Diario dal Locarno Festival. The day before: martedì 6 agosto, con blackout e Chinatown

LOC63-pardo-3-POS-CMYK-coatedSi comincia domani, oggi ancora cantieri aperti per il Locarno festival numero 66 (il più âgé dopo Venezia: complimenti per la resistenza e la persistenza). Però anche il giorno prima non è buttato via per il cinefilo, visto che in programma c’è per le 21,30 la proiezione di un classicissimo, Chinatown di Roman Polanski, 1974: naturalmente in Piazza Grande, luogo-logo di questo festival con il suo schermo gigantesco, le migliaia e migliaia di sedie (e di spettatori), e sopra il cielo e basta. Bene, siamo alle 21,30, salgono sul palco il presidente del festival Marco Solari (un grande affabulatore, un vero entertainer che per abilità regge il confronto con l’abilissimo e altamente simpatico Thierry Frémaux di Cannes), il nuovo direttore artistico Carlo Chatrian e il nuovo resposnabile operativo, uno sponsor, e non appena Solari cita Olivier Père, il precedente direttore dimissionario a sorpresa a festival 2012 appena concluso, di colpo si spegne lo schermo, si spengono i microfoni e gli amplificatori, in piazza è black-out. Solari comunica senza amplificazione, sgolandosi e raggiungendo sì e no un quinto della sterminata platea, che c’è un guasto elettrico alla cabina. Passa mezz’ora e niente. E un italiano malignamente pensa: il mondo intero sempre a lamentarsi di Venezia, inteso come festival, per i disguidi e ritardi e le male organizzazioni e varie inadeguatezze, ed ecco che anche i perfeti svizzeri non sono poi così perfetti. Dopo quaranta minuti sempre il presidente-comunicatore comunica che, se va tutto bene, entro una ventina di minuti il gusato dovrebb essere riparato. Ritardo di millimetrica e svizzera precisione: peché di lì a venti minuti esatti tutto si riaccende, e dopo qualche parola di Solari e Chatrian si parte con Chinatown. Dmenticavo: Chatrian introduce un attimo sul palco Andrea Segre, il regista di Io sono Li (tra i pochi film italiai che abbiano avuto negli ultimi anni una circolazion europea) il quale domani pomeriggio apre Locarno 66 con il suo doc Indebito, starring Vinicio Capossela quale guida speciale nei meandri della Grecia in crisi debitoria e soprattutto in quella sua meravigliosa musica che si chiama rebetiko. Seguirà, dopo la proiezione all’Auditorium Fevi, un breve concerto di Vinicio: i caposseliani sono avvisati.
Ma ecco che parte Chinatown, in una copia smagliante, in originale, e quello schermo oltremisura ne moltiplica l’intensità e l’impatto, mostra la perfezione della messinscena di Roman Polanski, enfatizza il body language di Jack Nicholson e Faye Dunaway a comunicarci ciò che la parola non può dire. Difatti questo è cinema dell’indicibile e sull’indicibile. Chatrian ci ha fatto sapere che è uno dei suoi film preferiti di sempre, e come si fa a non dargli ragione? Anch’io ne sono rimasto stregato, fin da quando lo vidi la prima volta. Stasera ho capito che non è il solito noir alla Chandler, con il solito private-eye simil bogartiano. Questo è un film europeo, mitteleuropeo, in cui sentiamo l’odore del male, ne percepiamo il tocco, la presenza, la fisicità. Questo è un film di notti e di ombre e di buio, dove il male, implacabilmente, alla fine trionfa. Non c’è riscatto, non c’è redenzione, non c’è nemmeno punizione. Solo Polanski, il bambino cresciuto sull’orlo dell’abisso Europa, poteva girare in America un film così, e girarlo in quel modo. Con un finale che oggi sarebbe, semplicemente, iconcepibile. Si termina che è quasi l’una, e la gente rabbrividisce, e applaude. Quel finale, mio Dio, con quella battuta: Che ci vuoi fare, Jake, è Chinatown.
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