Recensione. ALEX CROSS – LA MEMORIA DEL KILLER: non funziona niente, in questo ‘crime’ con un luciferino serial killer

TAlex Cross – La memoria del killer, un film di Rob Cohen. Con Tyler Perry, Matthew Fox, Jean Reno, Edward Burns, Rachel Nichols.A
Dovrebbe essere una classica detective-story con serial killer pasicopatico, invece Rob Cohen, il regista di Fast & Furious, gira come se avesse per le mani ancora macchine da fracassare. Con perdipiù un attore protagonista clamorosamente miscast e dialoghi ridicoli. Voto 3A
Ma quant’è brutto, questo Alex Cross. Che poi è il nome del detective e profiler, e pure un filo mentalist nel suo intuire un po’ troppo le mosse degli avversari, partorito letterariamente da James Patterson e già visto in azione al cinema in Il collezionista e Nella morsa del ragno con la faccia e i modi di Morgan Freeman. Questo se ho ben capito è un prequel, prendendo Alex Cross nella fase di ascesa e primo consolidamento della carriera. Via Morgan Freeman, non proponibile come baldo trenta-quarantenne, e dentro al posto suo Tyler Perry, praticamente sconosciuto da noi – credo che questo sia il suo primo film da protagonista approdato nelle sale d’Italia – ma in America star assai popolare a teatro, in tv, al cinema. Figura singolare, un afroamericano che poco ha a che fare con il mondo hip-hop e le spacconerie da ghetto, e più invece con la cultura nero-statunitense familiare più intrisa di valori cristiani e matriarcali-patriarcali, un nocciolo duro etnico e sociale che raramente ottiene esposizione e rappresentanza sui media. Dopo slittamenti e derive nell’area dell’illegalità da giovane, Tyler Perry si è messo in riga con la forza di volontà e anche della sua fede religiosa (e con i consigli di Oprah Winfrey), imponendosi prima con spettacoli teatrali e poi con film centrati sulla figura di Mabel “Madea” Simmon, donna forte che sulle proprie spalle regge una famiglia assai numerosa, chiassosa e complicata, donna linguacciuta, combattiva, indomita, una Big Mama interpretata dallo stesso Perry en travesti. E sono stati, quelli con Madea, film di stratosferici incassi in America, anche se poi non hanno quasi mai varcato i confini federali. Adesso Tyler Perry si presta a un film che non è suo, a un personaggio che non gli appartiene, ma il tentativo di esportarsi in un cinema dalla connotazione meno personale non riesce. Anche per responsabilità sua. Tyler Perry fa visibilmente fatica ad adattarsi a un character che non discende dalle sue esperienze dirette, ha una recitazione vetero-naturalistica priva di sottigliezze e poco adatta a questo cinema, non ha nemmeno i tempi giusti dell’action. Ma il vero disastro di questo Alex Cross sta nella direzione di Rob Cohen, il regista del primo e fondativo Fast & Furious, che qui dà l’impressione di non saper prendere la giusta distanza rispetto alla materia narrata. Che è nel suo fondo una detection classica, una investigazione di induzioni e deduzioni, una partita giocata più con le armi cerebrali che con i muscoli o le pallottole. Solo che lui gira con un ritmo esagitato e forsennato, con un’esteriorità e un effettismo da action adrenalinico, e sbaglia tutto. In tanto fracasso i personaggi paiono muoversi perplessi, come travolti e ingoiati da forze giganti che non riescono a controllare. Per non dire poi del profluvio di cliché, soprattutto nel tratteggiare i personaggi collaterali (la moglie, la madre) e di una povertà di dialoghi che in certi momenti non si reggono proprio e perfino imbarazzano. La storia: il detective Alex Cross della polizia di Detroit si ritrova a fronteggiare un serial killer psicopatico che fa fuori donne e uomini, tutti in un modo o nell’altro riconducibili a un equivoco bilionario francese, dal passato oscuro e dal presente di palazzinaro nel Michigan. Serial killer che vediamo in azione mentre trancia le dita col tronchesino a belle signore asiatiche o spezza braccia a lottatori clandestini. Un lurido bastardo insomma, uno che gode nel torturare e ammazzare e brutalizzare, e che ha la faccia e il corpo, magrissimo, al limite dello spettrale (siamo dalle parti del Christian Bale di L’uomo senza sonno), anche se muscolare e fitted, di Matthew Fox. Sì, il dottore di Lost, qui quasi irriconoscibile, che in certi momenti par di vedere Gianmarco Tognazzi da tanto gli assomiglia, e comunque bravo, assai più bravo di Tyler Perry. Tra i due è sfida a distanza, mentre il villain passa da un’efferatezza all’altra, da un orrore all’altro, oltretutto con un’abilità luciferina di aggirare ogni sbarramento e ogni difesa, anche la più impenetrabile. Un film che non decolla mai, malsano e compiaciuto. L’unica cosa rimarchevole è la location, Detroit, definitivamente promossa dal cinema a città sexy: forse per via del suo declino da Motown, da città industriale-capitale dell’auto, ad area deindustraliazzata in cerca della propria anima perduta. Si sa, le decadenze al cinema funzionano sempre molto bene. Tant’è che Detroit non è solo in questo Alex Cross, ma anche nel bellissimo ultimo Jim Jarmusch che abbiamo visto a Cannes, Only lovers left alive. Curiosamente, sia in Jarmush che in Alex Cross ci son scene girate nello stesso posto, il Michigan Theater (spero di non sbagliare nome), sala dell’età aurea di quando il cinema era la massima produzione di sogni, immagini e desideri, una cattedrale maestosa di palchi, lampadari a cascata, addobbi, arredi, sfarzi e fregi, una Versailles dell’era della celluloide, cinema da parecchio tempo dismesso e adesso adibito – ed è blasfemia – a garage. Una location strepitosa che mica per niente attira un regista via l’altro. E difatti la si era vista anche l’anno scrso al Locarno Film Festival in uno strano, ambiziosissimo e non così riuscito doc, il canadese The end of time. La scena pre-finale di Alex Cross è proprio lì, al Michigan Theater, ed l’unica cosa da salvare del film. Che non riesce a riscattarsi nemmeno con il colpaccio di scena finale, assai meccanico e implausibile.

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