Recensione. LA QUINTA STAGIONE: un apocalittico assai bruegheliano e ad alta visionarietà. Un film alieno. Comunque da vedere

Ripubblico la recensione scritta dopo al presentazione (in concorso) al Festival di Venezia 2012 del film.
2532-la_cinqui__me_saison_brosens-woodworth__5_La quinta stagione (La Cinquième Saison)
, regia di Peter Brosens, Jessica Woodworth. Con Aurélia Poirier, Django Schrevens, Sam Louwyck, Gill Vancompernolle.
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In un villaggio delle Ardenne le stagioni impazziscono, la natura implode, una forza negativa si impadronisce del mondo. Le mucche non fanno più latte, le api il miele, le piante diventano sterili. E gli umani incominciano a farsi del male. Una cavalcata cupissima piena di richiami pittorici a Brueghel e ai fiamminghi tutti. Una danza macabra, un clima da Medioevo flagellato da pestilenze, carestie, allucinazioni collettive. Immagini di cupa magnificenza come poche volte s’è visto al cinema. Eppure quello che manca è una narrazione seppur minima. I personaggi sono appena accennati, il racconto arranca faticosissimamente, non si parte e non si arriva da nessuna parte. Resta un senso di malsano che ti prende alla gola, resta soprattutto la grande sequenza della caccia al capro espiatorio. Voto: 9 per le immagini e la visionarietà, 3 per l’antinarratività2571-la_cinqui__me_saison_brosens-woodworth__4_
Ogni festival ha il suo film alieno. La Cinquième Saison della coppia belga Brosens-Woodworth è quello della Mostra in corso. Se è vero che il cinema non si sa da che parta vada o, meglio, se è vero che va da tutte le parti, tutte percorrendole e mescolandole, questo ne è un caso esemplare. Come sostiene l’ex direttore artistico del Locarno Film Festival, il francese Olivier Père, ormai gli steccati tra i generi e le categorie non esistono più, tantomeno non esiste la un tempo sacra distinzione tra fiction e documentario, o quella tra cinenarrazione e videoart. Brosens e Woodworth, in questa che è la parte conclusiva di una trilogia dedicata ai fenomeni naturali, usano lo sguardo dei documentaristi, ma con una visione che tutto deve all’arte, alla videoarte, alla fotografia. Cinema della mescolanza, della frontiera, del meticciato, del bordo, insomma chiamatelo come volete, però alla fin fine anche cinema che abdica a se stesso, cinema non-cinema, se per cinema intendiamo anche, soprattutto, una narrazione, un racconto in cui le immagini si mettono al servizio di una trama, dei personaggi. Di una storia. È il limite strutturale di quest’opera – no, non me la sentirei di definire La Cinquième Saison un film – peraltro degnissima, con squarci e lampi visionari che per lo spettatore sono un’esperienza di quelle rare, con una qualità compositiva-pittorica dell’immagine e dello spazio stratosferica. Ma il racconto? Il racconto dov’è? Dovrebbe essere questo: in un villaggio delle Ardenne, però di atmosfere anche parecchio più nordiche e fiamminghe, signora mia non ci sono più le stagioni d’una volta, ma nel senso più letterale e radicale. Si comincia con uno strano inverno, in questo villaggio abitato soprattutto da contadini e allevatori, che non vuole smettere mai, e i galli non cantano più, e le mucche non fanno più latte. Le stagioni che seguono sono uno sonvolgimento del ciclo naturale, le piante non fruttificano, i raccolti non crescono, la natura sembra entrare in uno stato d’agonia. È in atto un’apocalisse ecosistemica, non se ne sa il perché, però se ne vedono gli effetti, e in fondo il canovaccio resta quello dei film post catastrofici, post atomici eccetera, solo che qui c’è più sicumera autoriale, scarsa o nulla attenzione alla trama, uso di mezzi poveri e niente effetti speciali. Dunque, arriva la carestia, si incomincia a mangiar mosche e larve (lo spettatore teme anche il canibalismo, che però non verrà). L’universo è in preda all’entropia, tutto sembra procedere verso la dissoluzione finale. Man mano si sgretola anche la rete delle relazioni sociali, incominciano le violenze, si addita un vagabondo un po’ tardohippy, con figlio disabile a carico e casa-van, quale responsabile del cataclisma, e se ne fa il capro espiatorio. C’è qualche barlume di subplot: una ragazzina che si prostituisce per fame, un uomo che non si decide a uccidere il suo adorato gallo. Ma se vi aspettate una qualche progressione o logica, vi illudete. Non c’è nemmeno una progressione a livello visivo e figurativo. Le sequenze, pur meravigliose, non si concatenano, restano chiuse, autonome, le immagini non ci sanno mai restituire il deterioramento climatico: l’inverno iniziale è lo stesso di quello al centro del film e a quello finale. I nostri due registi quando si trovano di fronte al bivio, e ci si trovano spesso, se costruire l’ennesima portentosa, folgorante immagine o sacrificarla per darci una traccia narrativa in più, scelgono regolarmente la prima strada. Questo sarebbe potuto essere un film davvero importante se Brosens-Woodworth avessero sacrificato un po’ di narcisismo estetico-artistico. E però qualcosa, molto di notevole riescono lo stesso a darcelo, eccome. Immagini smaccatamente ma perfettamente ispirate al Brueghel più implacabile, a Rembrandt e a tutta ma proprio tutta la pittura fiamminga, giù giù fino al surrealismo belga novecentesco di Delvaux e, forse, Magritte. Natura che diventa sempre più arcigna, nemica e ostile. Un senso di gelo e morte che tutto pervade. Come in una danza macabra gotico-medievale, gli umani si trasformano man mano in spettri di se stessi. Dietro ai corpi intravedi già gli scheletri. Si pensa anche allo squallore fiammingo di certi film olandesi di Verhoeven, si pensa alle guerre e alle piaghe e alla peste che hanno devastato quelle terre per secoli. La sequenza iniziale, con la popolazione del villaggio che si riunisce intorno al rogo della strega, simbolo dell’inverno che se ne va (ma il legno non prende fuoco, ed è un cattivo presagio), con i mascheroni disumani, è memorabile. Il ballo collettivo su musica che a me pare vagamente celtica pure. Ma sono tante anche le scene gratuite o prive sia di una funzione narrativa sia di vera accensione visionaria. Però tutta la parte finale è magnifica, davvero, e da solo vale il bliglietto (pare che il film abbia incredibilmente trovato un distributore italiano). Intendo la gente del villaggio che in mascherà dà la caccia al capro espiatorio, lo cattura, lo porta sulla collina per bruciarlo sul rogo. Un Golgota che richiama e riassume molti Golgota pittorici e cinematografica ed è semplicemente portentoso. Non basta a fare di questo La Cinquième Saison un capolavoro, non ne fa nemmeno un vero film. Ma è qualcosa che resterà. Il senso di malsano che i due registi ci trasmettono ha la forza disturbante di certo cinema implacabile del Grande Nord, intendo il Dreyer di Dies Irae e Giovanna d’Arco, e il Bergman più estremo e cupo, quello del Settimo sigillo, di La vergogna e Il silenzio. (Quanto all’infelicità delle Fiandre, vedi anche alla voce Bruno Dumont).

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