Locarno Festival 2013. Recensione. REAL di Kurosawa: l’inconscio è un manga

REAL 1Real, regia di Kiyoshi Kurosawa. Con Takeru Satoh, Haruka Ayase. Giappone. Presentato nel Concorso internazionale.REAL 2
Calarsi nell’inconscio di una ragazza di nome Atsumi per capire cosa l’abbia indotta a tentare il suicidio e cercare di guarirla. Operazione chiamata sensing, e a provarci è il fidanzato Koichi. Sarà un’avventura tra Io ti salverò di Hitchcock e Inception di Nolan. Il viaggio nel profondo della psiche come un manga, come un monster-movie. Kurosawa porta a Locarno il suo sofisticato cinema di genere e sui generi, convincendo i jeune critiques e suscitando qualche perplessità tra gli amanti duri e puri del cinema vetero-autoriale. Voto 7REAL 3
Tra i film più divisivi del Concorso internazionale, amato da jeunes critiques e nouveaux cinéphiles quanto detestato da signore e signori delle critica più consolidata. Con ampie e visibilissime tracce del cinema di genere (il fantastico, l’horror), dunque non considerato degno di un festival da parte di chi è cresciuto con Bresson e Dreyer. Erano tanti i visi corrucciati, se non proprio indignati, ieri mattina all’uscita dalla proiezione stampa al Kursaal. Eppure Kiyoshi Kurosawa è stato per così dire decontaminato da tempo da ogni scoria e sospetto di cinema bis e inferiore, e sdoganato e ampiamente legittimato dai festival più accreditati, prima Rotterdam, poi Cannes e Venezia (dove l’anno scorso in prefestival è stata proiettata la sua serie tv Penance). E poi, mon Dieu, siamo ancora qui ad accapigliarci sul cinema alto e il basso, sul cinema d’autore e di genere? Suvvia, un film è un film è un film. Real appartiene a quel cinema che scruta e indaga l’inconscio, è – come s’è visto tante volte – una detection del profondo psichico di cui l’archetipo resta sempre Io ti salverò di Hitchcock, qui aggiornato all’horror di scuola giapponese anni Novanta-Duemila e soprattutto all’Inception di Nolan. Atsumi è una giovane autrice di manga che, per misteriosi motivi, ha tentato il suicidio e da allora è in coma. In ospedale propongono al suo compagno Koichi di tentare un sensing, di mettersi in contatto attraverso la solita diavoleria ultratecnologica con lei e la sua psiche, onde scoprire che cosa l’abbia indotta al tentato suicidio e cercare di riportarla alla coscienza e alla vita. Grazie a Dio Kurosawa non esagera in tecno-baracconaggini, il riorso a luci e proiezioni tridimensionali e effetti digitali e quant’altro è abbastanza parco. A lui interessa la storia, a noi pure. Detective calato nella mente e nell’anima di Atsumi, nel suo paesaggio psichico, Koichi incomincia la ricerca. Ma le resistenze sono molte, l’inconscio, dove probabilmente sta celato il trauma che ha incrinato la ragazza, è inaccessibile. Affiorano intanto ricordi infantili dell’isola in cui i due si sono conosciuti bambini e diventata poi un’enorme distesa di rovine. Ci sono rischi non previsti. Compare un misterioso ragzzino dalla faccia minacciosa, c’è il disegno di una mostruosa creatura che potrebbe fornire una chiave, ma che sembra irreparabilmente perduto. Ci sarà un colpaccio di scena, ci sarà il disvelamento del trauma, della verità celata: come in Io ti salverò, ma anche in Improvvisamente l’estate scorsa. Kurosawa orchestra benissimo questa inchiesta che è anche una discesa agli inferi, tenendo ovviamente d’occhio la lezione di Inception, e non potrebbe essere altrimenti, anche se qui la storia è assai più lineare, meno lambiccata. Scenari ispirati ai manga, e perfino mravigliose citazioni dei Godzilla-movie. Prodotto stratificato e assai sofisticato, con una manipolazione di generi e materiali narrativi assai consapevole, e con la lezione freudiana applicata con scrupolo e diligenza. Qui si usa, anche senza darlo troppo a vedere, la teoria freudiana dei sogni, con le categorie di rimozione, negazione, spostamento, inversione (categorie senza cui non si capirebbe il colpo di scena che fa da svolta narrativa al film). L’inconscio per celarsi alla coscienza e potersi comunque esprimere senza inquietarla, sceglie travestimenti e ricorre alla dissimulazione. Compito dell’analista, e in questo caso del regista, è di andare oltre le sue maschere. Che è quanto Kurosawa puntualmente fa. Il plot funziona bene, ha una coerenza che è raro trovare in film similari, solo la spiegazione del trauma lascia qualche zona oscura. Semmai il limite del film sta in una visualità non così potente come ci si sarebbe aspettati e nell’ingenuità e banalità di certe immagini-metafora, come quella nebbia da attraversare per arrivare alla zona inconscia.

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