Locarno Festival 2013. Recensione: MARY, QUEEN OF SCOTS, un period-movie di molto garbo e più che vedibile

01Mary, Queen of Scots (Mary, regina degli Scozzesi), di Thomas Imbach. Con Camille Rutherford, Sean Biggerstaff, Aneurin Barnard, Bruno Todeschini.18
La storia della sfortunata regina di Scozia riproposta in un film che evita gli eccessi e gli sfarzi volgari di certi period-movies. Spazio agli amori e agli intrighi di corte. Un film (anche) televisivo con una sua nobiltà, e con Stefan Zweig quale testo-base. Voto 6Mary
Regista svizzero, produzione (anche televisiva) internazionale, lingua ovviamente inglese. Testo di ispirazione e di riferimento addirittura quello di Stefan Zweig – re austriaco della narrativa entre-deux-guerres – sulla donna che fu moglie e vedova del re di Francia, poi regina a casa sua in Scozia e aspirante al vicino trono inglese, infine solo un corpo decapitato per ordine della tremenda cugina Elisabetta d’Inghilterra. Mary Stuart, Maria Stuarda, Maria di Scozia: letteratura, teatro, cinema l’han nominata, raccontata, trattata e maltrattata in plurime versioni, sempre riproponendone la storia tragica e circonfondendola dell’aureola di eroina e martire. Storia irresistibile, e uno dei miei ricordi di infante è una recita al Nuovo di Milano della Maria Stuarda di Schiller con regia di Luigi Squarzina e una gran coppia di attrici, Lilla Brignone quale spietata e non-cattolica Elisabetta e Anna Proclemer quale angelica e cattolica Maria (e il frustino brandito dalla Brignone me lo ricordo ancora adesso). Questo Mary, Queen of Scots visto qui a Locarno, e messo in concorso, non è niente male, un buon prodotto medio con una qualche finezza aggiuntiva – di scrittura e di messinscena – rispetto alla media, visto che tra i produttori figura pure la televisione più chic e culture-oriented del continente, Art’è,  dunque mica si può andate sul genere fiction RaiUno-Lux-Bernabei, qualcosa in più ci vuole e bisogna metterci dentro. Già partire da Stefan Zweig è cosa assai elegante, e vengono evitate le insidie sempre presenti nel period-movie, che son quelle di esagerare in costumi e costumacci e crinoline, ori e decori, sontuosità e “sua maestà gradisce la visita del re di Pomerania?”. Seguendo l’onda dei film in costume degli ultimi tempi (penso al danese A Royal Affair e a La réligieuse visti a Berlino, o al Michael Kohlhaas visto a Cannes), anche qui si tende a una certa sobrietà e misura, che così si risparmia pure sulle spese di produzione e non si fa la figura dei volgari, e si può poi andare a un festival chic. Le corti son ridotte in spazi umani, i castelli non così traboccanti e luccicanti di ricchezze, circola spesso un’aria da sovrani di provincia e di campagna (oche e altri animali messi lì tra i piedi dei cortei regali, qualcosa che se ricordo bene venne inventato da Polanski in occasione del suo Macbeth). Gran spazio alle trame sentimentali, com’è giusto, ma anche agli intrighi politici e di corte, e spesso i due aspetti si sovrappongono e confondono. Il potere ha spesso a che fare con l’alcova, e qui il binomio viene puntualmente riproposto per lo spettatore avido di delizie e nequizie e qualche piccola sporcaccioneria d’epoca. La povera Maria da quando è tornata in Scozia dalla Francia, dove se ne stava tanto bene con il marito re purtroppo poi deceduto in un incidente di caccia, non ha più un attimo di requie. Il fratello vorrebbe regnare lui al suo posto e la detesta, i protestanti fan da quinta colonna degli inglesi e cospirano in continuazione, i cattolici tendono a fare i fondamentalisti e vorrebbero sconsideratamente muovere guerra al più presto agli inglesi. E ognuno degli uomini che passano nel letto di Maria ha idee politiche diverse. La poverina cerca disperatamente di mantenere l’equilibrio tra le parti e la pace con la cugina Elisabetta, cui continua a scrivere lettere su lettere senza peraltro mai ottenere un incontro. Finirà prigioniera della cara Elisabetta, processata e giustiziata. Thomas Imbach tenta timidamente qua e là qualche diversione rispetto al canone del period-movie contrappuntando con scene di natura, tempeste, cieli, tormente e centra qualche bel momento di cinema. Un film che si lascia guardare e Camille Rutherford come giovane Maria è bella davvero. Certo, Mary, Queen of Scots non apre nuovi squarci e nuove visioni sul personaggio e neppure nel cinema, non ridefinisce il cinema storico come, per dire, Roberto Rossellini con La presa del potere di Luigi XIV o Kubrick con Barry Lyndon. Per le rivoluzioni (schermiche) meglio cercare da un’altra parte.

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