NCL Archives. Recensione di ANNA KARENINA di Joe Wright

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img_04-700x466Anna Karenina, regia di Joe Wright. Sceneggiatura di Tom Stoppard. Con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Taylor-Johnson, Kelly Macdonald, Matthew Macfadyen, Domhnall Gleeson, Ruth Wilson, Alicia Vikander, Olivia Williams e Emily Watson.

Recensione pubblicata il 30 novembre 2012 dopo l’anteprima al Torino Film Festival.annak19-700x466
Tolstoj incontra Moulin Rouge! Il regista Joe Wright (quello di Espiazione) rimette in scena una delle più celebri e raccontate storie d’amore di sempre riambientandola in una sorta di gran teatro, tra fondali posticci e dipinti, puntando sull’artificio, il barocco, l’antinaturalistico. Come un musical. Come un’opera. Revisione azzardata e rischiosa, anche oltraggiosa, ma di coraggio indubbio, e non insensata, anzi. Operazione che applica alla lettera l’equazione antica tra scandalo e spettacolo (“non dare scandalo! non dare spettacolo!”) e dunque fa dello scandalo di Anna uno show per l’alta società. Operazione che qualche volta sprofonda nel kitsch e però, quando riesce, riesce alla grande. Voto tra il 7 e l’8annak08-700x466
Un film arrischiato e di smisurate ambizioni. Un film che punta in alto e sbaglia molto, moltissimo, però quando ci prende, signori, è spettacolo vero. Molta stampa qui a Torino dopo la proiezione ha storto il naso, diciamo che l’accoglienza è stata mista. E chi s’è indignato per via del kitsch spudorato, chi per il mulinar di braccia di Keira Knightley, chi per l’abuso di melodramma con lacrima incorporata. Ah il cine-bon ton infranto!, un peccato che non viene perdonato facilmente. Sembra di sentirle certe voci inorridite: ma come si permettono questo Joe Wright e il suo sceneggiatore (che, ricordo, è un certo Tom Stoppard) di immergere Tolstoj in un delirio scenografico-visuale, anzi nella baracconata? No, non si fa. Che poi, a pensarci bene, è esattamente la critica che le madame di San Pietroburgo muovevano alla povera Karenina colpevole di fregarsene del legittimo consorte e di scoparsi il più appetitoso Vronskj. Questo film sta al solito period-movie con crinoline, anche di ottima confezione intendiamoci, esattamente come Anna Karenina stava alle convenzioni etico-sociali della Russia secondo Ottocento. Non uso l’orrenda parola trasgressione, tantomeno l’ancora più inusabile rivoluzione: dico piuttosto sfida, azzardo, scommessa. Ecco, questo film è una sfida, un azzardo. Due ore durante le quali si dipana una delle storie d’amore più celebri di sempre, quella che è sì un inno, ma anche una meditazione sconsolata sull’amor romantico e i suoi effetti (e si resta basiti davanti alla lucidità e alla preveggenza di Tolstoj). La passione come autenticità, come espressione del Sè autentico, contrapposta all’inautenticità e all’ipocrisia delle regole, della legge, che è sempre legge maschile, legge del padre. Un paradigma che ancora ci portiamo dietro e dentro, e c’è da chiedersi quanto di vero contenga e quanto di illusorio. ‘Danzate con me?’, chiede il conte Vronskj. La sventurata rispose. E tutto ebbe inizio.
Anna perde la testa, resta incinta dell’amante, viene prima ripudiata e poi perdonata dal marito. Ma non c’è scampo, e sappiamo come finirà. Lo scandalo. La riprovazione sociale e l’esclusione. L’eroismo degli amanti che si ergono contro il mondo. Anna che riassume e simbolizza un’intera condizione femminile. Più, intorno ai due amanti, un’infinità di personaggi collaterali e sottotrame da restare rapiti e sbalorditi ancora oggi. Una storia tante volte ri-raccontata, dunque usurata, logorata ai limiti dell’irrappresentabilità. Dovendosi confrontare con il fantasma di Greta Garbo il regista e gli autori hanno, secondo me giustamente e giudiziosamente, scelto un’altra strada, profondamente revisionista (almeno nello stile e nella messinscena, se non nei contenuti; anche se mi pare che ci sia una certa rivalutazione del personaggio di Vronskj, ma dovrei riprendere in mano il romanzo e confrontare). Si colloca la vicenda in un teatro – si fa del teatro nel cinema – tra fondali dipinti e quinte di cartapesta, si sottolinea l’artificio, la messinscena; la recitazione è ora sovraccarica ora stilizzata, comunque antinaturalistica. Blocchi girati come numeri di musical, con personaggi che si muovono (e oggetti che cadono, si infrangono, collidono) al ritmo dettato dalla musica e la macchina da presa che vortica, avvolge, si muove in carrellata splendide e interminabili. Karenina spesso al centro della scena coma una diva o una santa o un martire. Intere scene quasi danzate. Momenti memorabili, come il ballo che segna il primo contatto fisico tra Anna e Vronskj. La cupola del teatro che si apre a mostrare il cielo, e la parete che si apre sulla steppa e sulla neve. La corsa dei cavalli in un interno quasi da circo. No, non è la Anna Karenina di Clarence Brown con Garbo, nemmeno quella (bellissima) di Sandro Bolchi per la Rai con una indimenticabile Lea Massari. Joe Wright oltraggiosamente si rifà al barocchismo e al pastiche nello stile del seminale Moulin Rouge! di Baz Luhrmann, ma recupera anche gli eccessi dell’opera, fellineggia e mi pare si ispiri pure al Ken Russell russo-visionario, spudoratissimo e camp, di L’altra faccia dell’amore. E poi, Bob Fosse, Powell e Pressburger, perfino Brecht in certo straniamento iperconsapevole. Spesso funziona, a volte per niente. La parte iniziale è magnifica, la parte ultima la più debole, con cedimenti vistosi (la bambina che corre nel prato, gli spettatori-manichino che affollano la scena del suicidio di Anna). Però i dialoghi sono torniti e cesellati come meglio non si potrebbe, il romanticismo vi è come distillato ed essenzializzato, sublimato, e ci sono scene da cui lo spettatore è letteralmente travolto. Certo, viene il sospetto di una certa cerebralità, come se il regista Joe Wright non seguisse sue proprie inclinazioni ma si attenesse freddamente a un progetto. Ma a conti fatti, in questo film così inaspettato i segni più sopravanzano di gran lunga i meno. Keira Knightley è forse il punto debole del film, dà l’impressione di non sostenerne completamente il peso, ci sarebbe voluta la Kidman dei tempi d’oro. Jude Law come Karenin è grandissimo, più invecchia e più capelli perde e più diventa bravo. L’a me sconosciuto Aaron Taylor-Johnson è, come Vronskj, l’adeguata macchina del sesso che dev’essere.

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