Film stasera sulle tv gratuite: GIANNI E LE DONNE (domenica 4 agosto 2013)

Gianni e le donne, Rai 3, ore 23,35.
Ripubblico la recensione scritta dopo l’uscita al cinema.

1296143054551_6Gianni e le donne, regia di Gianni Di Gregorio. Con Gianni Di Gregorio, Valeria de Franciscis Bendoni, Alfonso Santagata, Valeria Cavalli, Elisabetta Piccolomini, Teresa Di Gregorio, Aylin Prandi.1296143055466_29
Dopo Pranzo di ferragosto torna con questo secondo film Gianni Di Gregorio. Sempre alle prese con la vispa madre quasi centenaria, e con in più un harem di cui lui però non è il sultano ma il mite, arrendevole cavalier servente. Un’operina lieve, garbata e perfetta, orchestrata senza una dissonanza. Si ride, e molto. Irresistibili i duetti tra Gianni e mammà. Spira qua e là un’aria felliniana, che potrebbe fare di questo film un buon successo all’estero.

Bella storia, quella di Gianni Di Gregorio, per una vita rimasto nel backstage del sistema cinema cone sceneggiatore e addetto al casting e uscito allo scoperto a quasi 6o anni come regista nel 2008 con Pranzo di ferragosto. Che fu un gran successo a sorpresa alla sua presentazione a Venezia e piacque poi parecchio al pubblico in sala, raccogliendo anche parecchi premi qua e là. Visto il successo, adesso Di Gregorio replica (ad anni 61) con questo Gianni e le donne che di PdF può esere consierato il sequel, e che sembra un primo passo verso la serializzazione. Torna il protagonista del primo film, interpretato sempre dallo stesso Di Gregorio e che come lui si chiama Gianni, un maturo signore ancora ben messo alle prese con l’anziana madre, ancora la 95 enne (sì, 95) Valeria de Franciscis Bendoni, formidabile e adorabile. Mentre là, in PdF, Gianni si doveva occupare di tenere a bada solo lei e altre vispissime e ciarliere coetanee per il giorno dell’Assunta (l’amministratore del condominio gli aveva proposto un patto semiscellerato: tu mi tieni la mamma per un paio di giorni che io vado al mare e in cambio ti condono le spese di condominio, patto subito accettato, sicchè Gianni si era ritrovato con la madre sua e la madre dell’altro più amiche aggiuntesi nel frattempo), qui in GeLD diciamo che l’area femminile di sua pertinenza si allarga. Stavolta ha famiglia, una moglie e una figlia (interpretata dalla vera figlia di Di Gregorio), sullo sfondo torreggia sempre la madre dominatrix che lo chiama nella sua fantastica anche se un filo malandata villa liberty quando il televisore si guasta o perché ha la febbre a 37 o per farsi rifocillare quando gioca a carte con le amiche. Il povero Gianni, pensionato da 10 anni (“non l’ho voluto io, mi ci hanno mandato!” urla a chi glielo rinfaccia) e quindi con introiti si suppone non faraonici, è pronto ad accorrere alle richieste del suo esigente harem, la mamma in primis, ma anche la moglie che si fa accompagnare di qua e di là, e la figlia, che si porta in casa quel nullafacente del fidanzato suo, Michelangelo detto Micki (quando il povero Gianni gli chiede, “ma insomma un lavoro penserai di farlo, no?” lo sventurato risponde che sì, “potrei fare qualche serata in qualche locale a suonare, tanto per tirar su qualche euro”, però tutto in romanesco giovanile). Intanto l’amico avvocato sempre col sesso in testa inzinga Gianni a farsi un’amante, prendendo a modello il maturo e apparentemente malfermo vicino che invece si fa la tabaccaia all’angolo, prosperosa come una tabaccaia dev’essere nell’immaginario italiano.
Stavolta De Gregorio esce un po’ di più dalla cucina di Pranzo di ferragosto, allarga prudentemente ambienti e trame, pur tenendo ben saldi i piedi e le radici in Trastevere, e in una casa che se non è quella del primo film molto le assomiglia, così délabrée e sfatta, ma grande (grande abbastanza da accogliere l’orda di amici invitati da figlia e fidanzato per una festa) e strepitosamente chic, anzi come dicono i magazine femminili di target alto che se la tirano, shabby-chic.
Gianni italicamente adora il seno forte e prorompente, gli occhi gli cascano sempre lì, quando vede per strada una ragazza o incontra la vicina del piano di sotto che potrebbe essere sua figlia, è sempre sul décolleté che lo sguardo si fissa, anche se non siamo nella commedia scollacciato e tutto ci vine mostrato con il massimo garbo. Visto che le occasioni galanti organizzate dall’amico avvocato per Gianni (cui tocca anche ingurgitare la pastigliona di Viagra attaccandosi all’innaffiatoio per mandarla giù) vanno sempre a finire malissimo, il nostro decide di passare all’azione da solo, dunque si rifà il guardaroba (e la moglie: “ma non è che ti sei fatto l’amante?”), si tortura con le flessioni in terrazza rischiando il colpo della strega, e si fa al capello un taglio corto, netto e maschio, poi va all’attacco: ripesca una ex fidanzata, ci prova con la figlia di un’amica (una soprano!) di famiglia, ci prova pure con la badante est-europea di mamma. Ma, come si diceva una volta, va a finire sempre in bianco.
Gianni (tutti i personaggi hanno il nome degli attori che li interpretano) è una figurina cui ci si affeziona subito, un uomo mite con piccola deriva alcolica (ogni bicchiere, ogni bottiglia di champagne che trova sul cammino lui li svuota), un ex piacione che ormai fa fatica a piacere alle donne data l’età, e con una passività e un’indolenza gattonesca che ricorda certo Mastroianni, in primis quello del felliniano Otto e mezzo, film a mio parere qui citato e stracitato e incombente come un totem. Con tutte quelle donne che ronzano intorno a Gianni non si può non pensare alla sequenza dell’harem di Otto e mezzo, anche se là Marcello era il sultano e invece qui Gianni è tra lo schiavo e il cavalier servente. Poi il seno, le tette, le poppe, ossessione che è di Fellini come del protagonista di Di Gregorio, anche se in misura meno iperbolica.
Tutti i caratteri sono benissimo tratteggiati, si vede che il regista romano ha una lunga esperienza in fatto di sceneggiature (si è occupato anche di quella di Gomorra). Il film, apparentemente casuale e dolcemente trasandato, è in realtà assai solidamente costruito. Battute e dialoghi sono perfetti, non c’è un tempo sbagliato, anche se tutto sembra improvvisato, e la presa diretta intensifica questa impressione di massima naturalezza. Ma si vede anche che c’è del gran lavorio dietro, di scrittura e riscrittura, e un risultato così aereo, leggero e spontaneo ricorda quello di Another Year di Mike Leigh. I personaggi di Gianni e le donne parlano, si muovono, recitano (anzi non recitano) come respirano.
Si ride parecchio e si ride forte, anche se il tono dominante è la malinconia. I duetti tra Gianni e mamma sono irresistibili, e Valeria de Franciscis Bendoni la vorremmo sempre in scena, tanto è arguta e divertente e furba. Ha esordito come attrice in Pranzo di ferragosto a 93 anni, adesso ne ha 95, ed è padrona della scena come non avesse fatta altro in vita sua. Ci dichiariamo fan di Valeria de Franciscis Bendoni, bellissima anche a vedersi, con quegli ori addosso che solo certe signore a Roma (qui a Milano sarebbe impensabile), fate conto una specie di Donna Assunta Almirante con un po’ di Silvana Pampanini, quella di adesso, ovvio, e un che (per chi se la ricorda) di Antonella Steni. Dove Gianni Di Gregorio l’abbia pescata non si sa, ma se mi capitasse di incontrarlo, sarebbe la prima domanda che gli farei.
Dolce e bella anche la Roma del film, delle piazzette di Trastevere, delle passeggiate col cane lungo il fiume, delle ville in zona centro che conservano ancora un’anima misteriosaa. I balconi, le terrazze, le vedute meravigliose. Si vede che Di Gregorio ama la sua città, se ne sente figlio, è stregato e come imprigionato da lei, e non potrebbe e non vorrebbe vivere altrove. Tutti i caratteri hanno il loro spazio e sono tratteggiati con acume e finezza, anche i giovani, su cui Di Gregorio esercita un occhio infallibile, anche implacabile, pur nella bonarietà generale che caratterizza il film, si pensi solo alla figurina, peraltro simpatica, dello sciagurato quasi-genero Michelangelo.
Certo, è un film che si accontenta del suo essere minimo, di muoversi tra cucina e camera da letto e la casa di mamma e la piazzetta di fronte. Però Di Gregorio conosce molto bene ogni angolo del suo territorio, come i gatti, e sa orchestrare al meglio il suo coro di voci, ha un orecchio infallibile, non c’è un tono sbagliato, una parola di troppo, l’operina scorre che è una delizia accarezzando i nostri padiglioni auricolari, mica come quel disastro linguistico di Vallanzasca di Placido, con quel cattivo milanese che ancora ci rimbomba in testa come una cacofonia. Di Gregorio è un direttore d’orchestra (ancora Fellini!) che lascia apparentemente liberi i suoi strumentisti, ma in realtà sa come disciplinarli. Non c’è mai profondità, il gioco è garbatamente di superficie, sembra di rileggere certe strisce a fumetti che i quotidiani pubblicavano tanto tempo fa, o di vedere certe sit-com. Gianni Di Gregorio ha messo a punto con il suo personaggio una perfetta maschera dei nostri giorni italiani, che potrebbe essere replicata a lungo e dare il via a una narrazione seriale, svelta e divertente, fatta di infinite e infintesimali variazioni sugli stessi temi.
Resta qualche considerazione diciamo così sociologica. Gianni e le donne rappresenta molto bene l’Italia senilizzata in cui ci troviamo a vievere, un paese in cui un sessantenne ancora (abbastanza) gagliardo può giustamente e legittimamente essere il protagonista di un film-commedia e avere come massimo problema quello della genitrice quasi centenaria. That’s Italy now. Un’Italia che, invecchiamento a parte, però non è così diversa dal suo passato prossimo e remoto. C’è da scommettere che il film di Di Gregorio piacerà molto all’estero, perché in fondo mostra l’Italia che loro amano, la cucina, il vino, Roma, Fellini, l’indolenza, le belle donne, l’arte, la dolcezza del vivere e un po’ di dolce vita.

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