tutto, pulsa in ogni scena, ed è la reciproca, oscura, ambigua, sotterranea, inesprimibile, inconfessabile attrazione tra omosessualità (maschile) e virilità machista ed estrema. La contiguità-complicità che in certe scene qui si stabilisce tra gaytudine e universo iper-macho la si è vista in passato in certa omosessualità di destra, in certe figure come Yukio Mishima, eroe nazionalista e omosessuale (se è per questo, anche nelle SA, anche se parrà non bello ricordarlo). Vedendo The Parade non ho potuto non pensare al Limonov raccontato nell’omonima biografia di Emmanuelle Carrère: Limonov, lo scrittore e guru politico russo che nella sua vita rocambolesca e acrobatica è stato omosessuale e nazionalista panslavo, perfino amico e supporter proprio degli estremisti serbi durante le guerre post-jugoslave. Limun, Limonov: questa quasi-omonimia sarà solo un caso? Ecco, quello strano miscuglio di elementi apparentemente inconciliabili dell’avventuriero russo L. io l’ho trovato in The Parade, o meglio, l’ho trovato nel suo inconscio. E mi è venuto in mente un altro frangente in cui omosessualità, stavolta femminile, e realtà serba si sono incrociate e fuse: quando la pop-cantante Marija Seferovic divenne una star nazionale dopo aver vinto nel 2007 l’Eurofestival (lo dico sempre che bisogna guardarlo perché fa capire dell’Europa e dintorni molto più delle cronache politiche) con Molitva, canzone iper melodrammatica eseguita con una coreografia piena di allusioni lesbiche (ecco il video). Mille sono le strade in cui l’omosessualità può estrinsecarsi, e non tutte soggiacciono alle leggi del politicamente corretto e della militanza. Naturalmente l’abilità del regista Dragojevic è stata quella di fondere gli elementi anche più ambigui in una confezione scintillante e scatenatissima, di massima godibilità, che mica per niente ha sedotto le platee dei festival dove è stato presentato, a partire da Berlino 2012, e che ha procurato al film ben 600mila spettatori e incassi molto alti nelle repubbliche della ex Jugoslavia. Ancora un paradosso di questo film che di paradossi è pieno. Un film serbo che riesce a piacere indiscriminatamante in patria e nei paesi che le furono nemici nelle guerre anni Novanta: Croazia, Bosnia, ecc. E anche qui mi viene in mente l’Eurofestival, dove al momento del voto (ogni paese ha un pacchetto di voti a disposizione) i paesi della ex Jugoslavia, pur divisi da odi etnici e dai fantasmi bellici, continuano immancabilmente ad appoggiarsi, a darsi i voti reciprocamente, a sostenersi, a fare gruppo, ed ecco la Bosnia che premia la Serbia, e la Serbia che premia la Bosnia e la Croazia, e così via, sicché l’allibito spettatore euro-occidentale si chiede: ma scusate, non si erano tanto odiati e ammazzati? Ma questi sono i Balcani, e Parada è film assolutamente, quintessenzialmente, meravigliosamente anche, balcanico. Ultimo accenno alla cinefilia di cui è ampiamente irrorato il film. Sopra il letto di Mirko e Radmilo campeggia il manifesto dei Magnifici Sette, et pour cause, visto che si tratta di un vero modello narrativo di riferimento di Parada. Il reclutamento di Limun riecheggia quello del film di John Sturges, lo stesso lo scontro finale che oppone sette magnifici e coraggiosi alla marmaglia skinhead. Ma il vero culto in Parada è Ben-Hur di cui si insinua, mandando e rimandando la scena della bevuta a braccia incrociate del protagonista e di Messala, la latente omosessualità. Belli come Charlton Heston non se ne fanno più, conclude sconsolato un gay del gruppo.

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