Recensione. ‘Il fondamentalista riluttante’ di Mira Nair: un uomo diviso tra Occidente e le radici pakistane (tutta colpa dell’11 settembre)

Ripubblico la recensione scritta a Venezia lo scorso settembre subito dopo la presentazione del film, proiettato (fuori concorso) in apertura  del Festival del cinema.
99481_galIl fondamentalista riluttante (The Reluctant Fundamentalist), regia di Mira Nair. Con Riz Ahmed, Kate Hudson, Kiefer Sutherland, Liev Schreiber, Martin Donovan: India, Pakistan, Usa 2012. reluctant-fundamentalist-03Storia di Changez, ventenne brillante diviso tra America e Pakistan. In irresistibile ascesa nella New York anni ’90, vede il suo sogno americano frantumarsi con l’11 settembre. Un film pieno di sottigliezze, ma anche teso come una spy-story, su due mondi che non ce la fanno proprio a capirsi. Mira Nair, regista robusta ma non eccelsa e delle volte corriva, stavolta alla prese con una buona storia e un buono script mette a segno un bel risultato.

Voto 7reluctant-fundamentalist-022
Non ho mai stimato granché l’indiana a e un po’ americana Mira Nair e il suo cinema troppo abile e furbo nel servire a uso dell’Occidente sapori e spezie e vari socio-antropologismi del subcontinente indiano. Cinema estroverso, sgargiante, che non è mai andato troppo per il sottile, diciamo una Bollywood vagamente autorializzata e addomesticata per le platee euroamericane in cerca di nuovi esotismi e orientalismi con la patente dell’intelligenza e dell’impegno. Stavolta però la abbastanza (da me) detestata Mira Nair fa centro, grazie soprattutto – immagino – alla bella storia che le mettono in mano, tratta da un libro dell’anglopakistano Mohsin Hamid, edito in Italia se ricordo bene da Einaudi, libro uscito a metà degli anni Duemila che si poneva con molta cognizione di causa il problema di essere pakistani dunque musulmani negli Stati Uniti in quel momento, in quel tempo dopo l’11 settembre. Quella del protagonista Changez era, è,  nel romanzo una vita divisa che di più non si potrebbe, dove le propensioni, i caratteri personali contano assai poco di fronte alle bufere dela storia che cancellano, azzerano, ridisegnano inesorabili ogni individualità. Che riducono il libero arbitrio a un’illusione. Mira Nair prende in mano una sceneggiatura che, se ricordo bene il romanzo, è piuttosto fedele, solo un po’ più cerchiobottista nel finale, amaro ma non amarissimamente letale. Il film funziona benone, ha inchiodato per le sue due ore e qualcosa un pubblico scafato come quello delle proiezioni stampa e ha ottenuto alla fine un lungo, convinto applauso. Insomma, ha superato l’esame. Mira Nair non riuncia all’esteriore e allo sgargiante neanche qui, in una sorta di linawertmüllerismo in versione paki-indiana, ma non tradisce la storia, ne mantiene tutta l’ambiguità e le sottigliezze, e del protagonista Changez ci resitituisce bene la coscienza dilaniata. Il bozzettismo, che pure c’è, non prevarica pericolosamente. Cinema mainstream, cinema che punta a larghe platee, dunque alieno da inflessibilità e rigori autoriali, anche abbastanza piacione per elevarsi a grande cinema. Però cinema che svolge egregiamente la sua mission. Storia così esemplare, quella del Fondamentalsta riluttante,  da somigliare strettamente a una parabola, anche se si svolge davanti ai nostri occhi senza pesantezze didascaliche. Rampollo di una importante, laica, colta, intellettuale famiglia della meglio Lahore ora in decadenza economica, il giovanissimo Changez molla la patria e si imbuca nella prepotente New York anni Novanta con i suoi ampi spazi e occasioni di carriera concessi ai talenti, meglio se giovani, brillanti e spregiudicati. Changez lo è. Fa presto strada in un’agenzia di consulenza aziendale, ramo massimizzazione efficienza e taglio rami secchi, un tempio del turbocapitalismo. C’è sempre modo di migliorare i conti di una company, negli Usa e fuori, c’è sempre modo di aumentare la redditività e ridurre i costi, che sono quasi sempre costi umani, un bel numero di workers su cui tracciare un segno rosso. Fuori, per sempre. Il ragazzino ha la stoffa del perfetto tagliatore, ha l’occhio e la mano, i superiori lo aprezzano, sale in fretta i gradini. A suggello dell’aparente perfetta integrazione avvenuta per il paki-musulmano, arriva pure una ricca e bella ragazza (Kate Hudson) fotografa-artista, con cui il nostro ha una relazione un po’ complicata. Poi. Poi arriva l’11 settembre, e il mondo di Changez si sgretola a poco a poco. Nella paranoia generalizzata, e non senza una qualche giustificazione, per strada lo fermano come sospetto terrorista, lo sottopongono a umilianti ispezioni corporali. Incominciano le prime crepe, e le crepe diventano voragini. Quando lo mandano in Turchia a tagliare un editore che molto ha fatto pe l’affermazione della cultura mediorientale ma che i nuovi padroni non vogliono più, capisce che deve scegliere. E sceglie di autodistruggersi come brillante analista finanziario. Se ne tornerà in Pakistan. La sua storia è raccontata in flashback in un sinistro caffè di Lahore dove Changez, ormai professore convertito alla causa nazionalista-islamista, si incontra con un agente Cia sotto copertura che ha come obiettivo quello di raggiungere il rifugio in cui è tenuto in ostaggio un americano rapito, e che da Changez vuole sapere come arrivarci. Siamo nel Pakistan confuso degli anni Duemila, terra di doppi e tripli gochi, di fondamentalisti tagliagole infiltrati nelle istituzioni, di servizi segreti collusi con tutti, amici che sono nemici e viceversa, americani disprezzati come invasori (per conoscere meglio cos’è, cosa fu questo Pakistan conviene leggere il libro che Bernard Henri-Lévy ha dedicato ala rapimento e alla morte del giornalista americano Daniel Pearl). Un verminaio, Lahore, dove una mossa sbagliata può costare la vita a chi la compie e alla sua famiglia. Changez si muove su un crinale pericoloso, letteralmente sospeso su due abissi. Se il suo obiettivo è quello di ritrovare la sua identità pakistana e di far nascere nei suoi studenti un nuovo orgoglio nazionale, corre anche il rischio di venire usato, o costretto a collaborare, da parte di gruppi fondamentalisti disposti a tutto. Il finale resta aperto e forse cerca di accontentare un po’ tutti. In fondo, si tratta di una megaproduzione internazionale in cui c’è anche la Eagle Pictures di Tarak Ben Ammar. Dunque, non si può essere troppo disincantati o crudeli, qualcosa al gusto medio bisogna concedere. Ma va bene così. Questo film ha una complessità e una sottigliezza nel trattare il dopo 11 settembre e la doppia apartenenza culturale di un musulmano-americano come nessun film è mai riuscito a fare, compreso il bollywoodiano Il mio nome è Khan. Non banalizza e non semplifica, se non lo stretto necessario. Riesce a fare spettacolo, ad avvincerci, ad appassionarci alle peripezie del suo Changez diviso, a instillare qualche sano dubbio nelle nostre certezze. Se indulge un po’ al vecchio vizio terzomondista, ne fa un uso tutto sommato moderato e poco ideologico, e la storia di Changez ci viene mostrata attraverso i fatti, non fastidiosi proclami politici. Il fondamentalista riluttante (bellissimo titolo) ci mostra il dramma di un uomo che, nonostante il suo acume, l’intelligenza, lo status elevato acquisito in Occidente, non riesce a sottrarsi alla sua appartenenza identitaria e alle sua radici. Perché ci sono cose più forte di noi, contro cui anche il libero arbitrio – totem del pensiero d’Occidente – si frantuma e nulla può.

Questa voce è stata pubblicata in Container, festival, film, Post consigliati, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi