Recensione. THE EAST, thriller morale (e mélo) con eco-terroristi. Un film indie da vedere (e occhio a Brit Marling)

east2The East, un film di Zal Batmanglij. Sceneggiatura di Brit Marling, Zal Batmanglij. Con Brit Marling, Alexander Skarsgård, Ellen Page, Julia Ormond, Shiloh Fernandez, Toby Kebbell, Patricia Clarkson. Al cinema da giovedì 4 luglio 2013.east3
Occhio a Brit Marling, attrice e sceneggiatrice più che emergente nel panorama del cinema indie americano. Qui è una ex agente Fbi che si infiltra in una cellula di ecoterroristi. Ma succederanno parecchie cose – compreso un innamoramento non previsto – che la cambieranno, e sposteranno il film dal genere thriller verso il melodramma e il racconto morale. Uno dei più eccentrici film degli ultimi tempi. Sì, venato di una fastidiosa ideologia complottistica e anti-industrialista, ma strano e bello. Voto 7 menoeast5

il regista sul set

il regista Zal Batmanglij sul set

Strana creatura cinematografica, l’americana Brit Marling. Bella, bionda, austera, altera, con un’aria da fotomodella di rango che ha appena mollato uno shooting per Vogue, potrebbe sfondare come attrice di furbi prodotti mainstream, invece insegue il sogno di un cinema indpendente, engagé, mai banale e un po’ ostico. Era, tanto per dire, la figlia di Richard Gere nel racconto morale, a sfondo finanziario con crisi globale incorporata, Arbitrage (in italiano più banalmente La frode). Era in Anothr Earth, fantascientifico strano e bello di impronta tarkovskiana visto un paio di anni fa a Locarno e purtroppo mai arrivato in Italia. A renderla ancora più interessante, c’è che non si limita a fare l’attrice, ma ha anche messo su un sodalizio con un signore che porta il nome impossibile di Zal Batmanglij, franco-iraniano di origine ma attivo in America, gay dichiarato: scrivono film insieme, poi lui li dirige e lei li interpreta. Una premiata ditta che si è fatta largo negli ultimi anni nel cinema indie Usa realizzando prima Sound of My Voice, adesso questo The East. Il quale – dopo l’anteprima al solito Sundance – ha incassato al box office americano finora quasi due milioni di dollari, cifra che per un film piccolo è di tutto rispetto, e che incredibilmente ha trovato un distributore in Italia. Andatevelo a vedere, è un film anomalo, difficile da classificare, con un solido racconto, ma con strane derive, accensioni e visioni che lo deviano su direzioni incongrue e imprevedibili. La partenza è quella di un thriller, anzi di una spy story alquanto classica. Sarah Moss (Brit Marling) è una ex agente Fbi ingaggiata da un’azienda di spionaggio e security industriale con l’obiettivo di infltrarsi in una cellula ecoterroristica che ha già messo a segno degli attentati e, presumibilmente, ne sta progettando altri. Cellula che si fa chiamare The East (“noi – cito a memoria, dunque scusate qualche approssimazione – siamo la nuova alba, il risveglio della tua coscienza”). Missione difficile, ma Sarah è abile, preparata, furba, determinata, e bazzicando per un po’ gli ambienti chiamiamoli così anarco-antagonisti (viaggia clandestina su treni merci come i gloriosi hobos degli anni Trenta) riesce a trovare la persona e il corridoio giusti per arrivare al covo del gruppuscolo. Il quale è stanziato in una casa nel bosco, ovvio, ha per capo il guresco e capelluto Benji (il molto fico Alexander Skarsgård, già marito infelice di Kirsten Dunst in Melancholia di Lars Von Trier), si fonda su un credo d’acciaio secondo il quale il sistema industriale sta distruggendo la natura e dunque bisogna agire, agire e agire, anche con i mezzi più duri, per sabotarlo. Estremismi ideologici anni Sessanta e Settanta aggiornati alla diffusa sensibilità pro-natura di oggi, con un che della tradizione settaria religiosa (con punte di fanatismo) che punteggia la storia degli stessi Stati Uniti dalla nascita. Affinità, anche, con certi gruppi antagonisti-altermondialisti di casa nostra, ed è interessante vedere come il regista mette in scena il quotidiano di questa cellula-comune arrabbiatissima, raffigurandola con un qualcosa di inquietantemente charles-mansoniano e nello stesso tempo di fondamentalista-cristiano. Rigorosa povertà, assoluta comunione dei beni (e anche dei corpi, se necessario), uno stato di natura ritrovato e rivendicato come alternativa al torvo consumismo di massa e allo spreco, una diffusa, ossessiva cultura del riciclaggio e del recupero (memorabili le scene del ragazzo che rivista nei cassonetti estraendone verdure, mele morsicate ma ancora mangiabili, avanzi di hamburger), strani riti di iniziazione nell’acqua del fiume, una promiscuità senza troppe barriere di sessi e di generi (quando il gruppetto gioca al gioco del verità, non mancano baci gay sia tra femmine che tra maschi). L’atmosfera all’inizio sembra un po’ quella plumbea di fanatismo e di plagio di un film come La fuga di Martha, poi però prende un’altra piega. Sarah l’infiltrata, che da certi indizi indoviniamo essere una cristiana fervente, fa un attimo fatica ad accettare quello strano stile di vita anarcoide, ma il lavoro è lavoro, e ben presto diventa un membro modello, tant’è che la coinvolgono in un’azione terroristica contro un’industria farmnaceutica. No, non si tratta di mettere bombe, ma di infilarsi in un party di ricconi somministrando nello champagne dosi massicce di un antibiotico dai pesanti effetti collaterali da loro prodotto. E quando i barbuti e capelluti anarchici dei boschi si presentano in smoking e abiti da sera è un gran coup de theatre, e uno dei migliori momenti del film. Ottima doppiogiochista, la nostra riesce a passare le informazioni ai suoi datori di lavoro e nello stesso tempo a guadagnarsi – non senza dover superare diffidenze e qualche ardua prova d’iniziazione – la fiducia dei compagni del gruppo, e sopratutto del capo Benji. Ecco, è qui che il film, finora mossosi sui binari del thriller per quanto alternativo e indipendente, devia, anche sbanda, comunque prende altre strade. Emergono storie private che complessificano il quadro e introducono pathos, sentimenti, passioni: ogni membro della cellula ha un background nascosto che man mano emergerà e condizionerà le stesse azioni collettive (mi riferisco in particolare al personaggio interpretato da Ellen Juno Page). In più, e ovviamente, l’infiltrata e il capo fico si innamoreranno. Da quel momento Sarah non sarà più la stessa e comincerà a interrogarsi su di sè, la propria vita, il proprio lavoro, la missione che sta compiendo. The East diventa (anche) un racconto morale sul male e il bene, e sulla necessità di scegliere la parte giusta. C’è uno slittamento, una deriva che porterà Sarah verso un punto esistenziale di non ritorno. E la scena in cui, tornata alla base dalla spietata manager che l’ha ingaggiata, davanti a lei pesca da un cestino una mella sbocconcellata e la morde, è il segno definitivo del cambiamento, di un passaggio ad altro. Come Francesco che nella piazza di Assisi si spoglia dei suoi ricchi abiti di figlio di mercante, così Sarah con quell’atto dichiara di rinnegare il proprio mondo e di voler entrare in un altro. Ovviamente non rivelo né ulteriori sviluppi né tantomeno il finale. Certo che The East è un eccentrico film – tra i più imprevedibili degli ultimi tempi – che, in parallelo all’evoluzione della sua protagonista, esce dal genere di partenza – quello del thriller/spy story – per destruttrarsi e sfrangiarsi in visioni e contemplazioni della natura, in osservazione quasi antropologico-documentaristica di riti di una eco-setta, in melodramma in cui l’amore finisce col diventare il motore di impensabili cambamenti. Sì, c’è un côté fastidiosamente complottista e veteroideologico secondo cui tutte le industrie e le corporation son cattive in quanto tali e inevitabilmente produttrici di nequizie e misfatti. Il solito odio anticapitalista, ma ce lo ingoiamo in cambio di un film che, nonostante certe ovvietà, riesce a essere bello e strano.

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